lunedì 31 dicembre 2012

Futuro-presente


L’incontro era senz’altro organizzato bene, sono gli appunti ad essere scarsi, un mosaico incompleto, con molte tessere che mancano, con molte lacune da immaginare, completare, evidenziare. La parola ubiquità avrà un peso nel 2013, la rete dei cellulari e dei social media, secondo alcuni, ci ha resi ubiqui, ma se siamo in rete non siamo ancor più di prima ognuno al proprio posto con la propria posta nei codici della rete?
La capacità di riscrivere le convenzioni si può apprendere dagli Hunza, un’antica, isolata e longeva popolazione pakistana, o dalla vittoria dell’Uruguay sul Brasile allo stadio Maracanà nel 1950.
Seguono pensieri lenti e veloci, parole turcheggianti come kadirga, nansoma, iktitaf, l’idea di montare e smontare velocemente approdi come gli americani con i porti mobili Mulberry in Normandia. A volte l'ultima parola potrebbe essere no per chi ha detto troppe volte di sí.

lunedì 17 dicembre 2012

Prosecco



Un cinema, le poltrone sprofondate nel buio, il film è Nudo di donna con Nino Manfredi che in una scena cita il Prosecco dell’amico Giuliano Bortolomiol. La libreria in cui si ricorda questa scena è illuminata al neon e attraversata dalla musica. Damiano Visentin scivola sulla fisarmonica come un'onda, al tavolo due scrittori e una manager: Ettore Gobbato autore di Giuliano Bortolomiol, il sogno del Prosecco, Fulvio Ervas con Finché c’è Prosecco c'è speranza, e Elvira Bortolomiol figlia di Giuliano. Due storie, una reale e fantastica, una fantastica e reale. "Un prosecco chiese l’ispettore avvicinandosi al banco. Come lo vuole, tranquillo? Frizzante. Fermentato in autoclave o bottiglia? È lo stesso. L’oste Secondo scosse la testa. L’ispettore appoggiato al bancone, osservava il fondo del flute, immaginando minuscoli esseri che respiravano. Le bollicine salivano formando una spuma, eccitante combinazione di materia." Il fantagiallo di Ervas porta l’ispettore Stucky ad indagare, tra le colline di Valdobbiadene, sullo strano suicidio del conte Ancillotto, ritrovato disteso su una tomba con una bottiglia di champagne tra le mani. Qualche pagina più in là il misterioso omicidio dell’ingegner Speggiorin, direttore del cementificio colpevole di inquinare la terra e le viti.

sabato 1 dicembre 2012

Non esistono delitti perfetti


- Soffro di vertigini, era proprio necessario questo viaggio.
- La tengo io architetto non abbia paura. Guardi, da qui si vedono bene le due anime di Vittorio Veneto, quella che a sud abbraccia la pianura è Ceneda, quella che serra la Val Lapisina a nord è Serravalle. L’ingegner Enrico Forlanini, colletto aperto e cravatta scozzese, teneva sottobraccio l’architetto Santos Dumont con la faccia seminascosta nel paletot nero. Affacciati ad una delle finestre della gondola in alluminio si tenevano i Panama incollati alla testa; Forlanini con la sinistra, Dumont con la destra. Il dirigibile era a circa trecento metri d’altezza, le valvole non segnalavano perdite di pressione, le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere, era una bella giornata di settembre del 1911.
- Sorvoliamo la zona di Sant’Andrea, vede quello è uno dei piloni della teleferica dell’Italcementi che collega lo stabilimento con la cava del monte Pizzoc.

lunedì 26 novembre 2012

Magari ci si rivede


La barba di un giorno, i capelli corti e la giacca a vento che quasi gli tocca le orecchie. Parla in friulano con l’amico di fronte, capello gellato, baffetto e pizzo alla D’Artagnan. Guardo le mani, sono mani grandi con la pelle che sembra corteccia, non lavorano al computer di sicuro. Come comincia una conversazione in treno? Di solito con un’affermazione ovvia, Che tempo oggi, Questi treni sempre in ritardo, Che caldo..., eccetera, il repertorio è vasto, i due parlano in friulano, friulano stretto, Siete dell’alto Friuli? Ecco è iniziata più o meno così la conversazione. Lui, faccia tonda, occhi buoni, ha lavorato quarant’anni nelle acciaierie Danieli vicino a Reana, provincia di Udine. In quarant’anni mai fatto un giorno di ferie, pagavano bene, eravamo milleduecento, dei sindacati neanche l’ombra. L’unghia dell’anulare destro non c’è più, non chiedo quale pressa se l’è portata via. Racconta di una fabbrica con venti turni, sabati e domeniche compresi, della fragilità dell’acciaio, dell’efficienza delle macchine Pomini, le costruivano a Milano, della polvere e del fumo, del caldo che ti faceva sudare anche d’inverno, Portavo sempre una doppia maglia di lana, perché davanti avevo il forno ma

domenica 18 novembre 2012

Fulvio Ervas: più mondo ai ragazzi autistici


Accade che a volte le tesi di laurea abbiano la stessa fantasia e leggerezza dei romanzi che scriverai dopo. Accade anche che dopo Follia docente, Commesse di Treviso, la prima avventura dell’ispettore Stucki, Pinguini arrosto, Buffalo Bill a Venezia, Finché c’è prosecco c’è speranza, L’amore è idrosolubile, definito dalla critica un giallo celestiale, ti capiti di scrivere la storia di un altro ma che diventa tua, e di scriverla così bene che diventa un caso letterario e vende 250.000 copie, e la casa editrice Marcos y Marcos esaurisce la carta per far fronte alle richieste, e che arrivi a fare 134 presentazioni in 6 mesi in giro per l’Italia e all’estero. È capitato a Fulvio Ervas, autore di Se ti abbraccio non avere paura e ospite ieri alla Filanda Bortolomiol di Valdobbiadene con i brillanti Alunni del Sile. Una serata trascorsa tra musica, racconti, letture, domande e risposte.
Ha mai pensato che tutta questa pubblicità potesse essere negativa per Andrea? No, gli abbiamo dato più mondo sono convinto che più mondo gli faccia bene, la mia esperienza di insegnante con ragazzi autistici va in questa direzione. Questo libro l’ha cambiata? Dedico meno tempo alla mia famiglia e alla scuola e questo qualche problema può crearlo, ma non vedo l’ora di tornare a scrivere: ho due nuove storie dell’ispettore Stucki da raccontare. Appena succede avrò più tempo anche per il mio orto. Il suo cognome sembra portoghese, in portoghese ervas vuol dire erbe. No è ungherese, siamo arrivati qui 140 anni fa, anche se ormai ce ne siamo un po’ dimenticati. In Italia siamo circa quattrocento. Davvero la sua tesi di laurea s’intitolava La salvaguardia della mucca burlina? Sì, è andata così: quando mi dovevo laureare in scienze agrarie a Padova chiesi una tesi veloce al professor Bittante. Ho proprio quel che fa per te, disse, e mi spiegò che lo studio riguardava la mucca burlina (una specie che si trova solo sul Monte Grappa ndr). Stai attento, però, aggiunse, questa mucca ha un tasso di false gravidanze altissimo, è un dato che va verificato in ogni intervista. Raggiunsi con la mia Cinquecento le stradine del Grappa ma quando chiesi quel dato al primo allevatore mi guardò come per dire: per forza che la nostra agricoltura è in crisi guarda che incompetenti ci sono all’Università. Era uno scherzo: burlino fu il professore.

