mercoledì 2 maggio 2012

Il tappeto volante, tre incontri sulla scrittura e sulla trama

I segreti e la bellezza di una composizione non si comprendono al primo sguardo, il filo del discorso e quello di un tessuto si possono perdere, l’intreccio a volte può diventare un garbuglio. E i tappeti volanti? Esistono davvero e potrai salirci sopra. Nel libro The thousand and one nights, a cura di Edward William Lane (London 1865), si spiega anche come realizzarli. Se t’interessa volare e non perdere il filo del discorso, vieni ai nostri incontri, dove parleremo di tappeti e scrittura.

Giovedì 17 maggio
Shiraz, I fili del discorso
Giovedì 24 maggio
Tabriz, Il viaggio magico
Giovedì 31 maggio
Isfahan, Incroci di parole
Ci troveremo dalle 20.30 alle 22.30 nella Sala dei Pensieri, all’interno del negozio Kamal tappeti orientali in Corso Mazzini 58 a Conegliano (Tv). Nella prima parte dell’incontro saranno illustrate tecniche di composizione e tessitura, seguiranno letture e scritture.
Per info e iscrizioni: 3482526490 / 3479372731

domenica 22 aprile 2012

Veli da sposa e passioni rivoluzionarie

Tre donne di cultura araba, tre scrittrici, tre mondi, hanno parlato dei loro libri a Venezia nella tavola rotonda Sguardi di Donne del Mediterrano, durante la manifestazione Incroci di Civiltà. Cominciamo dall’ironia della farmacista egiziana Ghada Abdel Aal, che da qualche anno ha aperto un fortunatissimo e seguitissimo blog:  http://wanna-b-a-bride.blogspot.com (Voglio sposarmi). Post dopo post ha raccontato i buffi incontri organizzati dalla famiglia per farle incontrare un ragazzo da sposare, per combinare un matrimonio da salotto. Alle sue avventure si sono aggiunte quelle delle amiche e al successo del blog è seguita la pubblicazione del libro per un importante editore arabo e poi le edizioni in altre lingue; in Italia è uscito con il titolo Che il velo sia da sposa (Epoché). Con garbo e simpatia ha raccontato in inglese che la gente in Occidente spesso fa confusione fra donne afgane e donne egiziane, le chiedono se non si senta oppressa, o se può guidare la macchina, e altre sciocchezze del genere. “Le donne egiziane – ha detto – non sono meno oppresse di quelle italiane, anche loro sono impegnate ad affermarsi in campo professionale e a combattere contro pregiudizi maschilisti.” Questo è un brano dal suo uomoristico blog: “Comunque io non ce l'ho con Haytam, perché so di averlo ferito la volta che ho rifiutato la sua proposta di matrimonio, nonostante il ragazzo sia molto chic (viene a prendere l'immondizia con indosso abiti Versace, i capelli a spazzola e una mano sempre in tasca) e nonostante sia un tipo facoltoso (ha una B.M.V., cioè una Brutta Macchina Vecchia).
Ma è che la vena liberale e proletaria che è in me cozza contro la mia vena borghese, sofista e imperialista (aprite un dizionario qualsiasi e traducete voi, per favore. Adesso non ho tempo per spiegarvi!) e alla fine mi sono vista costretta, seppur con dispiacere, a rifiutare la sua proposta e il ragazzo deve averla presa male. Probabilmente ho urtato la sua sensibilità. Ed è per questo che, ogni volta che veniva a prendere l'immondizia da noi e mi vedeva passare davanti alla porta, mi guardava, faceva un bel respiro profondo e gridava con quanto fiato aveva in gola:
- Monneeeeezzaaaaaaa!!!
Io naturalmente non l'ho mai presa sul personale. Proprio per niente. Sapete che ho il cuore tenero! Anzi, gli ho sempre augurato ogni bene, finché il Buon Dio non gli ha concesso la grazia di farlo fidanzare con la ragioniera Nermin.”
Alawiya Sobh, invece, ha una scrittura intensa e passionale. Vive a Beirut e dirige la rivista femminile Snobì diffusa in tutto il mondo arabo, un magazine che parla di bellezza, vita di coppia, sesso, mondanità, diritti delle donne. Il suo nome e passione, edito in Italia da Mondadori, è stato censurato nei paesi arabi: che una donna affronti temi come l’omosessualità, la sessualità, il tradimento, rappresenta senza dubbio un pericolo in società religiose basate sulla superiorità dell’uomo. Con voce affettuosa Alawiya ha letto in arabo alcuni brani del suo romanzo: “Quando ci abbracciavamo e i nostri corpi diventavano uno, avevo la sensazione che i miei fianchi, le miei mani, il mio collo, ogni parte del mio corpo fossero  come le lettere dell’alfabeto arabo, che si curvano, si rigirano, si lamentano, si struggono, si crucciano pur di restare appiccicate, pur di penetrarsi a vicenda, e che il mio ventre, come la lettera nun, allargava le braccia per riceverlo.”
“Mia signora, dicono che la donna ha novantanove zone erogene, ma non le elencano. dicono che il pudore impedisce che le si nomini e le si renda note. (...) In ogni caso gli uomini amano le donne a prescindere dalle novantanove zone erogene, basta un’unghia del piede ad eccitarli.”
Piglio istrionico e capigliatura leonina, l’algerina Malika Mokkedem ha letto con grande trasporto in francese un brano inedito del suo ultimo romanzo La desiderance. È la storia di un amore tragico: lui muore nella speranza di attraversare il Mediterraneo, lei lo apprende da una telefonata della guardia costiera e si mette alla ricerca dei responsabili. Malika Mokkedem, dopo la laurea in medicina a Orano, emigrò in Francia a causa della sua opposizione al regime algerino. Il mare è al centro de La desiderance, come già di N’Zid. In una sua intervista dice: “Durante i miei primi diciassette anni di vita in Francia ho passato tutte le estati a navigare. Alla fine degli studi ho persino solcato il Mediterraneo per sei mesi di fila con il progetto di un viaggio attorno al mondo in barca a vela. Mollare gli ormeggi, staccarsi dal molo allontanando la barca con il piede, prendere il mare mi dava una vertiginosa sensazione di libertà, sommata ad un piacere atavico. Il Mediterraneo si offriva a me come un cuore che batte tra le due rive della mia sensibilità. Ed è a forza di frequentare il mare aperto che ho trovato il senso della parola infinito: l’infinito è la libertà.”
Al termine dell’incontro è però successa una cosa strana, è stato impossibile fotografare le tre scrittrici assieme, né, a pensarci bene hanno conversato fra di loro, nè al pubblico si è permesso di rivolgere loro delle domande. Ci si può trovare ad un incrocio e sorridere cortesemente ma incontrarsi, capirsi e parlarsi davvero è un’altra cosa e non è una questione di lingua o cultura ma di volontà. 
foto: da sinistra Malika Mokkedem, Ghada Abdel Aal, Alawiya Sobh.

