domenica 25 marzo 2012

Il banchetto


Si cominciò a servir loro degli uccelli con la salsa verde, in piatti d’argilla rossa, adorni di disegni neri, in tutte le specie di conchiglie che si raccolgono sulle coste puniche, poi delle zuppe di frumento , di fave e di orzo, , e delle lumache al cimino su piatti di ambra gialla.
Poi le mense  furono coperte di carni: antilopi con le loro corna, pavoni con le loro penne, montoni interi cotti al vino dolce, cosce di camelli e di bufali, ricci di mare, cicale fritte e ghiri confettati: nelle gamelle di legno  di Tamrapanni galleggiavano, in mezzo allo zafferano, dei grossi pezzi di grasso. Era dappertutto un’invasione di salamoia, di odor di tartufi e di assa fetida.
Le piramidi di frutti precipitavano sui pasticci di miele, e non mancavano neppure alcuni di quei cagnolini dal grosso ventre e dal pelo roseo che venivano ingrassati con le fecce  delle olive, e rappresentavano uno dei cibi prelibati pei cartaginesi, ma detestati dagli altri popoli. La sorpresa delle vivande nuove eccitava la cupidigia degli stomachi.
I Galli, dai lunghi capegli rialzati sulla sommità della testa, si strappavano i cocomeri  e i limoni, che divoravano con la scorza. Dei negri, che non avevano mai visto delle aliuste si graffiavano il volto  con le loro zampe rosse. Ma i Greci sbarbati, più bianchi del marmo, si gettavano dietro le spalle gli avanzi dei loro piatti, mentre dei pastori del Brutium, vestiti di pelli di lupi, divoravano silenziosamente, con la faccia quasi affondata nella loro porzione.
La notte cadeva. Si tolse il velario disteso sul viale dei cipressi e si portarono delle fiaccole. Le fiamme vacillanti del petrolio che bruciava nei vasi di porfido, spaventarono, sull’alto dei cedri, le scimmie sacre alla luna.
Gustave Flaubert, Salammbô, traduzione di Aristide Polastri

martedì 20 marzo 2012

Amore e Fuga

“... Il solo amore davvero umano è un amore immaginario, che si insegue per tutta la vita, che generalmente trova origine nell'essere amato, ma che presto non ne avrà più né le proporzioni, né la forma palpabile, né la voce, per diventare una vera creazione, un'immagine senza realtà.
Allora non bisogna assolutamente cercare di far coincidere questa immagine con l'essere che l'ha suscitata e che è solo un pover'uomo, o una povera donna, molto in difficoltà col suo inconscio. Dobbiamo gratificarci con quell'amore, con ciò che crediamo sia e non è, con il desiderio e non con la conoscenza. Dobbiamo chiudere gli occhi e fuggire la realtà.
Ricreare il mondo degli dèi, della poesia e dell'arte...”

“Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l'andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all'orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l'illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si  chiama desiderio."
Henri Laborit - Elogio della fuga 

venerdì 16 marzo 2012

Il rifiuto

Succede alla domanda d’essere ignorata, non una domanda filosofica, forse anche in un certo senso, e si potrebbe discettare che a esser discriminata non sia la domanda quanto il domandante, che non si troverebbe per così dire  in una condizione adeguata a porla, la domanda, il tutto si potrebbe ricondurre a temi antropologici, come le condizioni che rendono possibile l’incontro con l’altro, o anche religiosi, in fondo dovresti amare il prossimo tuo come te stesso, eppure, eppure sarà capitato anche a voi di venire “spenti”, come dicono i giovani, di restare come non visti, di venire sorpassati, addirittura saltati come un ostacolo qualsiasi, una bottiglia, un cartone in mezzo al marciapiede, un pallone capitato lì per caso; sulla fiammella che cercavate di alimentare si abbatte all’improvviso un acquazzone d’indifferenza senza possibilità di salvezza. Di solito accade all’uomo di medie possibilità, sia finanziarie che estetiche, che tenti di entrare in contatto con quelle bellezze femminili che si stagliano improvvisamente dinanzi a lui in coda alla posta, in treno o passeggiando lungo la spiaggia. Non potrebbe andare diversamente, come racconta Kafka nel suo breve ed intenso Die Abweisung, Il rifiuto (1908). “Se incontro una bella signorina e le chiedo: ‘Sii gentile, vieni con me’, lei mi sorpassa senza dire una parola per dirmi: ‘Tu non sei un  duca dal nome alato, né un possente americano con origini indiane e occhi magnetici, e una pelle accarezzata dal vento delle pianure e dall’acqua dei torrenti. Tu non hai fatto viaggi ai grandi laghi, che non so dove siano. E quindi perché dovrei io, una bella signorina, venire con te?’
‘Tu dimentichi qualcosa, non sei a bordo di un’automobile di lusso che ondeggia per la via, non vedo al tuo seguito signori in abiti agghindati, né cortei mormoranti e benedicenti che ti onorano; il tuo seno è ben compresso nel corpetto, ma i tuoi fianchi e le tue cosce risentono di tanta continenza; porti un abito di taffetà con pieghe plissettate, come andava di moda l’autunno scorso, e tuttavia ridi ogni tanto, pur con questo pericolo letale sul corpo.’
Già, noi abbiamo entrambi ragione e, per non essere inconfutabilmente certi di ciò, preferiamo ritornar a casa da soli.”

mercoledì 14 marzo 2012

I Guanti

Non mi viene più nulla in mente, vedo solo un paio di guanti che giacciono stanchi al bordo del tavolo. Vedo con chiarezza quanto sono tristi e stanchi, questi guanti. Hanno un aspetto così nobile. Non vanno davvero bene a nessuno, è per questo che penzolano qui come foglie d’autunno? Sono gialli e guarniti di pelliccia marrone scuro. Sono lunghi e stretti. Come sono poveri i guanti che non possono vivere aderenti a una bella mano. Ecco che arriva una giovane ragazza, una bambina, che li vuole provare, ma non vanno bene: manine troppo corte, ditini ancora troppo poco lunghi. Adesso è il turno di una robusta signora, ma la sua mano è troppo grassa, le sue dita fin troppo grandi. Tocca ora a un’attrice provarli, ma non va. Troppa salute: la mano giusta perché sottile, ma per il resto troppo carnosa. Le cuciture dei guanti stanno per saltare. Ecco adesso una bella maestosa, dolente signora, a lei vanno bene. Mani lunghe, mani magre, mani sofferenti e sottili, a voi i guanti vanno bene. Guanti felici, più che felici e povera, cara infelice signora. Robert Walser, Storie che danno da pensare, traduzione di Eugenio Bernardi, Adelphi, Milano, 2007

Die Handschuhe
Es fällt mir nichts mehr ein, nur ein paar Handschuhe sehe ich, die liegen müde am Tischrande. Deutlich sehe ich, wie sie müde und traurig sind, die Handschuhe. So edel sehen sie aus. Passen sie denn  wirklich niemanden, daß sie hier so herunterhängen müssen wie Herbstlaub? Sie sind gelb und mit dunkelbraunen Pelz besetzt. Lang und schmal sind sie. Wie arm sind Handschuhe, die nicht an einer schönen Hand angeschmiegt leben dürfen. Da kommt nun so ein kleines Mädchen, ein Kind, das will sie probieren, aber sie passen nicht: Händchen zu kurz, Fingerchen noch zu wenig lang. Da kommt nun so eine robuste Dame, aber ihre Hand ist viel zu fett, ihre Finger sind viel zu groß. Eine Schauspielerin kommt und probiert, aber es will nicht passen. Zu viel Gesundheit: die Hand recht in der Schmäle, aber zu üppig sonst. Die Handschuhe krachen in der Nähten. Da kommt eine große, schöne, leidende Dame, der passen sie. Lange Hand, schmale Hand, leidende, dünne Hand, dir passen die Handschuhe! Glückliche, überglückliche Handschuhe und: arme, liebe, unglückliche Dame.
Robert Walser, Bedenkliche Geschichten : Prosa aus der Berliner Zeit : 1906-1912, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1985
(per l'incontro Oggetti che non funzionano, Casa delle Parole, Venezia, 13 marzo 2012)

martedì 13 marzo 2012

La passeggiata e il pensiero girovago

Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada. Sulle scale mi venne incontro una donna dall’aspetto di spagnola, di peruviana o di creola, che ostentava non so quale pallida e appassita maestà.
Per quando mi riesce di ricordare, appena fui sulla strada soleggiata mi sentii in una disposizione d’animo avventurosa e romantica, che mi rese felice.
Il mondo mattutino che mi si stendeva innanzi mi appariva così bello come se lo vedessi per la prima volta.
Tutto ciò che scorgevo mi dava una piacevole impressione di affettuosità, di bontà, di gioventù.
In breve dimenticai che fino a poco prima, su nella mia stanzetta, ero rimasto ad almanaccare tetramente su un foglio bianco.
Mestizia, dolore e tutti i pensieri cupi erano come scomparsi, sebbene continuassi a percepire acutamente, dinanzi e dietro di me, una certa nota grave.
Robert Walser
  "Dio odia i tristi"                             R. W. a Lisa, 1902/03       “Esiste una specie di pensiero che potrebbe essere chiamato con piena verità il pensiero girovago. Ordinariamente si presenta ai monaci sulle ultime ore della notte e conduce la mente dauna città all’altra, da paese a paese, da casa a casa”.
       
