lunedì 12 gennaio 2009

London on my mind

London on my mind, andrò di fretta, come i londinesi nella tube, sorry, scusa per dire scansati in modo gentile, ma dove andranno tutti così di fretta a Londra, non li ho seguiti, ma suppongo a saltare su un’altra tube, un altro bus, un taxi, non sono mica turisti che girellano come noi, andrò di fretta dicevo perché come faccio a raccontarvi una città di otto milioni di persone dopo esserci stato solo cinque giorni, ho visto qualcosa, ma di fretta appunto, eppure è bastato a fall in love with London, a innamorarsi di questa città dove incontri tutti i volti del mondo, gli odori e i sapori dalle Indie al Brasile, musica ovunque, il vento nei cunicoli della Tube, le corse in taxi, i pensieri colorati come Brick Lane, il romantico Ice Rink del Natural History Museum; attraversi i mercati che profumano di curry, cumino e di altre spezie orientali; assapori il caffè pakistano, la cucina del Gujarat, l'anatra alla cantonese, gli scampi reali fritti con salsa chili dolce, il barracuda grigliato con zucchine e salsa di cocco, le torte giamaicane di bullah (pan di zenzero), i pudding, i dolci turchi, Baklava a base di pistacchi e miele, e i Lokum all’ananas, alle rose…
31 DICEMBRE 2008
Insieme a Rossana e alle nostre splendide figliole Elena, ventiquattro anni, ed Alessandra, dodici, siamo appena arrivati a Gatwick. Dopo una monorotaia e un tapis roulant lungo un chilometro saltiamo sul Gatwick Express che in 35 minuti ci porta a Victoria Station, passando dalla periferia londinese con le casette tutte uguali in brick (mattoni), due piani, tetto bianco spiovente, piccolo giardino; sferragliando all’ombra della vecchia centrale elettrica di Battersea che con le sue alte ciminiere ci ricorda che la rivoluzione industriale è nata qui; oltrepassando il Tamigi in un attimo, giusto il tempo di intravedere là in fondo, out there, il London Eye.
Victoria Station è una grande stazione come le altre, ma se alzi lo sguardo incontri la copertura vittoriana in ferro e immagini le locomotive sbuffanti che da qui partivano per portare l’aristocrazia a Brighton, sul mare, o nelle tenute di campagna dalle parti di Doover. But anyway, c’è un taxi che ci aspetta, no veramente non aspetta noi aspetta le nostre valigie, perché noi dopo cinque ore passate tra aeroporti, aerei e tapis roulant, vogliamo incontrarla subito questa New York d’Europa, questo little world multietnico frizzante e cangiante, questa patria della musica, della fotografia, dell’arte. E allora via per Victoria Street, of course, salutati dalla facciata del Vitoria Palace che annuncia con una scritta luminosa Billy Elliot, “Still the musical in the land”, la storia di un ragazzino aspirante ballerino che alla fine ce la fa. All’angolo fra Victoria Street e Brodway c’è la mitica Scotland Yard è da lì puntiamo dritti al cuore di Londra: Trafalgar Square. Attraversiamo la grande piazza mentre dall’alto l’ammiraglio Nelson (baedecker: “che battè la flotta di Napoleone nel 1805 al largo di capo Trafalgar in Spagna”) ci ignora e risaliamo Charing Cross, scoprendo la libreria antiquaria Henry Pordes Book gestita da trent’anni da un napoletano che ora sogna di trasferirsi a Parigi; la taverna The Lamb and Flag, che tra le sue pareti ospitò Dickens e Butler; il pub The Feather (le piume) e il pub dedicato a Lord Salisbury (1830-1903); un barbiere che in vetrina procede a pelare il cliente tra ritagli di giornale e scudetti dell’Arsenal appesi alle pareti.
Fa freddo, dimenticavo, è il 31 dicembre del 2008 e c’è fermento. I fuochi d’artificio di stasera sono annunciati come i più spettacolari del mondo. Fa freddo e abbiamo bisogno di una soup, cioè di una zuppa calda - dopo il tè è la seconda bevanda nazionale dei British, così cerchiamo di riscaldarci in un Pret a Mangèr dalle parti di Piccadilly Circus, la today’s soup è bollente e si chiama Thai Chicken Curry. Camminiamo per Soho lungo Wardour Street, vicino a cuochi cinesi che spadellano spaghetti alla soia e cubetti di pollo conditi con salse colorate. Un tuffo in Oxford Street, svolta in Bedford Street con i suoi hotel tre stelle addobbati a festa, e raggiungiamo Russel Square (dedicata al politico e intellettuale John Russel 1792-1878) e il Russel Hotel infiocchetto come un pacchetto di Natale. Dietro l’angolo di Guilford Street finalmente il nostro Celtic Hotel, con le renne luminose alle finestre; accanto al campanello una scritta: Welcome/ Please Ring Bell (once and kindly) wait. Non c’è bisogno di aspettare, apre un portiere di poche parole che ci assegna la camera 29 al secondo piano. Ci troviamo nel cuore del quartiere di Bloomsbury, a cinque minuti dal British Museum e dalla British Library. Più British di così…Come mai abbiamo scelto questo albergo? Questa è una storia interessante. Quando invitavamo a cena la Lea (un’insegnante d’inglese nostra vicina di casa) ci parlava spesso di Londra, città nella quale si trasferiva ogni estate per due mesi, delle passeggiate a Hyde Prak, delle visite al British Museum o alla National Gallery; ci consigliava di imparare l’inglese ripetendoci il motto “Where is a will there is a way”. Quando morì, dieci anni fa, ci lasciò i suoi libri comprese le vecchie guide di Londra degli anni cinquanta. In una di esse aveva annonato a penna l’indirizzo della residenza londinese: Lea Francione 26 Bedford Place (Russel Sq). Inserito l’indirizzo nel motore di ricerca Google ( la moderna Pizia) trovai il sito del St. Margaret’s Hotel. La proprietaria, la signora Marazzi, ricordava la sua amica Lea ma non gestiva più il St. Margaret’s bensì il Celtic.
Programma per la sera dell’ultimo dell’anno: tavolo riservato al ristorante Denise’s, a due passi dall’albergo in Southampton Row, poi andremo a vedere i fuochi. Ci riceve proprio Denise, una signora che assomiglia alla Callas, con i capelli neri raccolti in una coda di cavallo; ci racconta che suo nonno è di Palermo la madre dell’isola di Cipro, lei è nata in Grecia e ha sposato una francese. Et Voilà ordiniamo omelette Bohemienne, Omelette Champagnarde, Chicken Chasseur, Fried Scampi, Calves Liver, e per dolce Apple Crepes, Chocolate Mousse, infine caffè e un Baileys.
C’incamminiamo verso Trafalgar Square: a Soho, in Wardour Street, il Village è un locale per gay con ballerini in perizoma che ballano in vetrina; alla nostra sinistra, al penultimo piano di un palazzo anni trenta, una grande terrazza illuminata di blu per un party; in strada tre ragazze bionde ballano accompagnate da uno che suona il sax. Cerchiamo di avvicinarci a Trafalgar Square, il servizio di sicurezza è ovunque, indossano una giacca gialla con la scritta Police; in Leicester Square è satta allestita una torretta d’avvistamento, nei pressi della quale un nero viene bloccato e immobilizzato da due bobbies, in pochi minuti 20 bobbies circondano il malcapitato e lo portano via. C’è paura che nell’ultima notte dell’anno possa esserci un attentato. Nella lista dei consigli dati ai cittadini si raccomanda di segnalare le persone sospette alle forze dell’ordine.
Verso la fine di Charing Cross Road un tabellone luminoso avverte che “Trafalgare Squame is Full”. Per fortuna i fuochi si vedono anche da qui oltre il campanile con l’orologio blu di St Martin in the Fields. Dieci minuti veramente spettacolari, Happy New Year per tutti, anche se non con il calore delle piazze italiane. C’è da dire che la temperatura vicina allo zero non aiuta e forse la presenza dei bobbies se da un lato rassicura dall’altro risveglia la preoccupazione. Non si curano della temperatura i giovani in giacca o abitino leggero in fila al Club, un locale trendy di Leicester Square. Tornando verso l’albergo notiamo che ci sono diversi ciclotaxi che nell’affollata notte di Capodanno fanno affari d’oro raccogliendo gli stanchi festeggiatori. Dalle parti del British, fuori dalla Museum Tavern, un signore in frack e tuba fuma una sigaretta. Happy New Year.
1 GENNAIO 2009
La mattina “full english breackfast” servito da Brigitte, una signora tedesca originaria della Baviera che ha vissuto in Belgio e che parla un inglese e un tedesco impeccabili. Ha un grembiule bianco su un vestito grigio, una Mary Poppins d’antan con i capelli corti e gli occhi azzurri. Il “full english breakfast” consiste in uova all’occhio di bue, piselli, una salsiccia e funghi. Naturalmente non mancano la marmalade (che è solo d’arance) , la jam di prugne, burro, pane, o meglio mixed toasts bianchi e integrali, orange juice, caffè e latte e il mitico porridge. Bridgitte consiglia a tutti il porridge perché “start the day with a plenty of energy”. Ma cos’è il porridge? Una farinata d’avena cotta con il latte e spruzzata di brown sugar. Ottima. Ed ecco Mrs. Marazzi che ci viene a salutare: è più piccola di Bridgitte, con i capelli a caschetto neri, un viso piccolo e un sorriso che mette subito a proprio agio gli ospiti. Si informa sui programmi, dà consigli, se c’è bisogno di prenotare un ristorante o un taxi ci pensa lei. Ogni anno torna due volte in Italia a Forlì dov’è nata e che si capisce un po’ le manca.
Oggi prima andremo a vedere la London Parade lungo le vie del centro e poi da Harrods, i grandi magazzini più chic di Londra con le commesse più glamour del Regno Unito.
I lampioni delle strade sono stati dipinti con “anti climb paint”, una speciale pittura che scoraggia tentativi di arrampicata per vedere meglio la sfilata. Fa un freddo cane ma a Elena e Alessandra piace. In circa tre ore sfilano bande e pennacchi, carrozze e vecchie biciclette, associazioni di reduci e di beneficenza, pagliacci e artisti di strada. La presenza di delegazioni della California, della Georgia della Carolina e di altri stati americani conferma il forte legame che l’America ha con l’Inghilterra, suo genitore storico e culturale se così possiamo dire. Temperatura intorno allo zero, manca qualcuno che distribuisca dei tè caldi: ahiaiai Londoners c’è una pecca nell’organizzazione. Riesco a procurare del latte bollente alla vaniglia e una brioche bruciacchiata con ham (prosciutto) e cheese (formaggio). Alle tre finalmente prendiamo la metro, pardon la tube, questo spazio di nessuno in cui tutti si incontrano e subito si perdono di vista, un tragitto al buio verso un punto sulla mappa: Knightsbridge Road. Anche Harrods, come il Russel Hotel è pavesato per le feste con luci gialle e bandiere rosse: l’imponente palazzo ottocentesco ha delle tende verdi lungo la strada che fungono da portici, al centro un timpano e una cupola di sapore palladiano. Dentro merce ovunque, e cibo, tanto cibo nel reparto delle specialità gastronomiche, collegato al salone del tè e del cioccolato. È possibile sedersi lungo i banconi o ai tavoli per gustare le specialità del mondo cotte al momento davanti a voi. Insieme all’eleganza dei bagni e degli ascensori, altre due cose stupiscono da Harrods: la statua a grandezza naturale di Mohamed Al Fayed multimilionario proprietario di Harrods, e il cenotafio allestito per ricordare Dodi e Diana: i due seguono a mani giunte una colomba, una targa ricorda che “furono assassinati”.
All’angolo di Harrods, la pasticceria Valerie e le limousine delle signore multiliardarie dell’India, dei paesi arabi, ma anche di molti paesi occidentali con un codazzo di tate e maggiordomi. E una fila dei famosi
taxi neri anni trenta, detti black cabs , a volte ricoperti di vistose scritte pubblicitarie. Uscendo dai grandi magazzini ci imbattiamo in un traffic jam, un ingorgo, per di più hanno chiuso la stazione della tube per una manutenzione. Autobus a rilento fino aPiccadilly Circus, da dove con la Piccadilly line in pochi minuti raggiungiamo Russel Square che è just behind, giusto alle spalle del nostro albergo e del caratteristico pub Friend at hand.
La serata trascorre ridendo, leggicchiando “Altri colori” Pamuk e “I sogni di mio padre” di Barack Obama, e programmando l’indomani. Dobbiamo assolutamente assistere al cambio della guardia a Buckingham Palace , che quest’inverno di tiene alle 11.30 nei giorni pari. E dopo Natural History Museum con i dinosauri e la blu whale, la grande balena blu.
2 GENNAIO
Fuori dalla fermata di Green Park, verso le dieci e mezza, molta gente gente già si incammina verso il palazzo reale attraversando il parco, sul quale fa capolino l’Hotel Ritz. Folla e bobbies : le persone che hanno scelto come punto di vista la fontana di fronte al palazzo, il Queen Victoria Memorial, devono stare con entrambi i piedi all’interno dell’ultimo gradino; chi sgarra viene richiamato o, se insiste, accompagnato in un’altra zona. I soldati dalle uniformi rosse e grigie e dai i lunghi colbacchi di pelo d’orso marciano e urlano dandosi ordini nel cortile del palazzo. La cerimonia si conclude con una banda militare che suona pezzi di Michael Jackson, la colonna sonora di Rocky, insomma la solita cosa da turisti, ma almeno una volta nella vita devi vederla. Riattraversando il Green Park notiamo il Canada Memorial, dello scultore canadese Pierre Granche. Dedicato al milione di canadesi che morirono tra la prima e la seconda guerra mondiale, è formato da due piastre di granito leggermente inclinate in cui sono inserite delle foglie in bronzo sulle quali corre un sottile flusso d’acqua. A Kensington, quartiere del Natural History Museum, ma anche del Science Museum e del Victoria Albert Museum, ci stupisce l’eleganza delle case davanti a cui sono parcheggiate macchine lussuose. Alle finestre piccoli cespugli di bosso a forma di sfera o di cono, agli ingressi dei leoncini in pietra con il fiocco rosso. Sul parabrezza di una Mercedes un volantino invita al party di fine d’anno della discoteca Studio Valbonne: è richiesto un abbigliamento “superglamorous” e 50 pound d’ingresso. Per uno spuntino non abbiamo che l’imbarazzo della scelta: un ristorante indiano, una baguetteria francese, l’italiano Pasta e pizza e il fast food cinese Choosi. Scegliamo il cinese perché la clientela sembra del posto e i piatti sono preparati a vista dietro il banco e serviti in delle pratiche vaschette di cartone usa e getta. Menu: spaghetti di soia, pollo immerso in una caramellosa salsa rossa, riso alla cantonese e involtini primavera.
Natural History Museum: questo non è un museo è un luogo. Quando entri nel grande atrio ti vengono in mente Peter Pan, Capitan Nemo, Indiana Jones, Henry Potter, fiaba e avventura, ma anche il tuo lontano passato ti guarda. Dopo aver fatto una piccola coda che ti ha consentito di guardare con attenzione la facciata di questo edificio neogotico progettato da Alfred Waterhouse nel 1880, ti trovi faccia a faccia con un gigantesco scheletro di dinosauro Diplodocus; alle sue spalle la gradinata che sale al piano superiore e che si divide in due rampe sopra gli archi abbelliti da terracotte blu, lasciando spazio ad una quinta di bifore con vetrate liberty. Ai lati dell’atrio le grandi finestre e le colonne salgono verso le volte, mentre dei gargoyles dall’aspetto extraterrestre scalano le modanature. In alto, sopra il Diploducus, un ponte unisce le due ali dell’edificio. Coda per vedere il modello animato del Tyrannosaurus Rex e anche davanti alla balena azzurra, lunga più di dieci metri si sta stretti. Mi siedo nell’atrio, guardo i contrafforti, le arcate, il ponte che unisce le due ali dell’edificio, la gente che passa e la teca di plexiglas di fronte a me che contiene un … un animale strano, con un corpo a forma d’uovo e la testa e le zampe da tartaruga. Provo a immaginarlo senza gente, il Natural History Museum, silenzioso con i suoi misteriosi animali del passato e la luce della luna che entra attraverso le vetrate color argento.
Usciamo e ci fermiamo ai bordi dell’Ice Rink, la pista di pattinaggio nel parco del museo, circondata dagli alberi con le lucine, famiglie e coppie girano in tondo e sembra una scena di Serendipity, in cui i protagonisti pattinano al Central Park di New York. Siamo a due passi dal Science Museum (anche questo gratuito) e continuiamo il nostro viaggio passando dall’evoluzione della natura all’evoluzione della tecnica. Nell’atrio non un Diploducus ma l’Energy Ring, il gigantesco anello in alluminio percorso da luci. Al piano terra l’esposizione è una viaggio nel tempo dalle macchine a vapore di fine Ottocento, alle prime radio, agli elettrodomestici, fino ad arrivare alle spedizioni sulla Luna e su Marte. Nell’interrato grandi spazi dedicati ai laboratori per i bambini, al terzo piano un simulatore di volo e delle sale per proiezioni tridimensionali. Un’intera area è dedicata a delle postazioni interattive che spiegano fenomeni fisici e biologici; sono rivestite di metallo e hanno la sagoma curvilinea di due o tre cellule che si aggregano. Un’altra sezione è dedicata alla genetica ed è intitolata Who am? (Chi sono?).