mercoledì 18 aprile 2012

La confessione


C’erano libri che sovrastavano il rumore della vita e ti catturavano parlando solo delle cose più vere, Confessione era uno di questi libri. Tolstoj racconta la favola russa di un uomo che, inseguito da un mostro, si butta in un pozzo. Ma mentre sta cadendo vede sul fondo un drago che aspetta di divorarlo. In quell’istante l’uomo nota un ramo che sporge dal muro del pozzo e lo afferra, restandovi aggrappato. Così non cade nelle fauci del drago, né può essere mangiato  dal mostro che incombe dall’alto, però ha un altro problema. Due topolini, uno nero e uno bianco, stanno rosicchiando il ramo. Presto il ramo si spezzerà facendolo precipitare. Meditando sull’inevitabile sorte che lo attende, l’uomo si accorge di un’altra cosa: dall’estremità del ramo a cui è appeso gocciola del miele, e lui tira fuori la lingua per leccarlo. Questa dice Tolstoj, è la difficile condizione umana: noi siamo l’uomo aggrappato al ramo. La morte ci aspetta. Non c’è scampo. E così ci distraiamo leccando le poche gocce di miele che ci vengono offerte.
Eugenides Jeffrey, La trama del matrimoniotraduzione di Katia Bagnoli, ed Mondadori

martedì 10 aprile 2012

Padri e figli


Mio caro figliolo, son trascorsi ormai quattro mesi senza che dai tuoi laconici scritti si possa dedurre che tu abbia compiuto il minimo passo avanti nella carriera o sia in procinto di compierlo. Sono ben lieto di riconoscere che nel corso di questi anni  m’è stata concessa la soddisfazione  di udir lodare da varie fonti autorevoli l’opera tua e pronosticare a te, conseguentemente, un promettente avvenire. Ma la tua innata tendenza, non trasmessa certamente da me, a fare di gran carriera i primi passi, quando un compito ti attira, ma a dimenticare ben presto ciò che devi a te stesso e a coloro che hanno riposto in te le loro speranze, e d’altra parte, il fatto di non poter ricavare  dalle tue notizie la minima indicazione di un piano per la tua vita futura, mi riempie di grave affanno.
Non soltanto hai raggiunto un’età in cui  gli altri uomini si sono già fatta una posizione ben salda, ma inoltre io posso morire da un giorno all’altro, e il patrimonio che lascerò in parti uguali a te e a tua sorella non sarà da disprezzarsi, nelle attuali circostanze, però non basterà ad assicurarti da solo quel posto in società che tu devi finalmente raggiungere con i tuoi mezzi. Mi preoccupa gravemente il pensiero che da quando ti sei laureato fai solo vaghi accenni a progetti che s’estendono ai più vari campi, e di cui tu probabilmente secondo la tua abitudine esageri assai la portata; e non ti riferisci mai alle soddisfazioni che ti darebbe una cattedra di insegnamento, né mi risulta che tu abbia preso contatti a tal scopo con qualche Università o con circoli competenti.
Robert Musil, L’uomo senza qualità, traduzione di Anita Rho, Einaudi, Milano,1972

sabato 7 aprile 2012

Mappe

(...)
I confini tra paesi sono appena visibili,
come se esitassero: essere o non essere?
Amo le mappe perché mentono
Perché non ammettono le verità aggressive
Perché con magnanimo e bonario humour
Mi dispiegano sul tavolo un mondo
Non di questo mondo
Wislawa Szymborska