Questo pensiero girovago è una malattia che Evagrio Pontico, monaco egiziano del IV secolo, da cui ho tratto questa citazione, sa curare. Ma una volta vinto, dice “la vittoria ti lascerà una grande sonnolenza, una pesantezza alle palpebre, un senso di freddo, sbadigli e languore fisico, ma con la diligente preghiera allo Spirito Santo disperderai queste penose tracce”. Mi domando se tutti i fannulloni e i buoni a nulla non siano le vittime di questa vittoria sul pensiero girovago.
       
Fra le vittime del pensiero girovago annovererei Robert Walser e tutte le creature che vagabondano con passo lesto e svagato nelle sue prose. Vagano e poi tornano a casa. Ma com’è triste questo ritorno! La casa non è né una tana né un rifugio, è semplicemente il luogo che scopre la solitudine. 
Ginevra Bompiani

sabato 10 marzo 2012

I volti delle donne


“I volti delle donne – esplorazione delle emozioni” è il titolo del concorso fotografico e della mostra organizzati dall’Associazione Dorothy di Vittorio Veneto (associazionedorothy.blogspot.com): la mostra si potrà visitare fino al 10 aprile dalle 18 alle 24 allo spazio Mavv di Vittorio Veneto (info 3484336550). Circa cento le foto pervenute e selezionate dalla giuria composta da Margherita Gobbi, psicologa e psicoterapeuta, Adriana Paolucci, presidente dell’associazione, Giovanni Ciluffo, regista, Eddi Cao, fotografo, e Mario Anton Orefice, giornalista. Per Susanna Tomaselli, coordinatrice Dorothy: “È il terzo anno che con grande soddisfazione organizziamo questa rassegna che ci auguriamo possa diventare un appuntamento costante per le donne e per la nostra comunità. L’arte è un ambito in cui le donne sono, mi sembra, molto presenti e propositive. ”   La prima foto premiata è di Sonia De Boni:” La ribellione di Eva.”  Le parole dell’autrice esprimono molto bene quello che l’immagine vuole trasmettere: “Il grido muto di una donna che cerca la propria indipendenza intellettuale isolandosi da ogni stimolo esterno. Una donna che non vuole più compromessi. Cosi ha inizio la ribellione di Eva : una viscerale necessità di cambiamento e di ricerca della propria essenza attraverso un viaggio solitario per ritrovare se stessa.” “Alla giuria – spiega Margherita Gobbi -  concordemente, è piaciuta molto l’idea di una donna che si ribella, che cerca nel proprio mondo interno, ( gli occhi chiusi, le orecchie tappate), una via di uscita, un nuovo modo di esistere come persona, nascondendo per un’ attimo la sua identità femminile(le maschere sui seni).” Al secondo posto  “La donna non è cielo”, di Luana Ciambellini, è forse all’opposto, una foto sfumata, in bianco e nero, la donna che compare sembra sì terrena, ma quasi al confine tra i mondi, tra aria e cielo, terra e acqua, luce e ombra. L’autrice dice nel suo testo: “La donna non è cielo, è terra, corpo di terra che non vuole guerra.”, ed è in questo essere terra che il suo volto diventa quasi magico, il volto di una Dea, anche se terrena…La terza foto, Mbaye e Aida, è di i Martina Emilia Scalia. Scrive l’autrice: "L'Africa cammina sui piedi delle sue donne".  È questo il motto della campagna mondiale che nel 2011 ha accompagnato l'assegnazione del Premio Nobel per la Pace alle donne africane. Ma se sono i loro piedi a  percorrere la lunga via verso il riscatto del continente africano, è nei loro volti sorridenti e fieri che è custodito, intatto, il potenziale di crescita e di pace che di quel riscatto costituiscono presupposto indefettibile.  Ecco i volti di Mbaye e di sua figlia Aïda, che gestiscono orgogliose un minuscolo ristorante nel villaggio di Diambalo, nella regione di Thiés, in Senegal. Due del mezzo miliardo di donne africane che con il loro lavoro quotidiano contribuiscono, nell'ombra, alla realizzazione di un mondo migliore."
(foto di Sonia De Boni, Luana Ciambellini, Martina Emilia Scalia)

domenica 4 marzo 2012

Blog ergo sum

Blog ergo sum è l'interessante articolo di Antonio Sgobba nel supplemento La Lettura del Corriere della Sera del 26 febbraio che presenta una riflessione sullo scarso uso di questo strumento da parte degli studiosi italiani e, al contrario, la sua diffusione all'estero. Vi sono indicati i link a una  lista di blog filosofici  divisi per categoria 
http://consc.net/weblogs.html
i top 25
http://www.invesp.com/blog-rank/Philosophy#ultimate
il seguitissimo Leiter Reports  http://leiterreports.typepad.com/
e Rationally speaking http://rationallyspeaking.blogspot.com/ 
dell'italiano Massimo Pigliucci docente alla City University of New York.Non era nell'articolo, ma mi è stato segnalato anche il padovano  http://www.filosofiablog.it/

mercoledì 29 febbraio 2012

Mele

Akane, Annurca, Arlet, Arkansas black, Ashmead's kernel, Braeburn, Calville blanc d'hiver, Cotogna, Elstar, Eves's  delight, Fortune, Fuji, Gala, Golden supreme, Golden russet, Hidden rose, Honeycrisp, Jonagold, Macoun, Newtown pippin, Northern spy,  Ny 428, Renetta, Rhode island greening, Rubinette, Senshu, Smith, Spartan, Stark Delicious, Suncrisp, Winesap, Winter banana.

lunedì 27 febbraio 2012

Ricordi tatuati

Ricordi tatuati
sulle pareti del tempo
coriandoli digitali
pagine con folle mascherate
e nell’odore di benzina
scarpe per camminare nei sogni

sabato 25 febbraio 2012

La vongola filippina: una “strana” invasione

Del titolo è questo miscuglio tra una conchiglia e una domestica che ti fa venir voglia di capire. Anche perché le vongole le associ agli spaghetti un po’ meno ai filippini. E poi non ci sarà di mezzo il solito razzismo? Allora l’incontro si intitolava così: “L’arrivo della vongola filippina nella Laguna di Venezia: una questione di adattamento biologico e sociale”. In che senso, c’è stata un’invasione di pescatori filippini, di vongole filippine e non ce ne siamo accorti? E poi che cos’ hanno di diverso le vongole filippine dalle nostre? Il permesso di soggiorno c’entra qualcosa? Basta  leggere un po’ meglio la locandina della conferenza organizzata dal Dipartimento di studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea, relatrice Florence Menez. No, non è spagnola, è un’etnologa  bretone, di Brest, che vive a Parigi e lavora alla Bibliothèque Nationale de France. Già, ma che c’entra con Venezia? Merito dell’Erasmus: nel 1999, seguendo le indicazioni del suo professore Sergio Dalla Bernardina, di origine veneta, condusse una ricerca sull’invasione-sparizione delle alghe, fenomeno risalente agli anni Ottanta: qualcuno si ricorda fu addirittura chiuso l’aeroporto di Venezia a causa di nuvole di chironomidi, piccoli insetti neri simili a mosche, altri giurano che le alghe annerivano l’argento e che i chironomidi schiacciati tra le porte dei vaporetti producessero un olio lubrificante.  C’è chi non esclude che fosse l’epilogo di un attacco chimico. Florence in quel periodo s’imbatté in un’altra storia interessante: l’invasione della vongola filippina. Così, dopo il saggio  sulla sparizione delle alghe La disparition des algues dans la lagune de Venise. Recit mythique et histoire (presque) vraie, dal 2009 svolge una ricerca di dottorato sul tema, scandagliando verità e pseudoverità di un fenomeno con diverse implicazioni sociali ed economiche. Basti pensare che in un decennio il raccolto annuo di vongole è passato da 4 a 40.000 tonnellate. Incontro Florence Menez in un bar veneziano con pochi tavolini e grandi vetrate. Cominciamo dal nome vongola filippina che deriva dalla definizione scientifica tapes philippinarum. E da un esperimento che è alla origine del fenomeno. Nel 1983 l’ente Cospav per rendere più redditizia la pesca, che stava attraversando un momento di crisi, avviò l’ allevamento di tapes philippinarum vicino a Chioggia, come fatto in seguito da altri biologi a Scardovari, a Goro e a Marano Lagunare. Una prassi che non violava la legge in quanto all’epoca non era vietato importare specie alloctone. Sennoché l’esperimento sfuggì di mano ai suoi promotori perché il mollusco trovò un habitat estremamente favorevole alla sua diffusione. Nacquero così le prime voci sul fenomeno: secondo alcuni la filippina sarebbe arrivata in Laguna trasportata dalle ancore delle grandi navi mercantili e da crociera, nascosta come un’immigrato clandestino sul fondo delle navi, secondo altri sarebbe stata lanciata da un fantomatico elicottero. In ogni caso sulla vongola filippina gli affari fiorirono. Nel 2000 si stimava che un pescatore riuscisse a guadagnare fino a 400.000 euro all’anno. Dal punto di vista sociale si creò un conflitto: “Un fenomeno in cui non si può distinguere fra pescatori di nuova generazione abusivi e pescatori tradizionali con le carte in regola – spiega Menez. “Buoni” e “cattivi” si mescolano: alcuni nuovi pescatori si sono messi in regola, altri no; d’altra parte, pescatori con una tradizione alle spalle  si sono comportati  in modo irregolare raccogliendo le vongole di notte o al di fuori dell’area di concessione. La corsa all’oro ha coinvolto intere generazioni di giovani che invece di dedicarsi agli studi si sono gettati nel business della vongola. Al mercato e al ristorante però non chiedete della vongola filippina, suggerisce Florence Menez: “Non si chiama più così: le hanno cambiato nome perché una cosa buona da mangiare deve essere prima di tutto buona da pensare, come teorizzò l’antropologo Lévi Strauss e come sa bene la pubblicità commerciale. Se chiamo un vino Rosso veronese, per esempio, avrà più appeal di un semplice Merlot. Il nome comune della vongola filippina è vongola verace, per quello scientifico si è optato per il meno compromettente tapes semi-decussatus che la distingue dal tapes decussatus, la vongola autoctona ormai quasi introvabile.”  Infine, un ultimo interrogativo, ma da dove vengono le vongole “veraci” che compriamo al mercato o che mangiamo al ristorante? C’è l’imbarazzo della scelta:  allevamenti concessi dal Magistrato alle Acque, oppure zone precluse o inquinate, dal fango rosso vicino all’arco di Porto Marghera, come raccontato  ne la La fabbrica dei veleni di Felice Casson o in  Porto Marghera e la Laguna di Venezia di Fabrizio Fabbri che scrive: “Ogni vongola (raccolta a Forte Marghera ndr) portava con sé un coktail di composti che, una volta ingeriti ed entrati in circolo nel corpo umano, potevano provocare ingenti danni alla salute.” Può anche succedere che le vongole delle zone industriali siano “bonificate” prima della vendita in allevamenti “safe”. Insomma meglio non saperlo, meglio ripetersi che sono veraci come insegna Lévi Strauss. (la foto è tratta dal sito www.ilmaredamare.com)

