lunedì 27 settembre 2010

Seduzioni

Una coppia di mezza età e qualcosa di più, anni già usati ma portati bene, prende il sole in riva al mare. Vicino a loro una coppia più giovane con una bambina evidentemente disturbata che alterna improvvisi sorrisi a gesti aggressivi.
L’uomo della coppia ha con sé due articoli, uno di Zygmunt Bauman, non Barman come scritto per un refuso, e l’altro di Mario Vargas Llosa dedicato al pastore protestante, della sconosciuta cittadina di Gainsville in Florida, che in occasione dell’anniversario dell’11 settembre ha proposto di bruciare il Corano. Entrambi gli articoli evidenziano l’esistenza di confini, da una parte, e fluttuazione, sfilacciamento, annebbiamento dei confini, dall’altra. Scrive Bauman: “In seno ad un’organizzazione, pertanto, una categoria fa di tutto per imporre all’altra, quella che vuole assoggettare a se stessa, un codice di comportamento il più possibile pervasivo e dettagliato, e che idealmente dovrebbe rendere monotamente regolare, e quindi del tutto prevedibile, la condotta dei gruppi così “fissati”. La stessa categoria, per contro, si sforza di tenersi libere le mani ( e le gambe…), cosicché le sue mosse rimangono impossibili da prevedere e continuano a sfidare ogni calcolo e pronostico della categoria condannata alla subordinazione. Potremmo dire che la strategia precipua di ogni lotta di potere consiste nello strutturare la condizione dell’avversario e al tempo stesso “destrutturare” la propria. Ciò a cui puntano le parti che si contendono il potere è lasciare i loro subordinati senz’altra scelta che accettare remissivamente la routine che i loro superiori, attuali o futuri, intendono imporre. Ora i contesti in cui si svolge la lotta di potere hanno subito una trasformazione veramente drastica con il passaggio dalla fase “solida” all’attuale “liquida”: coloro che usano questa terminologia sono in cerca di aggregazioni (alleanze, collaborazioni, coabitazioni, squadre costituite ad hoc) tenute insieme da legami laschi e informali che si possono quindi assemblare, smontare e rimontare, come richiedono le circostanze sempre mutevoli, cioè con un preavviso breve o senza preavviso. Questo contesto fluido dell’agire è quello che meglio si adatta alla loro percezione del mondo circostante come “molteplice, complesso, in rapido movimento”, “ambiguo”, “vago” e “plastico”, incerto, paradossale, persino caotico”. Le organizzazioni aziendali di oggi (sempre che sia ancora permesso usare questa espressione, che Ulrich Beck definirebbe un termine “zombie”) tendono a essere deliberatamente costruite con all’interno un elemento di disorganizzazione. Meno sono monolitiche, più sono rapidamente modificabili, meglio è. I manager hanno accantonato la “scienza gestionale” che suggerisce regole di comportamento permanenti e stabili. Al pari di ogni altra cosa, in un mondo liquido come il nostro, ogni sapere e know-how non può che invecchiare rapidamente e altrettanto rapidamente consumare i vantaggi che offriva un tempo. I manager preferiscono “analizzare la rete di possibilità”, liberi di fare una breve pausa ogniqualvolta l’occasione sembri bussare alla loro porta, e di rimettersi in movimento non appena va a bussare altrove. Non vedono l’ora di giocare al gioco dell’incertezza; preferiscono il caos all’ordine.”