Si torna a casa un po’ nei tipici bus rossi un po’ in tube. Per la cena resteremo in albergo. Piccola spesa da Waitrose, al Brunswick Centre, vicinissimo a Russell Square. Che si fa domani? La City non attira le ragazze, noi l’abbiamo già vista, e allora come perdersi uno degli hotspot di Londra: il meridiano di Greenwich, un luogo che offre anche uno dei panorami più completi sulla città. Stasera passeggiata a Soho per bere qualcosa da Ronnie Scotts, il tempio del jazz, ma, stranamente, è chiuso. Potremmo tornare, domani sera è in programma il concerto di Gill Manly con un omaggio a Nina Simone.
3 GENNAIO
L’ autobus 188 ferma a Russel Square e porta dritto dritto (si fa per dire) a Greenwich: ci vuole circa un’ora. La giornata è fredda ma serena dopo il cielo grigio dei giorni scorsi. Non prenderemo solo il 188, non costeggia i punti più famosi della riva sud del Tamigi. Superato il ponte di Waterloo, scendiamo a Elephant & Castle, uno degli snodi viari più importanti di Londra: il nome deriva dalla leggendaria visione settecentesca di un elefante che trasportava sulla groppa il plastico di un castello. Saliamo sul bus RV1 che tocca London Eye, Oxo Tower Tate Modern, Globe Theatre, City Hall, Tower Bridge. Breve passeggiata nei giardini della City Hall (sede del Municipio) lungo la riva sud del Tamigi. La creazione di Norman Foster in acciaio e vetro, soprannominata “l’uovo”, guarda la City, il cuore finanziario di Londra, sulla quale svetta un altro progetto di Foster, il grattacielo verde e blu St Mary Axe soprannominato il cetriolo , “the gherkin” (il quale è vicinissimo ai famosi Lloyd’s opera di Richard Rogers). Sull’altra riva anche la Tower of London, la cittadella medievale voluta da Guglielmo il Conquistatore: è uno dei quattro monumenti di Londra dichiarati di interesse mondiale insieme a Westminster Abbey, Kew Gardens e Greenwich. Accanto alla City Hall un chiosco interamente in legno costruito a strati come le falesie. Circondati da cotante meraviglie decidiamo che è il momento della foto di gruppo. Camminiamo fin sotto il Tower Bridge e poi chiediamo informazioni per il 188 che ferma da quelle parti. Cullati dal bus riscaldato attraversiamo una zona di Londra anonima, con grandi magazzini, giardini poco curati , una zona che potremmo definire “sgarrupata”. Greenwich, invece, è un elegante borgo in riva al Tamigi. Dalla sua riva si guarda quartiere più recente: Canary Wharf, un nugolo di grattacieli sorti sulla malandato Isle of Dogs (isola dei cani). All’ingresso del tunnel sotterraneo e pedonale che si congiunge alla riva opposta un’atleta salta la corda. Ma il meridiano dov’è? Un cicloturista inglese ci spiega la strada, ma a un certo punto dice “gretpòk” e non capisco, allora gli chiedo che cos’è un Gretpòk, lui pronuncia così great park, un grande parco. Il problema con i londinesi non è fare le domande, è capire le risposte, tenendo presente che l’inglese ha 21 suoni vocalici diversi, un’infinità di accenti e spesso chi parla contrae tre parole in una. Il meridiano è in cima al grande parco di Greenwich, una collina verde in cui si incontrano cani che portano a spasso i loro padroni, amanti del jogging, coppie e famiglie in passeggiata, e soprattutto si incontrano tanti scoiattoli che si arrampicano sulle querce del parco e che hanno tale dimestichezza con l’uomo da farsi quasi accarezzare. Volteggiano e saltellano da un ramo all’altro come le bertucce, poi scendono a terra, si avvicinano, ma se non avete niente da mangiare risalgono in fretta verso i rami più alti. Probabilmente ognuno di noi si sente più attirato da uno scoiattolo che zampetta che dal Gherkin, e questo ci dovrebbe insegnare tante cose, ma non è così.
Anyway, arriviamo in cima rinfrancati da questa immersione nella natura. Il belvedere della collina offre, credo, il più completo e bel panorama di Londra. Lungo il prato in discesa uno spaniel inglese (una coincidenza?) bianco e marrone rincorre la palla da tennis lanciata dal suo padrone, poi torna su di corsa, è un cane buffo e ci fa ridere. A due passi, il meridiano: una linea metallica di circa quattro metri sulla quale camminano gruppi di turisti e si fanno fotografare nelle pose più incredibili. Alle loro spalle l’orologio del meridiano detta l’ora a tutto il mondo. Siamo ancora in tempo per la proiezione del planetarium. Ci distendiamo nelle poltrone e ci gustiamo il filmato in 3D che ci porta tra i canyon e le nubi di Marte. Torniamo in paese, tappa da “George, delicatessen and fine wines”, quiche Lorraine, panini ham and cheese e una soup con troppo curry. Dessert attraversata la strada: al Greenwich market assaggiamo il Lokum turco e il churro brasiliano, una pasta di cocco fritta e servita con crema di cioccolato o caramello. Quando risaliamo sul 188 sono le quattro. Pensavamo di visitare il British ma ci siamo lasciati avvolgere dall’atmosfera rilassante di Greenwich, e allora cambiamo programma: Oxford Street. Lungo la via del ritorno sonnecchiamo, ma sul Waterloo Bridge ci risveglia la vista di Londra, del Parlamento e del Big Ben illuminati dalle luci della sera. Prima di scendere a Holborn scatto la foto più bella di questo viaggio: le sorelle sono sedute quattro file davanti a noi, molta gente è scesa, le chiamo, sorridono e “click” tra il giallo dell’autobus e le scritte luminose alle loro spalle oltre i vetri. Il loro sorriso è il commento migliore a questa vacanza.
A Holborn altro autobus, risaliamo una parte di Oxford Street - ormai ci abbiamo preso gusto . Seduti al caldo ci godiamo lo spettacolo della gente che sciama sui marciapiedi: corrono, sono tanti e di tutte le razze, ci sono le svendite, le luci delle feste e soprattutto è sabato. L’autobus procede lentissimo, nella nostra direzione c’è un ingorgo, allora scendiamo ed entriamo nel flusso elettrico, ci divertiamo a scansare chi cammina in fretta davanti a noi o alle nostre spalle, sorry, sorry e ti superano come come dei podisti. A Oxford Street dominano i megastore di musica, di libri, di abbigliamento. Difficile sottrarsi, e poi ci sono le svendite. Alla libreria Borders notiamo London through a lens, un curioso libro che è anche il catalogo della mostra che si tiene in questi giorni alla Getty Images Gallery. Una raccolta di 230 curiose immagini fra le quali due giovani che in costume da bagno nel maggio del 130 si tuffano nel Tamigi con sullo sfondo il Parlamento, un ferroviere che appende il cartello: “a causa della nebbia i treni non partono”, Stanley Green in Oxford Street, un eccentrico signore che per 25 anni ha passeggiato in Oxford Street. Pubblicizzava il libro che aveva scritto ed edito in proprio per sostenere che una dieta povera di proteine contribuiva ad evitare l’incremento del desiderio sessuale. La rivista Time Out propone, invece, 50 pagine di eventi, spettacoli, appuntamenti.
In un megastore di musica che si chiama Hmv ci troviamo per caso spalla a spalla con i nostri simpatici parenti bolognesi Paola e Nevio, decidiamo così di festeggiare l’evento andando a cena insieme. Nevio consiglia il pub Porter’s a Covent Garden. Ok. Trascorriamo una piacevole serata, parlando di musica, politica, tipi di birre (sapete la differenza tra una lager, una bitter e una guinness? Neppure io la sapevo) e gustando alcuni piatti tipici della cucina inglese: un Honey roast chicken, un pollo condito con miele e cidro di mele, la Sheperd’s pie, ragù di vitello immerso in purè di patate, Salmon fillet with dill and lemon cream sauce, filetto di salmone grigliato e accompagnato da una salsa di aneto e limone, il Porter’s Wellington burger, un hamburger con salsa di cipolla e funghi, Pork and roast onion sausage, carne di maiale in una salsa di cipolla agrodolce. Per dolce un hot pudding, lo Sticky toffee pudding, un compatto pan di Spagna con l’uvetta accompagnato da crema alla vaniglia. Quando torniamo verso casa nella piazza semideserta, ma soprattutto fredda, di Covent Garden c’è uno che suona il sax (non lo stesso di Wardour street). Lungo le scale che portano agli ascensori di Russel Square il vento improvviso della tube scompiglia i capelli e va volare i cappelli.
4 GENNAIO
Domenica multietnica. Diretti alla stazione di St. Pancras, camminiamo lungo Brunswick Street, dove la sede della Mccann Erickson, una delle più note agenzie di comunicazione del mondo, ha una curiosa vetrina: i Re Magi sono in viaggio non verso la cripta di Betlemme ma verso l’edificio della Mccann, un ex parcheggio multipiano. Ammiriamo dall’esterno la British Library che la domenica è chiusa. Oltre ai suoi 12milioni di volumi, la sua Treasures Gallery dà l’opportunità di vedere da vicino la Magna Charta, il Codex Sinaiticus, la bibbia di Gutenberg, le prime dizioni del Corano, i manoscritti di Beethoven, Mozart, Bach, Haendel, dei Beatles, etc. La statua di Isaac Newton (di Eduardo Paolozzi) luccica al di là della cancellata a lettere nere.
La domenica, almeno questa domenica, la linea della tube per Aldgate non funziona, e allora bus 205 piano superiore, che ci scarrozza per la City e poi, appena usciti da uno quartiere più moderni e ricchi della città, ci permette di scendere all’inizio di Brick Lane. Sono circa le undici del mattino e i camini di alcune case in legno sbuffano nell’aria gelata mischiandosi all’odore del curry. Gli ambulanti bengalesi, cinesi, giamaicani, turchi, stanno sistemando le loro bancarelle. In fondo è domenica. Brick Lane è una tavolozza variopinta di suoni, odori, popoli, ma anche di writer (quelli che dipingono i muri), nelle vie laterali sopra una bottega che vende mobili una dentiera rosa; una saracinesca nera spruzzata di bianco e rosso è diventata un’ammiccante platea di donne anni Trenta; più in là un volto coperto dalla maschera antigas su fondo giallo. S’incontrano anche individui strani, come l’anziano con un cappello da cow boy calcato sopra un copricapo da baseball e che si arrabbia quando lo fotografo, o il giovane dall’aria un po’ fumata e abbigliamento anni Settanta. Diverse vetrine di barbieri: assomigliano a dei circoli, i clienti non si tagliano solo i capelli, ma fumano-chiacchierano-leggono. In fondo alla via: Beigel Bake, la panetteria aperta 24 or su 24 vende i beigel, ciambelle di pane kosher. È veramente squisito, tant’è che rientriamo e, siccome molta gente se lo mangia con la carne di manzo salata, proviamo anche noi: nauseabondo, molto meglio il beigel nature. Alla fine di Brick Lane proseguiamo per Columbia Road dove si svolge il Flowers Market, descritto dalla guida come il più colorato di tutta Londra. Alla fine del mercato la gastronomia Campania per chi avesse nostalgia di casa. Torniamo indietro, e raggiungiamo in dieci minuti Shoreditch da dove prenderemo l’autobus per Dalston, uno dei quartieri più africani della città. Ma prima, per combattere il freddo, beviamo qualcosa di caldo da Kick, un curioso bar con un piano interrato pieno di calcio balilla, sul soffitto bandiere e gagliardetti, alle pareti lavagne, poster, specchi. A Dalston non c’è molto da vedere, il mercato si tiene di sabato, le numerose bancarelle chiuse e le luci ci lasciano immaginare quanto debba essere colorato e vivace quando è frequentato. Allora tube e in dieci minuti arriviamo a Camden, un altro famoso mercato di Londra. Un altro?, vi chiederete. Ebbene sì, perché ogni mercato ha la sua concentrazione di creatività e atmosfera. Camden Market è una strada caotica disseminata di bancarelle e di uomini sandwich che vi invitano ad entrare negli shops, mentre Camden Loock, situato dopo la chiusa del canale, è più suggestivo. Si cammina all’interno di cantine e vecchi magazzini trasformati in piccole botteghe; sembra di perdersi in un dedalo di riflessi e di voci. In uno dei crocicchi un giamaicano con le treccine rasta manda a tutto volume musica technoelettronica, mixa i pezzi della compilation Flying hight (volando alto…non si sa grazie a cosa…) compiled by Vlado. La sua consolle si trova fra una vetrinetta di bomboloni, che sembrano di plastica, e un gazebo di vestiti usati.
Cibo dai più diversi sapori, merce proposta in modo disordinato, gente di ogni tipo, è questo miscuglio casuale e sorprendente di stili e di sguardi a trasformare ogni mercato di Londra in qualcosa di più e di diverso da un megastore. Chissà come sarà il Brixton Market? Lo scopriremo la prossima volta, ora torniamo verso il nostro Celtic Hotel. In un Internet point ci colleghiamo per il check in, domani, purtroppo, si parte. La sera ceniamo da Porter’s, i quattro tavoli intorno a noi sono di italiani; ne abbiamo incontrati così tanti che non avevamo nemmeno voglia di conoscerli, così del resto loro con noi. Di solito all’estero quando s’incontra un connazionale ci si saluta per far due chiacchiere, ma se per ogni connazionale incontrato in questi giorni ci fossimo fermati non avremmo visto nulla. Parliamo anche dei personaggi dell’albergo: della misteriosa designer di New York, delle due maestre di danza di Vicenza, di Nurbek, il portiere di notte che ha ventidue anni ed è nato in Uzbekistan. Ci ha raccontato che è venuto in Inghilterra perché nel suo paese il lavoro è troppo condizionato da parentele e amicizie, i meriti contano meno. Gli ho detto che in Italia è la stessa cosa. La pensa così anche un altro ospite del Celtic, un ricercatore universitario italiano che da anni lavora in America e che in questi giorni è qui per completare la sua tesi di dottorato in neurobiologia. Quando usciamo da Porter’s il tipo che suona il sax è nella piazza semideserta: due pound se li merita per il coraggio.
5 GENNAIO
La mattinata comincia con un tempo fiabesco. Quando usciamo dal Celtic fiocca la neve e ogni tanto spunta il sole. Due brevi incontri in Mccann Erickson e in Dandad, due agenzie di comunicazione, una capatina al British Museum e poi salutiamo Mrs. Marazzi e Brigitte: “Grazie di tutto e arrivederci a presto”. Aspettiamo il taxi che arriva in ritardo, poi si perde per strada e arriva alla Victoria Station alle due e mezza invece che alle due, perché alcuni esemplari della species Cretinus Cretinus sono presenti ad ogni latitudine, anche a quella di Greenwich. Una volta scesi a Gatwick cominciamo a correre; il check-in e già chiuso, la hostess gentilmente ci dice che non c’è niente da fare; non è possibile, mancano ancora tre quarti d’ora e poi abbiamo le carte del check-in via Internet; allora è diverso, comincia a tamburellare sulla tastiera; ce l’abbiamo fatta, cinque minuti più tardi e saremmo rimasti a terra; però, chissà…un altro giorno a Londra…no scherzo! Ci consegna i biglietti e via, continuiamo a correre per superare il triplo controllo della dogana: documenti e biglietti, persona e bagagli, tacchi delle scarpe; e poi corriamo ancora; Vai su, no alla zona D, non alla B; ma stai andando al gate 64, il nostro è 54; entriamo alla zona del gate mezz’ora prima della partenza dell’aereo; respiriamo e ci diciamo che forse, superata la dogana, ce la potevamo prendere con più calma, anche perché l’aereo è in ritardo a causa delle nevicate della mattina.
In aereo sonnecchio leggendo Pamuk e pensando che abbiamo trascorso proprio una bella vacanza. Sulle ultime pagine del libro scrivo alcune note per la prossima visita. Quando atterriamo a Venezia ai bordi della pista c’è la neve.
Appunti per il prossimo viaggio londinese:
Quidam, lo spettacolo del Cirque du Soleil alla Royal Albert Hall
Pepsi Trocadero con il museo del Rock e il Guinnes World of Record
Ronnie Scotts locale culto del jazz londinese
Royal Academy of Arts
Tate Modern
National Gallery
Tempio indiano di Neasden
Sulemaniye Mosque di Kingsland Road
Freud Museum
British Museum
Vertigo 42, un lounge bar al 42° piano di un grattacielo della City
Reading Room, la famosa sala di lettura del British (riaprirà solo nel 2011)
Brixton Market
Dalì Universe
Borough Market
Hampstead
London Zoo
Light Railway di Canary Wharf
Locali di Shoreditch e Soho
Thames Barrier
Kew Gardens
Librerie di Charing Cross, in particolare: Borders, Foyles, Koenig Books, Shipley, Blackwell's.