martedì 21 febbraio 2012

A colpi d'ascia

Viaggiare da solo, quale che sia la mia destinazione, mi piace più di ogni altra cosa, così come mi piace moltissimo camminare da solo. Ma la gioia più grande era sapere che alla fine del mio viaggio alla volta di Kilb avrei trovato Joana nella piccola casa paterna a piano terra. Le mie gite a Kilb le facevo sempre in primavera e in autunno, mai in estate e in inverno. Le ragazze di campagna non appena sono in grado di pensare, anelano a Vienna, alla grande città, pensavo nella bergère, questo fino ad oggi non è cambiato, e Joana doveva andare a Vienna perché voleva a tutti i costi  fare carriera. Joana moriva dalla voglia di prendere, una volta per tutte, per così dire, un treno per Vienna. Ma Vienna le ha portato più sfortuna che fortuna, pensavo nella bergère. I giovani si mettono in marcia verso la grande città e proprio nel luogo in cui avevano riposto tutte le loro speranze colano a picco nel vero senso della parola, perché la società che incontrano è disgustosa e brutale e perché la loro stessa natura non è adatta perlopiù ad affrontare  quella grande città divoratrice di uomini che è Vienna.
Thomas Bernhard, A colpi d’ascia - Una irritazione, traduzione di Agnese Grieco e Renata Colorni, Adelphi, Milano, 1990

Am liebsten reise ich, gleich wohin, allein, wie ich auch am liebsten allein gehe. Aber am Ziel meiner Reise nach Kilb die Joana in ihrem kleinen, ebenerdigen Elternhaus zu wissen, hatte mir immer die größte Freude gemacht. Meine Kilbfahrten unternahm ich im Frühjahr und im Herbst, niemals im Sommer, niemals im Winter. Die Landmädchen streben schon, sobald sie denken können, nach Wien, in die Hauptstadt, dachte ich auf dem Ohrensessel, das hat sich bis heute nicht geändert, die Joana mußte nach Wien, denn sie wollte unter allen Umständen Karriere machen. Sie hatte es nicht erwarten können, eines Tages für immer sozusagen den Zug nach Wien zu besteigen. Aber Wien hat ihr mehr Unglück als Glück gebracht, dachte ich auf dem Ohrensessel. Die jungen Leute brechen auf in die Hauptstadt und verunglücken im wahrsten Sinne des Wortes da, wo sie sich alles erhofft hatten, an der Widerwärtigkeit der Gesellschaft, an der Rücksichtslosigkeit der Gesellschaft, an der eigenen Natur, die der menschenfressenden Großstadt Wien meistens nicht gewachsen ist.
Thomas Bernhard, Holzfällen - Eine Erregung, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1984
per l'incontro Errare, Casa delle Parole, Venezia, 14 febbraio 2012)

martedì 14 febbraio 2012

Adné sadé

Non lontano da me, nell'altipiano, vidi un gruppo di strane persone che confabulavano guardandomi meravigliate.
Ma come è stato possibile che questo morto sia giunto fino a noi? Forse un mostro cattivo ce l'ha portato qua dall'inferno per prenderci in giro.
Ma forse è vivo? Mi pareva che avesse aperto gli occhi.
Vivo quest'uomo? Ah ah ah? Ha aperto gli occhi ? No signor edàn di campagna, la tua fantasia ti ha ingannato. Hai mai visto un uomo sradicato che viva sulla terra? Come potrebbe inspirare l'aria dopo aver tagliato il suo cordone ombelicale? Vivo? Ma da dove succhierebbe i suoi umori vitali senza aver radicato in terra il suo ombelico? Soltanto gli adné sadé come noi, connessi al terreno, possono sopravvivere sulla terra.
Ma chi ti dice che non possano vivere anche uomini deconnessi, come succede per gli animali selvatici o per gli uccelli del cielo?
Esseri umani deconnessi, ah ah, se pensi che ciò sia possibile, vieni che tagliamo anche il tuo cordone ombelicale e vedrai come è piacevole e bella la vita degli umani deconnessi!
Vi fu un'esplosione di risate per tutto l'altipiano.
(Da un racconto di Yehuda Leib Benyamin Katzenelson(1846-1917) tradotto da Amos Luzzatto per l'incontro Errare, Casa delle Parole, Venezia, 14 febbraio 2012)

mercoledì 8 febbraio 2012

Una prefazione

Mi sono sempre piaciuti i negozi pieni di tante cose, quelli che in vetrina hanno il cavallo d’ottone consumato, le poesie di Baudelaire, una collana di perle, gli scacchi in palissandro, l’Eberhard con il vetro segnato, il necessaire con il pennello in osso, i bicchierini di Murano con l’orlo dorato, le cartoline degli anni Trenta, la zanna d’elefante, la foto di un derviscio rotante, il portasigarette in argento, una broche floreale. Questo libro assomiglia a uno di quei negozi, o a uno di quei siti come Youtube o Amazon, si entra per curiosare qui e là.
Come quando accolti nella casa di un vecchio amico che non vedevamo da tempo, e in attesa che sia pronta la cena, ci soffermiamo nel salotto davanti alla libreria e scorriamo i titoli mentre parliamo d’altro, poi ad un certo punto attratti volume dicendo Ah bello ce l’ho anch’io, oppure Non l’ho mai letto, mi sembra interessante.
È anche un buffet, quelli con le tartine di tanti colori che non sai quale scegliere, e allora mordicchi a caso sperando d’indovinare.
T’immagino mentre sfogli queste pagine alla ricerca di un’idea, di una parola, di uno spunto, per leggere e per scrivere a tua volta qualcosa, o per distrarti mentre sei in coda ad un semaforo o in posta, o, infine, per trovare una bella frase e dedicarla alla persona che ami.
Certo avrei potuto, forse, realizzare un negozio specializzato, attenermi ad una trama e preparare dei semplici tramezzini, ma davvero non ci ho pensato e ora non c’è tempo per qualcosa di diverso.