Scrive Llosa: “ Gli effetti non previsti della glorificazione della cultura dello spettacolo – i suoi danni collaterali – sono diversi, e, in particolare, il protagonismo che nella società di oggi hanno raggiunto i buffoni. Questa era una professione nobilissima in passato: divertire, trasformando se stessi in una farsa o commedia ambulante, in un personaggio immaginario che distorce la vita, la verità, l’esperienza, per far ridere o sognare il proprio pubblico, è un’arte antica, complessa e ammirevole, da cui sono nati il teatro, l’opera, le tragedie e forse il romanzo. Ma le cose cambiano valenza quando una società stregata dal bisogno di divertirsi, come suo primo scopo, esercita una pressione che modella e trasforma a poco a poco i suoi politici, i suoi intellettuali, i suoi artisti, i suoi giornalisti, i suoi pastori o sacerdoti, e perfino i suoi scienziati e militari, in buffoni. Di fronte ad un simile spettacolo, molte cose cominciano a disfarsi, i confini tra verità e menzogna ad esempio, i valori morali, le forme artistiche, la natura delle istituzioni e, ovviamente, la vita politica. Non sorprende perciò che in un mondo caratterizzato dalla passione per lo spettacolo, Damien Hirst, un signore che tiene rinchiuso uno squalo in una vasca di vetro piena di formaldeide, sia considerato un grande artista e venda tutto quello che la sua astuta inventiva fabbrica a prezzi sbalorditivi; o che le riviste di maggior diffusione nel mondo, e i programmi più popolari, siano quelli che mettono a nudo davanti al grande pubblico gli aspetti più intimi dei personaggi famosi, che, chiaramente, non sono quelli che si distinguono per le loro conquiste scientifiche o sociali, quanto piuttosto quelli che per gli scandali, gli eccessi o le stravaganze da strada, riescono a guadagnare quei quindici minuti di popolarità che Andy Warhol, un’altra delle icone della civiltà dello spettacolo, predisse per tutti gli abitanti della società del nostro tempo.”
Il bisogno di divertirsi, di leggere notizie strane non è in fondo un modo per compensare/dimenticare la “normalità” delle vite assoggetate alle norme dei gruppi di potere descritti da Bauman, che non vanno naturalmente pensati solo in scala aziendale. L’uso della “stranezza”, della “buffonaggine” è il modo in cui i mezzi di comunicazione esercitano il loro potere in termini di audience e di condizionamento, la “stranezza”, l’imprevedibilità è anche la nota, suonata ad un altro tono, dagli artisti e dai manager per tenere sulla corda il loro pubblico, in generale dal seduttore nei confronti del sedotto. Una riflessione più generale sui limiti: il superarli o ignorarli è anche un’aspirazione esistenziale dell’uomo che dall’ordinario, dalla ripetizione, tenta di sfuggire e quando non ci riesce è prigioniero di qualcuno, qualcos’altro, ma lo è anche quando ci riesce. Un bisogno conosciuto da chi detiene il potere e, quindi, sfruttato.
L’uomo era immerso in queste riflessioni sulle quali avrebbe forse un giorno scritto un saggio, quando si accorse della bambina. I due si sorridono, l’uomo d’un tratto le lancia il berretto. La bambina lo raccoglie, ride con aria d’intesa, poi va da lui, glielo mette in testa e glielo stropiccia sulla faccia. Dopo un po’ si allontana di colpo incupita. La moglie dell’uomo gli si rivolge irritata con voce dura:”Sai che non devi farmi queste cose. Sono troppo sensibile, mi fa male vedere una piccola così; ho già le mie angosce e non ho bisogno di vederne altre.” Ci sono persone, scriveva Bernanos, così sensibili che non possono veder soffrire neanche una bestiola e la schiacciano subito per non vederla più soffrire. Ma l’uomo non pensa che sua moglie sia una “sensibile alla Bernanos”, il suo errore è stato di non tenere per sé quel pensiero. Gli vengono in mente i versi di Marco Lodoli: Bisogna avere un cuore di ferro / come Ulisse, per vivere./ Penelope è davanti a noi e piange / e noi dobbiamo tacere, non possiamo dire niente, / non possiamo commuoverci. / È tutto così chiaro / eppure non possiamo rivelarci.” Poi si mette il berretto in testa e le dà un bacio.
(le citazioni in corsivo sono tratte da un racconto di Claudio Magris)