mercoledì 14 novembre 2012

martedì 6 novembre 2012

Common Ground tra amache e zombie


Quezon City, Filippine, 16 luglio 2012, uno zombiedrago, con piccoli girasoli luminosi piantati nel corpo si aggira nella notte, entra nei negozi, diverte-spaventa la gente e, poi, quando i girasoli si spengono, muore. Lo incontri al padiglione centrale dei Giardini, sei a Common Ground, la mostra internazionale di architettura che chiude il 25 novembre. Il film di cui ti parlavo è di Khavn De la Cruz, wikipedia dice che è il padre del filmaking digitale filippino. Khavn (http://khavn.com/) ha risposto all’appello di Olafur Eliasson (http://www.olafureliasson.net/index.html) artista danese che ha lanciato il progetto Little Sun (http://films.littlesun.com/), una lampada con la silhouette del girasole alimentata da un pannello solare che le dà un’autonomia di 5/6 ore.

mercoledì 31 ottobre 2012

Una sera al Golden


Allora è andata così, che io al Golden ci dovevo andare col Loris, ma poi il Loris non si è più fatto vivo, l’sms non me l’ha mandato, e io non ci pensavo più, così quando sono in macchina, che piove e sono un po’ stanco perché è stata una di quelle giornate che, mi chiama Ale e ridendo mi dice guarda che sono al Golden stasera, passa dopo, come fai a dire di no, va bene passo, sto mezzora e poi ciao, è che quando arrivo suonano proprio musica divertente al Golden, anche i tipi che la suonano sono divertenti, non le solite canzoni dei  Nomadi, niente De Andrè, finalmente, però all’inizio non li ascolto tanto, sono lì al tavolo che parlo con Giorgio, sì perché c’era anche Giorgio, e la Vale, e Ale, e anche e un paio di sue amiche, però poi a un certo punto il cantante dice Quelli che sono amici di Loris alzino la mano,

domenica 28 ottobre 2012

L'ora legale


“Il giorno in cui sta per scattare l’ora legale, o solare.
Perché non si capisce mai se questa volta scatta l’ora solare al posto della legale, o quella legale al posto della solare.

giovedì 18 ottobre 2012

I segreti di Venezia


Canal Grande visto dall’alto ha la forma di un serpente, simbolo del peccato ma anche della conoscenza, o la forma di un drago, maschera dell’ignoto, di quella che Jung chiamava Ombra, la testa del drago è l’isola di San Giorgio. La scena che torna alla memoria è quella dipinta in una tela di Vittore Carpaccio, che si trova nella chiesa dalmata di San Giorgio degli Schiavoni: San Giorgio in sella al suo cavallo affronta il drago frontalmente, la sua lunga lancia penetra dall’alto verso il basso nella bocca del mostro alato. Sul terreno giacciono corpi mutilati e teschi, in prospettiva un paesaggio collinare, le 
architetture di una città ideale su una baia fanno da sfondo a una principessa che prega.


lunedì 15 ottobre 2012

Lettera a un kamikaze


Come altri, è un libro che, non si trova più in libreria, solo in qualche biblioteca, eppure non sono passati più di otto anni da quando Khaled Fouad Allam lo pubblicò per la prima volta con Rizzoli. Si intitola Lettera a un kamikaze. Allam scrive a un terrorista che cammina carico di morte verso il suo obiettivo, uno che passa oltre ciò che lo circonda, come un treno che non rivedrà mai più i paesaggi che attraversa. È un libro scritto di getto dopo aver partecipato a una trasmissione televisiva in cui una ragazza di Gerusalemme, sopravvissuta ad un attentato kamikaze, disse che non amava gli arabi;  Allam che le siede accanto capisce che quel giudizio rischia di essere il pensiero del mondo e così scrive una lettera che si interroga sul male, sui cattivi maestri, sul Corano, sulla scrittura.

sabato 13 ottobre 2012

Tunisi, taxi di sola andata



“Corre veloce quest’autista silenzioso, forse contrariato per l’ora e una corsa imprevista. Lo sguardo fermo sulla strada, non mi guarda nello specchietto e non attacca bottone come gli altri. Ascolto il profumo del suo gelsomino infilato dietro l’orecchio e mi lascio portare.” Sophie, la protagonista di Tunisi, taxi di sola andata (ed. No Reply), ultimo libro di Ilaria Guidantoni, scivola fra le strade di Tunisi incontrando i protagonisti della rivoluzione all’indomani della caduta di Ben Ali. Ma non è solo un reportage giornalistico, è anche la storia del suo amore per Jean Philippe: “Salgo l’ultima rampa di scale che porta all’attico e improvvisamente avverto una stanchezza pesante, mi mancano le forze. Giro per le stanze nella penombra e piango come non facevo da anni, eppure è come se non sentissi nulla. Solo di dover essere triste.” Una narrazione in presa diretta,  sembra di essere a Tunisi con Sophie: “Guardarci da fuori è vedere un quadro d’antan con quattro donne che conversano sotto il portico in una sera d’estate, sorseggiando the alla menta, degustando datteri farciti e sgranocchiando frutta secca”.