domenica 1 aprile 2012

Eating heavenly


Mangiare divinamente, Eating heavenly, è un desiderio che abbiamo tutti, certo non facile da realizzare, è anche  materia di studio riservata a chef pluristellati, quelli da guida Michelin, argomento per  vademecum firmati  Slow Food o Associazione Italiana Sommelier. Il titolo si presta a indicare diverse strade, tra le più inaspettate quella che riguarda riti e i simboli collegati al cibo in ambito siro-mesopotamico (III millennio avanti Cristo). Eating heavenly, progetto di ricerca che coinvolge gli atenei di Venezia, Udine, Torino, Napoli, che in un recente convegno hanno presentato i loro contributi, tracce di qualcosa che ci è familiare anche se pare lontano.
Massimo Maiocchi della Venice International University nel suo paper Il dolce sapore della morte: simbologia delle offerte rituali nella Mesopotamia protodinastica, ha preso le mosse da alcuni  testi presargonici risalenti alla dinastia di Lagash (2500 avanti Cristo), 1600 testi dell’archivio della Casa della donna, fra cui gli elenchi di  assegnazione di beni alimentari per un funerale; ai lamentatori funebri venivano inviati: formaggio, datteri, miele, burro chiarificato, uva passa, melograni, collane di fichi. Il corpo del cadavere, che si immaginava dovesse compiere un lungo viaggio doveva essere trattato con attenzione, in un testo si raccomanda: ”Non aspergerlo con olio buono preso da una giara, poiché (gli spiriti maligni) lo circonderanno  a causa della sua fragranza.” Anche alla statua dedicata al defunto venivano offerti alimenti dolci. Un connubio che nei secoli non è venuto meno, se si pensa che ancora oggi in molte regioni italiane si preparano dei dolci per il giorno dei morti: le favette in veneto,  le os de mort in Lombardia, il torrone dei morti a Napoli, la frutta di Martorana, i pupi di zucchero siciliani, le dita di apostolo, la colva pugliese, i fanfullicchi leccesi. Secondo Maiocchi, tra gli alimenti dolci, il miele occupa un posto di primo piano: citato in testi magici, erotici, elenchi di offerte funebri, secondo lo studioso ha una funzione liminale, è un alimento simbolo del passaggio tra vita e morte, un cibo che funge da soglia perché non è né liquido né solido (i defunti non mangiano pane né bevono). È prodotto dalle api che, come gli uccelli, sono animali volanti  in contatto con dio, e dotati di qualità straordinarie: “L’ape riesce dove l’aquila non riesce”.
Un altro alimento che aveva un particolare valore rituale era la birra, un po’ diversa dalla Heineken del supermercato, che viene citata anche nel poema Lugalbanda nella grotta della montagna. Lugalbanda, terzo re di Uruk e padre dell’eroe sumero Gilgamesh che passando attraverso le montagne di Aratta  sviene all’improvviso. Incapaci di rianimarlo i suoi compagni lo abbandonano in una caverna: “Essi prepararono per lui un riparo come un nido d’uccello. Datteri, fichi, e formaggi – alimenti dolci che un malato mangia volentieri – essi posero in cesti per datteri. Essi costruirono per lui una “casa” (...) Davanti alla tavola disposero birra da bere, mischiata con  miele, e cibo...con burro chiarificato. I suoi fratelli e compagni, come se stessero scaricando una chiatta dopo la mietitura, disposero nella grotta della montagna, accanto alla sua testa, provvigioni versate in contenitori di cuoio e in otri di pelle. Essi (...) acqua dagli otri per l’acqua. Birra scura, birra kurunnu “chiara” di orzo, vino da bere che è piacevole al gusto – essi sparsero tutto ciò accanto alla sua testa nella grotta della montagna (...). Essi prepararono per lui incenso e resine, (...) e le appesero nella grotta della montagna presso la sua testa.”
In Banchetti e gestione delle risorse alimentari in alcuni archivi paleo-babilonesi, Simonetta Ponchia si è soffermata, tra l’altro, sul valore simbolico del banchetto, occasione per celebrare  il sovrano, per creare vincoli e alleanze, consuetudine che conosce la sua apoteosi nel Rinascimento, memorabile il Banquet du Faisan ccon 48 portate che si tenne a Lille  il 17 febbraio del 1454 con lo scopo di preparare una crociata per liberare Costantinopoli dai turchi.
Con Magici alimenti o alimenti del magico? Sabina Crippa ha invece trasportato la platea nella molteplicità della Naturalis historia di Plinio il Vecchio, in particolare tra le pagine del trentesimo volume che contiene una raccolta di bizzarre  ricette come il falcone annegato nel latte o il pane di Giove (cervello di topo , cenere di donnola, milza d’asino).
Si è poi soffermata sulla grafofagia, rito per comunicare  con gli dei che prevede di mangiare, bere o leccare lettere sacre; il rituale era praticato anche con un frammento di mummia posto sotto la lingua o con statuette di farina. “Il pasto virtuale con la divinità, lascia che io possa essere bocca a bocca  in una conversazione con gli dei.”
Nel papiro magico di Parigi, composto da 3200 versi, tra le prescrizioni per entrare in contatto con Helios, è descritta  la preparazione dello scarabeo: triturare miele e fiori di loto e gettare lo scarabeo  nell’olio di rosa, e, al verso 789, si raccomanda:  cogli la Kentritis, miele e mirra, e scrivi il nome sulla foglia che leccherai e poi getterai nell’olio di rosa. La Kentritis, secondo fonti diverse, cresce nella terra nera, l’attuale Maghreb, somiglia alla Verbena, è legata al culto di Mitra e, racconta Plinio, se si intinge nel suo succo un’ala di ibis le penne cadono al suolo. Va colta prima dell’alba, con il metallo o con mano nuda o velata.
Impossibile, comunque, riassumere in poche righe la ricchezza del convegno, si può solo suggerirla citando gli altri temi affrontati: Cerimonialità alimentare ad Ebla (Lucio Milano, Maria Vittoria Tonietti), Il banchetto nei testi mitologici ittiti (Annamaria Polvani), Il banchetto nell’Anatolia ittita (Stefano de Martino), Il banchetto nei testi letterari della Mesopotamia (Stefania Ermidoro), La cucina del dio e del re  nell’alimentazione dell’impero assiro (Salvatore Gaspa , Una mela al giorno ... il ruolo del cibo nei testi medici di epoca neo-assira (Mario Fales), I topi sono un cibo divino! (Simonetta Graziani), Galateo e offerte alimentari nella Babilonia di età seleucide (Paola Corò), Il banchetto di Mitridate. Cerimoniali alla corte dei sovrani Arsacidi (Carlo Lippolis), L’istituto di mrzb nel vicino Oriente antico (Alfredo Criscuolo), Pasti e banchetti comunitari nell’Arabia antica (Riccardo Contini), I luoghi del banchetto nell’Arabia antica (Romolo Loreto).

domenica 25 marzo 2012

Il banchetto


Si cominciò a servir loro degli uccelli con la salsa verde, in piatti d’argilla rossa, adorni di disegni neri, in tutte le specie di conchiglie che si raccolgono sulle coste puniche, poi delle zuppe di frumento , di fave e di orzo, , e delle lumache al cimino su piatti di ambra gialla.
Poi le mense  furono coperte di carni: antilopi con le loro corna, pavoni con le loro penne, montoni interi cotti al vino dolce, cosce di camelli e di bufali, ricci di mare, cicale fritte e ghiri confettati: nelle gamelle di legno  di Tamrapanni galleggiavano, in mezzo allo zafferano, dei grossi pezzi di grasso. Era dappertutto un’invasione di salamoia, di odor di tartufi e di assa fetida.
Le piramidi di frutti precipitavano sui pasticci di miele, e non mancavano neppure alcuni di quei cagnolini dal grosso ventre e dal pelo roseo che venivano ingrassati con le fecce  delle olive, e rappresentavano uno dei cibi prelibati pei cartaginesi, ma detestati dagli altri popoli. La sorpresa delle vivande nuove eccitava la cupidigia degli stomachi.
I Galli, dai lunghi capegli rialzati sulla sommità della testa, si strappavano i cocomeri  e i limoni, che divoravano con la scorza. Dei negri, che non avevano mai visto delle aliuste si graffiavano il volto  con le loro zampe rosse. Ma i Greci sbarbati, più bianchi del marmo, si gettavano dietro le spalle gli avanzi dei loro piatti, mentre dei pastori del Brutium, vestiti di pelli di lupi, divoravano silenziosamente, con la faccia quasi affondata nella loro porzione.
La notte cadeva. Si tolse il velario disteso sul viale dei cipressi e si portarono delle fiaccole. Le fiamme vacillanti del petrolio che bruciava nei vasi di porfido, spaventarono, sull’alto dei cedri, le scimmie sacre alla luna.
Gustave Flaubert, Salammbô, traduzione di Aristide Polastri