sabato 4 febbraio 2012

Querce

La diversità degli alberi creava uno spettacolo che mutava continuamente. I faggi, dalla scorza chiara e liscia, confondevano le loro corone; i frassini curvavano mollemente i loro rami grigioazzurro; nelle ceppaie dei carpini si drizzavano gli agrifogli simili al bronzo; poi una fila di esili betulle inclinate in pose elegiache; e i pini simmetrici come canne d'organo, ondeggiando continuamente  pareva che cantassero. C'erano  querce rugose, enormi, che si torcevano  come se volessero strapparsi dal terreno, si stringevano le une alle altre, e, immobili sui tronchi simili a torsi, si lanciavano con le braccia nude richiami disperati, minacce furibonde, come un gruppo di Titani immobilizzati nella loro collera.
Gustave Flaubert, L'educazione sentimentale, trad. di Lalla Romano

martedì 24 gennaio 2012

Tempo perso

A volte capita di imbattersi nelle scritture altrui e di sentirle in parte anche proprie. Sono scritture che nascono da metafore dell’esistenza e per questo ci toccano, in misura maggiore o minore.  Tommaso Pincio racconta di sé in un intenso  articolo intitolato Sono diventato scrittore per paura dell’inserto La lettura del Corriere della Sera. E ricorda un romanzo che tratteggia come pochi altri la condizione umana: Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati.
“Perdo tempo come si perde il sangue - recita una breve poesia di Tommaso Landolfi, e fu per l’appunto questo lo stato d’animo con cui scrivevo: la sensazione di dover fare presto, perché avevo tergiversato troppo, perché avevo dissipato gli anni migliori nell’attesa di un’occasione- scrive Tommaso Pincio. Scrivevo pensando ai minuti sprecati facendo niente, ai minuti che diventano ore e alle ore che diventano giorni. Scrivevo pensando alle serate sprecate bivaccando in un pub, discutendo con gli amici delle cose che avremmo dovuto fare da adulti, poco considerando che lo eravamo già, adulti. Scrivevo, infine pensando ai mesi, e dunque agli anni sprecati facendo il lavoro che facevo. Che lavoro facevo? Lavoravo presso una galleria d’arte contemporanea all’epoca. Nominalmente la mia qualifica era quella di direttore, un elegante eufemismo per significare  che la galleria non era mia , che ero un semplice dipendente. Volendo chiamare la cosa col suo vero nome, tuttofare sarebbe termine più corretto, perché in effetti proprio questo facevo: di tutto.”
Dopo qualche riga la citazione dal Deserto dei Tartari: “I mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili di quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia stessa età altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fluire e mi domandavo anch’io se un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non  avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire”.
Viene in mente il Viaggio di Astolfo sulla Luna e lo straordinario modo in cui Ariosto racconta  quel che accade lungo il fiume Lete o dell’Oblio: “Incontrammo quel vecchio che veniva verso di noi con le piastre, snello nelle membra e più veloce di un cervo. Quando arrivava sulla sponda del fiume scuoteva il lembo del mantello e rovesciava nelle torbide onde le piastre con impressi i nomi. Quasi tutte sprofondavano e sparivano ricoperte dalla sabbia. Intorno al fiume volavano corvi e avidi avvoltoi, cornacchie e vari uccelli, ma solo due cigni avevano il potere di togliere qualche nome dall'oblio afferrando la piastra con il becco e posandola su un'isola dove una bella ninfa l'appende nel tempio della Fama.
Il vecchio che getta nel fiume tutti quei nomi, di cui solo pochi rimane Fama, è il Tempo. E, come i cigni che portano i nomi al tempio, così sulla terra sono i poeti, rari come i cigni, a togliere dall'oblio gli uomini degni.”  In fondo la speranza è quella di essere ricordati, di avere un po’ di fama, ma forse si tratta di una fantasia, prima dell’essere ricordati (per quanto tempo? Come? Da quanti? In che parte del mondo?) perché non cercare di capire perché vorremmo esserlo.  E poi in  fondo in fondo lo sappiamo che le cose che ci rendono davvero felici sono semplici e per niente complicate, come l’aria della mattina a marzo, una nevicata, uno sguardo, quel caffé inatteso, trascurabili momenti di felicità, eppure...eppure, detto con i versi di Riccardo Held, È quello che non c’è quello che manca. 

sabato 21 gennaio 2012

Ferite narcisistiche

"...Freud ha visto bene le implicazioni di questo portare l'inconscio in primo piano quando ha parlato delle tre grandi ferite narcisistiche che il pensiero moderno ha arrecato agli uomini. La prima ferita narcisistica è stata quella inflitta da Copernico: l'uomo non è più al centro dell'universo perché la Terra è semplicemente un pianeta che gira intorno al sole insieme ad altri pianeti; la seconda ferita è stata quella provocata da Darwin, che ha mostrato come l'uomo non sia una creatura che viene direttamente da Dio, ma piuttosto un animale che viene da una filiera biologica, da cui si differenzia per via evolutiva; la terza è che la coscienza non è la sovrana assoluta che voleva la tradizione - e in fondo anche quando noi guardiamo noi stessi, magari per giustificarci, ci rendiamo conto che le cose non stanno così, che c'è tanto di non conosciuto che ci determina e ci guida."
Umberto Galimberti in Freud, Jung e la psicoanalisi

domenica 8 gennaio 2012

Limitati

I pensieri si ripetono ma non del tutto uguali. Così due scrittori lontani tra loro come José Saramago e Thomas Bernhard, in due romanzi molto diversi L'anno della morte di Ricardo Reis (1984) e Il soccombente (1983), propongono la visione dell'uomo come essere insufficiente, limitato, mutilato.
Saramago: "...oggi in Spagna ci sono troppi storpi, soffro al pensare che il generale Milàn d'Astray potrebbe stabilire le basi di una psicologia di massa, uno storpio che non abbia la grandezza spirituale di Cervantes cerca di solito consolazione nelle mutilazioni che può far patire agli altri (...) Non c'era bisogno di andare tanto lontano, tutti siamo storpi."
Bernhard: "Se guardiamo con attenzione gli uomini, vediamo solo dei mutilati , ci disse una volta Glenn, mutilati nel corpo o nello spirito, non c'è altro, pensai io. Più a lungo osserviamo un uomo, più mutilato ci appare, egli è talmente mutilato che all'inizio non vogliamo crederci, come invece dovremmo. Il mondo è pieno di storpi. Quando camminiamo per strada incontriamo solo mutilati, e se invitiamo qualcuno ci accorgiamo presto di avere uno storpio per casa."

martedì 3 gennaio 2012

"To Sara"

Il libro era unico per la dedica "To Sara" e il disegno di un fiore. Lo regalò a uno sconosciuto dopo averla aspettata a lungo.

domenica 1 gennaio 2012

La scoperta di Von Kempelen


Nel 1769 il Barone Wolfgang Von Kempelen inventò "il Turco”, un automa capace di giocare a scacchi. Prima dell’inizio della partita Von Kempelen raccontava le qualità della sua straordinaria invenzione e apriva alcuni sportelli affinché il pubblico si rendesse conto dei complicati ingranaggi che la componevano.
Nel 1783 “il Turco” meravigliò l'imperatore Giuseppe II a Vienna e sconfisse Benjamin Franklin a Parigi, e poi Federico il Grande di Prussia, e anche Napoleone in sole 24 mosse! Quando Von Kempelen morì, "il Turco” venne acquistato da certo Johann Maelzel e la sua fama attraversò i cinque continenti fino a che, nel 1826, durante una tournèe in America, due ragazzini videro una donna uscire dalla macchina: all’interno c’era posto per un giocatore in carne e ossa che comandava le braccia del manichino dopo aver appreso le mosse dell'avversario di turno grazie a dei magneti che le riproducevano su una piccola scacchiera. Per vedere utilizzava una candela il cui fumo usciva dal turbante e si mischiava a quello dei candelabri messi vicino al fenomenale “automa”.
Maelzel morì nel 1834, la macchina finì in un museo cinese a Philadelphia e fu distrutta da un incendio vent’anni dopo. Resta qualche domanda tra le ceneri: le partite giocate fino al 1826 con il Turco sono vere o false? E in che senso si può dire che lo siano? E se dietro Google ci fosse un colto bibliotecario, per esempio uno alla Borges?
P.S. Nell'era digitale i "turchi" si chiamano bot e sono gli  account fasulli controllati da un software: "I ricercatori dell'Università federale brasiliana di Minas Gerais hanno infiltrato su Twitter 120 bot: nei trenta giorni dell'esperimento, il 69 per cento di questi l'ha fatta franca  e ha continuato ad essere considerato come un normale account 'umano'. Non solo: quei 120 hanno ottenuto quasi duemila follower e circa 30 bot ne hanno avuti oltre 100 ciascuno, cioè più o meno il doppio della media di un account twitter." 1
C'è differenza fra chi pensava di giocare con un automa, e invece giocava con un uomo, e chi crede di twittare con un umano e invece twitta con un software? Oppure, entrambi, in fondo, giocano solo con le proprie fantasie.
1 Da un articolo di Alessandro Longo su Il Venerdì di Repubblica del 20 giugno 2014

venerdì 23 dicembre 2011

No me meuve, mi Dios, para quererte

Soneto A Cristo crucificado
No me meuve, mi Dios, para quererte
el cielo que me tienes prometido,
ni me mueve el infierno tan temido
para dejar por eso de ofenderte.
Tù me mueves, Senor, mueveme el verte
clavado en una cruz y escarnecido,
mueveme ver tu cuerpo tan herido,
muevenme tus afrentas y tu muerte.
Mueveme, en fin, tu amor, y en tal manera,
que aunque no hubiera cielo, yo te amara,
y aunque no hubiera infierno, te temiera.
No me tienes que dar porque te quiera,
pues aunque lo que espero no esperara,
lo mismo che te quiero te quisiera.
San Juan de Avila (Almodovar del Campo 1500-1569)