giovedì 8 gennaio 2009

Celtic Hotel

Ring Bell
la porta
apre un sorriso
la parola amica
dischiude l'anima
e vola
da un essere all'altro
come una farfalla
tra le stanze
del Celtic Hotel
Londra gennaio 2009

Ring Bell
the door
open a smile
the friendly word
discover the soul and
flight
from a person to an other
like a moth
through the rooms
of the Celtic Hotel
London January 2009

martedì 6 gennaio 2009

Trafalgar Square was full

Happy New Year, Trafalgar Square was full. Quando torni da Londra hai incontrato tutti i volti del mondo, gli odori e i sapori dalle Indie al Brasile, musica ovunque, il vento della Tube, le corse in taxi, i pensieri colorati come Brick Lane e un romantico appuntamento all'Ice Rink del Natural History Museum.






martedì 30 dicembre 2008

Radio Londra

Le trasmissioni in italiano di Radio Londra iniziarono il 27 settembre del 1938 e si intensificarono notevolmente dal 1939 al 1945, durante la Seconda Guerra Mondiale. Si passò da trasmissioni di un quarto d’ora al giorno a punte di oltre quattro ore, con una ventina di messaggi, registrate nel 1943. Il governo inglese aveva affidato la sua propaganda alla Bbc e la rete inglese svolse l’incarico attenendosi sempre ai fatti, con obiettività, raccontando sia le vittorie che le sconfitte. Questo le valse una grande credibilità in tutt’Europa. La voce in italiano era del colonnello Stevens, inglese di origini napoletane, che ben presto diventò popolarissimo. Altri speakers italiani sono stati Ruggero Orlando e Umberto Colosso, che trasmetteva direttamente da Londra.
«Radio Londra faceva controinformazione- racconta Mario Mauri. Si creavano dei veri e propri centri di ascolto: ci si riuniva a casa di quei pochi che possedevano un apparecchio radio, di solito il farmacista, il notaio, il prete del paesino, e si ascoltavano le ultime notizie dal fronte. Poi si diffondevano, si comunicavano agli altri. Era pericoloso. Bisognava usare molta cautela, perché il regime aveva proibito l’ascolto di Radio Londra, imponendo pesanti sanzioni penali. Proprio per questo la radio la si nascondeva sotto al letto, nella stalla o nell’armadio per poi tirarla fuori, con circospezione e con il volume sempre basso, alla sera».
da: http://www2.unicatt.it/pls/catnews/

lunedì 29 dicembre 2008

Venice-Gatwick

Il programma è di trascorrere cinque giorni a London passando da Brick Lane tra gli odori della curcuma, del cumino e di altre spezie orientali, senza perderci il caffè pakistano, la cucina del Gujarat, i pides, l'anatra alla cantonese, gli scampi reali fritti con salsa chili dolce, gli squisiti bagel, il barracuda grigliato con zucchine e salsa di cocco, le torte giamaicane di bullah (pan di zenzero), i tahini, il bigosz, i pudding, la crème brulée con mango e banana...partenza il 31, volo Venice-Gatwick BA2583.