martedì 20 marzo 2012

Amore e Fuga

“... Il solo amore davvero umano è un amore immaginario, che si insegue per tutta la vita, che generalmente trova origine nell'essere amato, ma che presto non ne avrà più né le proporzioni, né la forma palpabile, né la voce, per diventare una vera creazione, un'immagine senza realtà.
Allora non bisogna assolutamente cercare di far coincidere questa immagine con l'essere che l'ha suscitata e che è solo un pover'uomo, o una povera donna, molto in difficoltà col suo inconscio. Dobbiamo gratificarci con quell'amore, con ciò che crediamo sia e non è, con il desiderio e non con la conoscenza. Dobbiamo chiudere gli occhi e fuggire la realtà.
Ricreare il mondo degli dèi, della poesia e dell'arte...”

“Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l'andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all'orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l'illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si  chiama desiderio."
Henri Laborit - Elogio della fuga 

venerdì 16 marzo 2012

Il rifiuto

Succede alla domanda d’essere ignorata, non una domanda filosofica, forse anche in un certo senso, e si potrebbe discettare che a esser discriminata non sia la domanda quanto il domandante, che non si troverebbe per così dire  in una condizione adeguata a porla, la domanda, il tutto si potrebbe ricondurre a temi antropologici, come le condizioni che rendono possibile l’incontro con l’altro, o anche religiosi, in fondo dovresti amare il prossimo tuo come te stesso, eppure, eppure sarà capitato anche a voi di venire “spenti”, come dicono i giovani, di restare come non visti, di venire sorpassati, addirittura saltati come un ostacolo qualsiasi, una bottiglia, un cartone in mezzo al marciapiede, un pallone capitato lì per caso; sulla fiammella che cercavate di alimentare si abbatte all’improvviso un acquazzone d’indifferenza senza possibilità di salvezza. Di solito accade all’uomo di medie possibilità, sia finanziarie che estetiche, che tenti di entrare in contatto con quelle bellezze femminili che si stagliano improvvisamente dinanzi a lui in coda alla posta, in treno o passeggiando lungo la spiaggia. Non potrebbe andare diversamente, come racconta Kafka nel suo breve ed intenso Die Abweisung, Il rifiuto (1908). “Se incontro una bella signorina e le chiedo: ‘Sii gentile, vieni con me’, lei mi sorpassa senza dire una parola per dirmi: ‘Tu non sei un  duca dal nome alato, né un possente americano con origini indiane e occhi magnetici, e una pelle accarezzata dal vento delle pianure e dall’acqua dei torrenti. Tu non hai fatto viaggi ai grandi laghi, che non so dove siano. E quindi perché dovrei io, una bella signorina, venire con te?’
‘Tu dimentichi qualcosa, non sei a bordo di un’automobile di lusso che ondeggia per la via, non vedo al tuo seguito signori in abiti agghindati, né cortei mormoranti e benedicenti che ti onorano; il tuo seno è ben compresso nel corpetto, ma i tuoi fianchi e le tue cosce risentono di tanta continenza; porti un abito di taffetà con pieghe plissettate, come andava di moda l’autunno scorso, e tuttavia ridi ogni tanto, pur con questo pericolo letale sul corpo.’
Già, noi abbiamo entrambi ragione e, per non essere inconfutabilmente certi di ciò, preferiamo ritornar a casa da soli.”

mercoledì 14 marzo 2012

I Guanti

Non mi viene più nulla in mente, vedo solo un paio di guanti che giacciono stanchi al bordo del tavolo. Vedo con chiarezza quanto sono tristi e stanchi, questi guanti. Hanno un aspetto così nobile. Non vanno davvero bene a nessuno, è per questo che penzolano qui come foglie d’autunno? Sono gialli e guarniti di pelliccia marrone scuro. Sono lunghi e stretti. Come sono poveri i guanti che non possono vivere aderenti a una bella mano. Ecco che arriva una giovane ragazza, una bambina, che li vuole provare, ma non vanno bene: manine troppo corte, ditini ancora troppo poco lunghi. Adesso è il turno di una robusta signora, ma la sua mano è troppo grassa, le sue dita fin troppo grandi. Tocca ora a un’attrice provarli, ma non va. Troppa salute: la mano giusta perché sottile, ma per il resto troppo carnosa. Le cuciture dei guanti stanno per saltare. Ecco adesso una bella maestosa, dolente signora, a lei vanno bene. Mani lunghe, mani magre, mani sofferenti e sottili, a voi i guanti vanno bene. Guanti felici, più che felici e povera, cara infelice signora. Robert Walser, Storie che danno da pensare, traduzione di Eugenio Bernardi, Adelphi, Milano, 2007

Die Handschuhe
Es fällt mir nichts mehr ein, nur ein paar Handschuhe sehe ich, die liegen müde am Tischrande. Deutlich sehe ich, wie sie müde und traurig sind, die Handschuhe. So edel sehen sie aus. Passen sie denn  wirklich niemanden, daß sie hier so herunterhängen müssen wie Herbstlaub? Sie sind gelb und mit dunkelbraunen Pelz besetzt. Lang und schmal sind sie. Wie arm sind Handschuhe, die nicht an einer schönen Hand angeschmiegt leben dürfen. Da kommt nun so ein kleines Mädchen, ein Kind, das will sie probieren, aber sie passen nicht: Händchen zu kurz, Fingerchen noch zu wenig lang. Da kommt nun so eine robuste Dame, aber ihre Hand ist viel zu fett, ihre Finger sind viel zu groß. Eine Schauspielerin kommt und probiert, aber es will nicht passen. Zu viel Gesundheit: die Hand recht in der Schmäle, aber zu üppig sonst. Die Handschuhe krachen in der Nähten. Da kommt eine große, schöne, leidende Dame, der passen sie. Lange Hand, schmale Hand, leidende, dünne Hand, dir passen die Handschuhe! Glückliche, überglückliche Handschuhe und: arme, liebe, unglückliche Dame.
Robert Walser, Bedenkliche Geschichten : Prosa aus der Berliner Zeit : 1906-1912, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1985
(per l'incontro Oggetti che non funzionano, Casa delle Parole, Venezia, 13 marzo 2012)

