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martedì 14 febbraio 2012

Adné sadé

Non lontano da me, nell'altipiano, vidi un gruppo di strane persone che confabulavano guardandomi meravigliate.
Ma come è stato possibile che questo morto sia giunto fino a noi? Forse un mostro cattivo ce l'ha portato qua dall'inferno per prenderci in giro.
Ma forse è vivo? Mi pareva che avesse aperto gli occhi.
Vivo quest'uomo? Ah ah ah? Ha aperto gli occhi ? No signor edàn di campagna, la tua fantasia ti ha ingannato. Hai mai visto un uomo sradicato che viva sulla terra? Come potrebbe inspirare l'aria dopo aver tagliato il suo cordone ombelicale? Vivo? Ma da dove succhierebbe i suoi umori vitali senza aver radicato in terra il suo ombelico? Soltanto gli adné sadé come noi, connessi al terreno, possono sopravvivere sulla terra.
Ma chi ti dice che non possano vivere anche uomini deconnessi, come succede per gli animali selvatici o per gli uccelli del cielo?
Esseri umani deconnessi, ah ah, se pensi che ciò sia possibile, vieni che tagliamo anche il tuo cordone ombelicale e vedrai come è piacevole e bella la vita degli umani deconnessi!
Vi fu un'esplosione di risate per tutto l'altipiano.
(Da un racconto di Yehuda Leib Benyamin Katzenelson(1846-1917) tradotto da Amos Luzzatto per l'incontro Errare, Casa delle Parole, Venezia, 14 febbraio 2012)

mercoledì 8 febbraio 2012

Una prefazione

Mi sono sempre piaciuti i negozi pieni di tante cose, quelli che in vetrina hanno il cavallo d’ottone consumato, le poesie di Baudelaire, una collana di perle, gli scacchi in palissandro, l’Eberhard con il vetro segnato, il necessaire con il pennello in osso, i bicchierini di Murano con l’orlo dorato, le cartoline degli anni Trenta, la zanna d’elefante, la foto di un derviscio rotante, il portasigarette in argento, una broche floreale. Questo libro assomiglia a uno di quei negozi, o a uno di quei siti come Youtube o Amazon, si entra per curiosare qui e là.
Come quando accolti nella casa di un vecchio amico che non vedevamo da tempo, e in attesa che sia pronta la cena, ci soffermiamo nel salotto davanti alla libreria e scorriamo i titoli mentre parliamo d’altro, poi ad un certo punto attratti volume dicendo Ah bello ce l’ho anch’io, oppure Non l’ho mai letto, mi sembra interessante.
È anche un buffet, quelli con le tartine di tanti colori che non sai quale scegliere, e allora mordicchi a caso sperando d’indovinare.
T’immagino mentre sfogli queste pagine alla ricerca di un’idea, di una parola, di uno spunto, per leggere e per scrivere a tua volta qualcosa, o per distrarti mentre sei in coda ad un semaforo o in posta, o, infine, per trovare una bella frase e dedicarla alla persona che ami.
Certo avrei potuto, forse, realizzare un negozio specializzato, attenermi ad una trama e preparare dei semplici tramezzini, ma davvero non ci ho pensato e ora non c’è tempo per qualcosa di diverso.

sabato 4 febbraio 2012

Querce

La diversità degli alberi creava uno spettacolo che mutava continuamente. I faggi, dalla scorza chiara e liscia, confondevano le loro corone; i frassini curvavano mollemente i loro rami grigioazzurro; nelle ceppaie dei carpini si drizzavano gli agrifogli simili al bronzo; poi una fila di esili betulle inclinate in pose elegiache; e i pini simmetrici come canne d'organo, ondeggiando continuamente  pareva che cantassero. C'erano  querce rugose, enormi, che si torcevano  come se volessero strapparsi dal terreno, si stringevano le une alle altre, e, immobili sui tronchi simili a torsi, si lanciavano con le braccia nude richiami disperati, minacce furibonde, come un gruppo di Titani immobilizzati nella loro collera.
Gustave Flaubert, L'educazione sentimentale, trad. di Lalla Romano