martedì 9 ottobre 2012

Il pittore e l’iPad


Insieme al filosofo del tablet, Maurizio Ferraris autore di Anima e iPad, c’è anche il pittore del tablet: si chiama David Hockney e proprio oggi è uscito il suo A bigger Message, per i tipi di Einaudi. Nel libro Hockney, considerato fra i più grandi pittori britannici, scrive: “L’iPad può diventare tutto quello che vuoi che sia. Si può passare il tempo a fare dei giochi, a guardare Youtube, a navigare in rete o, come me, a disegnare. Picasso ne sarebbe andato pazzo. L’iPad è come un foglio di carta infinito. È possibile cambiare  le dimensioni in qualsiasi momento.

domenica 7 ottobre 2012

Magris e Villalta


Dobbiamo andare laggiù, Sei sicuro? Sì guarda, non dove c’è tutta quella gente, ma lì in fondo sulla sinistra, Non adesso? No abbiamo ancora un paio di minuti, Secondo te la gente è interessata? Guarda che coda, teatro esaurito, Sì, ma non vuol dire, magari vengono così, Alcuni sono così, Finisco il mio cubano, come si chiama questo hotel? Moderno, Ci si potrebbe ambientare una storia, una storia anni trenta, Hai fame? No no, e le tue scritture come vanno? Solito, sai come sono le case editrici ... ma quella non è Ginevra? Sì è lei, ci ha visto, hai da accendere che si è spento? Ok dobbiamo andare, ma che storia scriveresti su questo hotel? 

mercoledì 3 ottobre 2012

Gli equilibristi interculturali


Muoversi sul filo che conduce verso l’altro è un esercizio che richiede attenzione, sensibilità, empatia. Si cerca un passaggio, uno “stare-tra” le trame di visioni del mondo diverse. Si diventa equilibristi interculturali: il termine è di Anna Granata, pedagogista e ricercatrice dell’Università di Torino, che lo ha usato per la prima volta nel libro Sono qui da una vita e che ieri all’auditorium Stefanini di Treviso ha presentato il suo ultimo lavoro: Intercultura, report sul futuro. Un dialogo a più voci, un libro che diventa metafora dell’accoglienza, dell’incontro, del confronto fra differenze.

lunedì 1 ottobre 2012

I bambini di Damasco

Qualche giorno fa, il 26 settembre, sul  Corriere della Sera, appariva questo articolo a firma a di Alessandra Farkas che riprendeva l'inchiesta di Save the children http://www.savethechildren.org.uk/news-and-comment/news/2012-09/exposed-crimes-against-syrias-children sui bambini di Damasco. La notizia che avrebbe dovuto trovarsi sulle prime pagine di tutti i quotidiani, inspiegabilmente era relegata nelle pagine interne. Scrive Farkas: "La guerra civile in Siria è «una calamità regionale con ramificazioni globali» che «minaccia la pace nel mondo e necessita un intervento da parte della comunità internazionale e soprattutto del Consiglio di Sicurezza».

martedì 25 settembre 2012

Augé: il futuro rubato


“Ci hanno rubato il futuro, si sono presi il nostro tempo”. Le pronuncia sottovoce ma spaccano i timpani, sono una sveglia che non vuoi sentire le parole di Marc Augé nel chiostro della biblioteca civica di Pordenone. Questo signore, dal volto francescano incorniciato da un’argentea barba, sorride e parla con misura. C’è una sola parola che ripete diversa dalle altre, con pienezza leggera, con forza silenziosa, con entusiasmo trattenuto : Temps. Ma chi ha ucciso il nostro tempo? Gli autori del delitto sono due: la crisi della finanza che ha cancellato ogni progetto e la tecnologia che ci tiene inchiodati all’istante con i telefonini e Internet.

giovedì 20 settembre 2012

Il post it sulle cose

Le parole servono  a prima vista a dare un nome alle cose, come se per ogni oggetto della realtà ci fosse un post it che dice mela, albero, casa. Le cose si complicano quando alle parole corrispondono concetti, sentimenti, ideali: libertà, amore giustizia. E si complicano ancor di più quando si tratta del nostro nome, quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, da dove viene questo nome, che rapporto ha con il nostro volto? E se il nome è quello di una persona vissuta nel passato a chi/cosa corrisponde? Forse il nome gioca di volta in volta un gioco diverso.

martedì 11 settembre 2012

Ghezzi


L’ultima scena è onirica, Jean Dastè sei tu, il tuffo dall’Atlante, e sott’acqua Enrico Ghezzi nuota in un  groviglio di riflessi, più a destra Massimo Donà suona la tromba curvo che sembra Chet Baker. Nuota Ghezzi nella storia del cinema, anzi nel Cinema, e la sua voce è differita, come quando lo vedevi a Fuori Orario con le cuffie da telegrafista, i capelli arruffati, la voce polverosa, la luce sottomarina; la voce di Ghezzi rinvia a una passione totale, a una discesa senza ritorno nei fotogrammi. Non simula niente, nuota nell’Arrivée d’un train en gare à La Ciotat o ne L’uscita dalla fabbrica, “che già annunciava il mondo come controllo di facce ... grazie al cinema si acchiappano i facinorosi”,

domenica 9 settembre 2012

Letto a una piazza


“Una città che trasforma  la sua piazza in una camera da letto è una città in cui vale la pena vivere”, dice Edoardo sonnecchiando sotto le coperte in Piazza Flaminio. Roberto ha sorpreso romanticamente sua moglie Serena: “Per il compleanno ti porto a dormire fuori questa sera”, lei è rimasta senza parole quando ha visto la location. Silvia e Margherita hanno scelto la dormita open air per meravigliarsi. Con lui altre trenta persone che hanno scelto di dormire sotto le stelle dando vita alla performance Deja Vu ideata da Pierluigi Slis.

sabato 8 settembre 2012

Avere vent’anni




Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita», scriveva Paul Nizan nel 1931. “Avere vent’anni a Tunisi e a Il Cairo” è il titolo dell’ultimo libro del sociologo e scrittore Khaled Fuad Allam (in libreria in autunno) che scompagina lo stereotipo della Primavera araba: “Non c’è rivoluzione nel mondo arabo, non è possibile - sostiene Allam. Lo scardinamento temporale tra un prima e un dopo appartiene alla cultura occidentale, tanto che Albert Soboul intitola un suo famoso saggio 1789, l’anno primo della libertà, nel pensiero islamico invece il tempo non appartiene agli uomini ma a dio.”