I libri



I libri che da tanto tempo hai in programma di leggere
i libri che da anni cercavi senza trovarli
i libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento
i libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza
i libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest'estate
i libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale
i libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica
e non chiaramente giustificabile
i libri che vorresti scrivere e che non hai ancora scritto.
Written by Italo Calvino

mercoledì 24 dicembre 2008

A chi




A
chi
ama la nebbia
perché
assomiglia ai sogni
A chi ride se la neve
fiocca morbida e silenziosa
A chi quando piove guarda
i riflessi dell’acqua e le gocce che
suonano sui tetti
A chi fissa le stelle di notte
e pensa che lassù c’è qualcuno che ci ama
A chi se vede un’ingiustizia
non si fa i fatti suoi ma quegli degli altri
A chi vuol bene agli amici
per quello che sono e non per quello che danno
A chi davanti allo specchio avrebbe tante cose da dirsi
e molte di più da migliorare
A chi non ha sicurezze ma sa dare serenità ai suoi cari
A chi a Natale fa ancora l’albero e il presepe perché ha trovato il tempo
A chi cerca
la poesia che
rende fantastica la vita
BUON NATALE E UN 2009 DOLCE E ZUCCHERATO

DEM, der den Nebel liebt, weil er dem Träumen ähnlich ist.
DEM, der lacht, wenn es schneit, weich und still.
DEM, der, wenn es regnet auf das Wiederspiegeln des Wassers und auf die Tropfen, die auf den Dächern spielen schaut.
DEM, der zu den Sternen in der Nacht starrt und denkt, dass dort oben uns irgendjemand liebt.
DEM, der, wenn es eine Ungerechtigkeit gibt, nicht nur an seine Sache, sondern auch an die Dinge der anderen denkt.
DEM, der die Freunde für das, was sie sind und nicht nur für das, was sie geben liebt.
DEM, der vor dem Spiegel viele Worte zu sich zu sagen hat, aber auch viele mehr um sich zu verbessern.
DEM, der keine Sicherheiten hat, aber seine Lieben zu beruhigen weiß.
sucht, weil sie das Leben phantastisch macht.
DEM, der für Weihnachten noch den Weihnachtsbaum und eine Krippe aufstellt, weil er sich Zeit dafür gefunden hat.
DEM, der die Poesie Frohe Weihnachten und ein süsses und gezuckertes Jahr 2009
(Uebersetzung:Christa Baier)

lunedì 22 dicembre 2008

Il caffè è una vacanza

Il caffè è una vacanza. Cos’altro scrivere. Evitiamo la noia. Il caffè è un sollievo in un mondo sbagliato. Forse qualcuno l’ha già detto. Il caffè è un attimo bello e dolce. Questo non è granché. Forse ci vuole un caffè. Tutto da scrivere ancora. Una storia di famiglia che attraversa il mondo e comincia a Pereira. Una storia di caffè e di viaggi. Di amori e di odori. Di energia e pensiero. Un nonno con i baffi, una piccola trattoria che era il centro del paese, lungo il fiume Real, che nome Real, un nome da società sportiva. Il nonno si chiamava Luis Argüello, il primogenito Esteban. Esteban aveva sposato ... , chi l’ha conosciuto diceva che era ... E poi quel viaggio in Europa e la festa a Pereira, dopo la liberazione. La prima bottega era in calle...

domenica 21 dicembre 2008

I racconti del caffè

Veronika Brecelj scrive che a Trieste “I racconti del caffè” rappresentarono una straordinaria combinazione di genio e talento, un viaggio con molte digressioni fantastiche tra mostre, libri e persone. “I racconti del caffè” furono pubblicati a cura della casa editrice Botemann tra il 1932 e il 1934. A quell’epoca l’azienda Illy finanziò interamente l’idea di un giovane scrittore che aveva già pubblicato “Le ore del tè” e “Chiacchiere del dopocena”. Si chiamava Federico Menis e discendeva dalla famiglia di Guglielmo Menis, autore nel 1848 di “Adriatico”. L’opera sta ora per essere ristampata per i tipi della casa editrice Illywords, venuta in possesso dell’unica raccolta completa de “I racconti del caffè”. La scoperta si deve ad Ariella Rischenwald, che li ha rinvenuti dopo anni di ricerche a Londra negli archivi della casa editrice Hodder & Stoughton.

sabato 20 dicembre 2008

Se non sai

Se non sai quello che vuoi devi prendere quello che viene.

Trois rendez-vous in Paris

Michaël, une profession fixé dans le magazine de l'aéroport,
Alexandre, un esprit parlant de la bibliothèque,
Emmanuelle, un’âme que frappe a la porte.
Paris, Rue Princesse
Sous nostalgie

giovedì 18 dicembre 2008

La palla che rimbalza

Nella mitologia greca Τύχη è figlia di Zeus, "a taluni concede i doni della sua cornucopia ad altri nega persino il necessario. Τύχη è irresponsabile delle sue decisioni e corre qua e là facendo rimbalzare una palla per dimostrare che la sorte è incerta. Ma se capita che un uomo, che essa abbia favorito, si vanti delle sue ricchezze né mai ne sacrifichi parte agli dei, né se ne serva per alleviare le pene dei suoi concittadini, ecco che l'antica dea Nemesi, figlia di Oceano, si fa avanti per umiliarlo"
da I Miti Greci di Robert Graves

mercoledì 17 dicembre 2008

Un bell'ingegno

Infatti non basta un bell'ingegno; l'essenziale è farne buon uso. Le anime più grandi sono capaci dei più grandi vizi come delle più grandi virtù, e chi cammina molto piano seguendo la retta via può andare molto più in là di chi corre allontanandosene.
Written by Descartes Discorso sul metodo

martedì 16 dicembre 2008

Venezia con la pioggia

Nella fretta dei cammini le facce piovono improvvise e scompaiono come gocce nei canali. I vetri appannati dei caffè, le pozzanghere nascoste, gli impermeabili luccicanti come pesci al mercato.

lunedì 15 dicembre 2008

Chi ci ascolta

Chi ci ascolta sovrappone al nostro discorso la sua rete di credenze, opinioni, conoscenze, emozioni. Può quindi accadere che un discorso logico e coerente non si riveli tale per chi ci legge o ci ascolta, con tutte le conseguenze che ciò comporta in termini di possibilità di dialogo e di malintesi. D'altra parte può succedere che un discorso troppo ricco di informazioni possa rivelarsi offensivo in quanto, in modo nemmeno tanto sottile, evidenzia la sua ignorantia.

domenica 14 dicembre 2008

La mafia

"Signor Coppola, che cosa è la mafia?". Il vecchio, che non è nato ieri, ci pensa su e poi ribatte: "Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare Procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell'appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia."
"Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo d'essere. Quale errore! Si può avere un mentalità mafiosa senza essere un criminale."
Da Giovanni Falcone in collaborazione con Marcelle Padovani (ed. Rizzoli)

I'm an Englishman in New York

I am an Englishman in New York, so even though I am an alien here, people hardly recognize me as one. I look like one of them unless I open up my mouth to talk. My eight years of staying here was more of an drama, I wanted to leave many times but like this time, I cannot simply give up the life as an alien. Now I chose to stay at least one more year here. I am not sure how the new year will open up to me, it can be more challenging, it can be easier, only God will know. My first blog starts with a hope.
imanenglishmaninnewyork

venerdì 12 dicembre 2008

Il blog

È un po' come scrivere una "cartolina", diciamo che in media una mezz'ora al giorno o ogni due può bastare, qualche volta la sera, altre il sabato o la domenica, il lato interessante per chi scrive è che il blog è un luogo che ti chiama a scrivere proprio perché nessuno te lo chiede, almeno io ho fatto questa esperienza, certo se arrivassero commenti da centinaia di persone le cose cambierebbero, ma a quel punto diventerebbe un lavoro...e non più un divertissement (et voilà il francese che compare a dar lustro alla frase), e poi ci sono delle analogie interessanti con il concetto di ospitalità descritto in un articolo di A.A. su Derrida, che potrebbe essere riscritto così: "Nel blog l'altro può firmare nel tuo testo, esiste uno spazio per chiunque decida di arrivare, fuori da qualsiasi orizzonte di attesa, il blog va nella direzione dell'ospitalità..." .

mercoledì 10 dicembre 2008

I mediocri

I mediocri non si affacciano mai ad altri saperi ed è per questo che quel poco che sanno ha un sapore amaro.

La creazione

Non si dà la vera creazione senza segreto.
Written by Albert Camus

martedì 9 dicembre 2008

Brina

Il bianco della brina sembra neve che gibigianna nel blunerochiaro dell'alba; bagliori elettrici nelle case e ai ai semafori; è l'ora del primo caffè, brulicano le piazze e le stazioni; nel giorno che inizia davvero, c'è tempo per un nuovo pensiero.

domenica 7 dicembre 2008

A man who

The presidency of George Bush provided plenty of evidence that a man who has problems with his prepositions may also struggle to govern well. We can only hope that Obama's presidency proves that opposite.
Written by Charlotte Higgins

sabato 6 dicembre 2008

Heidegger critica Marx

Nelle Tesi su Feuerbach Karl Marx scrive: "I filosofi hanno solo interpretato diversamente il mondo , è venuta l'ora di cambiarlo." Nel 1969 Martin Heidegger osserva : "Un cambiamento del mondo presuppone una rappresentazione del cambiamento stesso, che si raggiunge attraverso un'interpretazione del mondo. Per questa ragione l'affermazione di Marx si dimostra infondata, poiché contesta i filosofi e nello stesso tempo postula una filosofia."

giovedì 4 dicembre 2008

La mia avventura

Non esiste al mondo un'avventura pura e semplice; c'è solo la mia avventura, la tua, la sua - e questo perché la più grande di tutte le avventure sta proprio nel fatto di essere ciascuno di noi quello che siamo.
Ciò che ci accade è solo un altro nome per indicare il modo in cui le circostanze premono su di noi, cosicché un resoconto di ciò che ci accade non è che un resoconto delle circostanze in cui ci troviamo.
Written by H.J.

mercoledì 3 dicembre 2008

Menzogna e cortesia

Nella vita di tutti i giorni la menzogna e la cortesia sono altrettante forme di bontà. Quando siamo sinceri gli altri si arrabbiano o si rattristano. Capita anche con noi stessi. Nello stesso tempo la messinscena ha sempre un fondo di tristezza.
Written by A.C. & C.