martedì 24 gennaio 2012

Tempo perso

A volte capita di imbattersi nelle scritture altrui e di sentirle in parte anche proprie. Sono scritture che nascono da metafore dell’esistenza e per questo ci toccano, in misura maggiore o minore.  Tommaso Pincio racconta di sé in un intenso  articolo intitolato Sono diventato scrittore per paura dell’inserto La lettura del Corriere della Sera. E ricorda un romanzo che tratteggia come pochi altri la condizione umana: Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati.
“Perdo tempo come si perde il sangue - recita una breve poesia di Tommaso Landolfi, e fu per l’appunto questo lo stato d’animo con cui scrivevo: la sensazione di dover fare presto, perché avevo tergiversato troppo, perché avevo dissipato gli anni migliori nell’attesa di un’occasione- scrive Tommaso Pincio. Scrivevo pensando ai minuti sprecati facendo niente, ai minuti che diventano ore e alle ore che diventano giorni. Scrivevo pensando alle serate sprecate bivaccando in un pub, discutendo con gli amici delle cose che avremmo dovuto fare da adulti, poco considerando che lo eravamo già, adulti. Scrivevo, infine pensando ai mesi, e dunque agli anni sprecati facendo il lavoro che facevo. Che lavoro facevo? Lavoravo presso una galleria d’arte contemporanea all’epoca. Nominalmente la mia qualifica era quella di direttore, un elegante eufemismo per significare  che la galleria non era mia , che ero un semplice dipendente. Volendo chiamare la cosa col suo vero nome, tuttofare sarebbe termine più corretto, perché in effetti proprio questo facevo: di tutto.”
Dopo qualche riga la citazione dal Deserto dei Tartari: “I mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili di quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia stessa età altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fluire e mi domandavo anch’io se un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non  avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire”.
Viene in mente il Viaggio di Astolfo sulla Luna e lo straordinario modo in cui Ariosto racconta  quel che accade lungo il fiume Lete o dell’Oblio: “Incontrammo quel vecchio che veniva verso di noi con le piastre, snello nelle membra e più veloce di un cervo. Quando arrivava sulla sponda del fiume scuoteva il lembo del mantello e rovesciava nelle torbide onde le piastre con impressi i nomi. Quasi tutte sprofondavano e sparivano ricoperte dalla sabbia. Intorno al fiume volavano corvi e avidi avvoltoi, cornacchie e vari uccelli, ma solo due cigni avevano il potere di togliere qualche nome dall'oblio afferrando la piastra con il becco e posandola su un'isola dove una bella ninfa l'appende nel tempio della Fama.
Il vecchio che getta nel fiume tutti quei nomi, di cui solo pochi rimane Fama, è il Tempo. E, come i cigni che portano i nomi al tempio, così sulla terra sono i poeti, rari come i cigni, a togliere dall'oblio gli uomini degni.”  In fondo la speranza è quella di essere ricordati, di avere un po’ di fama, ma forse si tratta di una fantasia, prima dell’essere ricordati (per quanto tempo? Come? Da quanti? In che parte del mondo?) perché non cercare di capire perché vorremmo esserlo.  E poi in  fondo in fondo lo sappiamo che le cose che ci rendono davvero felici sono semplici e per niente complicate, come l’aria della mattina a marzo, una nevicata, uno sguardo, quel caffé inatteso, trascurabili momenti di felicità, eppure...eppure, detto con i versi di Riccardo Held, È quello che non c’è quello che manca. 

sabato 21 gennaio 2012

Ferite narcisistiche

"...Freud ha visto bene le implicazioni di questo portare l'inconscio in primo piano quando ha parlato delle tre grandi ferite narcisistiche che il pensiero moderno ha arrecato agli uomini. La prima ferita narcisistica è stata quella inflitta da Copernico: l'uomo non è più al centro dell'universo perché la Terra è semplicemente un pianeta che gira intorno al sole insieme ad altri pianeti; la seconda ferita è stata quella provocata da Darwin, che ha mostrato come l'uomo non sia una creatura che viene direttamente da Dio, ma piuttosto un animale che viene da una filiera biologica, da cui si differenzia per via evolutiva; la terza è che la coscienza non è la sovrana assoluta che voleva la tradizione - e in fondo anche quando noi guardiamo noi stessi, magari per giustificarci, ci rendiamo conto che le cose non stanno così, che c'è tanto di non conosciuto che ci determina e ci guida." A queste considerazioni svolte da Umberto Galimberti in Freud, Jung e la psicoanalisi se ne potrebbe aggiungere una quarta: quando l'uomo moderno dice che Dio non esiste annuncia la sua esclusione da un progetto divino di cui pensava di essere il centro.

domenica 8 gennaio 2012

Limitati

I pensieri si ripetono ma non del tutto uguali. Così due scrittori lontani tra loro come José Saramago e Thomas Bernhard, in due romanzi molto diversi L'anno della morte di Ricardo Reis (1984) e Il soccombente (1983), propongono la visione dell'uomo come essere insufficiente, limitato, mutilato.
Saramago: "...oggi in Spagna ci sono troppi storpi, soffro al pensare che il generale Milàn d'Astray potrebbe stabilire le basi di una psicologia di massa, uno storpio che non abbia la grandezza spirituale di Cervantes cerca di solito consolazione nelle mutilazioni che può far patire agli altri (...) Non c'era bisogno di andare tanto lontano, tutti siamo storpi."
Bernhard: "Se guardiamo con attenzione gli uomini, vediamo solo dei mutilati , ci disse una volta Glenn, mutilati nel corpo o nello spirito, non c'è altro, pensai io. Più a lungo osserviamo un uomo, più mutilato ci appare, egli è talmente mutilato che all'inizio non vogliamo crederci, come invece dovremmo. Il mondo è pieno di storpi. Quando camminiamo per strada incontriamo solo mutilati, e se invitiamo qualcuno ci accorgiamo presto di avere uno storpio per casa."

martedì 3 gennaio 2012

"To Sara"

Il libro era unico per la dedica "To Sara" e il disegno di un fiore. Lo regalò a uno sconosciuto dopo averla aspettata a lungo.