Proust è jazz


Proust è jazz ha detto Enrico Rava, dove una volta la pietra si trasformava in polvere, nell’atmosfera postatomica dell’ex Italcementi, accanto all’amico e filosofo Massimo Donà, da un’idea ne nasce un’altra, una sterzata improvvisa incontra nuove strade, una petite madeleine come un semplice tema jazz può portarti ovunque, verso un finale inaspettato, in una depressione profonda perché non sei riuscito a suonare come volevi, a giocare con la banalità per cambiare regole già scritte come Paul Auster in Trilogia di New York, Davis, Baker, Monk, sono chiarissimi, poi a un certo punto

venerdì 7 settembre 2012

Intercettazioni


Al negozio della Pimpa h 20.43, 6 settembre 2012
Sono rimaste quindi   48 no 50 sedie, Fino a dove siamo arrivati? Oltre il varco, Ma fa effetto, fa riempimento? Sì, guarda che per la festa di domani sera con i sacchi di cemento per terra non possono fare lì il palco, quindi lo fanno nell’altra parte dove c’è quella cosa alta, viene lì il djset,
A me basta una prolunga, basta che mi lasci una prolunga 10 metri, io dentro gli faccio trovare un faro da cantiere, dobbiamo collegarci in due, Sto pensando, il faro di cantiere che spina ha?

giovedì 6 settembre 2012

Anima e Tablet (6)


Nel sesto e ultimo capitolo di Anima e iPad intitolato Corpus (escatologia) Maurizio Ferraris guarda a cosa ne è di noi dopo la morte: come sopravvive la nostra anima, la nostra coscienza? Non, come avevamo immaginato da bambini, incontrando i nostri amici e parenti lassù, oltre le nuvole, ma tra gli spettri della rete, tra le mille facce di Facebook, nel Totentanz di Youtube, o nel silenzio di un libro.

mercoledì 5 settembre 2012

Attenti a non inciampare


La favela di San Augustin a Caracas e Vittorio Veneto hanno una cosa in comune: vanno cambiate, riattraversate, condivise. Nella capitale venezuelana ci sta pensando lo studio Think Tank, a Vittorio Veneto ci prova da sei anni Comodamente. Nei dintorni di Piazza Flaminio spunta un orto sulla “spiaggetta” del Meschio, un cubo di Rubik su tappetto verde e pallet vicino al ponte, dopo decenni si apre la burella (passaggio segreto) di Casa Gandin, detta anche di Salomone, e nascono dei giardini su strani animali di legno accanto a grandi mammelle illuminate. Sono le sette le installazioni del concorso internazionale di architettura Locus Amoenus

martedì 28 agosto 2012

Uomini o automi?

Siamo uomini o automi? Assomigliare ad una macchina non è un’idea che ci diverte, eppure i nostri respiri , il battito del nostro cuore e altre funzioni si svolgono indipendentemente dalla nostra volontà. La teoria freudiana attribuisce all’inconscio la causa dei nostri comportamenti, le neuroscienze invece li spiegano in termini biologici.

lunedì 27 agosto 2012

Piccioni e gelati


L’ “artista” svizzero Julian Charrière s'improvvisa imbianchino di piccioni a Venezia con la performance “Pigeon safari is open in Venice”. Nell’articolo, oggi sul Corriere della Sera, l’intento dell’artista è definito toccante e romantico: ”(...) ciascun piccione –dice Charrière - ha una sua identità, se la si riesce a manifestare con il colore la si rende riconoscibile.” Charrière se le mangi lei le sostanze che ha fatto ingoiare ai piccioni e ci racconti poi che effetto le fa andare in giro con la faccia blu cobalto o rosso amaranto. 

lunedì 20 agosto 2012

Anima e Tablet (4)

Il quarto capitolo di Anima e iPad di Maurizio Ferraris avrebbe potuto intitolarsi Nulla di sociale esiste al di fuori del testo invece di .doc (sociologia). Che differenza c’è tra immaginare di sposarsi e sposarsi davvero, tra immaginare di vincere alla lotteria ed essere il possessore del biglietto fortunato, tra immaginare di avere molto soldi e possederli realmente? Semplice, tra la mia testa e la realtà c’è sempre un testo, un documento, una registrazione:

venerdì 17 agosto 2012

As an embroiderer

The writer plays around with patterns and textures, with adjectives, words, verbs, commas, points. Details attached sideways, take on the allure of raised tales. There are also deep signs, fastened between veiled characters to create plot effects.

lunedì 13 agosto 2012

La vita

Questo brano di Seneca è stato scritto duemila anni ma potrebbe essere stato scritto anche ieri. Leggendolo vengono in mente volti e storie che conosciamo. "La vita se sai usarne è lunga.

giovedì 9 agosto 2012

L'ombra di un viso

"Avevo scritto un testo sulla scrittura e la differenza che cominciava così: Scrivo per non avere più un volto. Era un'intuizione, una specie di verità profonda che usciva dal mio inconscio: non avere più un volto è un modo  di cancellarsi, di non mettersi in mostra. Se ho qualcosa da dire, se merita di essere detto, allora bisogna scriverlo e non gettare un'ombra sulle parole, l'ombra di un viso che tende a piacersi troppo. "
Tahar Ben Jelloun, Marocco, Romanzo
Un brano che ha fatto discutere gli amici di FB, un'interessante conversazione che riporto:

lunedì 6 agosto 2012

Anima e Tablet (3)

Iter è il terzo capitolo di Anima e iPad di Maurizio Ferraris. Il filosofo torinese riflette sulla ripetizione come elemento comune all’uomo e alla macchina: “l’iterazione (e la registrazione che la rende possibile) è l’essenza della tecnica.” Registrazione è per Ferraris ogni forma di scrittura, dal sms al video, dagli archivi dei nostri computer a quelli del cellulare, a quelli della rete.

domenica 5 agosto 2012

mercoledì 1 agosto 2012

Anima e Tablet (2)

Tabula, il secondo capitolo di Anima e iPad di Maurizio Ferraris si apre con un’affermazione impegnativa “La tabula è la condizione di possibilità del pensiero”. In queste pagine,

lunedì 30 luglio 2012

Scrittura e libertà

“La scrittura è precisamente questo compromesso tra una libertà e un ricordo, è quella libertà piena di ricordi che non è libertà se non nell’attimo della scelta, ma già non più nella sua durata.

venerdì 20 luglio 2012

È facile

“Cogliere quanto c’è di comune tra la nostra tesi e quella di chi ci contraddice, importa più che fissare affrettatamente punti di vista esclusivi con i quali si conclude come inutile la conversazione.

venerdì 13 luglio 2012

Morsi, assaggi e degustazioni letterarie


Il racconto dei racconti, l’Odissea, comincia intorno ad una tavola: le storie sono vitali come il cibo, sapore e sapere hanno la stessa radice. Sulla terrazza del bed and breakfast Micasatucasa di Refrontolo, in provincia di Treviso, la cucina è tornata a coniugarsi con l’arte del narrare in tre piacevoli serate di giugno. Nel primo incontro la lettura delle pagine dell’Odissea e la spiegazione di tecniche narrative si sono intrecciate ad un tasting eclettico: Pasta alla caponatina di Montalbano, Torta al formaggio Satyricon, Straccetti omerici allo zenzero, Madeleine proustiane.