martedì 13 marzo 2012

La passeggiata e il pensiero girovago

Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada. Sulle scale mi venne incontro una donna dall’aspetto di spagnola, di peruviana o di creola, che ostentava non so quale pallida e appassita maestà.
Per quando mi riesce di ricordare, appena fui sulla strada soleggiata mi sentii in una disposizione d’animo avventurosa e romantica, che mi rese felice.
Il mondo mattutino che mi si stendeva innanzi mi appariva così bello come se lo vedessi per la prima volta.
Tutto ciò che scorgevo mi dava una piacevole impressione di affettuosità, di bontà, di gioventù.
In breve dimenticai che fino a poco prima, su nella mia stanzetta, ero rimasto ad almanaccare tetramente su un foglio bianco.
Mestizia, dolore e tutti i pensieri cupi erano come scomparsi, sebbene continuassi a percepire acutamente, dinanzi e dietro di me, una certa nota grave.
Robert Walser
  "Dio odia i tristi"                             R. W. a Lisa, 1902/03       “Esiste una specie di pensiero che potrebbe essere chiamato con piena verità il pensiero girovago. Ordinariamente si presenta ai monaci sulle ultime ore della notte e conduce la mente dauna città all’altra, da paese a paese, da casa a casa”.
       
Questo pensiero girovago è una malattia che Evagrio Pontico, monaco egiziano del IV secolo, da cui ho tratto questa citazione, sa curare. Ma una volta vinto, dice “la vittoria ti lascerà una grande sonnolenza, una pesantezza alle palpebre, un senso di freddo, sbadigli e languore fisico, ma con la diligente preghiera allo Spirito Santo disperderai queste penose tracce”. Mi domando se tutti i fannulloni e i buoni a nulla non siano le vittime di questa vittoria sul pensiero girovago.
       
Fra le vittime del pensiero girovago annovererei Robert Walser e tutte le creature che vagabondano con passo lesto e svagato nelle sue prose. Vagano e poi tornano a casa. Ma com’è triste questo ritorno! La casa non è né una tana né un rifugio, è semplicemente il luogo che scopre la solitudine. 
Ginevra Bompiani

sabato 10 marzo 2012

I volti delle donne


“I volti delle donne – esplorazione delle emozioni” è il titolo del concorso fotografico e della mostra organizzati dall’Associazione Dorothy di Vittorio Veneto (associazionedorothy.blogspot.com): la mostra si potrà visitare fino al 10 aprile dalle 18 alle 24 allo spazio Mavv di Vittorio Veneto (info 3484336550). Circa cento le foto pervenute e selezionate dalla giuria composta da Margherita Gobbi, psicologa e psicoterapeuta, Adriana Paolucci, presidente dell’associazione, Giovanni Ciluffo, regista, Eddi Cao, fotografo, e Mario Anton Orefice, giornalista. Per Susanna Tomaselli, coordinatrice Dorothy: “È il terzo anno che con grande soddisfazione organizziamo questa rassegna che ci auguriamo possa diventare un appuntamento costante per le donne e per la nostra comunità. L’arte è un ambito in cui le donne sono, mi sembra, molto presenti e propositive. ”   La prima foto premiata è di Sonia De Boni:” La ribellione di Eva.”  Le parole dell’autrice esprimono molto bene quello che l’immagine vuole trasmettere: “Il grido muto di una donna che cerca la propria indipendenza intellettuale isolandosi da ogni stimolo esterno. Una donna che non vuole più compromessi. Cosi ha inizio la ribellione di Eva : una viscerale necessità di cambiamento e di ricerca della propria essenza attraverso un viaggio solitario per ritrovare se stessa.” “Alla giuria – spiega Margherita Gobbi -  concordemente, è piaciuta molto l’idea di una donna che si ribella, che cerca nel proprio mondo interno, ( gli occhi chiusi, le orecchie tappate), una via di uscita, un nuovo modo di esistere come persona, nascondendo per un’ attimo la sua identità femminile(le maschere sui seni).” Al secondo posto  “La donna non è cielo”, di Luana Ciambellini, è forse all’opposto, una foto sfumata, in bianco e nero, la donna che compare sembra sì terrena, ma quasi al confine tra i mondi, tra aria e cielo, terra e acqua, luce e ombra. L’autrice dice nel suo testo: “La donna non è cielo, è terra, corpo di terra che non vuole guerra.”, ed è in questo essere terra che il suo volto diventa quasi magico, il volto di una Dea, anche se terrena…La terza foto, Mbaye e Aida, è di i Martina Emilia Scalia. Scrive l’autrice: "L'Africa cammina sui piedi delle sue donne".  È questo il motto della campagna mondiale che nel 2011 ha accompagnato l'assegnazione del Premio Nobel per la Pace alle donne africane. Ma se sono i loro piedi a  percorrere la lunga via verso il riscatto del continente africano, è nei loro volti sorridenti e fieri che è custodito, intatto, il potenziale di crescita e di pace che di quel riscatto costituiscono presupposto indefettibile.  Ecco i volti di Mbaye e di sua figlia Aïda, che gestiscono orgogliose un minuscolo ristorante nel villaggio di Diambalo, nella regione di Thiés, in Senegal. Due del mezzo miliardo di donne africane che con il loro lavoro quotidiano contribuiscono, nell'ombra, alla realizzazione di un mondo migliore."
(foto di Sonia De Boni, Luana Ciambellini, Martina Emilia Scalia)