domenica 19 settembre 2010

Pordenonelegge: da Derrida a Facebook

Ieri a Pordenone un serpente di folla stringeva il Teatro Verdi sotto una pioggia battente. Alle tre erano già in coda per non perdere l’intervento “I miti del nostro tempo” del filosofo pop Umberto Galimberti. La fila copriva anche l’entrata del ridotto dove si entrava per assistere a “Ripensare Derrida” con Maurizio Ferraris e Silvano Petrosino. Per questo secondo appuntamento di Pordenonelegge, invece, una settantina di persone in sala e posti ancora liberi. Ferraris ha preso le mosse da Rorty e dal suo libro del 1979 “La filosofia e lo specchio della natura” che mostra tre connotati del postmoderno che sono stati poi manipolati dai regimi populisti: la solidarietà che prevale sulla verità, il non essere attaccati alle proprie tesi, anzi il prenderle anche un po’ in giro, il desiderio come qualcosa di rivoluzionario (Deleuze: la rivoluzione desiderante). Si è poi soffermato sugli “Spettri di Marx” e sugli amanti di questi spettri che si comportano in modo analogo al marito descritto da Cartesio ne Le passioni dell’anima (l’importante è che il beneamato non ritorni davvero):“Quando, per esempio, un marito piange la moglie morta che tuttavia, come accade talvolta, gli dispiacerebbe di veder resuscitare, può accadere che il suo cuore sia stretto dalla tristezza eccitata in lui dall’apparato funerario e dalla mancanza di una persona alla cui conversazione era abituato (…) ma nel segreto del suo cuore egli prova un’intima gioia, la cui emozione ha tanta forza da non poter essere diminuita dalla tristezza che l’accompagna.” “Nei manuali – ha continuato Ferraris – Derrida è citato tra i postmoderni, la decostruzione era una reazione al mondo solido compatto che la precedeva, ma nel mondo attuale dove tutto è decostruito, a partire dalla politica alle comunicazioni, agli affetti, c’è bisogno di “ricostruire” la decostruzione attraverso vari passaggi. Secondo Ferraris è necessario chiarire – in questo senso imbarbarire – il pensiero di Derrida che era un intellettuale così raffinato da non enunciare mai le proprie tesi in modo diretto preferendo suggerirle attraverso i ragionamenti. A proposito del primato dell’etica sull’ontologia che accomuna Derrida a Levinas e Rorty, va detto che non si può fondare un’etica senza un’ontologia: “Se non ammetti l’esistenza del mondo esterno non c’è più nessuna differenza tra sognare di fare una cosa e farla realmente. È così che Feyerabend può arrivare ad affermare che non ci sono criteri oggettivi per ritenere il sistema copernicano superiore a quello tolemaico, che l’amministrazione Bush sosteneva proposito dell’Iraq “Ormai siamo un impero, creiamo noi la verità”, che la foto di un Giovane Umberto I è più volte utilizzata come una foto giovanile di Nietzsche” (si veda a tal proposito l’interessante articolo di Ferraris http://members3.boardhost.com/nietzsche/msg/1165404051.html). C’è qualcosa di “duro”, di irriducibile nel mondo esterno. Quando Derrida dice “nulla esiste al di fuori del testo” si rende necessario “ricostruire” la frase in questo modo “nulla del mondo sociale esiste al di fuori del testo”. Per Silvano Petrosino in Derrida è più rilevante il gioco del pensiero della formulazione di una tesi: “Il problema non è esporre una tesi e vincere sull’altro, ma il tentativo di pensare, pensare non è formulare una tesi ma è movimento di pensieri. Marino, un caro amico, dice una cosa bellissima: “Ogni volta che leggo i testi di Derrida mi viene voglia di pensare, un grande autore è colui che ti sollecita, ti stimola, forse la parola giusta è fecondità. Mi accade anche con Lacan che però regolarmente non capisco. Ci sono invece certi scrittori anche famosi e certe conferenze, spero non questa, che ti gettano in uno stato di depressione e ti fanno venire voglia di urlare “Voglio una donna” come Ingrassia sull’albero in Amarcord di Fellini.” Petrosino si è poi soffermato sul complesso rapporto fra Derrida e la sua “judéité”, le serrate critiche a Levinas e poi la sua sorprendente dichiarazione “Io sono pronto a sottoscrivere tutto quello che dice Levinas”. Derrida coglie levinasianamente in una lettura talmudica un concetto fondamentale: “La coscienza non è il ripiegamento su di sé ma è l’urgenza di una destinazione all’altro”. Il tema della destinazione è uno die grandi temi derridiani (La carte postale), la coscienza è al tempo stesso coscienza e alterocoscienza, apertura. Petrosino e Ferraris hanni quindi sfiorato i temi della decisione, dell’opinione radicale, dell’animalità e della comprensione (per Sant’Agostino non c’è comprensione senza una sorta di simpatia). Purtroppo l’incontro è stato bruscamente interrotto, proprio quando stava entrando nel vivo per lasciare spazio ad altri appuntamenti in una logica televisivo-sequenziale poco derridiana e per niente raffinata, ma molto postmoderna. Teatro esaurito, invece, per Umberto Galimberti che ha riproposto le sue tesi sul dominio della tecnica che esclude l’uomo dalla responsabilità e lo rende psicoapatico e depresso. Un processo che è cominciato con la seconda guerra mondiale. Gitta Sereny ha intervistato per 170 volte Franz Stangl comandante del campo di concentramento