domenica 1 gennaio 2012

La scoperta di Von Kempelen


Nel 1769 il Barone Wolfgang Von Kempelen inventò "il Turco”, un automa capace di giocare a scacchi. Prima dell’inizio della partita Von Kempelen raccontava le qualità della sua straordinaria invenzione e apriva alcuni sportelli affinché il pubblico si rendesse conto dei complicati ingranaggi che la componevano.
Nel 1783 “il Turco” meravigliò l'imperatore Giuseppe II a Vienna e sconfisse Benjamin Franklin a Parigi, e poi Federico il Grande di Prussia, e anche Napoleone in sole 24 mosse! Quando Von Kempelen morì, "il Turco” venne acquistato da certo Johann Maelzel e la sua fama attraversò i cinque continenti fino a che, nel 1826, durante una tournèe in America, due ragazzini videro una donna uscire dalla macchina: all’interno c’era posto per un giocatore in carne e ossa che comandava le braccia del manichino dopo aver appreso le mosse dell'avversario di turno grazie a dei magneti che le riproducevano su una piccola scacchiera. Per vedere utilizzava una candela il cui fumo usciva dal turbante e si mischiava a quello dei candelabri messi vicino al fenomenale “automa”.
Maelzel morì nel 1834, la macchina finì in un museo cinese a Philadelphia e fu distrutta da un incendio vent’anni dopo. Resta qualche domanda tra le ceneri: le partite giocate fino al 1826 con il Turco sono vere o false? E in che senso si può dire che lo siano? E se dietro Google ci fosse un colto bibliotecario, per esempio uno alla Borges?

venerdì 23 dicembre 2011

No me meuve, mi Dios, para quererte

Soneto A Cristo crucificado
No me meuve, mi Dios, para quererte
el cielo que me tienes prometido,
ni me mueve el infierno tan temido
para dejar por eso de ofenderte.
Tù me mueves, Senor, mueveme el verte
clavado en una cruz y escarnecido,
mueveme ver tu cuerpo tan herido,
muevenme tus afrentas y tu muerte.
Mueveme, en fin, tu amor, y en tal manera,
que aunque no hubiera cielo, yo te amara,
y aunque no hubiera infierno, te temiera.
No me tienes que dar porque te quiera,
pues aunque lo que espero no esperara,
lo mismo che te quiero te quisiera.
San Juan de Avila (Almodovar del Campo 1500-1569)

Sonetto a nostro Signore sulla croce
Non è un motivo, Signore per amarti
il cielo che hai promesso di donarmi,
non è un motivo il timore dell'inferno
a non recarti offesa per paura.
Sei tu il motivo, Signore, è la tua vista
Così deriso e inchiodato sulla croce
Sono tutte le piaghe del tuo corpo,
gli affronti, la tua morte ecco il motivo
il tuo amore è il motivo e così grande,
che ti amerei se non ci fosse il cielo
e avresti, senza inferno, il mio timore.
Non voglio niente in cambio per amarti
E, anche se sperassi ciò che spero,
questo mio stesso amore resterebbe vero
San Juan de Avila (Almodovar del Campo 1500-1569)
traduzione di Riccardo Held

domenica 18 dicembre 2011

Il sorriso della Mezzaluna


“Un fedele prega: Mio Dio fa’ diventare il Ramadan come i mondiali di calcio: una volta ogni quattro anni in un paese diverso.” La battuta è citata insieme a molte altre ne Il sorriso della Mezzaluna (ed. Carocci) scritto da Barbara De Poli insieme a Paolo Branca e Patrizia Zanelli. Barbara De Poli vive tra Venezia e Rabat studiando “i musulmani nel terzo millennio”, per citare il titolo di un altro suo saggio. Insegna Storia e istituzioni del Vicino e Medio Oriente a Ca’ Foscari e Storia del Medio Oriente e Storia dell’Africa alla Scuola di Governance di Rabat. Il sorriso della Mezzaluna indaga con rigore scientifico l’ umorismo arabo proponendo un panorama inedito di barzellette e vignette che seguono filoni analoghi a quelli dell’umorismo occidentale. Sul rapporto fra i due sessi:
“”Un uomo torna di fretta dalla moglie dopo una notte trascorsa con l’amante e la moglie gli chiede: Dov’eri Superman? A giocare con gli amici. E hai vinto, Superman? Sì. Ti sei divertito Superman? Sì, ma perché continui a chiamarmi Superman? Perché ti sei messo le mutande sopra i pantaloni.”
“Un bambino chiede al padre “Papà anche gli asini si sposano? No, caro, tutti gli asini si sposano.”
Sulla religione si ironizza con garbo: “Un maestro chiede ad un alunno: Chi è il Profeta che parlava con gli animali? Risposta: Nostro signore Tarzan, la pace sia con lui.”
”Un imam comincia così la sua predica: Ho due notizie da darvi, una buona e una cattiva... La buona è che finalmente so quanto costerà la nuova moschea ...La cattiva è che i soldi li prenderò dalle vostre tasche.”
L’ironia, come in Occidente, ama prendere di mira alcuni gruppi etnici piuttosto di altri: “Come fai a capire se chi cucina il pesce è un berbero? Se per ammazzarlo gli tiene la testa sott’acqua.”
“Un iracheno apre una concessionaria di auto e sull’insegna scrive: specializzati in auto-bomba.”
Si ride e si prende in giro quindi anche all’ombra della Mezzaluna ma con una differenza fondamentale rispetto all’Europa: “Le barzellette hanno libera circolazione nella trasmissione orale – spiega De Poli – la situazione si complica quando satira e ironia ambiscono a una diffusione mediatica su carta stampata o via etere, e soprattutto se hanno come oggetto politica o religione. Nell’autunno del 2006 un settimanale di Casablanca subì una chiusura di due mesi per aver pubblicato un dossier di copertina dedicato alle barzellette, e gli autori del servizio furono condannati a tre anni di carcere con la condizionale e a 8000 euro di multa. Emblematico a questo proposito anche il caso del periodico Demain (Dumàn) fondato da Ali Lmrabet. A causa delle vignette molto critiche sullo stato della democrazia in Marocco, Lmrabet fu condannato a quattro anni di reclusione e la pubblicazione del giornale sospesa.”
Il sorriso della Mezzaluna quindi non sarà tradotto in arabo. “No, perché i musulmani sanno ridere, i loro governi un po’ meno. Il problema è politico, non religioso.”
Ha in programma altri libri sull’argomento?
“In queste pagine ci siamo concentrati principalmente sul Marocco e sull’Egitto, si potrebbero allargare gli studi ad altri paesi e a determinati momenti storici. Alessandra Laurito, una mia allieva, sta preparando una tesi sulla satira dei manifestanti di piazza Tahrir. Un lavoro analogo potrebbe essere iniziato in Libia, Tunisia, Siria.”
(Vignetta: le truppe dello zio Sam provano le nuove munizioni preparandosi all'occupazione dell'Iraq - Dumàn, n. 16, 26 febbraio 2003)