Sonetto a nostro Signore sulla croce
Non è un motivo, Signore per amarti
il cielo che hai promesso di donarmi,
non è un motivo il timore dell'inferno
a non recarti offesa per paura.
Sei tu il motivo, Signore, è la tua vista
Così deriso e inchiodato sulla croce
Sono tutte le piaghe del tuo corpo,
gli affronti, la tua morte ecco il motivo
il tuo amore è il motivo e così grande,
che ti amerei se non ci fosse il cielo
e avresti, senza inferno, il mio timore.
Non voglio niente in cambio per amarti
E, anche se sperassi ciò che spero,
questo mio stesso amore resterebbe vero
San Juan de Avila (Almodovar del Campo 1500-1569)
traduzione di Riccardo Held

domenica 18 dicembre 2011

Il sorriso della Mezzaluna


“Un fedele prega: Mio Dio fa’ diventare il Ramadan come i mondiali di calcio: una volta ogni quattro anni in un paese diverso.” La battuta è citata insieme a molte altre ne Il sorriso della Mezzaluna (ed. Carocci) scritto da Barbara De Poli insieme a Paolo Branca e Patrizia Zanelli. Barbara De Poli vive tra Venezia e Rabat studiando “i musulmani nel terzo millennio”, per citare il titolo di un altro suo saggio. Insegna Storia e istituzioni del Vicino e Medio Oriente a Ca’ Foscari e Storia del Medio Oriente e Storia dell’Africa alla Scuola di Governance di Rabat. Il sorriso della Mezzaluna indaga con rigore scientifico l’ umorismo arabo proponendo un panorama inedito di barzellette e vignette che seguono filoni analoghi a quelli dell’umorismo occidentale. Sul rapporto fra i due sessi:
“”Un uomo torna di fretta dalla moglie dopo una notte trascorsa con l’amante e la moglie gli chiede: Dov’eri Superman? A giocare con gli amici. E hai vinto, Superman? Sì. Ti sei divertito Superman? Sì, ma perché continui a chiamarmi Superman? Perché ti sei messo le mutande sopra i pantaloni.”
“Un bambino chiede al padre “Papà anche gli asini si sposano? No, caro, tutti gli asini si sposano.”
Sulla religione si ironizza con garbo: “Un maestro chiede ad un alunno: Chi è il Profeta che parlava con gli animali? Risposta: Nostro signore Tarzan, la pace sia con lui.”
”Un imam comincia così la sua predica: Ho due notizie da darvi, una buona e una cattiva... La buona è che finalmente so quanto costerà la nuova moschea ...La cattiva è che i soldi li prenderò dalle vostre tasche.”
L’ironia, come in Occidente, ama prendere di mira alcuni gruppi etnici piuttosto di altri: “Come fai a capire se chi cucina il pesce è un berbero? Se per ammazzarlo gli tiene la testa sott’acqua.”
“Un iracheno apre una concessionaria di auto e sull’insegna scrive: specializzati in auto-bomba.”
Si ride e si prende in giro quindi anche all’ombra della Mezzaluna ma con una differenza fondamentale rispetto all’Europa: “Le barzellette hanno libera circolazione nella trasmissione orale – spiega De Poli – la situazione si complica quando satira e ironia ambiscono a una diffusione mediatica su carta stampata o via etere, e soprattutto se hanno come oggetto politica o religione. Nell’autunno del 2006 un settimanale di Casablanca subì una chiusura di due mesi per aver pubblicato un dossier di copertina dedicato alle barzellette, e gli autori del servizio furono condannati a tre anni di carcere con la condizionale e a 8000 euro di multa. Emblematico a questo proposito anche il caso del periodico Demain (Dumàn) fondato da Ali Lmrabet. A causa delle vignette molto critiche sullo stato della democrazia in Marocco, Lmrabet fu condannato a quattro anni di reclusione e la pubblicazione del giornale sospesa.”
Il sorriso della Mezzaluna quindi non sarà tradotto in arabo. “No, perché i musulmani sanno ridere, i loro governi un po’ meno. Il problema è politico, non religioso.”
Ha in programma altri libri sull’argomento?
“In queste pagine ci siamo concentrati principalmente sul Marocco e sull’Egitto, si potrebbero allargare gli studi ad altri paesi e a determinati momenti storici. Alessandra Laurito, una mia allieva, sta preparando una tesi sulla satira dei manifestanti di piazza Tahrir. Un lavoro analogo potrebbe essere iniziato in Libia, Tunisia, Siria.”
(Vignetta: le truppe dello zio Sam provano le nuove munizioni preparandosi all'occupazione dell'Iraq - Dumàn, n. 16, 26 febbraio 2003)

mercoledì 14 dicembre 2011

La scrittura

Perché vedi, o Fedro, la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I prodotti cioè della pittura ci stanno davanti come se vivessero, ma se li interroghi tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano le parole scritte: crederesti che potessero parlare quasi che avessero in mente qualcosa; ma se tu, volendo imparare, chiedi loro qualcosa di ciò che dicono, esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che si sia messo per iscritto, ogni discorso arriva alle mani di tutti, tanto di chi l'intende tanto di chi non ci ha nulla a che fare; né sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato e offeso oltre ragione esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi.
Platone, Fedro

martedì 13 dicembre 2011

-), ke, xché

E adesso prendiamo il disegnino, cioè l'ideogramma. si mandano messaggi con quelli che si chiamano smiley: :-) :-( :-| ;-) (contento, triste, indifferente, furbetto) ecc. Ora, si avrà la bontà di dirci in che senso tutto questo costituirebbe un sintomo di prevalenza del parlato. Lo aveva capito bene già Hegel, ancorché privo di telefonino. Gli ideogrammi (visto che è di quello di cui si tratta) sono l'essenza della scrittura, di una scrittura che può radicalmente fare a meno della voce, ed è per questo che avevano tentato uno uno sfrenato intellettualista come Leibniz, appassionato ricercatore di una lingua del pensiero. E prendete l'ideografia di Frege: anche qui troverete qualcosa di molto simile ai piccoli ideogrammi da e-mail o da telefonino. Al massimo, nelle e-mail e negli sms, piuttosto che un'ideografia troviamo una patografia, l'abbreviazione non di un'idea ma di un sentimento. Infatti le faccine e altri accorgimenti si chiamano in giapponese emoji, e in inglese emoticons, cioè emotion icons, icone che veicolano emozioni; anche se in Cina e in Giappone, per queste "emoticone" (in italiano, lo ammetto, fa un po' ridere) si adoperano non solo le faccine, ma anche gli ideogrammi che stanno per "riso" e "pianto".

Prendiamo la formula . Che sarebbe tipica del discorso parlato, come si legge tante volte: nei messaggi di email intervengono per l'appunto le formule, le clausole, le sigle, creando un creolo scritto-orale. Immagino che ci si riferisca ad abbreviazioni come ASAP che sta per as soon as possible ecc. Ma ecco il punto: ho appena scritto "ecc.": è un intervento del parlato nello scritto? Non direi. E se avessi scritto "p.es.", di nuovo sarebbe arduo pretendere che c'è un ritorno creolo dell'oralità, a meno che questo ritorno non ci fosse sin dall'inizio, dalle lapidi romane e dai codici medievali, zeppi di abbreviazioni tra cui il famigerato @, che stava per apud, "presso", proprio come i.e. sta per id est, e & per et. Se poi mi arriva un cartoncino solido in un bel corsivo inglese che mi invita a una festa o a una cerimonia, è facile che trovi, in basso a destra, nel posto deputato alla firma, una formula per niente diversa da ASAP,solo meno perentoria: RSVP, répondez s'il vous plait. E prima o poi, ne ho una certezza strana, mi troverò sotto una lapide in cui magari starà scritto R.I.P., requiescat in pace. Intervento del parlato nello scritto? Creolizzazione? Beato chi ci crede. Abbiamo a che fare con ovvie abbreviazioni dii una scrittura alfabetica a livello sintattico e grammaticale (Still waiting! invece che I am still waiting for you) e grammaticale: B4B= business for business; CU = se you; U2 = you too; GOOD4U = good for you, ASL = age, sex, location ( e in italiano, Xché, Xme ecc., a cui si aggiunge ora "ke" al posto di che, ma era per l'appunto la formula del placito di Capua, prima attestazione di unn volgare italiano: "Sao ke kelle terre..."). Ora tutte queste abbreviazioni esistevano molto prima dell'e mail, e dunque della presunta creolizzazione.
Maurizio Ferraris, Dove sei? Ontologia del telefonino

venerdì 9 dicembre 2011

Lola

Nella pinacoteca alcuni quadri di fine Ottocento. Naufragio mostra una nave in difficoltà in mezzo alla tempesta, va verso gli scogli che si intravedono tra le onde. In Pareya en un jardin due coniugi: Lui ha regalato i fiori che giacciono abbandonati sulla panchina; Lei lo guarda con pena; Lui guarda verso il basso e gioca con il ventaglio; hanno circa trent’anni ma sono già stanchi di stare insieme. Lola la piconera ha gli occhi luminosi, le dita affusolate appoggiate al bordo della scollatura, un anello con tre cuori sovrapposti, il fiocco rosso vivo tra i capelli, gli occhi scuri ed intensi che sembrano veri.

