lunedì 27 settembre 2010

Seduzioni

Una coppia di mezza età e qualcosa di più, anni già usati ma portati bene, prende il sole in riva al mare. Vicino a loro una coppia più giovane con una bambina evidentemente disturbata che alterna improvvisi sorrisi a gesti aggressivi.
L’uomo della coppia ha con sé due articoli, uno di Zygmunt Bauman, non Barman come scritto per un refuso, e l’altro di Mario Vargas Llosa dedicato al pastore protestante, della sconosciuta cittadina di Gainsville in Florida, che in occasione dell’anniversario dell’11 settembre ha proposto di bruciare il Corano. Entrambi gli articoli evidenziano l’esistenza di confini, da una parte, e fluttuazione, sfilacciamento, annebbiamento dei confini, dall’altra. Scrive Bauman: “In seno ad un’organizzazione, pertanto, una categoria fa di tutto per imporre all’altra, quella che vuole assoggettare a se stessa, un codice di comportamento il più possibile pervasivo e dettagliato, e che idealmente dovrebbe rendere monotamente regolare, e quindi del tutto prevedibile, la condotta dei gruppi così “fissati”. La stessa categoria, per contro, si sforza di tenersi libere le mani ( e le gambe…), cosicché le sue mosse rimangono impossibili da prevedere e continuano a sfidare ogni calcolo e pronostico della categoria condannata alla subordinazione. Potremmo dire che la strategia precipua di ogni lotta di potere consiste nello strutturare la condizione dell’avversario e al tempo stesso “destrutturare” la propria. Ciò a cui puntano le parti che si contendono il potere è lasciare i loro subordinati senz’altra scelta che accettare remissivamente la routine che i loro superiori, attuali o futuri, intendono imporre. Ora i contesti in cui si svolge la lotta di potere hanno subito una trasformazione veramente drastica con il passaggio dalla fase “solida” all’attuale “liquida”: coloro che usano questa terminologia sono in cerca di aggregazioni (alleanze, collaborazioni, coabitazioni, squadre costituite ad hoc) tenute insieme da legami laschi e informali che si possono quindi assemblare, smontare e rimontare, come richiedono le circostanze sempre mutevoli, cioè con un preavviso breve o senza preavviso. Questo contesto fluido dell’agire è quello che meglio si adatta alla loro percezione del mondo circostante come “molteplice, complesso, in rapido movimento”, “ambiguo”, “vago” e “plastico”, incerto, paradossale, persino caotico”. Le organizzazioni aziendali di oggi (sempre che sia ancora permesso usare questa espressione, che Ulrich Beck definirebbe un termine “zombie”) tendono a essere deliberatamente costruite con all’interno un elemento di disorganizzazione. Meno sono monolitiche, più sono rapidamente modificabili, meglio è. I manager hanno accantonato la “scienza gestionale” che suggerisce regole di comportamento permanenti e stabili. Al pari di ogni altra cosa, in un mondo liquido come il nostro, ogni sapere e know-how non può che invecchiare rapidamente e altrettanto rapidamente consumare i vantaggi che offriva un tempo. I manager preferiscono “analizzare la rete di possibilità”, liberi di fare una breve pausa ogniqualvolta l’occasione sembri bussare alla loro porta, e di rimettersi in movimento non appena va a bussare altrove. Non vedono l’ora di giocare al gioco dell’incertezza; preferiscono il caos all’ordine.”