di Treblinka, chiedendogli che cosa provava quando ordinava lo sterminio di esseri umani. Stangl alla fine rispose: “Io ero un perfetto esecutore di ordini”. Nell’era della tecnica per essere riconosciuto devi far bene le cose, il resto non è di tua competenza e non sei responsabile di quello che fai. Il filosofo Günther Anders, autore nel ’56 del libro L’uomo è antiquato, in cui teorizzava l’inadeguatezza dei sentimenti umani nei confronti delle macchine, scrisse una lettera di sessanta pagine al pilota che sganciò la bomba su Hiroshima, il quale intervistato in tempi successivi dichiarò: “That was my job”. E così probabilmente risponderebbe oggi un operaio che lavora per una fabbrica che costruisce mine o mitragliatori o un manager che investe in fondi senza saper in quali imprese gli investimenti verranno poi utilizzati. Nella società della tecnica l’identità è rapportata al riconoscimento degli altri, riconoscimento che viene accordato a chi fa qualcosa in una determinata posizione. Chi non è riconosciuto in questa società, chi non riesce a fare qualcosa, ad avere successo, cade in una crisi di identità, in uno stato di psicoapatia, di depressione per inadeguatezza al quale cerca di sfuggire con l’suo di psicofarmaci, cocaina o azioni che gli regalino cinque minuti di celebrità-identità. Un'altra conseguenza del dominio della tecnica secondo Galimberti è il dominio della logica binaria che porta all’utilizzo di un’intelligenza convergente ossia di un’intelligenza che cerca la soluzione all’interno del problema dato, è la logica dei computer, dei test, dei telefonini, delle trasmissioni quiz prima del telegiornale, mentre è noto che la storia del pensiero, si pensi solo alla rivoluzione copernicana o alla scoperta della relatività è progredita sempre in termini di pensiero divergente. “Ma l’umanità gregge – ha concluso Galimberti – desidera l’animale capo e chi la pensa diversamente se ne va al manicomio”. Poi ha guardato il pubblico e in mancanza di qualcuno dell’organizzazione di Pordenonelegge che lo salutasse e ringraziasse o che desse spazio alle domande del pubblico si è alzato e tra gli applausi ha lasciato il palco da solo. Coda anche per uscire: al banco del ritiro-ombrelli quattro ragazzini in maglietta gialla faticavano non poco a consegnare ai viandanti i loro bastoni della pioggia ordinatamente infilati in armadi con scomparti numerati: il mio era nella feritoia s12. L’altra cosa che la tecnica tende ad eliminare è il contatto umano, prendi l’ombrello all’s12 non l’ombrello di Mario, l’utente numero 67 non la signora Tarantini, volo az 234 non l’aereo pilotato da Ignazio Salti. Quando si impedisce di immaginare un volto si nega l’uomo, e quando invece lo si mostra come in Facebook in realtà si continua a negarlo perché quello che importa non è l’incontro ma che egli sia nella rete.
p.s. Un sociofilosofo pop, Francesco Alberoni, scrive in un suo recente articolo dell'11 ottobre intitolato "Saremo (tutti) famosi nel villaggio di Facebook": "Tutti sono protagonisti, non c'è più la separazione fra chi guarda e chi è guardato. Nel gruppo, che può arrivare a migliaia di persone, si crea così un clima di amicizia, di simpatia di confidenza, di rispetto fiducioso e ciascuno si sente riconosciuto. È in questo mondo sotterraneo, che nessuno conosce e controlla, che maturano i nuovi rapporti sociali, i nuovi giudizi, i nuovi valori." Sembra che Alberoni non abbia mai usato Facebook, perché anche nei gruppi che contano cinquemila contatti i commenti o i rapporti veri non sono più di dieci, quindici. E non c'è nessun clima di amicizia, in FB è tutto molto autoreferenziale. I rapporti sociali non si creano in Facebook, FB può aiutare ad incontrare una persona che fa il tuo stesso lavoro, ma questo capita "semel in anno". I rapporti sociali, come sempre, si creano per vicinanza fisica, per appartenenza ad una struttura, per rapporti di convenienza-potere. Inoltre non è vero "che nessuno conosce e controlla questo mondo sotterraneo", tant'è che Mark Elliott Zuckerberg (il fondatore di FB) è diventato un billionaire vendendo informazioni di marketing alle multinazionali e inserzioni alle aziende. In buona sostanza mentre qualcuno passa e regala il suo tempo in FB mister Zuckerberg accumula miliardi. Quello di far soldi è un valore vecchio di secoli. Di nuovo mi pare ci sia una malintesa amicizia virtuale che in realtà ha un'unica funzione: essa ammortizza l'isolamento che deriva da una diffusa difficoltà ad avere rapporti sociali, perché la sfida d'incontrare l'altro-altro comporta un impegno e un'energia molto maggiori di un semplice click su FB. Isolamento che è collegato a quel senso di spaesamento che ogni individuo prova nel suo confrontarsi quotidiano con l'esistenza e al quale tenta di sottrarsi, spesso citando motti o frasi proprie o di autori famosi riguardanti il senso della vita, l'amore, l'amicizia, che hanno lo scopo di rendere evidente a sé e agli altri che "è proprio così", "bello l'ho sempre pensato anch'io", un modo di rassicurarsi, di dirsi che esistono delle verità (brevi e lapidarie, pret a porter) e che quindi qualcosa della vita l'abbiamo capito anche noi. Facebook è l'oppio dei nuovi popoli digitali.