Ritmi e danze dal mondo 2012

Un racconto per immagini
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mercoledì 11 luglio 2012

Anima e Tablet (1)




Anima e iPad
Perché Maurizio Ferraris abbia intitolato il suo libro Anima e iPad e non Anima e Tablet è una domanda che lasceremo sospesa. Perché l’immagine di copertina mostri lo schermo di un tablet che riflette il volto di un uomo che è disegnato senza testa è anche questione che sarebbe da approfondire.
Non basta il sottotitolo E se l’automa fosse lo specchio dell’anima: lo specchio infatti non tronca le teste. Nemmeno il mito specchiante di Narciso prevede quest’insolita evirazione. Maurizio Ferraris, allievo del grande Jacques Derrida e professore di filosofia teoretica all’Università di Torino, in questo saggio pubblicato per i tipi di Guanda, ci accompagna passo passo in una funambolica dimostrazione sulla stretta analogia fra l’anima e il tablet.
Tablet ricorda di più il latino tabula (titolo di uno dei capitoli del libro), ma Ferraris postjobsiano oltre che postderridiano rimarca: “Un primo nome pensato per l’iPad era Mac Tablet. Forse è stato abbandonato per quella parvenza un po’ scozzese, da clan o da whisky, e si è preferito suggerire  la continuità con gli iPod e gli iPhone, e magari venire a comporre una singolare coniugazione para-inglese (I Pad, You Tube ecc.); ma sta di fatto che comunque “pad” è di nuovo un supporto per scrivere, il blocco giallo che si vede nei legal thriller americani.”
Nel primo capitolo intitolato Psyché si risale all’origine, alla parola greca ànemos che vuol dire vento e a psyché, che vuol dire anche farfalla.  Si passa quindi a Platone che sosteneva la centralità della parola detta rispetto a quella scritta: “l’idea è - scrive Ferraris - che le cose importanti si annidino in una interiorità palpitante, e che si manifestino meglio di tutto con la parola vivente e animata, invece che con la lettera esterna e fredda.” Fra le citazioni riportate anche  san Paolo: “Lo spirito vivifica e la lettera uccide”.
Dopo aver messo in luce la contrapposizione tra spirito e corpo, tra vivo e morto, Ferraris mette in discussione questo dualismo sostenendo che l’anima, il software, l’immateriale esistono grazie  ad un corpo, un hardware, una macchina. 

Il ragionamento si sposta quindi sul tema della memoria che costituirebbe l’essenza, la qualità per eccellenza dell’anima. E che cosa consente di ricordare? La lettera, la scrittura. La tesi è quindi la seguente: non c’è anima senza memoria, c’è anima dove esiste memoria (e nel tablet ce n’è un sacco di memoria ... di anima vedremo). L’anima è un libro animato (animated book o a-book). Il brano sulla metafora anima-libro che chiude il capitolo è tratto dal Filebo di Platone:

“Socrate: Talvolta mi sembra che la nostra anima assomigli a un libro.
Protarco: E come? 
Socrate: Mi sembra che la memoria, combinandosi insieme alle sensazioni, e quelle disposizioni dell’anima, che si verificano in questa situazione, talvolta scrivano quasi delle parole nella nostra anima: e quando viene scritto il vero, accade che in noi vi siano opinioni vere e veri discorsi, ma se questo scrivàno che è dentro di noi scrive il falso, deriveranno cose opposte alla verità .
Protarco: Certo, mi pare sia così, e accetto le tue parole.
Socrate: Devi però ammettere che anche un altro artefice si trova in quel caso nelle nostre anime.
Protarco: E chi è?
Socrate: Un pittore, che dopo lo scriba ritrae nell’anima una rappresentazione di quelle cose che sono state dette.
Protarco: Come e in quale momento diciamo che vi sia questo artefice?
Socrate: Quando, conducendo lontano dalla vista o da qualche altra sensazione l’oggetto delle opinioni e dei discorsi di un tempo, uno vede dentro di sé le immagini di ciò che è stato pensato o detto. Non avviene forse così dentro di noi?
Protarco: Ma certamente?"

lunedì 9 luglio 2012

La cattiva musica

 “Detestate la cattiva musica, ma non disprezzatela. Dal momento che la si suona e la si canta ben di più, e ben più appassionatamente, di quella buona, ben di più di quella buona si è riempita a poco a poco del sogno e delle lacrime degli uomini... Quante melodie, di nessun pregio agli occhi di un artista, fan parte della schiera dei confidenti scelti dai giovanotti sentimentali e dalle innamorate!...Un certo ritornello insopportabile, che ogni orecchio ben nato e ben educato rifiuta all’istante di ascoltare, ha accolto in sé il tesoro di migliaia di vite, di cui fu la viva ispirazione, la consolazione sempre pronta, sempre aperta sul leggio del pianoforte, la grazia sognante e l’ideale...Uno spartito di mediocri romanze, consumato per aver troppo servito, deve commuoverci come un cimitero o come un villaggio. Che importa che le case non abbiano stile, che le tombe scompaiano sotto le iscrizioni e gli ornamenti di cattivo gusto. Da questa polvere può levarsi in volo, davanti ad un’immaginazione abbastanza benevola e rispettosa da mettere a tacere un attimo la sua alterigia estetica, lo stormo delle anime recanti nel becco il sogno ancora verde che faceva loro presentire l’altro mondo, e le induceva a gioire o a piangere in questo.”
Marcel Proust,  I piaceri e i giorni

Quell’ultima parola

Scrive Flaubert: “Ancora non sappiamo quasi niente e vorremmo indovinare quell’ultima parola che non ci sarà rivelata mai. La frenesia di arrivare a una conclusione e la più funesta e sterile delle manie.”