lunedì 5 dicembre 2011

Una raffica di mitragliatrice

Consiglierimilitari pochi tanti cartolineprecetto soldati tanti troppi imboscate paludi elicotteri feriti infermieri Mekong napalm risaie ancoranapalm caldo umidità zanzare VietCong bombardieri documentari telegiornali lamorteindirettatv WalterCronkite aereidatrasporto portelloniaperti barechiuse salutomilitare onorimilitari vedove anomedelPresidentedegliStatiUniti bandiereripiegateatriangolo caldo umidità zanzare reduci droga TheWashingtonPost fronteinterno sit-in prigionieridiguerra torture rouletterussa sanguevero sangueinbiancoenero brividi pazzia giungla liberauscita prostitute sifilide dollari marijuana caldo umidità zanzare laprimadiplomazia ancoradiplomazia OffensivaDelTet bivacchi sentinellenelperimetrodelcampo notte proiettilitraccianti luci ombre apnea rumore paura pallottole trappole Giap Westmoreland fuoco missinginaction giungla piastrinemilitaristrappatedaipetti Kennedy Johnson Nixon caldo umidità zanzare lettere mogli madri figli BobHope spettacoliperlatruppa giungla pioggiagelatasulsudorecaldo sudorifreddi primidubbi certezze nuovidubbi primoturnoalfronte secondoturnoalfronte carrieramilitare ideali falsiideali caldo umidità zanzare morfina buche cunicoli alfa tango foxtrot charlie charlie tanti charlie villaggi MyLay vecchi donne bambini capanne zippo lanciafiamme caldo umidità zanzare diviseverdi berrettiverdi giungla Saigon ambasciataamericana momentifrenetici documentibruciatinelcaminetto arrivaunelicottero presto fatepresto tuttisultetto evacuazione lafine.
Duilio Daniele

domenica 4 dicembre 2011

L'amo

Eco per suono, ombra per forma, papà e mamma
generazione in generazione
sotto il mio profilo, e sotto il tuo
come fa l'acqua per il sasso
far risuonare e lasciare vibrare.
il sempreverde, buccia, guscio, conchiglia, ma
grande scherzoso cielo di uno e di tutti:
uno da una parte e tutti dall'altra.
Confini segnati, educazioni ordinate,
cortesie e inviti. Niente per le buone maniere, niente a che fare.
Fusa.
Scodinzola la coda.
Si spalancano braccia.
A me tedesimo. Solo che se mi prendi in ostaggio?
La pazienza ha un limite.
Se mi metto ad aspettarti, già sei entrato
spero solo di riconoscerti per gesto o per occhio.
Tuffo. Penetra e smuove.
Freccia. Se centra e se colpisce.
Fango. E si bagna il piede.
Parassita. E virus.

Diversamente essere
cercando di non perdersi oppure
perdersi – parzialmente - volontariamente
con-prendere
in nuova disposizione
lasciare andare
accogliere il fastidio
generosità soffocanti
pieno straripante
noi fra noi
lasciarti andare
ri-cercare nuovi equilibri
io - corpo
io - mente
alterizzazione necessaria
trattenersi
scivolando fra contrasti
prestarsi al reciproco temporaneo
sprofondare
come in ampie poltrone
mescolando le nostre lingue
respiransi senza fretta
Marianna Andrigo e Aldo Aliprandi

giovedì 1 dicembre 2011

Avventure


"Qualcuno pensa che i miei racconti siano solo colossali bugie. Ci tengo a dire che quanto scritto in questo libro è solo il fedele resoconto dei miei molti viaggi per mare e per terra e delle mie avventure di guerra e di caccia."

"Uno che come me sa cavalcare un cavallo eccezionale come il mio lituano, potete star certi che è in grado di cavalcare qualsiasi cosa... Allora, senza stare a pensarci troppo, mi misi accanto ad uno dei nostri cannoni più grossi che stava sparando contro il nemico e in un baleno saltai sulla prima palla in uscita. Per mia fortuna, però, mentre volavo a cavallo della palla di cannone, mi resi conto che questa mi avrebbe di certo fatto entrare in città, ma da lì probabilmente non sarei mai uscito, perché i Turchi mi avrebbero catturato, fatto prigioniero e probabilmente impiccato, allora come vidi passare una palla nemica diretta al nostro accampamento ne approfittai e ci saltai in groppa, facendo così ritorno sano e salvo al campo."
da Le avventure del barone di Münchausen di Rudolf Raspe e Gottfried Bürger

domenica 27 novembre 2011

Stupidità

La stupidità è talmente diffusa tra gli uomini che uno stupido trova sempre uno più stupido di lui pronto a seguirlo.
Voltaire

sabato 26 novembre 2011

Il monaco "mucca"

Disposto sul grande leggio centrale, non possiede né indici, né capitoli, né paragrafi. La lettura procede, si potrebbe dire, a vista, fruendo come bussola delle splendide figure miniate. Non si tratta per il monaco di tradurre il testo in sintesi concettuali, quanto invece di incorporarlo nella memoria e di riprodurlo nei vari casi della vita per motti e citazioni. E il monaco stesso è definito, non a caso, figurativamente una mucca, perché tutto il giorno, mentre fa il burro, accudisce gli animali, coltiva l'orto e il giardino, continuamente rumina borbottando il libro sacro. Non si tratta per lui di leggerlo, quanto di incorporarlo, di "mangiarlo".
Carlo Sini in Al di là del testo, riprendendo Nella vigna del testo di Ivan Illich.

giovedì 24 novembre 2011

Solitudine

Trascorriamo la maggior parte del tempo con noi stessi ma viviamo in mezzo agli altri. La solitudine è una terra di mezzo tra il nostro modo di vedere le cose e il mondo, tra il segno e il sogno, e anche, come scrive José Saramago nell'Anno della morte di Ricardo Reis, una incomprensione in noi stessi: "La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo alla pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice." Una distanza che per Jankélévitch (La menzogna e il malinteso) nasce dalla menzogna: "La vera punizione dei ciarlatani è la perdita della loro ipseità: dal momento che essi non sono né ciò che sono e che sepplliscono nel silenzio, né ciò che gli altri credono che essi siano e che in realtà sono solo per truffa, bisogna concludere che essi non sono più niente. Sono delle anime in pena, delle coscienze spettrali (...)." La solitudine, il deserto, da un'altra prospettiva, è l'unica via per conoscere Dio. Scrive Giovanni della Croce nella Salita al Monte Carmelo: "Devi passare per dove non sai; per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove non hai niente; per giungere a dove non sei, devi passare per dove ora non sei; per giungere interamente al tutto, devi rinnegarti totalmente in tutto."
E il linguaggio, probabilmente, gioca un ruolo fondamentale nel regolare le distanze, sebbene il vero significato delle parole sia a volte come un albero lontano e irraggiungibile nella pianura, o un fantasma che si mostri e nello stesso tempo si dissolva.

venerdì 18 novembre 2011

Valvasor

Il treno partì da Bologna ma non erano scesi tutti: Johann Weichard Valvasor, morto nel 1693 in Carniola, era rimasto a bordo in una conversazione nata per caso. Suo nonno era un commerciante di Telgate, vicino Bergamo, sua madre una Rauber, famiglia di personaggi illustri. Valvasor era un uomo dai molteplici interessi: misurava le montagne, studiava i laghi che spariscono, costruiva tunnel; nel suo castello c'erano una grande tipografia e una biblioteca con migliaia di volumi. E scrisse dei libri: voleva fare conoscere le meraviglie della Carniola al mondo. Nel 1689 a Norimberga pubblicò Die Ehre des Herzogthums Crain (La gloria del ducato di Carniola) : 3532 pagine in quattro volumi e 500 illustrazioni, la maggior parte disegnate da lui. Nella scrittura invece lo aiutò Erasmus Francisci di Lubecca, un nobile decaduto che si guadagnava da vivere come scrivano e correttore di bozze. Erasmus intervenne creativamente aggiungendo qua e là le sue considerazioni, frasi di di autori famosi, riflessioni misticheggianti. Un fiume testuale nel quale affiorano anche numerose povedke, i raccontini popolari che Valvasor raccoglieva insieme ai dati storici e geografici della sua regione, per ogni villaggio, bosco, fiume, montagna, non mancavano mai fiabe, leggende, aneddoti curiosi. Scrive Maria Bidovec, docente di Letteratura e civiltà slovena all'Università di Udine, nel suo Johann Weichard Valvasor: polimata, nonché avvincente narratore nella Carniola del Seicento: "L'originale commistione, operata solo da Valvasor, di racconti di origine popolare, aneddoti, osservazioni frutto di esperienza personale nonché di storie tratte da letture e studi d'archivio non potè venire apprezzata da quello stesso popolo semplice che ne era il protagonista, poiché esso non era in grado di leggerla; né poté essere sufficientemente conosciuta e ammirata dal potenziale enorme pubblico dei lettori europei di lingua tedesca, confinata come rimase all'interno delle frontiere di quella periferica provincia dell'Impero, ancora troppo chiusa in sé e culturalmente immatura. (...) Ciò che egli era stato capace di costruire nel campo della narrazione di storie curiose e fantastiche rimase apparentemente senza eco, ma in realtà costituì una pietra miliare."