Nelle foto: Maurizio Ferraris e Silvano Petrosino presentati da Eliana Villalta; Umberto Galimberti

venerdì 17 settembre 2010

Un libro

Un libro si produce, avvenimento minuscolo, piccolo oggetto maneggevole. È da questo momento preso in un gioco senza posa di ripetizioni; i suoi doppi, attorno e lontano da lui, si moltiplicano; ciascun lettore gli dà, per un istante, un corpo impalpabile e unico; frammenti circolano, che sono fatti passare per lui, che si dice lo contengano quasi tutto e nei quali alla fine gli capita di trovar rifugio.; i commenti lo raddoppiano: altri discorsi in cui deve infine apparire lui stesso, riconoscere le cose che ha rifiutato di dire, liberarsi di quel che, rumorosamente, fingeva di essere. La riedizione in un altro tempo, in un altro luogo, è daccapo uno di questi doppi: né completamente illusione né completamente identità. (…) Mi piacerebbe che un libro, almeno dalla parte di chi l’ha fatto, non fosse nient’altro che le frasi con cui è fatto; che non si sdoppiasse in quel primo simulacro di sé stesso che è una prefazione, e che pretenda di imporre la propria legge a tutti coloro che negli anni a venire potranno essere formati da lui. Vorrei che questo oggetto-avvenimento, quasi impercettibile fra tanti altri, si ricopiasse, si frammentasse, si ripetesse, si simulasse, si raddoppiasse, sparisse infine senza che la persona cui è capitato di produrlo possa mai rivendicare il diritto di esserne il maestro, di imporre quel che voleva dire, né di dire quel che doveva essere. In breve, mi piacerebbe che un libro non si assegnasse da sé quello statuto di testo cui la pedagogia o la critica sapranno ricondurlo; ma che avesse la scioltezza di presentarsi come discorso: battaglia e, insieme, arma, strategia e urto, lotta e trofeo o ferita, congiunture e vestigia, incontro irregolare e scena ripetibile.
Michel Foucault, liberamente dalla prefazione a Storia della Follia