venerdì 6 luglio 2012

Commandments

Work on one thing at a time until finished.
Start no more new books, add no more new material to "Black Spring."
Don't be nervous. Work calmly, joyously, recklessly on whatever is in hand.
Work according to Program and not according to mood. Stop at the appointed time!
When you can't create you can work.
Cement a little every day, rather than add new fertilizers.
Keep human! See people, go places, drink if you feel like it.
Don't be a draught-horse! Work with pleasure only.
Discard the Program when you feel like it—but go back to it next day. Concentrate. Narrow down. Exclude.
Forget the books you want to write. Think only of the book you are writing.
Write first and always. Painting, music, friends, cinema, all these come afterwards.
Henry Miller, on Writing

venerdì 29 giugno 2012

To preserve

We have to preserve something, preserve is also guarding, watching over, in German Wahrheit, truth, is related to Wahren, to preserve, (Heidegger recalls to its truth as truth-bewahren and to the truth as un-truth, Un-Wahrheit). The problematic of guarding runs throughout our letters, our attempt to preserve. To preserve and to reserve are etymologically the same, from the Latin reservare, to keep back, i.e. to guard in the French sense. Guarding is a syntax of a vigilance in truth, we are couriers through a life which changes sign at every moment. This vacillation is set forth more obviously, more thematically in Das Unheimliche (Heimlichkeit is also the German name of what we have in mind as the genealogy of the properly familiar). Our walking-working in Das Unheimliche, in a map of unknown (unheimlichen) routes attempts to recording differances of rhythm. A differential, and not an “alternating” rhythm, namely a Zauderrythmus (English: “vacillating”) Zaudern is to hesitate, certainly, but it is above all to temporize, to defer, to delay. Some couriers, some letters, rush forward in order to reach the final aim as quickly as possible. But, division of labor, another group comes back (revient) to the start of the same path (dieses Weg zurück) ) in order to go over the route and “so prolong the journey” (So die Dauer des Weges zu verlängern). Between the two groups, on the same map, a network coordinates, more or less well, more or less regularly, communications, transports, locals and expresses, switch points, relays, and correpondences. The map is always problematic: the repressed drive  “ungebändigt immer vorwärts dringt”, undisciplined, refractory, untamed, never permitting itself to be bound or banded by any master, it always pushes forward.
(liberamente da The Logic of Correspondence di Stohl Nori)

giovedì 28 giugno 2012

Banchetto 2

La prima cosa che si presentò alla vista di Sancio fu un vitello intero, infilzato in un olmo intero per spiedo; e nel fuoco su cui doveva arrostire ardeva una bella montagnola di legna, e sei pentole che stavano tutt’intorno al fuoco non erano state fatte davvero sullo stampo delle comuni pentole; perché erano sei mezze tinozze, e ciascuna poteva contenere tutta la carne d’una beccheria; contenevano e risucchiavano in sé interi montoni, senza parerlo, neanche fossero stati dei piccioncini; le lepri già scorticate e le galline che erano appese agli alberi in attesa d’esser sepolte nelle pentole non avevano numero; gli uccelletti e la cacciagione d’ogni genere erano infiniti, appesi agli alberi perché l’aria li mantenesse freschi . Sancio contò oltre sessanta otri di oltre venti fiaschi l’uno, e tutti pieni, come poi risultò di vini generosi; e c’erano cataste d’un pane bianchissimo come si vedono i mucchi di grano nell’aie; i formaggi, sovrapposti come mattoni a incastro, formavano una muraglia, e due caldaie d’olio più grandi di quelle di una tintoria servivano a friggere roba impastata che con due grandi pale toglievano di lì già fritta e la tuffavano in un’altra caldaia, vicina, dov’era già pronto il miele. I cuochi e le cuoche erano più di cinquanta, tutti puliti, svelti e contenti. Nel ventre aperto del vitello c’erano dodici teneri e piccoli porcellini di latte che, ricuciti di sopra, servivano a dargli sapore, a intenerirlo. Le spezie d’ogni sorta pareva che non fossero state comprate a libbre, ma a staia, ed erano tutte esposte all’aperto in una grande arca. Insomma tutta l’attrezzatura delle nozze era rustica ma così abbondante che avrebbe potuto dar da mangiare ad un esercito.
Don Chisciotte della Mancia, Miguel de Cervantes

lunedì 18 giugno 2012

Verso la verità


Il nostro rapporto con la verità passa attraverso gli altri. O andiamo verso la verità con loro, o non è verso la verità che andiamo.
Merleau Ponty, Elogio della filosofia (1953)

domenica 3 giugno 2012

La partita

Si correva insieme lungo le fasce laterali, il pallone rimbalzava come una fragola nella macedonia, il Mauri era sempre al posto giusto nell'area di rigore, non lo muovevi neanche con un tir, e poi quella luce, all'improvviso, è per quello che hanno segnato, Erwitt e gli altri si sono guardati e han detto Non vale, quei due fari chi li aveva accesi, così, di colpo, puntati come due razzi sul portiere ...

giovedì 24 maggio 2012

Perché vola il tappeto?