domenica 4 marzo 2012

Blog ergo sum

Blog ergo sum è l'interessante articolo di Antonio Sgobba nel supplemento La Lettura del Corriere della Sera del 26 febbraio che presenta una riflessione sullo scarso uso di questo strumento da parte degli studiosi italiani e, al contrario, la sua diffusione all'estero. Vi sono indicati i link a una  lista di blog filosofici  divisi per categoria 
http://consc.net/weblogs.html
i top 25
http://www.invesp.com/blog-rank/Philosophy#ultimate
il seguitissimo Leiter Reports  http://leiterreports.typepad.com/
e Rationally speaking http://rationallyspeaking.blogspot.com/ 
dell'italiano Massimo Pigliucci docente alla City University of New York.Non era nell'articolo, ma mi è stato segnalato anche il padovano  http://www.filosofiablog.it/

mercoledì 29 febbraio 2012

Mele

Akane, Annurca, Arlet, Arkansas black, Ashmead's kernel, Braeburn, Calville blanc d'hiver, Cotogna, Elstar, Eves's  delight, Fortune, Fuji, Gala, Golden supreme, Golden russet, Hidden rose, Honeycrisp, Jonagold, Macoun, Newtown pippin, Northern spy,  Ny 428, Renetta, Rhode island greening, Rubinette, Senshu, Smith, Spartan, Stark Delicious, Suncrisp, Winesap, Winter banana.

lunedì 27 febbraio 2012

Ricordi tatuati

Ricordi tatuati
sulle pareti del tempo
coriandoli digitali
pagine con folle mascherate
e nell’odore di benzina
scarpe per camminare nei sogni

sabato 25 febbraio 2012

La vongola filippina: una “strana” invasione

Del titolo è questo miscuglio tra una conchiglia e una domestica che ti fa venir voglia di capire. Anche perché le vongole le associ agli spaghetti un po’ meno ai filippini. E poi non ci sarà di mezzo il solito razzismo? Allora l’incontro si intitolava così: “L’arrivo della vongola filippina nella Laguna di Venezia: una questione di adattamento biologico e sociale”. In che senso, c’è stata un’invasione di pescatori filippini, di vongole filippine e non ce ne siamo accorti? E poi che cos’ hanno di diverso le vongole filippine dalle nostre? Il permesso di soggiorno c’entra qualcosa? Basta  leggere un po’ meglio la locandina della conferenza organizzata dal Dipartimento di studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea, relatrice Florence Menez. No, non è spagnola, è un’etnologa  bretone, di Brest, che vive a Parigi e lavora alla Bibliothèque Nationale de France. Già, ma che c’entra con Venezia? Merito dell’Erasmus: nel 1999, seguendo le indicazioni del suo professore Sergio Dalla Bernardina, di origine veneta, condusse una ricerca sull’invasione-sparizione delle alghe, fenomeno risalente agli anni Ottanta: qualcuno si ricorda fu addirittura chiuso l’aeroporto di Venezia a causa di nuvole di chironomidi, piccoli insetti neri simili a mosche, altri giurano che le alghe annerivano l’argento e che i chironomidi schiacciati tra le porte dei vaporetti producessero un olio lubrificante.  C’è chi non esclude che fosse l’epilogo di un attacco chimico. Florence in quel periodo s’imbatté in un’altra storia interessante: l’invasione della vongola filippina. Così, dopo il saggio  sulla sparizione delle alghe La disparition des algues dans la lagune de Venise. Recit mythique et histoire (presque) vraie, dal 2009 svolge una ricerca di dottorato sul tema, scandagliando verità e pseudoverità di un fenomeno con diverse implicazioni sociali ed economiche. Basti pensare che in un decennio il raccolto annuo di vongole è passato da 4 a 40.000 tonnellate. Incontro Florence Menez in un bar veneziano con pochi tavolini e grandi vetrate. Cominciamo dal nome vongola filippina che deriva dalla definizione scientifica tapes philippinarum. E da un esperimento che è alla origine del fenomeno. Nel 1983 l’ente Cospav per rendere più redditizia la pesca, che stava attraversando un momento di crisi, avviò l’ allevamento di tapes philippinarum vicino a Chioggia, come fatto in seguito da altri biologi a Scardovari, a Goro e a Marano Lagunare. Una prassi che non violava la legge in quanto all’epoca non era vietato importare specie alloctone. Sennoché l’esperimento sfuggì di mano ai suoi promotori perché il mollusco trovò un habitat estremamente favorevole alla sua diffusione. Nacquero così le prime voci sul fenomeno: secondo alcuni la filippina sarebbe arrivata in Laguna trasportata dalle ancore delle grandi navi mercantili e da crociera, nascosta come un’immigrato clandestino sul fondo delle navi, secondo altri sarebbe stata lanciata da un fantomatico elicottero. In ogni caso sulla vongola filippina gli affari fiorirono. Nel 2000 si stimava che un pescatore riuscisse a guadagnare fino a 400.000 euro all’anno. Dal punto di vista sociale si creò un conflitto: “Un fenomeno in cui non si può distinguere fra pescatori di nuova generazione abusivi e pescatori tradizionali con le carte in regola – spiega Menez. “Buoni” e “cattivi” si mescolano: alcuni nuovi pescatori si sono messi in regola, altri no; d’altra parte, pescatori con una tradizione alle spalle  si sono comportati  in modo irregolare raccogliendo le vongole di notte o al di fuori dell’area di concessione. La corsa all’oro ha coinvolto intere generazioni di giovani che invece di dedicarsi agli studi si sono gettati nel business della vongola. Al mercato e al ristorante però non chiedete della vongola filippina, suggerisce Florence Menez: “Non si chiama più così: le hanno cambiato nome perché una cosa buona da mangiare deve essere prima di tutto buona da pensare, come teorizzò l’antropologo Lévi Strauss e come sa bene la pubblicità commerciale. Se chiamo un vino Rosso veronese, per esempio, avrà più appeal di un semplice Merlot. Il nome comune della vongola filippina è vongola verace, per quello scientifico si è optato per il meno compromettente tapes semi-decussatus che la distingue dal tapes decussatus, la vongola autoctona ormai quasi introvabile.”  Infine, un ultimo interrogativo, ma da dove vengono le vongole “veraci” che compriamo al mercato o che mangiamo al ristorante? C’è l’imbarazzo della scelta:  allevamenti concessi dal Magistrato alle Acque, oppure zone precluse o inquinate, dal fango rosso vicino all’arco di Porto Marghera, come raccontato  ne la La fabbrica dei veleni di Felice Casson o in  Porto Marghera e la Laguna di Venezia di Fabrizio Fabbri che scrive: “Ogni vongola (raccolta a Forte Marghera ndr) portava con sé un coktail di composti che, una volta ingeriti ed entrati in circolo nel corpo umano, potevano provocare ingenti danni alla salute.” Può anche succedere che le vongole delle zone industriali siano “bonificate” prima della vendita in allevamenti “safe”. Insomma meglio non saperlo, meglio ripetersi che sono veraci come insegna Lévi Strauss. (la foto è tratta dal sito www.ilmaredamare.com)