domenica 13 novembre 2011

Gatti

Io mica lo volevo un gatto - figurarsi due. Non sono tipo da farmi fare fesso io. Non se ne parla nemmeno, davvero. I gatti stanno bene per strada, i gatti vanno bene sui tetti, miagolanti e vagabondi. (...) "Libri rosicchiati. Vasi rovesciati. Lucertole trascinate in casa. Piante divorate. Fortuna che sono un tipo che ogni tanto si fa fare fesso - e si può rischiare molto, ma si può anche incrociare la possibilità di perdere un po' della nostra stupidità. Perché succede di scambiare la propria stupidità per saggezza, saggezza un po' meschina, di piccola virtù, che non ama sorprendersi - nello spavento che proviamo nel dover cedere a un altro essere una parte della nostra esistenza. Però ne vale la pena. Soprattutto quando intorno a te tutti ti spiegano che non ne vale la pena. (...) Un gatto non è mai dove dovrebbe stare. Un gatto non è mai a disposizione. Un gatto non è mai disposto a obbedire. "Refusez d'obéir", come il luminoso disertore di Boris Vian.
Stefano Di Michele, Borges e Camilla. Gatti, amori e altri disastri, ed. Il Notes Magico

giovedì 10 novembre 2011

Luna e l'altra

A volte la luna è piena,
ubriaca di stelle,
e si tinge di bianco,
ma anche di rosso!
A volte si fa un quartino
Altre volte è solo la metà del cielo,
… e l’altra?
L’altra è in piena crisi lunatica,
non si mostra, è insicura,
… ha una fottuta paura.
… o forse …
... ad altre volte mostra la sua faccia scura!
Loris Tessari

lunedì 7 novembre 2011

Il tacere delle Sirene

A dimostrazione del fatto che anche mezzi inadeguati e persino puerili possono aiutare a salvarci.
Per difendersi dal canto delle Sirene, Odisseo si tappò le orecchie con la cera e si fece incatenare all’albero maestro. Una cosa simile avrebbero potuto farla da tempo tutti i viaggiatori, tranne quelli che le Sirene avessero sedotti già da lontano, ma era noto in tutto il mondo che ciò non li avrebbe aiutati in nessun modo. Il canto delle Sirene trapassava qualsiasi cosa, e l’ardore dei sedotti spezzava ben più di catene e alberi. A questo però Odisseo non pensò, sebbene forse ne avesse sentito parlare. Ebbe piena fiducia in quella manciata di cera e nel fascio di catene, e ingenuamente felice dei suoi deboli mezzi andò incontro alle Sirene. Ma le Sirene hanno un’arma ancora più spaventosa del canto, il loro tacere. Non è capitato, ma si può immaginare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, sicuramente non dal loro tacere. Al sentimento di averle sconfitte con le proprie forze, alla conseguente totale presunzione, nessun mortale può opporsi. Ed effettivamente le potenti voci non cantarono al suo passaggio, vuoi perché credessero che questo avversario potesse essere conquistato solo dal tacere, vuoi perché la vista di quell’assoluta felicità nel volto di Odisseo che pensava solo alla cera e alle catene, esse si dimenticarono del canto. Odisseo, se così possiamo dire, non sentì il loro tacere, egli credeva che cantassero, e che solo lui fosse al sicuro dall’udirle. Di sfuggita vide subito il movimento dei loro colli, il respiro profondo, gli occhi pieni di lacrime, le bocche socchiuse. Credette che tutto ciò appartenesse alle melodie che risuonavano mute intorno a lui. Presto tutto ciò scomparve dal suo sguardo rivolto lontano; le Sirene si dissolsero davanti a quella prova di carattere. Così, proprio quando era loro più vicino, non ne seppe più nulla. Loro, più belle che mai, si allungarono e si voltarono, lasciarono fluttuare i loro spaventosi capelli nel vento e si aggrapparono con gli artigli agli scogli. Non volevano più sedurre, ma solo afferrare il più a lungo possibile il riflesso dei grandi occhi di Odisseo. Se le Sirene avessero una coscienza, quella volta sarebbero morte. Ma sopravvissero. Odisseo era riuscito a sfuggire loro. Infine, si riporta qui una piccola aggiunta a questa storia. Si dice che Odisseo fosse così astuto, una tale volpe, che le stesse Parche non avevano il potere di penetrare la sua mente. Forse egli, sebbene il fatto non sia comprensibile dalla ragione umana, ha davvero intuito che le Sirene tacevano, e ha usato la finzione come uno scudo frapposto fra sé e loro, fra sé e gli dei.
Franz Kafka, Das Scweigen der Sirenen, traduzione di M.A. Orefice

venerdì 4 novembre 2011

Wittgenstein

Alcuni appunti dall'incontro, svoltosi oggi alla libreria Canova di Treviso, con il professor Luigi Perissinotto, uno dei massimi esperti italiani di Wittgenstein.
Le ultime parole di Wittgenstein, dette alla moglie del dottore prima di perdere conoscenza, sono state: "Dica loro che ho avuto una vita meravigliosa".
"Nel Tractatus la filosofia non è una teoria, una dottrina, è un'attività."
La proposizione più citata è la numero 7:"Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere."
Essa sembra in contraddizione con la 6.54: "Le mie proposizioni sono chiarificazioni le quali illuminano in questo senso: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è asceso per esse - su esse - oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v'è salito.) Egli deve superare queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo."
"Dal punto di vista etico ognuno deve trovare la propria esemplarità nella vita, fare il proprio mestiere nel miglior modo possibile. Tutto è importante tranne il tempo e i soldi."
"Filosofo è colui che non appartiene a nessuna comunità di pensiero."
"Il lavoro filosofico è propriamente - come spesso in architettura - piuttosto un lavoro su sé stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose. (E su che cosa si pretende da esse)."
"Tutto il senso del mio libro è un senso etico."
"In una poesia molto amata da Wittgenstein un crociato prima di partire per la guerra pianta un piccolo alberello nel suo giardino. Quando diventa vecchio si siede in giardino all'ombra della pianta che negli anni è cresciuta. Proprio quando non si cerca di esprimere l'inesprimibile esso si mostra."
La proposizione 6.44 del Tractatus "Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è" distingue fra il "come" proprio della scienza" e il "che" proprio del mistico.
6.52 "Noi sentiamo che anche qualora tutte le possibili domande scientifiche avessero avuto risposta, i problemi della vita non sarebbero stati ancora neppure toccati. Certo, allora non resta più domanda alcuna, e questa appunto è la risposta."
Secondo Perissinotto e molti altri la filosofia di Wittgenstein non rimanderebbe a cose indicibili o indefinibili attraverso il linguaggio; altri studiosi pensano che invece sarebbe proprio questo il senso profondo, "mistico" della sua filosofia. Se ci dovessimo attenere al dicibile secondo Wittgenstein (nell'interpretazione più restrittiva) i ragionamenti intorno alle parole Bene, Male, Libertà, Giustizia, Carità, Amore, Etica, sarebbero insensati. Il che appare a sua volta un po'insensato e dogmatico. Quando mancano le parole è forse perché ci sono alcune esperienze, sensazioni, stati d'animo, intuizioni, per le quali le parole non bastano.

Immersi nell'anima


Guardare le cose da un altro punto di vista è sempre un'avventura sorprendente. Giulio Giorello in un articolo dedicato alla scomparsa dello psicanalista James Hillmann rovescia il tradizionale connubio corpo e anima: "Ricordate Stephen Dedalus, il Telemaco dell'Ulisse di Joyce, che solitario sulla spiaggia della baia di Dublino medita sui confini dell'anima? Fin dove essa si estende? Forse, fino all'ultima stella che si scorge all'orizzonte. Dunque, l'anima non è imprigionata dentro il corpo, come pretendeva molta filosofia, da Platone a Cartesio - ma è il nostro corpo che fluttua nell'anima."

martedì 1 novembre 2011

La più nobile bellezza

“La più nobile specie di bellezza è quella che non trascina a un tratto, che non scatena assalti tempestosi e inebrianti (una tale bellezza suscita facilmente nausea), ma che si insinua lentamente, che quasi inavvertitamente si porta via con sé e che un giorno ci si ritrova davanti in sogno, ma che alla fine, dopo aver a lungo con modestia giaciuto nel nostro cuore, si impossessa completamente di noi e ci riempie gli occhi di lacrime e il cuore di nostalgia. Di che abbiamo nostalgia alla luce della bellezza? Dell’essere belli: ci immaginiamo che molta felicità debba andare a ciò congiunta. Ma questo è un errore”.
Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, parte IV, Dell’anima degli artisti e degli scrittori. Negli appunti preparatori il paragrafo termina con la frase: “Di questo tipo è la bellezza del golfo di Napoli visto durante il crepuscolo”.