Ma perché vola il tappeto? Ci viene insegnato che nella lingua araba classica una radice comune lega tappeto e farfalla e certo non soltanto per la fascinazione dei colori. Il tessere e l' annodare alludono di per sé alle vicende ordite per gli uomini da invisibili mani. E si sa come il vocabolo greco che indica l' attimo senza ritorno, da cogliere come un fiore miracoloso kairos sia usato per definire un altro indefinibile: la momentanea, lampeggiante fissura tra l' ordito e la trama in cui la spola penetra fulmineamente, come la lama mortale tra i due pezzi di un' armatura. Ma perché vola il tappeto? Un libro pieno di sapienza, che riferisce press' a poco tutto quanto la Persia classica e soprattutto la Persia mistica hanno insegnato intorno ai fili che corrono tra cielo e terra, ci getta forse con negligenza persino la chiavina d' oro che può dare accesso all' ultima stanza del tappeto: questa piccola, ironica terra che può volare. Si allude in questo libro a una ricomposizione spirituale dell' Eden, anzi addirittura di un mondo precedente all' Eden, dove la pietra e la stella, la rosa e il cristallo, la fonte e lo spino, l' animale feroce e il delicato si apparentano in una dimensione che le racchiude tutte, e si direbbe che la quarta non sia la definitiva. Esso racconta di città smeraldine Jabalqua e Jabarsa dalle mille porte dove sono realizzate all' infinito (proprio come in un tappeto persiano) le differenti specie di immagini originarie formanti una gerarchia di gradi diversificati dalla sottigliezza o la densità. Tali città fanno corona, se così si può dire, al Monte Kaf, centro e insieme cerchio del mondo, del quale così spesso è fatto cenno nelle Notti: cuore di quella inestricabile cosmogonia che è la Storia di Hasib el Karim o della Regina dei Serpenti. Ancora, come il tappeto, la superficie di quelle città è quadrata, indizio di perfezione e di totalità. Che il tappeto orientale voglia offrire uno specchio della divina freschezza di un mondo senza colpa ce lo dicono, d' altra parte, i quattro fiumi paradisiaci che nascono talvolta dalla nicchia d' orazione: così essi sgorgano nei mosaici cristiani, mutati nelle fonti cristalline dei Vangeli, dalla roccia su cui si erge l' Agnello, o traversano tragicamente il manto cosmico del vescovo bizantino. I mistici cristiani leggevano nell' orto misterioso del Cantico un' immagine del giardino dell' innocenza, dove l' anima non è impegnata in altra operazione che sorvegliare dall' inizio della primavera la crescita dei fiori. Siano comunque edeniche o precedenti all' Eden queste terre trasfigurate, queste terre in visione, non vi perviene per gradi quell' intrepido viaggiatore, colui che si raccoglie in orazione sul tappeto? Qui si trova il sentiero che conduce alla sorgente di vita.... E' ragionevole che le meditazioni di tali uomini si concludano qualche volta in levitazioni, in quei voli nei quali il corpo sembra scoccare dall' arco teso della mente rapita. Di simili stati, così abituali nella storia della contemplazione occidentale, un san Giuseppe da Copertino è forse la testimonianza massima. La danza contemplativa di san Domenico, librato da terra sulla punta degli alluci, mani tese e congiunte sopra la testa come una freccia ne offre un profilo ancora più grafico. I due enigmi si scioglierebbero, allora, mutuamente e simultaneamente: il tappeto vola perché è terra spirituale, i disegni del tappeto annunciano quella terra, ritrovata nel volo spirituale.
Cristina Campo, Gli imperdonabili, ed. Adelphi, Milano, 1987

martedì 22 maggio 2012

Restano tre cose

Di tutto restano tre cose:
la certezza
che stiamo sempre iniziando,
la certezza
che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza
che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell'interruzione,
un nuovo cammino,
della caduta,
un passo di danza,
della paura,
una scala,
del sogno,
un ponte,
del bisogno,
un incontro.
Fernando Pessoa

domenica 20 maggio 2012

Il desiderio e la nuvola

Il desiderio, sola molla del mondo, il desiderio, solo rigore che l'uomo debba conoscere. Dove potrei meglio adorarlo, se non da dentro la nuvola? Le forme che viste da terra prendono le nuvole agli occhi dell'uomo non sono affatto fortuite; sono augurali. Se tutta una corrente della psicologia moderna tende ad evidenziare questo dato, è certo che Baudelaire l'ha presagito in una strofa del Voyage, dove l'ultimo verso fa eco in modo inquietante ai primi tre, caricandoli, insieme, di senso:
Les plus riches cités, les plus grands paysages
Jamais ne contenaient l'attrait mysterieux
De ceux que le hasard  fait avec le nuages.
Et toujours le désir nous rendait soucieux
Le più ricche città, i più grandi paesaggi,  non possedevano mai il fascino misterioso che il caso creava con le nuovole. E sempre il desiderio ci rendeva pensosi.
André Breton, L'amor fou, traduzione di Ferdinando Albertazzi, Einaudi, Torino, 1974

domenica 13 maggio 2012

La vera storia dei tappeti volanti

Di tappeti volanti si parla per la prima volta in un'iscrizione rinvenuta a nei monti Elburz e nel trattato di astronomia di Ur Nanshè. Di essi non è rimasta traccia, ma ad essi si riferisce la cronaca compilata intorno all’dodicesimo secolo da Ali ibn Tahir, ambasciatore persiano in Siria.

La storia racconta che il vecchio Sharkàn, alchimista e maestro nella lettura del Talmud, stupì la regina di Saba.  Dopo l’incoronazione le regalò un piccolo tappeto che poteva librarsi da terra fino all’altezza delle orecchie di un cavallo. La regina rimproverò Sharkàn perché il popolo per giorni non parlò di altro e mancò di onorarla come lei desiderava. L’anziano talmudista chiese scusa e proseguì gli esperimenti volanti di nascosto. Alcune antiche illustrazioni mostrano cieli stellati attraversati dalla figura di un uomo seduto sopra un arazzo.  Molti anni dopo re Salomone nella stanza dei libri si accorse di un meraviglioso tappeto. Era di seta verde, con ricami d’oro e d’argento, tempestato di minuscoli zaffiri e turchesi, intrecciato con fili immersi nel rosso delle cocciniglie raccolte nei giardini di Kashan. Le sue dimensioni erano cinque volte quelle dei tappeti destinati al corredo dei Cavalieri del Sorriso. Salomone si accomodò al centro e cominciò a scrivere il libro dei Proverbi, quando a un tratto si trovò a volare sopra la città e poi più in alto delle nuvole. Il tappeto seguiva i suoi occhi, lo portava in l’alto se mirava al cielo, e in basso se cercava le fontane luccicanti tra le case. Poteva spostarsi ad una velocità superiore del vento. Tra i suoi viaggi al-‘Awtabi ricorda quello fra Istakhr e Gerusalemme.  Nella regione di Nizwa visitò un palazzo abitato da un’aquila che gli disse di essere arrivata in quel luogo ottocento anni prima;  anche allora il palazzo era disabitato ma in ottimo stato.
La cronaca di Tahir è purtroppo illeggibile in alcune sue parti a causa del cattivo stato di conservazione del manoscritto. I capitoli sulla tecnica di costruzione dei tappeti volanti sono frammentarie. Nella traduzione effettuata a fine Ottocento dallo Zoteborg nel suo The Flying Carpet, Myth or Truth si legge: 

mercoledì 2 maggio 2012

Il tappeto volante, tre incontri sulla scrittura e sulla trama

I segreti e la bellezza di una composizione non si comprendono al primo sguardo, il filo del discorso e quello di un tessuto si possono perdere, l’intreccio a volte può diventare un garbuglio. E i tappeti volanti? Esistono davvero e potrai salirci sopra. Nel libro The thousand and one nights, a cura di Edward William Lane (London 1865), si spiega anche come realizzarli. Se t’interessa volare e non perdere il filo del discorso, vieni ai nostri incontri, dove parleremo di tappeti e scrittura.