mercoledì 14 dicembre 2011

La scrittura

Perché vedi, o Fedro, la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I prodotti cioè della pittura ci stanno davanti come se vivessero, ma se li interroghi tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano le parole scritte: crederesti che potessero parlare quasi che avessero in mente qualcosa; ma se tu, volendo imparare, chiedi loro qualcosa di ciò che dicono, esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che si sia messo per iscritto, ogni discorso arriva alle mani di tutti, tanto di chi l'intende tanto di chi non ci ha nulla a che fare; né sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato e offeso oltre ragione esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi.
Platone, Fedro

martedì 13 dicembre 2011

-), ke, xché

E adesso prendiamo il disegnino, cioè l'ideogramma. si mandano messaggi con quelli che si chiamano smiley: :-) :-( :-| ;-) (contento, triste, indifferente, furbetto) ecc. Ora, si avrà la bontà di dirci in che senso tutto questo costituirebbe un sintomo di prevalenza del parlato. Lo aveva capito bene già Hegel, ancorché privo di telefonino. Gli ideogrammi (visto che è di quello di cui si tratta) sono l'essenza della scrittura, di una scrittura che può radicalmente fare a meno della voce, ed è per questo che avevano tentato uno uno sfrenato intellettualista come Leibniz, appassionato ricercatore di una lingua del pensiero. E prendete l'ideografia di Frege: anche qui troverete qualcosa di molto simile ai piccoli ideogrammi da e-mail o da telefonino. Al massimo, nelle e-mail e negli sms, piuttosto che un'ideografia troviamo una patografia, l'abbreviazione non di un'idea ma di un sentimento. Infatti le faccine e altri accorgimenti si chiamano in giapponese emoji, e in inglese emoticons, cioè emotion icons, icone che veicolano emozioni; anche se in Cina e in Giappone, per queste "emoticone" (in italiano, lo ammetto, fa un po' ridere) si adoperano non solo le faccine, ma anche gli ideogrammi che stanno per "riso" e "pianto".

Prendiamo la formula . Che sarebbe tipica del discorso parlato, come si legge tante volte: nei messaggi di email intervengono per l'appunto le formule, le clausole, le sigle, creando un creolo scritto-orale. Immagino che ci si riferisca ad abbreviazioni come ASAP che sta per as soon as possible ecc. Ma ecco il punto: ho appena scritto "ecc.": è un intervento del parlato nello scritto? Non direi. E se avessi scritto "p.es.", di nuovo sarebbe arduo pretendere che c'è un ritorno creolo dell'oralità, a meno che questo ritorno non ci fosse sin dall'inizio, dalle lapidi romane e dai codici medievali, zeppi di abbreviazioni tra cui il famigerato @, che stava per apud, "presso", proprio come i.e. sta per id est, e & per et. Se poi mi arriva un cartoncino solido in un bel corsivo inglese che mi invita a una festa o a una cerimonia, è facile che trovi, in basso a destra, nel posto deputato alla firma, una formula per niente diversa da ASAP,solo meno perentoria: RSVP, répondez s'il vous plait. E prima o poi, ne ho una certezza strana, mi troverò sotto una lapide in cui magari starà scritto R.I.P., requiescat in pace. Intervento del parlato nello scritto? Creolizzazione? Beato chi ci crede. Abbiamo a che fare con ovvie abbreviazioni dii una scrittura alfabetica a livello sintattico e grammaticale (Still waiting! invece che I am still waiting for you) e grammaticale: B4B= business for business; CU = se you; U2 = you too; GOOD4U = good for you, ASL = age, sex, location ( e in italiano, Xché, Xme ecc., a cui si aggiunge ora "ke" al posto di che, ma era per l'appunto la formula del placito di Capua, prima attestazione di unn volgare italiano: "Sao ke kelle terre..."). Ora tutte queste abbreviazioni esistevano molto prima dell'e mail, e dunque della presunta creolizzazione.
Maurizio Ferraris, Dove sei? Ontologia del telefonino

venerdì 9 dicembre 2011

Lola

Nella pinacoteca alcuni quadri di fine Ottocento. Naufragio mostra una nave in difficoltà in mezzo alla tempesta, va verso gli scogli che si intravedono tra le onde. In Pareya en un jardin due coniugi: Lui ha regalato i fiori che giacciono abbandonati sulla panchina; Lei lo guarda con pena; Lui guarda verso il basso e gioca con il ventaglio; hanno circa trent’anni ma sono già stanchi di stare insieme. Lola la piconera ha gli occhi luminosi, le dita affusolate appoggiate al bordo della scollatura, un anello con tre cuori sovrapposti, il fiocco rosso vivo tra i capelli, gli occhi scuri ed intensi che sembrano veri.