giovedì 16 settembre 2010

La fortuna

La fortuna, per Giordano Bruno, è parte di quella "ruota del tempo" che, modificando incessantemente le situazioni umane, non smette mai di girare, trascorrendo da una condizione all'altra secondo un ritmo che coincide con quello, inesausto, della vita. L'eterna mutazione delle cose non può essere controllata né, tantomeno, bloccata dalla ragione o dalla volontà. Al massimo può essere utilizzata dall'uomo, assecondandone la direzione, per trovare un ritmo adeguato alla propria natura e alla propria qualità. In questo modo viene meno quell'idea di soggetto padrone dell'esperienza e garante della certezza del sapere introdotta dalla filosofia cartesiana. Mentre questa separa il soggetto del sapere dal suo oggetto, per Bruno il soggetto fa tutt'uno col mondo che conosce e ne è modificato secondo forme che non è possibile prevedere in anticipo.
Roberto Esposito

Protecting nature

“Protecting nature or saving creation? Ecological conflict and religious passion”, dialogo nel chiostro della della sala die Cipressi di San Giorgio Maggiore insieme a Mathew Engelke, antropologo, Eric Geoffrey, islamista, Isabella Jurasz, esperta di patristica siriana, Bruno Latour, filosofo, Ignazio Musu, economista, Michael Shellenberger and Ted Nordhaus del Breakthrough Institute, Anne Marie Reijnen, teologa protestante, Simon Schaffer, storico della scienza, Elizabeth Theokritoff, teologa ortodossa, George Theokritoff, paleontologo, Andrea Vicini, teologo cattolico, Eduardo Viveiros de Castro, antropologo e al segretario generale della Fondazione Pasquale Gagliardi. "Alla base del Dialogo ( 14-16 settembre) vi è la diffusa consapevolezza che la gamma di passioni mobilitate dagli ecologisti finora è insufficiente, per livello ed intensità, al compito immane che ha oggi l’umanità riguardo al destino della Terra. Solo la religione sembra essere riuscita, in passato, a mobilitare emozioni ed energie trasformative che hanno prodotto cambiamenti radicali di portata paragonabile alle trasformazioni oggi necessarie. Tuttavia, non è chiaro se un simile livello di energia sia ancora disponibile e sia utilizzabile a questo fine. L’idea è quindi quella di prendere in esame il rapporto tra ecologia e teologia, tentando di esplorare nuovi percorsi in un ambito che rischia facilmente di diventare un accumulo di buoni sentimenti. Due ragioni possono spiegare le relative sterilità di molti dibattiti sulla congiunzione tra eco-logia e teo-logia. In primo luogo, troppo spesso il dibattito è basato su concezioni riduttive e superate della scienza e della tecnica, e su nozioni superficiali, sovente distorte, della religione, in specie di quella cristiana. Riaprire il dibattito sul rapporto tra scienza e fede – un tema notoriamente molto abusato – implica esplorare la tensione tra Natura e Creazione, rifacendosi alle antiche teologie della Creazione elaborate dai primi Padri della Chiesa, ma anche alle diverse tradizioni della teologia naturale. In secondo luogo, quello che viene solitamente del tutto trascurato nell’analisi tra ecologia e teologia è il ruolo dei conflitti e delle passioni. Molti autori sembrano supporre che i due ambiti siano naturalmente e armoniosamente legati, laddove sfortunatamente né la natura né la creazione sono prive di dimensioni drasticamente conflittuali. La questione chiave è dunque forse quella di mobilitare le nozioni, i rituali e le cosmologie che caratterizzano alcune tradizioni religiose, a patto tuttavia di non ignorare i conflitti sottesi al dibattito ecologico e il ruolo essenziale della politica: senza una adeguata considerazione dei conflitti nessuna ecologia politica è possibile."
Il pubblico presente all'incontro non superava le dieci persone. Il mondo accademico, gli studenti e le persone interessate a tali argomenti forse pensano che l'isola da San Giorgio debba essere raggiunta a nuoto.