Scrive Llosa: “ Gli effetti non previsti della glorificazione della cultura dello spettacolo – i suoi danni collaterali – sono diversi, e, in particolare, il protagonismo che nella società di oggi hanno raggiunto i buffoni. Questa era una professione nobilissima in passato: divertire, trasformando se stessi in una farsa o commedia ambulante, in un personaggio immaginario che distorce la vita, la verità, l’esperienza, per far ridere o sognare il proprio pubblico, è un’arte antica, complessa e ammirevole, da cui sono nati il teatro, l’opera, le tragedie e forse il romanzo. Ma le cose cambiano valenza quando una società stregata dal bisogno di divertirsi, come suo primo scopo, esercita una pressione che modella e trasforma a poco a poco i suoi politici, i suoi intellettuali, i suoi artisti, i suoi giornalisti, i suoi pastori o sacerdoti, e perfino i suoi scienziati e militari, in buffoni. Di fronte ad un simile spettacolo, molte cose cominciano a disfarsi, i confini tra verità e menzogna ad esempio, i valori morali, le forme artistiche, la natura delle istituzioni e, ovviamente, la vita politica. Non sorprende perciò che in un mondo caratterizzato dalla passione per lo spettacolo, Damien Hirst, un signore che tiene rinchiuso uno squalo in una vasca di vetro piena di formaldeide, sia considerato un grande artista e venda tutto quello che la sua astuta inventiva fabbrica a prezzi sbalorditivi; o che le riviste di maggior diffusione nel mondo, e i programmi più popolari, siano quelli che mettono a nudo davanti al grande pubblico gli aspetti più intimi dei personaggi famosi, che, chiaramente, non sono quelli che si distinguono per le loro conquiste scientifiche o sociali, quanto piuttosto quelli che per gli scandali, gli eccessi o le stravaganze da strada, riescono a guadagnare quei quindici minuti di popolarità che Andy Warhol, un’altra delle icone della civiltà dello spettacolo, predisse per tutti gli abitanti della società del nostro tempo.”
Il bisogno di divertirsi, di leggere notizie strane non è in fondo un modo per compensare/dimenticare la “normalità” delle vite assoggetate alle norme dei gruppi di potere descritti da Bauman, che non vanno naturalmente pensati solo in scala aziendale. L’uso della “stranezza”, della “buffonaggine” è il modo in cui i mezzi di comunicazione esercitano il loro potere in termini di audience e di condizionamento, la “stranezza”, l’imprevedibilità è anche la nota, suonata ad un altro tono, dagli artisti e dai manager per tenere sulla corda il loro pubblico, in generale dal seduttore nei confronti del sedotto. Una riflessione più generale sui limiti: il superarli o ignorarli è anche un’aspirazione esistenziale dell’uomo che dall’ordinario, dalla ripetizione, tenta di sfuggire e quando non ci riesce è prigioniero di qualcuno, qualcos’altro, ma lo è anche quando ci riesce. Un bisogno conosciuto da chi detiene il potere e, quindi, sfruttato.
L’uomo era immerso in queste riflessioni sulle quali avrebbe forse un giorno scritto un saggio, quando si accorse della bambina. I due si sorridono, l’uomo d’un tratto le lancia il berretto. La bambina lo raccoglie, ride con aria d’intesa, poi va da lui, glielo mette in testa e glielo stropiccia sulla faccia. Dopo un po’ si allontana di colpo incupita. La moglie dell’uomo gli si rivolge irritata con voce dura:”Sai che non devi farmi queste cose. Sono troppo sensibile, mi fa male vedere una piccola così; ho già le mie angosce e non ho bisogno di vederne altre.” Ci sono persone, scriveva Bernanos, così sensibili che non possono veder soffrire neanche una bestiola e la schiacciano subito per non vederla più soffrire. Ma l’uomo non pensa che sua moglie sia una “sensibile alla Bernanos”, il suo errore è stato di non tenere per sé quel pensiero. Gli vengono in mente i versi di Marco Lodoli: Bisogna avere un cuore di ferro / come Ulisse, per vivere./ Penelope è davanti a noi e piange / e noi dobbiamo tacere, non possiamo dire niente, / non possiamo commuoverci. / È tutto così chiaro / eppure non possiamo rivelarci.” Poi si mette il berretto in testa e le dà un bacio.
(le citazioni in corsivo sono tratte da un racconto di Claudio Magris)

Nessun commento:

Posta un commento