lunedì 5 dicembre 2011

Una raffica di mitragliatrice

Consiglierimilitari pochi tanti cartolineprecetto soldati tanti troppi imboscate paludi elicotteri feriti infermieri Mekong napalm risaie ancoranapalm caldo umidità zanzare VietCong bombardieri documentari telegiornali lamorteindirettatv WalterCronkite aereidatrasporto portelloniaperti barechiuse salutomilitare onorimilitari vedove anomedelPresidentedegliStatiUniti bandiereripiegateatriangolo caldo umidità zanzare reduci droga TheWashingtonPost fronteinterno sit-in prigionieridiguerra torture rouletterussa sanguevero sangueinbiancoenero brividi pazzia giungla liberauscita prostitute sifilide dollari marijuana caldo umidità zanzare laprimadiplomazia ancoradiplomazia OffensivaDelTet bivacchi sentinellenelperimetrodelcampo notte proiettilitraccianti luci ombre apnea rumore paura pallottole trappole Giap Westmoreland fuoco missinginaction giungla piastrinemilitaristrappatedaipetti Kennedy Johnson Nixon caldo umidità zanzare lettere mogli madri figli BobHope spettacoliperlatruppa giungla pioggiagelatasulsudorecaldo sudorifreddi primidubbi certezze nuovidubbi primoturnoalfronte secondoturnoalfronte carrieramilitare ideali falsiideali caldo umidità zanzare morfina buche cunicoli alfa tango foxtrot charlie charlie tanti charlie villaggi MyLay vecchi donne bambini capanne zippo lanciafiamme caldo umidità zanzare diviseverdi berrettiverdi giungla Saigon ambasciataamericana momentifrenetici documentibruciatinelcaminetto arrivaunelicottero presto fatepresto tuttisultetto evacuazione lafine.
Duilio Daniele

domenica 4 dicembre 2011

L'amo

Eco per suono, ombra per forma, papà e mamma
generazione in generazione
sotto il mio profilo, e sotto il tuo
come fa l'acqua per il sasso
far risuonare e lasciare vibrare.
il sempreverde, buccia, guscio, conchiglia, ma
grande scherzoso cielo di uno e di tutti:
uno da una parte e tutti dall'altra.
Confini segnati, educazioni ordinate,
cortesie e inviti. Niente per le buone maniere, niente a che fare.
Fusa.
Scodinzola la coda.
Si spalancano braccia.
A me tedesimo. Solo che se mi prendi in ostaggio?
La pazienza ha un limite.
Se mi metto ad aspettarti, già sei entrato
spero solo di riconoscerti per gesto o per occhio.
Tuffo. Penetra e smuove.
Freccia. Se centra e se colpisce.
Fango. E si bagna il piede.
Parassita. E virus.

Diversamente essere
cercando di non perdersi oppure
perdersi – parzialmente - volontariamente
con-prendere
in nuova disposizione
lasciare andare
accogliere il fastidio
generosità soffocanti
pieno straripante
noi fra noi
lasciarti andare
ri-cercare nuovi equilibri
io - corpo
io - mente
alterizzazione necessaria
trattenersi
scivolando fra contrasti
prestarsi al reciproco temporaneo
sprofondare
come in ampie poltrone
mescolando le nostre lingue
respiransi senza fretta
Marianna Andrigo e Aldo Aliprandi

giovedì 1 dicembre 2011

Avventure


"Qualcuno pensa che i miei racconti siano solo colossali bugie. Ci tengo a dire che quanto scritto in questo libro è solo il fedele resoconto dei miei molti viaggi per mare e per terra e delle mie avventure di guerra e di caccia."

"Uno che come me sa cavalcare un cavallo eccezionale come il mio lituano, potete star certi che è in grado di cavalcare qualsiasi cosa... Allora, senza stare a pensarci troppo, mi misi accanto ad uno dei nostri cannoni più grossi che stava sparando contro il nemico e in un baleno saltai sulla prima palla in uscita. Per mia fortuna, però, mentre volavo a cavallo della palla di cannone, mi resi conto che questa mi avrebbe di certo fatto entrare in città, ma da lì probabilmente non sarei mai uscito, perché i Turchi mi avrebbero catturato, fatto prigioniero e probabilmente impiccato, allora come vidi passare una palla nemica diretta al nostro accampamento ne approfittai e ci saltai in groppa, facendo così ritorno sano e salvo al campo."
da Le avventure del barone di Münchausen di Rudolf Raspe e Gottfried Bürger

domenica 27 novembre 2011

Stupidità

La stupidità è talmente diffusa tra gli uomini che uno stupido trova sempre uno più stupido di lui pronto a seguirlo.
Voltaire

sabato 26 novembre 2011

Il monaco "mucca"