lunedì 31 ottobre 2011

Schiaffi

Caro amico,
vorrei raccontarle due piccole cose accadute in questi giorni. Scena prima. Passeggiavo per una via del centro quando ad un tratto una mamma ha cominciato schiaffeggiare con violenza suo figlio, un bambino di circa sette anni. La strada era piena di persone che hanno proseguito indifferenti, qualcuno si è fermato a guardare. Mi sono avvicinato a questa pazza e le ho detto: Non si picchiano i bambini. Lei con la faccia pietrificata dalla rabbia ha risposto: Perché lei non sa che cosa ha fatto. Poi l'ha trascinato via che piangeva e singhiozzava. Più in là un uomo aspettava, forse il padre.
Scena seconda. Leggevo il giornale seduto su una panchina nel grande piazzale del castello. Due colombe bianche giocavano a rincorrersi sulle foglie gialle. A volte si avvicinavano come due amici che si stanno raccontando le ultime novità. La grande macchina nera arriva veloce e poi si ferma. L'uomo scende, chiude la porta e si avvia. Incurante. Una colomba è morta, l'altra le gira intorno, sembra chiedere: Perché non parli più con me. Dico all'uomo: Ha visto che l'ha ammazzata? Non me ne sono accorto. Se fosse andato più piano l'avrebbe vista. Andavo piano, forse è la macchina che è fa rumore e allora può sembrare. Noi e le nostre parole non possono nulla contro la stupidità e la forza: due agenti causali inseparabili. La mamma degli schiaffi e l'uomo che schiaccia le colombe, o qualcun altro, saranno diventati meno stupidi, meno violenti dopo quel che è successo? Sarebbe questo il senso? E se dicessimo che alcuni esseri umani sono meno evoluti e sensibili di altri? No, non possiamo dirlo perché questo ragionamento porta dritto ai campi di concentramento. Possiamo a nostra volta essere violenti con gli stupidi e i violenti? No, non possiamo. Allora, forse, caro amico, non ci resta che versare una lacrima, se ne siamo capaci, se davvero io e lei siamo capaci di essere molto diversi da loro.
p.s. Dopo una settimana sono tornato nel grande piazzale, la colomba bianca era sola e sembrava ancora cercare l'altra.
(la foto è di Florence Ménez )

domenica 30 ottobre 2011

Big Bang, pianeta Renzi verso Palazzo Chigi







Una sinistra così non s’era mai vista, giovane, piena d’idee, dinamica, aperta al dialogo. È la sinistra della Leopolda, sono quelli che hanno voglia di un big bang, di una rinascita, di un nuovo modo di far politica, sono quelli che hanno voglia ancora di sognare, che non smettono di crederci e che da tempo non ascoltano più i brontosauri, facce che da vent’anni ripetono le stesse cose, facce che quando si tratta di abolire i privilegi votano compatte contro e tra loro si strizzano sempre l’occhio perché in fondo sono” colleghi”. Alle dieci di sabato mattina non c’è, come ti saresti aspettato, una folla da stadio all’ingresso, ma ci sono gli autisti dell’Atac di Firenze, perché Renzi gli ha chiesto di lavorare un po' di più per lo stesso stipendio, e gli operatori della cooperativa sociale La Civetta che protestano perché ha tagliato del trenta per cento i fondi del sociale.
Dentro, invece, c’è lui, la vera novità politica di questi ultimi vent’anni. La comunicazione è studiata nei minimi dettagli: palco spazioso, sullo sfondo la riproduzione di una libreria, a destra una scrivania con un microfono anni ciqnuanta, tipo quelli di Elvis Presley, portatile Apple color argento in bella vista, iPhone, iPad. In consolle Renzi conferma di aver talento non solo politico: dirige l’incontro con energia, il ritmo è incalzante, speech di cinque minuti, brevi video, spezzoni comici, altri impegnati come quello di Obama in memoria delle vittime di Tucson o il discorso d’addio di Zapatero, lettura di commenti Fb e tweet, arrivano quelli del direttore del Corriere Ferrucccio De Bortoli e di Dario Franceschini che dice Come si fa ad avere paura di Renzi? Il flusso renziano scorre in videostreaming, la colonna sonora dell’evento è la canzone di Jovanotti Il più grande spettacolo dopo il Big Bang, e sulle magliette lo slogan: I dinosauri non si sono estinti da soli. Una macchina della comunicazione perfetta elaborata personalmente dall’inesauribile Renzi in team con l’agenzia Catoni Associati.
Anche gli interventi sono un blend di contributi diversi: politici, imprenditori, artisti, responsabili di progetti sociali e associazioni antimafia. Davide Faraone, sindaco di Palermo, parla delle enormi difficoltà che derivano dalle “imposte” della criminalità organizzata; Maurizio Artale, associazione Padre Nostro di Palermo, sostiene la beatificazione di Don Pino Puglisi; Guido Ghisolfi, a capo di un’industria leader nella produzione di polimeri e poliesteri, vuole una scuola migliore; Filippo Civati interviene senza pathos, della serie “sto a vedere quel che fai e poi deciderò”; divertente e pungente Pif di Mtv: Il vero santo di questo paese è Pio La Torre. Non candidiamo chi ha avuto rapporti con i mafiosi, come successo anche nel Pd. Per Sergio Chiamparino, l’ex sindaco di Torino tenuto in panchina da Bersani, le priorità sono: l’equità sociale, le primarie a porte aperte, una legge elettorale che non privilegi il solito “cerchio magico”. Appoggia il Big Bang ed è a disposizione per un nuovo cammino insieme, ma nello stesso tempio si chiede come troveranno peso in concreto le idee e gli ideali della Leopolda. Il suo intervento è salutato da un interminabile applauso e dall’abbraccio di Renzi. Si prosegue con entusiasmo e ritmo, intanto su Youtube è cliccatissimo l' intervento di Alessandro Baricco di venerdì: Non abbiamo saputo pronunciare la parola meritocrazia, noi non abbiamo mai fatto la prima mossa perché avevamo paura di perdere, voi non abbiate mai questa paura. Ancora ideali, idee, energia. Graziano Del Rio presidente Anci: La vita ha senso solo se noi siamo capaci di un’azione, di innescare qualcosa di nuovo come questo Big Bang. Riccardo Bonacina: Ci sono 3 milioni di italiani che si dedicano al volontariato, 15 milioni che aderiscono al cinque per mille: più che privatizzare bisogna socializzare. Dietro il microfono cromato Renzi è multitasking: risponde alle mail, parla coll’ufficio stampa, segue quello che dicono gli ospiti, presenta il trailer del film Nessuno mi può giudicare. In uno scherzoso dialogo una escort più esperta consiglia a quella meno pratica come comportarsi con i clienti: Se sono di destra tu ridi, hanno bisogno di sentirsi divertenti. Se sono di sinistra tu annuisci perché hanno bisogno di sentirsi intelligenti. È arrivato anche il patron di Technogym: I nostri giovani non sognano più, poi però scivola verso la self promotion vagheggiando un’Italia primo distretto mondiale del wellness. Intorno a l’una il ragionamento filosofico del prodiano Arturo Parisi che riconosce a Renzi il merito di aver saputo pronunciare il pronome “io”, assumendosi in prima persona la responsabilità della sua proposta: È meglio rischiare di sbagliare da soli per avere ragione tutti. Il flusso renziano s’interrompe per il pranzo, e così ci si trova a tavola fra gente simpatica e affamata di confronto. Francesco Minari è un giovane dell’agenzia Catoni Associati, quella che ha organizzato l’evento, e ci racconta della straordinaria esperienza di poter lavorare con il vulcano Renzi. Daniele Chini è un imprenditore edile preparatissimo sulle vicende politiche e con una visione chiara di come si potrebbe cambiare la legislazione del suo settore. Elena lavora nel sociale con passione e competenza ma vive in prima persona il precariato e le difficoltà create dalla scarsità dei finanziamenti. La conversazione è vivace: dalla possibile candidatura di Renzi all’assenza del popolo degli indignados (i centomila pacifici che sfilarono a Roma), dalla mancata nomina nel Pd di un segretario donna alla strategia della tensione. Il tempo passa veloce, si ricomincia con il sindaco di Gubbio e si va avanti fino a sera.
Oggi, tra i tanti che hanno preso la parola, Martina Mondadori, sul ruolo centrale della cultura, lo scrittore Antonio Scurati, su conservazione del passato e innovazione, l'ad di Telecom Italia Media Antonio Campo Dall’Orto, su nativi digitali, e Giorgio Gori di Magnolia, già direttore di Canale 5 e Italia 1: Mi piacerebbe cambiare la Rai, vorrei che non fosse più governata dai partiti ma da un comitato strategico nominato dal Presidente della Repubblica; serve un canone più alto e una netta separazione fra i canali del servizio pubblico e quelli commerciali. Poi arriva Matteo che parla a braccio per un’ora di filato. Il linguaggio è nuovo, soprattutto il tono è nuovo, non quell’aria mesta e supponente di troppa sinistra, ma un giovanotto intelligente, capace, sfrontato, un Pieraccioni della politica che se la gioca, che ha avuto il coraggio di fare la prima mossa e di pensare in grande. Il problema non sono le primarie, Matteo Renzi a mio parere si sta candidando a futuro premier di questo paese. Ha capito che la gente non vota più un simbolo ma un personaggio, e nel suo caso uno con diverse marce in più, ha capito che gli elettori premiano chi ha idee, progetti, sogni. Non gli sfugge, come non sfuggì a Obama e come ha dimostrato in parte la recente primavera araba, che i social network svolgono un ruolo strategico nella formazione del consenso. E, last but not least, può contare su forti gruppi di sostegno di imprenditori e di giornalisti della carta stampata e televisiva che lo considerano a ragione la faccia nuova della politica italiana. Matteo non dimenticarti però degli operatori sociali della Civetta e di tutte le altre cooperative sociali fiorentine e non. Molti di loro sono senza lavoro e di molti dei loro assistiti non è più possibile prendersi cura. Fai un Big Bang anche nel Sociale.