lunedì 1 dicembre 2008

La memoria è polvere sottile

Mi trovavo nella sala di lettura della Marciana a Venezia, circondato da migliaia di libri, alcuni coperti appena dalla polvere, altri confusi tra i riflessi dei vetri, quelli all’ultimo piano assomigliavano a delle tastiere rosse, verdi, marroni.. Da qualche parte avevo letto che tutti quei rettangoli ordinati come finestre di falansteri potevano ricordare i loculi, assiepati uno accanto all’altro, in attesa di qualcuno che li venise a trovare. Già ma quando? E perché? Il libro di Gerhard Jaeger su Alessandro di Afrodisia, o La storia del papiro di Tebe di Douglas Walton sarebbero mai stati cercati da qualcuno? E il manoscritto tradotto da Friedrich Brodinger nel 1932 riguardante il primo esempio di testo chiasmatico della commedia attica, uno strano intreccio fra Le nuvole di Aristofane e L’apologia di Socrate, sarebbe mai stato chiesto alla signora che guardava lo schermo del computer con fissità impiegatizia. Nella biblioteca universale di Borges ogni libro è già stato scritto; nella biblioteca de Il Nome della rosa l’ordine è stato distrutto per sempre, l’incendio ha trasformato la grande libreria in un insieme di frammenti, in un miscuglio di segni. Proprio tu caro Umberto Eco hai scritto: “Soltanto il libro è memoria, perché la carta e non il computer conserva tracce del passaggio umano”. Il libro quindi come paradigma indiziario, come traccia del cammino dell’uomo, come particella induttiva nell’universo del sapere. L’unica? Non credo, e le riflessioni sono molte. Il libro è certamente memoria dell’uomo, ma è in ottima compagnia. Lo sono anche le carte d’archivio su cui ci chiniamo compiendo un viaggio fra i morti: i nostri simili che ci hanno preceduto e hanno vergato quei fogli. Nel loro gesto riconosciamo il nostro e la nostra storia. Lo sono i quadri, questi antichi film in cui recitano attori muti, dove una mano indica un volto, dove un paesaggio evoca un viaggio, dove quell’albero incontra una lancia e forma una croce. Anche la musica è memoria dell’uomo, corda che vibra nel suo paesaggio interiore, nelle intermittenze di uno sguardo, di un mare in tempesta, di un volo di farfalla o del vento improvviso che scompiglia i capelli. “Non il computer conserva tracce del passaggio umano”, dici. Certo non l’impiegata alla quale mi avvicino per chiedere una copia de La carte postale di Derrida. “La carta come?”. Va beh ho capito: non è un problema di memoria. Gli scaffali della Marciana La carte postale non l’hanno mai conosciuta, ma il computer per fortuna se la ricorda: l’indice Opac informa la mia stanca interlocutrice che nel Veneto ce n’è una sola copia all’Archivio Luigi Nono. Allora Umberto come la mettiamo? Solo il libro è memoria? E poi di che memoria parliamo, di una memoria lontana, di una memoria vicina, di una memoria che potrebbe volatilizzarsi. Certo il pulviscolo lucreziano dei bit digitali, che Calvino avrebbe apprezzato, pare inconsistente, instabile come sabbia, ma sei sicuro che i libri, figli degli alberi pronti ad accendersi alla prima fiammella, siano casseforti più sicure del nostro misero sapere, del nostro riscrivere raccontando la storia delle Mille e una notte per illuderci che la nostra storia non abbia mai fine. La memoria non è solo memoria della Storia, ma è anche la memoria degli aliti minimi, dei microcosmi individuali, dei piccoli gesti che compiamo per sfuggire ai nostri limiti, al nostro esserci qui e ora. Un coro di voci diverse che echeggiano nel computer, diventano memoria, non secolare ma sufficiente e relativa ai nostri giorni. Ti sto parlando dei blog, un brutto nome l’avrebbe definito Derrida, un’onomatopea da rigurgito, uno sbocco improvviso, un conato esistenziale, un fraseggio confuso di quello che un individuo ricorda e vuol ricordare a sé stesso e agli altri. Ci sono, esisto, anche se a fatica: Blog. E poi c’è Google, amico Umberto, che ti ricorda per più di un milione di volte, a volte meglio di certe biblioteche in cui mancano i tuoi scritti migliori. La memoria è polvere sottile.

domenica 30 novembre 2008

Nelle terre estreme - Into the Wild

Cos’è la liberta? Fuggire dalla dalla vita di tutti i giorni oppure fare i conti con la quotidianità. Nelle terre estreme (ed. Corbaccio) è un bel libro di Jon Krakauer che racconta la vera storia di Chris McCandless, un giovane che dopo la laurea abbandona la sua casa e la famiglia per inseguire la libertà. Morirà di fame in un vecchio autobus abbandonato nelle foreste dell’Alaska. Dal libro è stato tratto anche il film Into the Wild, scritto e diretto da Sean Penn.
Krakauer attraverso un posa coinvolgente e ricca di dettagli ci porta nei luoghi e nella mente di Chris. Nelle amicizie che incontra lungo il suo cammino. Intensa quella con il vecchio signor Ronald Franz che vuole adottarlo, ma Chris non si ferma, prosegue il suo viaggio verso le terre estreme. In una cartolina a Franz scrive: ”Apprezzo sinceramente l’aiuto che mi hai dato e i momenti che abbiamo trascorso insieme. Potrebbe passare molto tempo prima di rivederci ma, ammesso che io superi l’affare Alaska tutto d’un pezzo, riceverai di sicuro mie notizie. Vorrei ripeterti di nuovo il consiglio che già ti diedi in passato, ovvero che secondo me dovresti apportare un radicale cambiamento al tuo stile di vita, cominciando con coraggio a fare cose che mai avresti pensato di fare o che mai hai osato. C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo.”
Per Krakauer lo spirito con il quale Chris si è avventurato nella foresta è lo stesso che porta gli alpinisti a sfidare la montagna, un bisogno spirituale di confrontarsi con sé stessi e con la natura. Una delle ultime cose che il ragazzo fa verso la fine dei suoi quattro mesi in Alaska è scattarsi una foto: “Chris sorride – scrive Krakauer, e il suo sguardo è inequivocabile: McCandless era in pace, beato come un monaco che va dal Signore.
Su un pannello all'interno dell'autobus, Chris aveva scritto di sé: “Da due anni cammina per il mondo. Niente telefono, niente piscina, niente animali, niente sigarette. Il massimo della libertà. Un estremista. Un viaggiatore esteta la cui dimora è la strada. (…) Per non essere mai più avvelenato dalla civiltà, egli fugge, e solo cammina per smarrirsi nelle terre estreme.”

giovedì 27 novembre 2008

Non che io

Caro Amico,
non che io sia contento di quello che faccio: soprattutto, a volte mi sento mancare il cuore davanti all'enormità della massa che devo districare. Dico fra me che è impossibile che scriva solo delle fesserie, che il mio è un farfugliamento; sospiro un po' di talento, quel tanto che basterebbe a farmi lavorare nell'esultanza invece che in questa interminabile smania, ... e alla fine vado avanti.
Written by A.C.

mercoledì 26 novembre 2008

Il treno dei desideri

... battesimo del nostro essere binario, il treno dei desideri va all'incontrario, deraglia sul binario delle paure, sferraglia entrando nel vapore di porto marghera, uscendo come per incanto sul ponte della libertà... ticche tacche gocce di pioggia si posano sul cappotto come la panna sul cioccolato... il treno ci ha coccolato, le nostre facoltà filosofiche prima o poi vengono centrifugate, ma saremo mai pronti a salire sul treno del ritardo che sfida l'attesa delle coincidenze?
... non ancora! Intanto però rimane intatto il fascino della stazione nel vedere i treni passare come incantatori del nostro fanciullesco con-vivere?!
Written by Loris Tessari

domenica 23 novembre 2008

La carte postale 2

Dall’altro lato della cartolina guardi la sigla S e p, Socrates et plato. Per una volta il primo sembra scrivere e addirittura con l’altra mano cancella. Ma che fa Platone con il dito teso dietro la sua schiena. Quando cerchi di girarla in tutti i sensi è l’immagine che torna a te come una lettera. Tu ti trovi, tu, sul suo tragitto.
Il supporto spesso della carta, un libro pesante e leggero, è lo spettro di questa scena, l’analisi tra Socrate e Platone, secondo il programma di qualun altro. Come un indovino, un “fortune telling book” vecchio e speculare su ciò che deve arrivare, su quello che può voler dire: arrivare, dovere arrivare, lasciare o far arrivare, destinare, indirizzare, inviare, trasmettere, ereditare, se essa significa ancora tra qui e là, il vicino e il lontano, da un fort, l’uno e l’ltro. Tu collochi il soggetto del libro tra le poste e il movimento analitico, il principio di piacere e la storia delle telecomunicazioni, la cartolina e la lettre volée, in definitiva il transfert da Socrate a Freud ed oltre. Questa satira della letteratura epistolare dovrebbe essere infarcita : di indirizzi, di codici postali, di messaggi criptati, di lettere anonime, il tutto descritto in numerosi modi, generi e toni. E si potrebbe approfittare anche di date, firme titoli, riferimenti, e della stessa lingua.
(liberamente da La carte postale di Jacques Derrida)

sabato 22 novembre 2008

La carte postale

17 novembre 1979
Tu potresti leggere una lettera un po’ retrò, l’ultima della storia. Ma tu non l’hai ancora ricevuta. Sì, per uno uno sbaglio o un errore d’indirizzo, essa si presta a cadere nelle mani di tutti: una cartolina, una lettera aperta il cui segreto pare indecifrabile, tu puoi tenerla o farla passare per un messaggio da Socrate a Freud. Cosa ti vuole dire una cartolina? A quali condizioni è possibile? La sua destinazione ti attraversa, tu non sai più chi sei. Nell’istante stesso in cui l'indirizzo interpella te, unicamente te, invece di unirti essa ti divide, si allontana da te, delle volte t’ignora. E tu ami e tu non ami, essa fa di te ciò che vuole, essa ti prende, ti lascia, ti dà.
(liberamente da La carte postale di Jacques Derrida)

giovedì 20 novembre 2008

Obama 2

Barack Obama ha 47 anni, l'età media di chi ci governa e di chi ci governava è 70 anni. Non c'è bisogno di aggiungere null'altro. A chi voglia conoscere l'avvincente storia di Obama consiglio il suo libro "I sogni di mio padre" (ed. Nutrimenti), scritto a trent'anni quando frequentava la facoltà di legge e fu eletto presidente della Harward Law Review. Era il primo afroamericano a ricoprire quella carica.
"Alzai lo sguardo verso la piccola finestra al secondo piano della chiesa, immaginando il vecchio pastore all'interno che abbozzava il sermone della settimana. Da dove trae la sua fede?, mi aveva chiesto. All'improvviso mi resi conto di non avere una risposta. Forse, però, avevo fede in me stesso. Ma la fede in sé stessi non è mai abbastanza."
"Di tanto in tanto mio padre mi dava un consiglio, di solito era un aforisma che non afferravo totalmente: "Come l'acqua prende la forma del suo recipiente, tu prenderai la strada che più ti si addice."
"Danzarono insieme fino a sembrare uno spirito solo. Alla fine della rappresentazione lo spirito intonò un unico e semplicissimo verso: Ho trovato la divinità in me / e l'ho amata/ l'ho amata con ardore."
"Mi turbavano e al tempo stesso mi confortavano, quegli alberi che sembrava potessero da un momento all'altro liberare dalla terra le proprie radici e andarsene, se non fosse stato per la consapevolezza che su questa terra nessun posto è così diverso dall'altro, e che ogni istante porta con sé tutto ciò che è già stato."
"Se solo potessimo ricordare quel primo passo in comune, quella prima parola in comune, quel tempo prima di Babele."
Barack Obama Dreams from My Father: A Story of Race and Inheritance

mercoledì 19 novembre 2008

martedì 18 novembre 2008

Pronto? non ancora . . .

Pronto?
non ancora . . .
riprovare più tardi . . .
senza pretese . . . ma con intensità.
rivedersi . . . come ritrovarsi,
riabituarsi . . . e . . .
nuovamente dimenticare.
pieni da svuotare,
ripieni di umanità residua,
tolta,
attraversata,
scandita
. . . e poi . . .
rigettata . . . in quell’ultimo respiro,
rantolo offuscato ma denso di liquidi rumori.

Pronto?
non ancora . . .
forse più tardi . . .
senza voler esserci . . . per forza.
stare . . . come pensare
ripercorrere ottusamente un ricordo inventato,
svelato . . .
non ancora formato . . .
immaginazione contenuta . . . a tratti . . violentata . . .
non ritrovare l’inizio . . . ed essere . . già . . alla fine.
ricominciare . . come se nulla . . fosse,
seguire con lo sguardo i propri passi,
ascoltarli
e poi lasciarli risuonare . . .
dentro.

Pronto?
non ancora . . .
basta che non sia troppo tardi . . .
senza più reti . . .
abbandonati brandelli vaganti di un sè
che . . . forse . . . sarà.
vite piegate . . inconsapevolmente vissute,
stratificazioni di emotività represse,
sbiadite,
diluite
ma incorniciate come ricordi importanti . . .
non più pericolosi . . .
dolciastri rigurgiti . . di pasti troppo recenti . . .
troppo abbondanti . . .
troppo . . . incalzanti.