Disposto sul grande leggio centrale, non possiede né indici, né capitoli, né paragrafi. La lettura procede, si potrebbe dire, a vista, fruendo come bussola delle splendide figure miniate. Non si tratta per il monaco di tradurre il testo in sintesi concettuali, quanto invece di incorporarlo nella memoria e di riprodurlo nei vari casi della vita per motti e citazioni. E il monaco stesso è definito, non a caso, figurativamente una mucca, perché tutto il giorno, mentre fa il burro, accudisce gli animali, coltiva l'orto e il giardino, continuamente rumina borbottando il libro sacro. Non si tratta per lui di leggerlo, quanto di incorporarlo, di "mangiarlo".
Carlo Sini in Al di là del testo, riprendendo Nella vigna del testo di Ivan Illich.

giovedì 24 novembre 2011

Solitudine

Trascorriamo la maggior parte del tempo con noi stessi ma viviamo in mezzo agli altri. La solitudine è una terra di mezzo tra il nostro modo di vedere le cose e il mondo, tra il segno e il sogno, e anche, come scrive José Saramago nell'Anno della morte di Ricardo Reis, una incomprensione in noi stessi: "La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo alla pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice." Una distanza che per Jankélévitch (La menzogna e il malinteso) nasce dalla menzogna: "La vera punizione dei ciarlatani è la perdita della loro ipseità: dal momento che essi non sono né ciò che sono e che sepplliscono nel silenzio, né ciò che gli altri credono che essi siano e che in realtà sono solo per truffa, bisogna concludere che essi non sono più niente. Sono delle anime in pena, delle coscienze spettrali (...)." La solitudine, il deserto, da un'altra prospettiva, è l'unica via per conoscere Dio. Scrive Giovanni della Croce nella Salita al Monte Carmelo: "Devi passare per dove non sai; per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove non hai niente; per giungere a dove non sei, devi passare per dove ora non sei; per giungere interamente al tutto, devi rinnegarti totalmente in tutto."
E il linguaggio, probabilmente, gioca un ruolo fondamentale nel regolare le distanze, sebbene il vero significato delle parole sia a volte come un albero lontano e irraggiungibile nella pianura, o un fantasma che si mostri e nello stesso tempo si dissolva.

venerdì 18 novembre 2011

Valvasor

Il treno partì da Bologna ma non erano scesi tutti: Johann Weichard Valvasor, morto nel 1693 in Carniola, era rimasto a bordo in una conversazione nata per caso. Suo nonno era un commerciante di Telgate, vicino Bergamo, sua madre una Rauber, famiglia di personaggi illustri. Valvasor era un uomo dai molteplici interessi: misurava le montagne, studiava i laghi che spariscono, costruiva tunnel; nel suo castello c'erano una grande tipografia e una biblioteca con migliaia di volumi. E scrisse dei libri: voleva fare conoscere le meraviglie della Carniola al mondo. Nel 1689 a Norimberga pubblicò Die Ehre des Herzogthums Crain (La gloria del ducato di Carniola) : 3532 pagine in quattro volumi e 500 illustrazioni, la maggior parte disegnate da lui. Nella scrittura invece lo aiutò Erasmus Francisci di Lubecca, un nobile decaduto che si guadagnava da vivere come scrivano e correttore di bozze. Erasmus intervenne creativamente aggiungendo qua e là le sue considerazioni, frasi di di autori famosi, riflessioni misticheggianti. Un fiume testuale nel quale affiorano anche numerose povedke, i raccontini popolari che Valvasor raccoglieva insieme ai dati storici e geografici della sua regione, per ogni villaggio, bosco, fiume, montagna, non mancavano mai fiabe, leggende, aneddoti curiosi. Scrive Maria Bidovec, docente di Letteratura e civiltà slovena all'Università di Udine, nel suo Johann Weichard Valvasor: polimata, nonché avvincente narratore nella Carniola del Seicento: "L'originale commistione, operata solo da Valvasor, di racconti di origine popolare, aneddoti, osservazioni frutto di esperienza personale nonché di storie tratte da letture e studi d'archivio non potè venire apprezzata da quello stesso popolo semplice che ne era il protagonista, poiché esso non era in grado di leggerla; né poté essere sufficientemente conosciuta e ammirata dal potenziale enorme pubblico dei lettori europei di lingua tedesca, confinata come rimase all'interno delle frontiere di quella periferica provincia dell'Impero, ancora troppo chiusa in sé e culturalmente immatura. (...) Ciò che egli era stato capace di costruire nel campo della narrazione di storie curiose e fantastiche rimase apparentemente senza eco, ma in realtà costituì una pietra miliare."