video

lunedì 13 settembre 2010

Donna


Nessuno può immaginare
Quel che dico quando me ne sto in silenzio
Chi vedo quando chiudo gli occhi
Come vengo sospinta quando vengo sospinta
Cosa cerco quando lascio libere le mie mani.
Nessuno , nessuno sa
Quando ho fame quando parto
Quando cammino e quando mi perdo,
nessuno sa che per me andare è ritornare, e ritornare è indietreggiare
che la mia debolezza è una maschera e la mia forza è una maschera
e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
Ed io glielo lascio credere
E creo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà fosse una loro concessione
E ringraziassi e obbedissi
Ma io sono libera prima e dopo di loro, con e senza di loro
Sono libera nella vittoria e nella sconfitta
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della prigione è la loro lingua
Tuttavia la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio
E al mio desiderio non impartiscono ordini.
Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
Ed io glielo lascio credere
E creo.
Joumana Haddad

sabato 11 settembre 2010

"Puro non senso"

Demolita alla base la Biennale architettura curata da Kazuyo Sejima nel corso dell’incontro “La strada che ha attraversato il mondo” svoltosi sabato scorso ai Giardini e presieduto da Paolo Portoghesi. Hans Kollhoff non ha usato mezzi termini: “Quello che ho visto nei padiglioni è puro non senso. Succede quando passa lo stereotipo dell’architetto come genio solitario che beve un bicchiere di vino, fa uno schizzo e poi magari, come Koolhass, dice Fuck the context”. “Ho letto delle cose riguardo al padiglione Italia sul sito della Biennale di cui c’è da vergognarsi per come sono scritte; se avrò tempo manderò una lettera al curatore” gli ha fatto eco Claudio D’Amato Guerrieri. E ancora Roberto Pirzio-Biroli: “All’estero si può presentare una proposta decisa, non una mostra liquida come questa”. Al centro delle critiche l’icona dell’architetto deus ex machina che agisce in completa solitudine senza porsi il problema della storia, del dialogo con il territorio e i suoi abitanti. Secondo Paolo Portoghesi: “L’architettura è qualcosa di molto diverso da ciò che viene rappresentato in questa mostra e dai media. L’affermazione individuale, che è al centro di quello che chiamo lo starsystem dell’architettura, produce contenitori, eventi, installazioni, che vorrebbero essere arte ma spesso non riescono ad essere né arte né architettura. Gesti solipsistici che non c’entrano nulla con ciò che sta loro intorno. Se dovessi sintetizzare direi che la città è fatta più di rinunce che di spettacolari affermazioni estranee al contesto.” Per Franco Purini: “Sono assenti tre elementi centrali dell’architettura: la riscoperta del luogo che è stata sconfitta dall’atopica di Augé e Bauman, il ruolo narrativo dell’architettura che è capace di parlare agli esseri umani attraverso una presenza cordiale nella scena fissa della vita; la centralità dell’immagine c’è ma è intesa come celebrazione di sé e non come impatto estetico collegato ad un contesto leggibile. La conseguenza è che si sconfina nelle installazioni per richiamare pubblico, spesso in nome dell’incomprensibilità.” Critico anche Slobodan Danko Selinkic: “Si vede che l’amnesia delle origini, della propria storia, l’incapacità di dialogare, rappresentano una tappa psicoanalitica in architettura.” I relatori si sono definiti come una pattuglia di resistenti che difendono un’architettura collegata alla storia, all’uomo, al contesto. “Credo che la mostra – ha concluso Paolo Portoghesi – non debba essere una semplice operazione di rispecchiamento ma una chiamata alle armi intorno ad un tema. Con la “Strada Novissima” proposi il confronto riguardo a un archetipo. Oggi si potrebbero paragonare le opere dello starsystem con quelle di architetti pressoché sconosciuti ai media che però realizzano opere di grande pregio. Un altro tema sensibile era fino a qualche anno fa la difesa dell’ambiente ma oggi sarebbe un po’ scontato. Più stimolante forse una mostra che aprisse il confronto fra opere architettoniche e altre discipline come per esempio la psicologia. Ci sono patologie “architettoniche”, cioè legate agli spazi, e contenuti psicologici delle forme e dei simboli architettonici. C’è bisogno di tornare a parlare di storia, di committenza, di interdisciplinarità, di natura, c’è bisogno di un nuovo umanesimo dell’architettura. “