Pronto?
non ancora . . .
anche se fosse tardi . . .
senza dover guardare troppo oltre
da vedere le proprie spalle,
proiezione garantita, rassicurante,
volontà de-formante,
farsi continuo di
apparenze rigenerate
desiderate
attese
vissute e rivissute fino alla nausea.

Pronto?
non ancora . . .
Written by Aldo Aliprandi

lunedì 17 novembre 2008

Treno

Collana di destini, veloci paesaggi, indecise partenze, titoli di libri , dialoghi cellulari, audizioni auricolari, stampa piegata, occhi cullati dalle rotaie. Pronto? Non ancora.

giovedì 13 novembre 2008

Denaro

Molti uomini si trasformano per i soldi sia nel lavoro che nella vita privata. È una circostanza che non finisce mai di stupirmi come le giustificazioni che inventano per sentirsi nel giusto. Ma non sono dei giusti, sono solo delle persone meschine ed avide.

martedì 11 novembre 2008

Il gioco dell'angelo

Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia.
Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui.
Uno scrittore è condannato a ricordare quell’istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ha ormai un prezzo.
(Carlo Ruiz Zafon)

Nella foresta

Nella foresta ci si può smarrire o si può trovare una metafora e tornare.

domenica 9 novembre 2008

Minuti

In un giorno ci sono 1440 minuti, potresti impiegarne almeno uno per scrivere qualcosa. Se non ti viene in mente nulla, visita: oneminutewriter

venerdì 7 novembre 2008

Obama

Il mondo va nella direzione indicata dalle elezioni americane. Meno male. Speriamo che anche per la salvaguardia dell'ambiente accada qualcosa di altrettanto straordinario.

martedì 4 novembre 2008

lunedì 3 novembre 2008

Pericle

"Amiamo il bello ma con compostezza, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza; adoperiamo la ricchezza più per la possibilità di agire che essa ci offre, che per sciocco vanto di discorsi; e la povertà non è vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai di più il non darsi da fare per liberarsene ..." (Pericle)

venerdì 31 ottobre 2008

Piove

Senza sosta piovono le lacrime delle nuvole, infinite gocce di felicità o di tristezza? Ma dimmi tu come ti senti quando piove e il traffico s'accalca tra le luci rosse degli stop, e gli occhi dei passanti scompaiono sotto le tende variopinte degli ombrelli, e le poche biciclette zigzagano lente sotto i portici?

mercoledì 29 ottobre 2008

Al caffè

Guardalo attraverso i suoi occhi, il mondo.
Lei è lontana.
In un villaggio al di là dell'oceano, forse
da qualche parte, a Sud ...
Written by Luigina

martedì 28 ottobre 2008

L'appuntamento

All’appuntamento nel solito ristorante era arrivato prima di tutti; come sempre, pensai. Indossava un impermeabile sformato e un cappello nero a tesa larga. Impugnava saldamente un ombrello, come se dovesse servirgli da punto d’appoggio più che da riparo.
Quando mi vide, tolse di scatto il braccio che teneva intorno alle spalle del cameriere, e mi venne incontro trasformando la sua risata in un semplice sorriso. Non potei fare a meno di notare sua la barba incolta e il passo appesantito. Lo sguardo, invece, era quello di sempre: luminoso, contagioso. Erano passati pochi mesi dal nostro precedente incontro, ma sembravano pochi giorni. Preoccupato mi chiese come stavo, forse perché ai suoi occhi apparivo come lui ai miei.
Written by Duilio

domenica 26 ottobre 2008

Vicky Cristina Barcelona

L'amore vero, l'amore romantico, è inappagato, dice Maria Helena (Penelope Cruz), una delle protagoniste dell'ultimo film di Woody Allen. Due amiche, Vicky (Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett Johansson) trascorrono l'estate a Barcellona ospiti di Judy e di suo marito, una coppia di mezza età. L'incontro con il pittore Juan Antonio (Javier Bardem) darà il via a una serie di relazioni amorose.
Juan prima sedurrà l'apparentemente fredda e razionale Vicky che sta per sposarsi con il classico ragazzo di buona famiglia. Poi riuscirà a conquistare la sensuale e nevrotica Cristina, la quale inizierà una movimentata convivenza con il pittore e con la sua ex moglie Maria Helena, artista instabile e reduce da un tentativo di suicidio. Cristina accetterà questo menage a trois, nel quale avrà anche un incontro ravvicinato con Maria Helena, sua Musa nell'arte della fotografia, in camera oscura. Sullo sfondo l'anziano padre di Juan, un grande poeta che non pubblica le sue poesie perché il mondo non le merita.
Nel frattempo Vicky si è sposata con il suo ragazzo e scopre che Judy da anni tradisce il marito a cui vuole bene ma che non ama più. Allora si decide a confidare a Judy la sua passione segreta per Juan. I due si incontrano di nuovo; lui intanto è rimasto solo, perché prima Cristina e poi Maria Helena lo hanno lasciato. Mentre stanno per baciarsi davanti ai quadri dell'atelier, irrompe di nuovo sulla scena Maria Helena con una pistola.
Alla fine ...la fine è aperta e lascia intuire come tra desideri e realtà spesso non vi sia una corrispondenza. La storia è narrata con garbo: alcuni passaggi raccontati da una voce fuori campo, un bacio qui e là, musica catalana, alcuni dialoghi in spagnolo, Barcelona e Gaudi in trasparenza.

sabato 25 ottobre 2008

"There's probably no God"

"Buses with the slogan ''There's probably no God. Now stop worrying and enjoy your life" could soon be running on the streets of Britain. The atheist posters are the idea of the British Humanist Association (BHA) and have been supported by prominent atheist Professor Richard Dawkins."
Lo slogan si riferisce al dio che premia e castiga, ma questa non è l'unica idea che puoi avere di dio. Quello che a volte ti impedisce di goderti la vita non è dio ma la vita stessa con i suoi limiti e la sua complessità.

giovedì 23 ottobre 2008

Google

La filosofia e il cretino

La filosofia non può nulla contro il cretino che vicino a scuole, negozi, marciapiedi, lascia acceso il motore della sua auto, spesso un diesel di grossa cilindrata. Più in generale essa è sconfitta dal male. E questo è un bel problema filosofico.

mercoledì 22 ottobre 2008

Giramondo

Hanno girato il mondo ma spesso ignorano le terre d'Italia.

Complimenti

I veri complimenti sono come gli amici, si contano sulle dita di una mano. I più sono pro forma; quelli eccessivi possono precedere la richiesta di un favore o, qualche volta, propiziare un congedo.
Al termine di una lettera o di una telefonata che manifesta profondo disaccordo, assolvono la funzione di mandare il destinatario in quel famoso posto.

lunedì 20 ottobre 2008

Davanti ad un camino

"Scorrendo velocemente le pagine ho pensato che sarebbe bello trovarsi in un posto confortevole, di fronte ad un bel camino con qualcosa di caldo da bere, magari con qualche caldarrosta da gustare, magari con ognuno il proprio libro e ogni tanto discorrere del più e del meno. Forse è il periodo autunnale o forse le foto dei tuoi libri mi hanno ispirato tale desiderio. Forse anch'io dovrei annotare i miei pensieri."
Wtitten by Vittoria

sabato 18 ottobre 2008

Amico lontano

Amico lontano eppur visibile  come il volo di una farfalla bianca  sulla neve, il mio pensare corre a Est dove tu vivi l'irregolarità dei giorni nella permanenza del distacco. Il sole arriva nella mia stanza ma di sponda, rifratto dalla corte chiusa e insieme all'odore di fritto del balcone dei cinesi.

giovedì 16 ottobre 2008

Le cicale

Narra il mito greco che un tempo le cicale fossero uomini, i quali conosciute le Muse furono rapiti a tal punto dal piacere del canto  da non nutrirsi più e perciò morire. Nacque così  la stirpe delle cicale a cui le Muse diedero il privilegio di non aver bisogno di alcun cibo sin dalla nascita e di poter cantare per tutta la vita. Una volta giunte nell'aldilà il loro compito era di informare le Muse su quali uomini avessero reso loro onore sulla terra.
Per i greci le cicale simboleggiavano l'amore ed erano simili agli dei. Secondo La Fontaine l'insetto, contrapposto alla formica, è l'emblema dello spreco. Nella lingua comune una cicala è  persona chiacchierona e fastidiosa, e cicalare significa parlare troppo  e di argomenti frivoli. Eppure il Poeta ci ricorda "l'alacre frinir delle cicale".

mercoledì 15 ottobre 2008

Chi scrive

"Chi scrive parla di cose che tutti conoscono ma che non sanno ancora di conoscere. Così, scrittori e lettori, usando la fantasia, avvertono quanto tutti gli uomini hanno in comune. La grande letteratura non parla delle nostre capacità di giudizio, ma della nostra abilità di metterci nei panni dell'altro."
Orhan Pamuk, La valigia di mio padre

lunedì 13 ottobre 2008

Beyond building or beyond architecture?