domenica 13 novembre 2011

Gatti

Io mica lo volevo un gatto - figurarsi due. Non sono tipo da farmi fare fesso io. Non se ne parla nemmeno, davvero. I gatti stanno bene per strada, i gatti vanno bene sui tetti, miagolanti e vagabondi. (...) "Libri rosicchiati. Vasi rovesciati. Lucertole trascinate in casa. Piante divorate. Fortuna che sono un tipo che ogni tanto si fa fare fesso - e si può rischiare molto, ma si può anche incrociare la possibilità di perdere un po' della nostra stupidità. Perché succede di scambiare la propria stupidità per saggezza, saggezza un po' meschina, di piccola virtù, che non ama sorprendersi - nello spavento che proviamo nel dover cedere a un altro essere una parte della nostra esistenza. Però ne vale la pena. Soprattutto quando intorno a te tutti ti spiegano che non ne vale la pena. (...) Un gatto non è mai dove dovrebbe stare. Un gatto non è mai a disposizione. Un gatto non è mai disposto a obbedire. "Refusez d'obéir", come il luminoso disertore di Boris Vian.
Stefano Di Michele, Borges e Camilla. Gatti, amori e altri disastri, ed. Il Notes Magico

giovedì 10 novembre 2011

Luna e l'altra

A volte la luna è piena,
ubriaca di stelle,
e si tinge di bianco,
ma anche di rosso!
A volte si fa un quartino
Altre volte è solo la metà del cielo,
… e l’altra?
L’altra è in piena crisi lunatica,
non si mostra, è insicura,
… ha una fottuta paura.
… o forse …
... ad altre volte mostra la sua faccia scura!
Loris Tessari

lunedì 7 novembre 2011

Il tacere delle Sirene

A dimostrazione del fatto che anche mezzi inadeguati e persino puerili possono aiutare a salvarci.
Per difendersi dal canto delle Sirene, Odisseo si tappò le orecchie con la cera e si fece incatenare all’albero maestro. Una cosa simile avrebbero potuto farla da tempo tutti i viaggiatori, tranne quelli che le Sirene avessero sedotti già da lontano, ma era noto in tutto il mondo che ciò non li avrebbe aiutati in nessun modo. Il canto delle Sirene trapassava qualsiasi cosa, e l’ardore dei sedotti spezzava ben più di catene e alberi. A questo però Odisseo non pensò, sebbene forse ne avesse sentito parlare. Ebbe piena fiducia in quella manciata di cera e nel fascio di catene, e ingenuamente felice dei suoi deboli mezzi andò incontro alle Sirene. Ma le Sirene hanno un’arma ancora più spaventosa del canto, il loro tacere. Non è capitato, ma si può immaginare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, sicuramente non dal loro tacere. Al sentimento di averle sconfitte con le proprie forze, alla conseguente totale presunzione, nessun mortale può opporsi. Ed effettivamente le potenti voci non cantarono al suo passaggio, vuoi perché credessero che questo avversario potesse essere conquistato solo dal tacere, vuoi perché la vista di quell’assoluta felicità nel volto di Odisseo che pensava solo alla cera e alle catene, esse si dimenticarono del canto. Odisseo, se così possiamo dire, non sentì il loro tacere, egli credeva che cantassero, e che solo lui fosse al sicuro dall’udirle. Di sfuggita vide subito il movimento dei loro colli, il respiro profondo, gli occhi pieni di lacrime, le bocche socchiuse. Credette che tutto ciò appartenesse alle melodie che risuonavano mute intorno a lui. Presto tutto ciò scomparve dal suo sguardo rivolto lontano; le Sirene si dissolsero davanti a quella prova di carattere. Così, proprio quando era loro più vicino, non ne seppe più nulla. Loro, più belle che mai, si allungarono e si voltarono, lasciarono fluttuare i loro spaventosi capelli nel vento e si aggrapparono con gli artigli agli scogli. Non volevano più sedurre, ma solo afferrare il più a lungo possibile il riflesso dei grandi occhi di Odisseo. Se le Sirene avessero una coscienza, quella volta sarebbero morte. Ma sopravvissero. Odisseo era riuscito a sfuggire loro. Infine, si riporta qui una piccola aggiunta a questa storia. Si dice che Odisseo fosse così astuto, una tale volpe, che le stesse Parche non avevano il potere di penetrare la sua mente. Forse egli, sebbene il fatto non sia comprensibile dalla ragione umana, ha davvero intuito che le Sirene tacevano, e ha usato la finzione come uno scudo frapposto fra sé e loro, fra sé e gli dei.
Franz Kafka, Das Scweigen der Sirenen, traduzione di M.A. Orefice