Giovedì 17 maggio
Shiraz, I fili del discorso
Giovedì 24 maggio
Tabriz, Il viaggio magico
Giovedì 31 maggio
Isfahan, Incroci di parole
Ci troveremo dalle 20.30 alle 22.30 nella Sala dei Pensieri, all’interno del negozio Kamal tappeti orientali in Corso Mazzini 58 a Conegliano (Tv). Nella prima parte dell’incontro saranno illustrate tecniche di composizione e tessitura, seguiranno letture e scritture.
Per info e iscrizioni: 3482526490 / 3479372731

domenica 22 aprile 2012

Veli da sposa e passioni rivoluzionarie

Tre donne di cultura araba, tre scrittrici, tre mondi, hanno parlato dei loro libri a Venezia nella tavola rotonda Sguardi di Donne del Mediterrano, durante la manifestazione Incroci di Civiltà. Cominciamo dall’ironia della farmacista egiziana Ghada Abdel Aal, che da qualche anno ha aperto un fortunatissimo e seguitissimo blog:  http://wanna-b-a-bride.blogspot.com (Voglio sposarmi). Post dopo post ha raccontato i buffi incontri organizzati dalla famiglia per farle incontrare un ragazzo da sposare, per combinare un matrimonio da salotto. Alle sue avventure si sono aggiunte quelle delle amiche e al successo del blog è seguita la pubblicazione del libro per un importante editore arabo e poi le edizioni in altre lingue; in Italia è uscito con il titolo Che il velo sia da sposa (Epoché). Con garbo e simpatia ha raccontato in inglese che la gente in Occidente spesso fa confusione fra donne afgane e donne egiziane, le chiedono se non si senta oppressa, o se può guidare la macchina, e altre sciocchezze del genere. “Le donne egiziane – ha detto – non sono meno oppresse di quelle italiane, anche loro sono impegnate ad affermarsi in campo professionale e a combattere contro pregiudizi maschilisti.” Questo è un brano dal suo uomoristico blog: “Comunque io non ce l'ho con Haytam, perché so di averlo ferito la volta che ho rifiutato la sua proposta di matrimonio, nonostante il ragazzo sia molto chic (viene a prendere l'immondizia con indosso abiti Versace, i capelli a spazzola e una mano sempre in tasca) e nonostante sia un tipo facoltoso (ha una B.M.V., cioè una Brutta Macchina Vecchia).
Ma è che la vena liberale e proletaria che è in me cozza contro la mia vena borghese, sofista e imperialista (aprite un dizionario qualsiasi e traducete voi, per favore. Adesso non ho tempo per spiegarvi!) e alla fine mi sono vista costretta, seppur con dispiacere, a rifiutare la sua proposta e il ragazzo deve averla presa male. Probabilmente ho urtato la sua sensibilità. Ed è per questo che, ogni volta che veniva a prendere l'immondizia da noi e mi vedeva passare davanti alla porta, mi guardava, faceva un bel respiro profondo e gridava con quanto fiato aveva in gola:
- Monneeeeezzaaaaaaa!!!
Io naturalmente non l'ho mai presa sul personale. Proprio per niente. Sapete che ho il cuore tenero! Anzi, gli ho sempre augurato ogni bene, finché il Buon Dio non gli ha concesso la grazia di farlo fidanzare con la ragioniera Nermin.”
Alawiya Sobh, invece, ha una scrittura intensa e passionale. Vive a Beirut e dirige la rivista femminile Snobì diffusa in tutto il mondo arabo, un magazine che parla di bellezza, vita di coppia, sesso, mondanità, diritti delle donne. Il suo nome e passione, edito in Italia da Mondadori, è stato censurato nei paesi arabi: che una donna affronti temi come l’omosessualità, la sessualità, il tradimento, rappresenta senza dubbio un pericolo in società religiose basate sulla superiorità dell’uomo. Con voce affettuosa Alawiya ha letto in arabo alcuni brani del suo romanzo: “Quando ci abbracciavamo e i nostri corpi diventavano uno, avevo la sensazione che i miei fianchi, le miei mani, il mio collo, ogni parte del mio corpo fossero  come le lettere dell’alfabeto arabo, che si curvano, si rigirano, si lamentano, si struggono, si crucciano pur di restare appiccicate, pur di penetrarsi a vicenda, e che il mio ventre, come la lettera nun, allargava le braccia per riceverlo.”
“Mia signora, dicono che la donna ha novantanove zone erogene, ma non le elencano. dicono che il pudore impedisce che le si nomini e le si renda note. (...) In ogni caso gli uomini amano le donne a prescindere dalle novantanove zone erogene, basta un’unghia del piede ad eccitarli.”
Piglio istrionico e capigliatura leonina, l’algerina Malika Mokkedem ha letto con grande trasporto in francese un brano inedito del suo ultimo romanzo La desiderance. È la storia di un amore tragico: lui muore nella speranza di attraversare il Mediterraneo, lei lo apprende da una telefonata della guardia costiera e si mette alla ricerca dei responsabili. Malika Mokkedem, dopo la laurea in medicina a Orano, emigrò in Francia a causa della sua opposizione al regime algerino. Il mare è al centro de La desiderance, come già di N’Zid. In una sua intervista dice: “Durante i miei primi diciassette anni di vita in Francia ho passato tutte le estati a navigare. Alla fine degli studi ho persino solcato il Mediterraneo per sei mesi di fila con il progetto di un viaggio attorno al mondo in barca a vela. Mollare gli ormeggi, staccarsi dal molo allontanando la barca con il piede, prendere il mare mi dava una vertiginosa sensazione di libertà, sommata ad un piacere atavico. Il Mediterraneo si offriva a me come un cuore che batte tra le due rive della mia sensibilità. Ed è a forza di frequentare il mare aperto che ho trovato il senso della parola infinito: l’infinito è la libertà.”
Al termine dell’incontro è però successa una cosa strana, è stato impossibile fotografare le tre scrittrici assieme, né, a pensarci bene hanno conversato fra di loro, nè al pubblico si è permesso di rivolgere loro delle domande. Ci si può trovare ad un incrocio e sorridere cortesemente ma incontrarsi, capirsi e parlarsi davvero è un’altra cosa e non è una questione di lingua o cultura ma di volontà. 
foto: da sinistra Malika Mokkedem, Ghada Abdel Aal, Alawiya Sobh.