martedì 21 febbraio 2012

A colpi d'ascia

Viaggiare da solo, quale che sia la mia destinazione, mi piace più di ogni altra cosa, così come mi piace moltissimo camminare da solo. Ma la gioia più grande era sapere che alla fine del mio viaggio alla volta di Kilb avrei trovato Joana nella piccola casa paterna a piano terra. Le mie gite a Kilb le facevo sempre in primavera e in autunno, mai in estate e in inverno. Le ragazze di campagna non appena sono in grado di pensare, anelano a Vienna, alla grande città, pensavo nella bergère, questo fino ad oggi non è cambiato, e Joana doveva andare a Vienna perché voleva a tutti i costi  fare carriera. Joana moriva dalla voglia di prendere, una volta per tutte, per così dire, un treno per Vienna. Ma Vienna le ha portato più sfortuna che fortuna, pensavo nella bergère. I giovani si mettono in marcia verso la grande città e proprio nel luogo in cui avevano riposto tutte le loro speranze colano a picco nel vero senso della parola, perché la società che incontrano è disgustosa e brutale e perché la loro stessa natura non è adatta perlopiù ad affrontare  quella grande città divoratrice di uomini che è Vienna.
Thomas Bernhard, A colpi d’ascia - Una irritazione, traduzione di Agnese Grieco e Renata Colorni, Adelphi, Milano, 1990

Am liebsten reise ich, gleich wohin, allein, wie ich auch am liebsten allein gehe. Aber am Ziel meiner Reise nach Kilb die Joana in ihrem kleinen, ebenerdigen Elternhaus zu wissen, hatte mir immer die größte Freude gemacht. Meine Kilbfahrten unternahm ich im Frühjahr und im Herbst, niemals im Sommer, niemals im Winter. Die Landmädchen streben schon, sobald sie denken können, nach Wien, in die Hauptstadt, dachte ich auf dem Ohrensessel, das hat sich bis heute nicht geändert, die Joana mußte nach Wien, denn sie wollte unter allen Umständen Karriere machen. Sie hatte es nicht erwarten können, eines Tages für immer sozusagen den Zug nach Wien zu besteigen. Aber Wien hat ihr mehr Unglück als Glück gebracht, dachte ich auf dem Ohrensessel. Die jungen Leute brechen auf in die Hauptstadt und verunglücken im wahrsten Sinne des Wortes da, wo sie sich alles erhofft hatten, an der Widerwärtigkeit der Gesellschaft, an der Rücksichtslosigkeit der Gesellschaft, an der eigenen Natur, die der menschenfressenden Großstadt Wien meistens nicht gewachsen ist.
Thomas Bernhard, Holzfällen - Eine Erregung, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1984
per l'incontro Errare, Casa delle Parole, Venezia, 14 febbraio 2012)

martedì 14 febbraio 2012

Adné sadé

Non lontano da me, nell'altipiano, vidi un gruppo di strane persone che confabulavano guardandomi meravigliate.
Ma come è stato possibile che questo morto sia giunto fino a noi? Forse un mostro cattivo ce l'ha portato qua dall'inferno per prenderci in giro.
Ma forse è vivo? Mi pareva che avesse aperto gli occhi.
Vivo quest'uomo? Ah ah ah? Ha aperto gli occhi ? No signor edàn di campagna, la tua fantasia ti ha ingannato. Hai mai visto un uomo sradicato che viva sulla terra? Come potrebbe inspirare l'aria dopo aver tagliato il suo cordone ombelicale? Vivo? Ma da dove succhierebbe i suoi umori vitali senza aver radicato in terra il suo ombelico? Soltanto gli adné sadé come noi, connessi al terreno, possono sopravvivere sulla terra.
Ma chi ti dice che non possano vivere anche uomini deconnessi, come succede per gli animali selvatici o per gli uccelli del cielo?
Esseri umani deconnessi, ah ah, se pensi che ciò sia possibile, vieni che tagliamo anche il tuo cordone ombelicale e vedrai come è piacevole e bella la vita degli umani deconnessi!
Vi fu un'esplosione di risate per tutto l'altipiano.
(Da un racconto di Yehuda Leib Benyamin Katzenelson(1846-1917) tradotto da Amos Luzzatto per l'incontro Errare, Casa delle Parole, Venezia, 14 febbraio 2012)

mercoledì 8 febbraio 2012

Una prefazione

Mi sono sempre piaciuti i negozi pieni di tante cose, quelli che in vetrina hanno il cavallo d’ottone consumato, le poesie di Baudelaire, una collana di perle, gli scacchi in palissandro, l’Eberhard con il vetro segnato, il necessaire con il pennello in osso, i bicchierini di Murano con l’orlo dorato, le cartoline degli anni Trenta, la zanna d’elefante, la foto di un derviscio rotante, il portasigarette in argento, una broche floreale. Questo libro assomiglia a uno di quei negozi, o a uno di quei siti come Youtube o Amazon, si entra per curiosare qui e là.
Come quando accolti nella casa di un vecchio amico che non vedevamo da tempo, e in attesa che sia pronta la cena, ci soffermiamo nel salotto davanti alla libreria e scorriamo i titoli mentre parliamo d’altro, poi ad un certo punto attratti volume dicendo Ah bello ce l’ho anch’io, oppure Non l’ho mai letto, mi sembra interessante.
È anche un buffet, quelli con le tartine di tanti colori che non sai quale scegliere, e allora mordicchi a caso sperando d’indovinare.
T’immagino mentre sfogli queste pagine alla ricerca di un’idea, di una parola, di uno spunto, per leggere e per scrivere a tua volta qualcosa, o per distrarti mentre sei in coda ad un semaforo o in posta, o, infine, per trovare una bella frase e dedicarla alla persona che ami.
Certo avrei potuto, forse, realizzare un negozio specializzato, attenermi ad una trama e preparare dei semplici tramezzini, ma davvero non ci ho pensato e ora non c’è tempo per qualcosa di diverso.