venerdì 4 novembre 2011

Wittgenstein

Alcuni appunti dall'incontro, svoltosi oggi alla libreria Canova di Treviso, con il professor Luigi Perissinotto, uno dei massimi esperti italiani di Wittgenstein.
Le ultime parole di Wittgenstein, dette alla moglie del dottore prima di perdere conoscenza, sono state: "Dica loro che ho avuto una vita meravigliosa".
"Nel Tractatus la filosofia non è una teoria, una dottrina, è un'attività."
La proposizione più citata è la numero 7:"Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere."
Essa sembra in contraddizione con la 6.54: "Le mie proposizioni sono chiarificazioni le quali illuminano in questo senso: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse - su esse - oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v'è salito.) Egli deve superare queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo."
"Dal punto di vista etico ognuno deve trovare la propria esemplarità nella vita, fare il proprio mestiere nel miglior modo possibile. Tutto è importante tranne il tempo e i soldi."
"Filosofo è colui che non appartiene a nessuna comunità di pensiero."
"Il lavoro filosofico è propriamente - come spesso in architettura - piuttosto un lavoro su sé stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose. (E su che cosa si pretende da esse)."
"Tutto il senso del mio libro è un senso etico."
"In una poesia molto amata da Wittgenstein un crociato prima di partire per la guerra pianta un piccolo alberello nel suo giardino. Quando diventa vecchio si siede in giardino all'ombra della pianta che negli anni è cresciuta. Proprio quando non si cerca di esprimere l'inesprimibile esso si mostra."
La proposizione 6.44 del Tractatus "Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è" distingue fra il "come" proprio della scienza" e il "che" proprio del mistico.
6.52 "Noi sentiamo che anche qualora tutte le possibili domande scientifiche avessero avuto risposta, i problemi della vita non sarebbero stati ancora neppure toccati. Certo, allora non resta più domanda alcuna, e questa appunto è la risposta."
Secondo Perissinotto e molti altri la filosofia di Wittgenstein non rimanderebbe a cose indicibili o indefinibili attraverso il linguaggio; altri studiosi pensano che invece sarebbe proprio questo il senso profondo, "mistico" della sua filosofia. Se ci dovessimo attenere al dicibile secondo Wittgenstein (nell'interpretazione più restrittiva) i ragionamenti intorno alle parole Bene, Male, Libertà, Giustizia, Carità, Amore, Etica, sarebbero insensati. Il che appare a sua volta un po'insensato e dogmatico. Quando mancano le parole è forse perché ci sono alcune esperienze, sensazioni, stati d'animo, intuizioni, per le quali le parole non bastano.

Immersi nell'anima


Guardare le cose da un altro punto di vista è sempre un'avventura sorprendente. Giulio Giorello in un articolo dedicato alla scomparsa dello psicanalista James Hillmann rovescia il tradizionale connubio corpo e anima: "Ricordate Stephen Dedalus, il Telemaco dell'Ulisse di Joyce, che solitario sulla spiaggia della baia di Dublino medita sui confini dell'anima? Fin dove essa si estende? Forse, fino all'ultima stella che si scorge all'orizzonte. Dunque, l'anima non è imprigionata dentro il corpo, come pretendeva molta filosofia, da Platone a Cartesio - ma è il nostro corpo che fluttua nell'anima."

martedì 1 novembre 2011

La più nobile bellezza

“La più nobile specie di bellezza è quella che non trascina a un tratto, che non scatena assalti tempestosi e inebrianti (una tale bellezza suscita facilmente nausea), ma che si insinua lentamente, che quasi inavvertitamente si porta via con sé e che un giorno ci si ritrova davanti in sogno, ma che alla fine, dopo aver a lungo con modestia giaciuto nel nostro cuore, si impossessa completamente di noi e ci riempie gli occhi di lacrime e il cuore di nostalgia. Di che abbiamo nostalgia alla luce della bellezza? Dell’essere belli: ci immaginiamo che molta felicità debba andare a ciò congiunta. Ma questo è un errore”.
Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, parte IV, Dell’anima degli artisti e degli scrittori. Negli appunti preparatori il paragrafo termina con la frase: “Di questo tipo è la bellezza del golfo di Napoli visto durante il crepuscolo”.

lunedì 31 ottobre 2011

Schiaffi

Caro amico,
vorrei raccontarle due piccole cose accadute in questi giorni. Scena prima. Passeggiavo per una via del centro quando ad un tratto una mamma ha cominciato schiaffeggiare con violenza suo figlio, un bambino di circa sette anni. La strada era piena di persone che hanno proseguito indifferenti, qualcuno si è fermato a guardare. Mi sono avvicinato a questa pazza e le ho detto: Non si picchiano i bambini. Lei con la faccia pietrificata dalla rabbia ha risposto: Perché lei non sa che cosa ha fatto. Poi l'ha trascinato via che piangeva e singhiozzava. Più in là un uomo aspettava, forse il padre.
Scena seconda. Leggevo il giornale seduto su una panchina nel grande piazzale del castello. Due colombe bianche giocavano a rincorrersi sulle foglie gialle. A volte si avvicinavano come due amici che si stanno raccontando le ultime novità. La grande macchina nera arriva veloce e poi si ferma. L'uomo scende, chiude la porta e si avvia. Incurante. Una colomba è morta, l'altra le gira intorno, sembra chiedere: Perché non parli più con me. Dico all'uomo: Ha visto che l'ha ammazzata? Non me ne sono accorto. Se fosse andato più piano l'avrebbe vista. Andavo piano, forse è la macchina che è fa rumore e allora può sembrare. Noi e le nostre parole non possono nulla contro la stupidità e la forza: due agenti causali inseparabili. La mamma degli schiaffi e l'uomo che schiaccia le colombe, o qualcun altro, saranno diventati meno stupidi, meno violenti dopo quel che è successo? Sarebbe questo il senso? E se dicessimo che alcuni esseri umani sono meno evoluti e sensibili di altri? No, non possiamo dirlo perché questo ragionamento porta dritto ai campi di concentramento. Possiamo a nostra volta essere violenti con gli stupidi e i violenti? No, non possiamo. Allora, forse, caro amico, non ci resta che versare una lacrima, se ne siamo capaci, se davvero io e lei siamo capaci di essere molto diversi da loro.
p.s. Dopo una settimana sono tornato nel grande piazzale, la colomba bianca era sola e sembrava ancora cercare l'altra.