Le cose dette in inglese assumono più importanza di quelle dette in italiano per varie ragioni: la prima è che “suona bene”, poi molti (troppi in Italia) ancora l’inglese non lo conoscono e quindi hanno una sorta di timore reverenziale verso ciò che non capiscono, un’altra è che l’inglese è la lingua di Inghilterra e America, paesi vincitori nella storia, nella letteratura, nella musica.
Benvenuti allora a Out There (Là fuori) Architecture beyond building (l’architettura oltre il costruire), undicesima mostra internazionale di architettura (labiennale.org) che si svolge a Venezia fino al 23 novembre. Rassegna in cui gli architetti su un tema paiono interrogarsi senza requie: sarà mai possibile salvare la città dalla deriva, dalla moltiplicazione incontrollata, dagli squilibri ambientali e sociali?
Let’s go. In un video - in mostra ce ne sono non meno di un migliaio - Aaron Betsky spiega che l’architettura e il costruire sono due cose diverse, l’architettura è ciò che sta prima e intorno al progettare. Gli architetti diventano in alcuni casi videoartisti, tecnoartisti, popartisti, dando vita a una mise en scene del clima contemporaneo, del mondo fluido, per citare Bauman che cita Eraclito, nel quale ognuno è il tutto, e il molteplice è contemplabile da ognuno.
Ma andiamo ora ai Giardini per cercare di capire se non fosse il caso di chiamarla “Beyond architecture”. After the party, il padiglione del Belgio, stupisce con una distesa di coriandoli che copre il pavimento e dà modo ai visitatori di lanciarsi i “confetti”. Carnevale veneziano, logica fuzzy, confondersi dei popoli e delle idee, infinite combinazioni possibili del progettare. Spiega una didascalia: “Il progetto non coinvolge piani e modellini, ma un’architettura intesa come realtà da esperire fisicamente”, anche lanciandosi i coriandoli of course, che poi si ritrovano sul parquet di casa e ci si ricorda oggi dove s’era ieri.
Tanta creatività e tanti progetti dalla Spagna, fra cui un’interessante architettura-scultura sul lungomare di Marbella che “suona” al vento del mare. Padiglione Italia con spazio a mo’di Serpentine Gallery londinese, coperto da cuscini imbottiti su cui sdraiarsi attorno a colonne con video e cuffie, per sperimentare il guardare e l’esser guardati tipico delle nostre città, continuamente riprese dai telefonini-telecamera e spiate dalla onnipresente rete di videsorveglianza che segue ogni nostro passo. Geniale il filmato Koolhaas houselife (koolhaashouselife.com), in cui una simpatica domestica racconta le sue difficoltà nella pulizia dell’originale casa di Bordeaux, spiegando così in modo nuovo ed efficace l’architettura. Lungo il percorso, la curiosa stanza dei frigoriferi: apri e trovi un occhio magico, oppure delle radio, delle catene che ti impediscono di aprire la porta, delle diapositive appese a dei fili, una luce arancione. Frigoriferi anche al padiglione ceco per raccontare la spesa degli italiani. Poi, d’improvviso, fra il padiglione dell’Egitto e quello della Polonia, incontri Carlo Scarpa che ti parla da un monitor e tu, che non l’hai conosciuto, capisci che avresti voluto conoscerlo.
Sosta polacca quasi d’obbligo visto che è stata premiata con il Leone d’oro. Hotel Polonia mette a disposizione dei letti matrimoniali da affittare per una notte e una serie di spiazzanti fotomontaggi che trasformano stazioni in parchi acquatici e condomìni in cimiteri. Sulla parete di Israele filmati di colline e paesi che attraverso un “trascinamento digitale” si trasformano in dei paesaggi alla Max Ernst. Il padiglione americano, invece, si apre con un’aiuola coltivata a radicchio, finocchio, insalata; il tema è quello del radicamento dell’architettura... Riposante e intelligente nella sua semplicità il padiglione della Finlandia dedicato a musei e librerie.
Salutati dalla gas-pipe gialla dell’Estonia, lasciamo i Giardini per visitare gli spazi dell’Arsenale.
Start con “gli oggetti di Asymptote governati da un’aerodinamica perversa”. Più avanti, tra televisori e installazioni si legge: “Gli edifici si devono preparare alla propria assenza e comprendere la complessità delle proprie narrazioni. Invece di distruggere e ricostruire all’infinito, un futuro già obsoleto dobbiamo passare a strutture collaborative e sitemi redentori”. Buone intenzioni anche in altri pannelli: “L’obiettivo ultimo è creare una città diversa, aprire il dialogo sulla direzione da intraprendere, re-immaginare uno spazio pubblico condiviso e raggiungere un equilibrio sostenibile con l’ecosistema”. Visionario il corto che illustra il progetto Skycar City di Winy Maas e Grace La, i quali nel loro studio di Rotterdam sognano una città di macchine volanti. Questa tecnologia renderebbe superflui i parcheggi e le strade, “ma soprattutto libererà l’urbanistica dalla sua dipendenza dal piano”. Altri spunti: Singletown, la città illuminata dall’alto di Giammetta e quella invisibile di Tstudio. Un corridoio-collage di progetti e disegni, con pavimento in pendenza “effetto Escher”, è a poca distanza dalla Hypnerotosphere (ispirata alla Hypnerotomachia Poliphili , Venezia, 1499), di Nigel Coates, un salotto circondato da uno schermo circolare che accosta due uomini che danzano ai palazzoni della periferia romana. Proseguendo, la riedizione della mostra “Roma interrotta” del 1978, introdotta da uno scritto di Carlo Giulio Argan: “È più facile progettare le città del futuro che quelle del passato. Roma è una città interrotta perché si è cessato di immaginarla e si è incominciato a progettarla (male)”. Tra i disegni esposti, quelli dell’architetto Paolo Portoghesi che evidenziano le straordinarie corrispondenze tra le forre e i paesaggi naturali intorno a Roma e l’architettura e l’impianto viario di alcuni quartieri della Capitale. Sarebbe stato bello dedicare un intero padiglione a questo tema che non finisce di sorprendere, è come se l'uomo inconsciamente ripercorresse gli stessi sentieri. Anche il Cile si schiera dalla parte dell’architettura sostenibile mostrando abitazioni ed edifici tradizionali in cima a degli alti sgabelli di legno; un’immagine poetica e sognante, un piccolo villaggio in miniatura (foto accanto al titolo) all’interno del quale è piacevole vagare con lo sguardo. A Zara l’architetto Goran Rako costruisce una piazza, alimentata da energia solare, che si illumina e suona al ritmo delle onde. Verso l’uscita spunta un video, l’ennesimo, con uno schermo a neve e la celebre frase di Mc Luhan “The medium is the message”.
Una mostra gremita di ideas, alcune beyond architecture, e di una moltitudine di facce, alcune beyond imagination, che ti vengono incontro come coriandoli, e capita che alcune le conosci e non ti aspettavi di vederle lì, e così tra tanti coriandoli ho incontrato per caso Fabio, Alberto, Andrea e Cristina. See you.

Coriandoli

"Escher"

Venice

sabato 11 ottobre 2008

"Questa è la verità"

Da un'intervista di Russel Wilkinson a Catherine, la figlia diAlbert Camus, svoltasi   nell'ottobre del 1995 all'Hotel Basil di Londra. "Mio padre sosteneva anche che non c'è la verità in ciò che costringe all'esclusione. Siamo quindi obbligati ad accettare le contraddizioni se non vogliamo rifiutare alcune evidenze della vita. Qualora invece si prenda una concezione del mondo, un sistema filosofico o una religione e si affermi "Questa è la verità", ci si avvia lungo una strada che esclude le altre strade e uccide la vita."

Il migliore dei cannocchiali

"Al principio di maggio, per quanto scrutasse la pianura col migliore dei cannocchiali d'ordinanza, Giovanni non riusciva ancora a scorgere alcun segno d'attività umana; neanche il lume di notte, e sì che i fuochi si vedono facilmente anche a smisurate distanze."
Rileggendo alcune pagine del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati si rafforza in me l'idea che è il più grande romanzo del Novecento italiano.

giovedì 9 ottobre 2008

mercoledì 8 ottobre 2008

Delitto di cronaca

Il passante all’inizio di giugno guardò le locandine e lesse delle solite tragedie. Cominciò così a raccogliere gli “strilli” per un mese e poi li lesse uno dopo l’altro: sangue, rapine, violenze e tanti morti. Gli venne in mente che “Memento mori” era il saluto dei monaci trappisti; forse anche i giornali, sconfitti dalla Rete, si preparavano al commiato.
Uscendo dalla metafora, penso che il giornalismo, anche quello locale, sia qualcosa di diverso: innanzitutto critica e indagine su qualunque potere, capacità di raccontare aspetti interessanti della realtà, impegno nella difesa dei più deboli. La cronaca, come la vita, ha tanti colori. Scegliere sempre il nero, il Grand Guignol, non è più diritto di cronaca, può diventare delitto di cronaca.

La civiltà dei barbari

 "I barbari sono tali rispetto a quella che si considera — a noi che ci consideriamo — la civiltà, la quale si sente devastata nei suoi valori essenziali: la durata, l'autenticità, la profondità, la continuità, la ricerca del senso della vita e dell'arte, l'esigenza di assoluti, la verità, la grande forma epica, la logica consueta, ogni gerarchia d'importanza tra i fenomeni. In luogo di tutto questo trionfano la superficie, l'effimero, l'artificio, la spettacolarità, il successo quale unica misura del valore, l'uomo orizzontale che cerca l'esperienza in una girandola continuamente mutevole. Il vivere diventa un surfing, una navigazione veloce che salta da una cosa all'altra come da un tasto all'altro su Internet; l'esperienza è una traiettoria di sensazioni in cui Pulp Fiction e Disneyland valgono quanto Moby Dick e non lasciano il tempo di leggere Moby Dick."
(conversazione tra Claudio Magris e Alessandro Baricco dal Corriere della Sera del 7 ottobre)

lunedì 6 ottobre 2008

Lo scrittore

Lo scrittore al centro della sala è un bersaglio perfetto. La signorachelegge è pronta a sparare le sue domande. Alla fine giunge, giunge come una cannonata, un fulmine, un colpo di clacson, la prima domanda. Lo scrittore vacilla, la sua figura indietreggia appena, poi in un sussulto risponde. La signorachelegge incalza con un'altra domanda, e poi un'altra ancora. Lo scrittore sta per soccombere, quando la donna tace all'improvviso, la dentiera le intrappola la lingua. Salvo.

venerdì 3 ottobre 2008

Fari veloci come stelle

Fari veloci come stelle cadenti, bagliori bianchi lungo la collina, e dalla chiesa si vede laggiù, nella pianura verso il mare, una distesa di punti color mandarino; si accendono e si spengono i finestrini di un treno,  e sulle nuvole blurossonotte la luna apre una parentesi: l'aria fresca dell'autunno sembra primavera.

giovedì 2 ottobre 2008

Il viaggio dell'elefante

Come nasce un romanzo? A volte nasce in un ristorante, guardando delle statuette che raccontano il viaggio di un elefante da Lisbona a Vienna. Nel 1551, re Joao III, sovrano del Portogallo e dell'Algarve, e sua moglie Caterina d'Austria decisero di regalare al cugino Massimiliano d'Austria un elefante di nome Salomone. L'elefante arrivò a Vienna dopo un lungo viaggio, passò anche da Salisburgo dove oggi si trova il locale chiamato "l'Elefante". Proprio in quel ristorante una sera di qualche anno fa cenò José Saramago e, conosciuta la storia di Salomone, decise di raccontarla nel suo nuovo romanzo: "A Viagem do Elefante", che ci porta con sé nell'Europa del Cinquecento insieme alla fantastica carovana di personaggi veri e inventati che accompagna l'insolito dono. "Scrivere come leggere non sono azioni innocenti - ha sottolineato Pilar Del Rìo moglie di Saramago-,  sono tentativi per forzare l'intelligenza, per andare un po' più in là di Vienna o di Lisbona, più in là di ciò che eravamo quando ci siamo svegliati al mattino con un nuovo giorno davanti."

mercoledì 1 ottobre 2008

In un mondo battuto dal vento

"...questo dramma di enigmi e di doppi fondi, di sofferenze e di tristi gioie, queste cose umane nell'elementare vastità di un mondo battuto dal vento."
12 novembre 1947
"Un elemento che distrugge nella gente il senso del bene e del male è il fatto che "si vive una volta sola" e "più si ha, meglio è", più soldi si hanno e più grande è la fama. È difficile comprendere davvero l'enorme senso di sé delle persone poiché capire veramente vuol dire abbandonare il proprio sé. Spinti da un tremendo egoismo, tutti noi diciamo: "Non ho che una vita da vivere, solo una possibilità di essere ricco o povero". E questo annulla immediatamente le aspirazioni ideali. Ecco perché tutte le religioni mettono in risalto l'immortalità, o un'altra possibilità in un altro mondo."
Primavera 1948
Dal "blog" di Jack Kerouac: Un mondo battuto dal vento.

sabato 27 settembre 2008

Palladio raccontato “alla Lucarelli”

Dialogo in treno:
R. Hai visto la mostra “Palladio 500 anni” (www.palladio500anni.it) a Vicenza?
M. Sì, dieci euro per una bella confezione, un allestimento curato, un’audioguida con le spiegazioni registrate dallo stesso curatore “alla Lucarelli”
R. Come alla Lucarelli?
M. Sì Lucarelli, quello di Blu Notte, quello con la barba e gli occhi bovini, quel modo di raccontare con le pause e con tante domande, per coinvolgerti
R. A sì,sì Lucarelli, bravooo
M. Ecco, cercava di imitarlo, ma tra la calata veneta e tra che ogni tanto gli mancava il fiato, vabbè scherzi della vanità
R. A parte questo
M. Alcune tesi discutibili, come quella secondo cui Palladio a partire da un certo momento avrebbe rubato la scena a Sansovino a Venezia, invece come spiega Tafuri Palladio non riuscì mai ad essere il prediletto della classe dirigente, ed è per questo che costruì lungo i confini di Venezia, come a Santa Lucia o a San Giorgio Maggiore, ma mai al centro della città: perse il concorso per la ricostruzione del ponte di Rialto e anche il suo progetto per Palazzo ducale venne rifiutato.
R. Ma ci sarà stato qualcosa di interessante
M. Sì, un ritratto di El Greco spacciato per un ritratto di Palladio senza la benché minima prova storica, ma solo sulla base di deboli congetture, come il fatto che El Greco abbia abitato per alcuni anni a Venezia. È interessante notare come pur di dire qualcosa di nuovo alle volte anche importanti istituzioni cedano all’invenzione
R. Sei proprio un criticone, dai dimmi le cose positive
M. Straordinaria la storia di Inigo Jones, un architetto inglese che nel Seicento compra da Vicenzo Scamozzi, allievo di Palladio, una serie I disegni del maestro, che giungono così nel Regno Unito e contribuiscono alla diffusione del palladianesimo nel mondo. Una chicca della mostra sono gli schizzi sulla disposizione delle truppe in battaglia e le piante di case pensate per gente normale, una specie di housing…ah dimenticavo c’è una splendida veduta di San Giorgio Maggiore del Canaletto e, naturalmente, i progetti, i rilievi, le riflessioni “a matita” di Andrea della Gondola, è affascinate il racconto dei segni, i segni raccontano che dallo studio attento di ciò che ti sta attorno nasce la creazione di quello che non c’è ancora.