(nella foto da sinistra: D'Amato, Biroli, Kollhoff, Portoghesi, Selinkic)

mercoledì 8 settembre 2010

Mosaici


Gesù seduto all’inizio del tavolo, poi gli ospiti in ordine d’importanza, Giovanni, Paolo e gli altri. Giuda mangia sotto il tavolo. L’affresco è di epoca bizantina quando il concetto di centralità del Cristo non si è ancora affermato. Sopra la Madonna con il Bambino di fattura quattrocentesca una scritta araba che inneggia ad Allah. La tradizione vuole che l’abbiano dipinta gli otrantini per difendere la chiesa dalle scorrerie dei turchi i quali alla vista della scritta si sarebbero messi a pregare. Il serpente tentatore del paradiso terrestre con la testa di un uccello rapace. La Chiesa di San Pietro a Otranto è un libro composto da tante pagine diverse così come il grande mosaico della Cattedrale eseguito nel 1100 dal monaco Pantaleone: Caino e Abele vicino a Re Artù, poi i mesi dell’anno, l’arca di Noè, la torre di Babele, la scacchiera mussulmana dell’Essere, un misterioso volto da cui si dipartono quattro corpi di animali. E ancora due elefanti che sostengono l’albero della vita, le illustrazioni del libro di Giona, il Minotauro, Satana, le Erinni. Il mosaico rappresenta molto bene l’incessante tentativo dell’uomo di comporre la molteplicità, le differenze. Tentativo che si ripete nei cicli di affreschi medievali e rinascimentali, nei romanzi, nei film, nelle religioni, nelle filosofie, nella scienza e, da ultimo, in Internet che riempie la rete con la multiforme e cangiante diversità delle esperienze. Ma ancora una volta questi tentativi non sono che tessere di un mosaico più grande che non si lascia mai comporre del tutto.
Otranto, agosto 2010

lunedì 6 settembre 2010

Animali

Un vecchio dalla faccia consumata dal sole colpisce con una pietra bianca lo scoglio. I bagnanti assistono attoniti, nessuno interviene. Un cane di grossa taglia si avvicina abbaiando, il suo lungo guinzaglio porta a una donna dalla schiena tatuata e i capelli neri. Il vecchio smette di battere lo scoglio, alza la pietra contro il cane e gli dice “ce n’è anche per te”. La donna tira verso di sé il cane, il vecchio finisce di frantumare lo scoglio, poi si alza soddisfatto e se ne va.
Rincontro il vecchio mentre cammina lungo il mare, lo saluto e gli dico che l’ho visto mentre batteva la pietra forse alla ricerca di qualche conchiglia fossile. Mi spiega che ha solo tolto un pezzo di scoglio pericoloso per chi passa a piedi. Mi racconta che la sua vita è trascorsa nelle cave di pietra vicino Otranto. Tagliava a mano fette di pietra lunghe sei metri e del peso di decine di tonnellate. Il vecchio con la sua mente non è mai uscito da quella cava, anche prima in mezzo agli scogli continuava a lavorare tra le pietre. Poi gli ricordo come ha affrontato a viso aperto quel grosso cane e lui mi spiega che sua padre gli insegnato a non aver paura degli animali ad eccezione degli "animali battezzati", gli unici che possono far del male. Quando lo saluto gli auguro una buona serata e lui mi risponde con una frase antica “Anche a voi a seconda dei vostri desideri che i miei neanche sono pochi.”
Otranto, agosto 2010