giovedì 25 settembre 2008

Quattro stelle amiche

Premetto sono amico dell’ideatore del sito e quindi forse poco obiettivo. Prima cosa mi stupisce che appena arriviamo non vediamo il suo viso, diciamo che l’uomo sa di valere, sa che è sopra la media e quindi ci aspettavamo un bianconero con sguardo ispirato e magari una nostalgica olivetti o una splendida penna stilografica. No! La foto c’è, ma bisogna cercarla e la troviamo sotto le sue opere letterarie con lo sguardo sornione di un agente di publitalia-finivest, “vieni con me ti aiuto io”. La frase iniziale che stiamo navigando-cazzeggiando è sbagliata. Cioè se io sono arrivato qua è perché sto cercando il non banale, perché ho spento la televisione e cerco di usare i pochi neuroni rimasti. Grazie per i sogni ne abbiamo bisogno. Le foto belle, il ragazzo è eclettico arte-libri-musica e fotografia, ci ricorda che il mondo ha diverse vedute, varie prospettive e che sta a noi essere curiosi e cercare il particolare. L’archivio ci ricorda che mette la sua arte a disposizione per raccontare la vita e l’evolvere dei fatti, che attraverso i suoi resoconti emergono dall’anonimato. Certo sa lavorare bene anche nel business, ma il meglio si evidenzia quando l’argomento si avvicina all’arte in ogni sua manifestazione, si sale e delle volte si guarda giù e si vedono le proprie miserie. Ma c’è chi vola, chi striscia e chi scava. Il blog è bello, pieno di spunti, bisogna farlo emergere.
Quindi diciamo che se la valutazione va da una stella a cinque (il massimo) le quattro stelle ci sono tutte.
Evviva!
Written by Luca S.

martedì 23 settembre 2008

L’amicizia

Un sentimento sottile e fragile quando vive della memoria dei momenti passati, un legame indistruttibile quando accompagna un progetto, un tempo, un fare. I veri amici sono pochi, ma non perché gli esseri umani siano così inaffidabili, la verità è che abbiamo poco tempo per stare insieme a molte persone e per condividere i loro cammini.

sabato 20 settembre 2008

Pordenonelegge: spilli e bolle

“Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!” … Il cartoncino giallo, da appendere alla maniglia, come quello che si trova negli alberghi , dondola ora sulla porta del salotto. In una pasticceria d’antan, davanti a due cioccolate in tazza piccola, ho incontrato un uomo con la barba vestito di nero, al di là del banco una pallavolista con la coda veloce con i portafiltri; curiosando ho conosciuto uno scrittore, anzi due, no anzi tre, no anzi Quattro, e rincontrato un editore; ho comprato una guida di New York e un paio di occhiali; messo il naso nella mostra “Il pittore e il pesce”, sold out a “Non chiedermi come sto, ma dimmi cosa c’è fuori”. Nella shopping bag sono finiti anche il giornale, un paio di libri e il trailer cartaceo di Gargoyle di Andrew Davidson: “Le sventure ci colgono di sorpresa, spesso con violenza, proprio come l’amore”. Pordenonelegge.it – sintetizzo dalla guida- non si illude di poter evadere dall’universo di bolle mediatiche (rectius balle) nel quale siamo immersi, ma offre l’opportunità di sentirsi pungere da semplici spilli: i libri.

Un muro di impenetrabile umanità

Ad un'ora della sera, seduto al tavolo di un bar, sotto i rintocchi del campanile del duomo, con i fari delle macchine che spuntavano dalla sua nuca, egli si è definito un "muro di impenetrabile umanità". Non ero d'accordo con quell'affermazione e, tra un abbagliamento e l'altro, mi veniva in mente Albert Camus: "È certo che, in apparenza, io non posso conoscere meglio di persona un attore, per il solo fatto di averlo visto cento volte, tuttavia, se, facendo la somma degli eroi che ha incarnati, dico di conoscerlo un po' di più dopo aver enumerato il centesimo personaggio, si sente che in questa asserzione sta una parte di verità, poiché l'apparente paradosso è anche un apologo e ha una sua parte di morale. Questo insegna che un uomo può essere definito altrettanto bene dalle sue commedie che dai suoi impulsi sinceri."

venerdì 19 settembre 2008

Piccole gocce di resina

Piccole gocce di resina, le ha staccate Rossana da un’acacia dell’orto botanico di Cagliari. Ora stanno adagiate su un sasso piatto accanto ad alcuni libri del mio studio e sembrano dei piccoli brillanti. ln ogni viaggio raccogliamo qualcosa per il nostro bazar di pietre e souvenir mineralvegetali.

venerdì 12 settembre 2008

La nuova Londra

“Ecco perché, Signore, voi non trovate nessun uomo con un briciolo di intelletto che desideri lasciare Londra. No, Signore, quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire” (Samuel Johnson, letterato e poeta, 1709-1784). Marco Niada, corrispondente del Sole 24 Ore dalla capitale britannica, sceglie questa dichiarazione d’amore per cominciare il suo libro "La nuova Londra- capitale del XXI secolo". Il ritratto, affollato da una miriade di cifre e dati, è pieno di entusiasmo per una città che alcuni definiscono “la New York d’Europa”. Su sette milioni e mezzo di abitanti due sono stranieri. Londra è riuscita a trasformare il multiculturalismo in una risorsa; l’eredità storica delle colonie si è evoluta in una rete di relazioni che le consentono di primeggiare, oltre che nella finanza, nella cosiddetta knowledge economy: sono due milioni e mezzo le persone impiegate nei settori della consulenza, della comunicazione e della cultura. La città attrae ogni giorno migliaia di turisti e di aspiranti residenti, fra cui moltissimi italiani: un milione e quattro nel 2006. La comunità dei britaliani a Londra è composta da 100.000 persone: manager, ricercatori, artisti, cuochi. Il libro si conclude con le vicende della band The Zimmers, formata da novantenni e diventata famosa. Un esempio per dire che a Londra il detto “finché c’è vita c’è speranza” è più vero che altrove.

mercoledì 10 settembre 2008

Il malinteso e Chesil Beach

“Il mondo va avanti solo grazie al malinteso. È grazie al malinteso universale che tutti si trovano d’accordo. Se infatti, per disgrazia, ci si comprendesse, non ci si potrebbe più mettere d’accordo." La citazione di Baudelaire compare all’inizio di un saggio di Alberto Andronico “Le radici del malinteso. La lacità tra identità e differenza”, che ho trovato per caso cercando, come a volte accade, altro. Ci sono malintesi scoperti, taciuti, voluti, tutti sono inevitabili, perché parole e gesti sono compresi con le lenti dello stato d’animo, del bagaglio culturale, della posizione sociale, dell’occasione, della convenienza, dell’inconscio…del meteo. Il malinteso può portare anche alla fine di una storia d’amore che sarebbe stata bellissima. Accade in Chesil Beach di Ian McEwan. Florence è una violinista di talento che non sente il bisogno di provare i piaceri del corpo, l’arte è l’universo che la appaga in modo totale. Edward, suo marito, invece è passionale e attratto dal corpo della moglie. La prima notte di nozze è un disastro. Lei fugge inorridita dalla camera dell’albergo e si allontana lungo la spiaggia di Chesil Beach. Lui si offende, interpreta quella fuga come un abbandono, non come un momento di disperazione. Scrive McEwan: “A Chesil Beach, Edward avrebbe potuto richiamare Florence o seguirla. Non sapeva, e nemmeno avrebbe voluto scoprirlo, che correndo lontano, sicura, nella sua diperazione, di essere sul punto di perderlo, Florence non si era mai sentita tanto innamorata e sgomenta, e che il suono della sua voce l’avrebbe raggiunta come una salvezza, che si sarebbe senz’altro voltata. Edward invece era rimasto impassibile nel suo silenzio virrtuoso, in quel crepuscolo estivo, a guardarla correre via sulla spiaggia, mentre lo sciabordio delle piccole onde copriva il rumore dei suoi passi faticosi e Florence si riduceva a un punto sfocato in fuga nell’interminabile rettilineo di ciottoli sfavillanti nella luce fioca.”

domenica 7 settembre 2008

Pioggia improvvisa

Giornata di pioggia improvvisa. Oltre il cancello dei ragazzi ammazzano il tempo aspettando che spiova. Nel grigio delle nuvole un arcobaleno disegna una linea triste ma i suoi colori muovono i sorrisi della gente. Il vento forte ha spezzato le fronde di alcuni alberi: sull’asfalto le foglie lucide diventano forme astratte. Nell’aria odore di mosto, di fumo e pietre bagnate. In lontananza le luci della costa.

venerdì 5 settembre 2008

Harry's Dolci

Si possono ancora incontrare la gentilezza, lo stile e le buone maniere? Sì, all’Harry’s Dolci di Venezia. Per raggiungerlo due minuti di traghetto, linea 2 dalle Zattere. La vista è strepitosa, in particolare verso il tramonto: una lunga cornice di case-quadri dai colori diversi, da Santa Marta a San Marco, e giù in fondo la cupola della Salute e la facciata in Pietra d’Istria di San Giorgio Maggiore. Il personale sorridente e gentile ti accoglie, ti accompagna al tavolo ed è sempre pronto ad assisterti. Se ti domandi come mai non ci sono le candele sui tavoli, né la musica in sottofondo, la spiegazione è semplice: non ci sono mai state, la scelta di Mr.Cipriani è quella della sobrietà. Ideale per una cena romantica. Dopo si può passeggiare in un’altra Venezia, nella Giudecca dei silenzi, dei piccoli prati verdi, delle architetture scarpiane, dei gatti che sonnecchiano negli angoli scuri.

mercoledì 3 settembre 2008

La bastarda di Istanbul

Il libro ha una copertina forte come il titolo: un minareto che infilza un melograno. L'autrice Elif Shafak è stata processata in Turchia per offesa all'identità della nazione e poi assolta, come il premio Nobel Orhan Pamuk.
Intorno all'amicizia delle due giovani protagoniste, l'armena Armanoush e la turca Asya (è lei la bastarda di Istanbul), si ricostruisce con qualità la storia di una famiglia armena perseguitata dai turchi nei primi anni del Novecento. La spilla comprata da Hovhannes Stamboulian rappresenta un melograno e passerà di generazione in generazione fino ad arrivare a...
"Tutta la verità è... che certi armeni della diaspora in realtà non vogliono che i turchi riconoscano il genocidio. Se mai lo facessero, ci sfilerebbero il tappeto di sotto i piedi e ci toglierebbero il legame più forte che ci tiene in piedi. Proprio come i turchi si sono abituarti a negare le loro malefatte , noi armeni ci siamo abituati a crogiolarci nel vittimismo. A quanto pare, certe vecchie abitudini andrebbero cambiate da entrambe le parti", si legge nel libro.
Inconsueto l'indice che stuzzica il gusto e l'olfatto con titoli come "Cannella", "Nocciole tostate", "Scorze d'arance", "Uva passa". Ingredienti di una buona ricetta che termina con il Cianuro di potassio e con una figlia, Asya, che ritrova e comprende il rapporto con sua madre Zeliha.
Sullo sfondo una città magica:" A Istanbul marzo è squilibrato. Può decidere di appartenere alla primavera, mite e fragrante, solo per cambiare idea in ventiquattr'ore e tornare all'inverno, scagliando venti gelidi e pioggia ghiacciata ovunque."

lunedì 1 settembre 2008

L'eleganza del riccio

L’eleganza del riccio, regalatomi da un amico, è uno dei romanzi più piacevoli che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni. Scritto dalla francese Muriel Barbery, narra le vicende di Renée, una portinaia intellettuale che legge Tolstoj, e di Paoloma una dodicenne ironica, secchiona e “aspirante suicida”. Deus ex machina, monsieur Ozu, un raffinato e ricco uomo d’affari giapponese che si innamorerà di Renée.
Filosofia e ironia – davvero esilaranti alcuni passaggi del diario di Paloma - si intrecciano nelle pagine che raccontano come le persone non sempre sono come sembrano, non sempre corrispondono allo stereotipo che noi gli assegniamo.
“Madame Michel ha l'eleganza del riccio – scrive Paloma – fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti".
Si parla di bellezza, arte, destino, senso della vita, ma anche della possibilità per un individuo di travalicare i limiti della propria classe sociale, impresa quasi impossibile, in barba alle varie dichiarazioni di fratellanza e uguaglianza. Qualche dubbio sulla conclusione che avrei preferito più aperta.