sabato 4 febbraio 2012

Querce

La diversità degli alberi creava uno spettacolo che mutava continuamente. I faggi, dalla scorza chiara e liscia, confondevano le loro corone; i frassini curvavano mollemente i loro rami grigioazzurro; nelle ceppaie dei carpini si drizzavano gli agrifogli simili al bronzo; poi una fila di esili betulle inclinate in pose elegiache; e i pini simmetrici come canne d'organo, ondeggiando continuamente  pareva che cantassero. C'erano  querce rugose, enormi, che si torcevano  come se volessero strapparsi dal terreno, si stringevano le une alle altre, e, immobili sui tronchi simili a torsi, si lanciavano con le braccia nude richiami disperati, minacce furibonde, come un gruppo di Titani immobilizzati nella loro collera.
Gustave Flaubert, L'educazione sentimentale, trad. di Lalla Romano

martedì 24 gennaio 2012

Tempo perso

A volte capita di imbattersi nelle scritture altrui e di sentirle in parte anche proprie. Sono scritture che nascono da metafore dell’esistenza e per questo ci toccano, in misura maggiore o minore.  Tommaso Pincio racconta di sé in un intenso  articolo intitolato Sono diventato scrittore per paura dell’inserto La lettura del Corriere della Sera. E ricorda un romanzo che tratteggia come pochi altri la condizione umana: Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati.
“Perdo tempo come si perde il sangue - recita una breve poesia di Tommaso Landolfi, e fu per l’appunto questo lo stato d’animo con cui scrivevo: la sensazione di dover fare presto, perché avevo tergiversato troppo, perché avevo dissipato gli anni migliori nell’attesa di un’occasione- scrive Tommaso Pincio. Scrivevo pensando ai minuti sprecati facendo niente, ai minuti che diventano ore e alle ore che diventano giorni. Scrivevo pensando alle serate sprecate bivaccando in un pub, discutendo con gli amici delle cose che avremmo dovuto fare da adulti, poco considerando che lo eravamo già, adulti. Scrivevo, infine pensando ai mesi, e dunque agli anni sprecati facendo il lavoro che facevo. Che lavoro facevo? Lavoravo presso una galleria d’arte contemporanea all’epoca. Nominalmente la mia qualifica era quella di direttore, un elegante eufemismo per significare  che la galleria non era mia , che ero un semplice dipendente. Volendo chiamare la cosa col suo vero nome, tuttofare sarebbe termine più corretto, perché in effetti proprio questo facevo: di tutto.”
Dopo qualche riga la citazione dal Deserto dei Tartari: “I mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili di quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia stessa età altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fluire e mi domandavo anch’io se un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non  avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire”.
Viene in mente il Viaggio di Astolfo sulla Luna e lo straordinario modo in cui Ariosto racconta  quel che accade lungo il fiume Lete o dell’Oblio: “Incontrammo quel vecchio che veniva verso di noi con le piastre, snello nelle membra e più veloce di un cervo. Quando arrivava sulla sponda del fiume scuoteva il lembo del mantello e rovesciava nelle torbide onde le piastre con impressi i nomi. Quasi tutte sprofondavano e sparivano ricoperte dalla sabbia. Intorno al fiume volavano corvi e avidi avvoltoi, cornacchie e vari uccelli, ma solo due cigni avevano il potere di togliere qualche nome dall'oblio afferrando la piastra con il becco e posandola su un'isola dove una bella ninfa l'appende nel tempio della Fama.
Il vecchio che getta nel fiume tutti quei nomi, di cui solo pochi rimane Fama, è il Tempo. E, come i cigni che portano i nomi al tempio, così sulla terra sono i poeti, rari come i cigni, a togliere dall'oblio gli uomini degni.”  In fondo la speranza è quella di essere ricordati, di avere un po’ di fama, ma forse si tratta di una fantasia, prima dell’essere ricordati (per quanto tempo? Come? Da quanti? In che parte del mondo?) perché non cercare di capire perché vorremmo esserlo.  E poi in  fondo in fondo lo sappiamo che le cose che ci rendono davvero felici sono semplici e per niente complicate, come l’aria della mattina a marzo, una nevicata, uno sguardo, quel caffé inatteso, trascurabili momenti di felicità, eppure...eppure, detto con i versi di Riccardo Held, È quello che non c’è quello che manca. 

sabato 21 gennaio 2012

Ferite narcisistiche

"...Freud ha visto bene le implicazioni di questo portare l'inconscio in primo piano quando ha parlato delle tre grandi ferite narcisistiche che il pensiero moderno ha arrecato agli uomini. La prima ferita narcisistica è stata quella inflitta da Copernico: l'uomo non è più al centro dell'universo perché la Terra è semplicemente un pianeta che gira intorno al sole insieme ad altri pianeti; la seconda ferita è stata quella provocata da Darwin, che ha mostrato come l'uomo non sia una creatura che viene direttamente da Dio, ma piuttosto un animale che viene da una filiera biologica, da cui si differenzia per via evolutiva; la terza è che la coscienza non è la sovrana assoluta che voleva la tradizione - e in fondo anche quando noi guardiamo noi stessi, magari per giustificarci, ci rendiamo conto che le cose non stanno così, che c'è tanto di non conosciuto che ci determina e ci guida."
Umberto Galimberti in Freud, Jung e la psicoanalisi

domenica 8 gennaio 2012

Limitati

I pensieri si ripetono ma non del tutto uguali. Così due scrittori lontani tra loro come José Saramago e Thomas Bernhard, in due romanzi molto diversi L'anno della morte di Ricardo Reis (1984) e Il soccombente (1983), propongono la visione dell'uomo come essere insufficiente, limitato, mutilato.
Saramago: "...oggi in Spagna ci sono troppi storpi, soffro al pensare che il generale Milàn d'Astray potrebbe stabilire le basi di una psicologia di massa, uno storpio che non abbia la grandezza spirituale di Cervantes cerca di solito consolazione nelle mutilazioni che può far patire agli altri (...) Non c'era bisogno di andare tanto lontano, tutti siamo storpi."
Bernhard: "Se guardiamo con attenzione gli uomini, vediamo solo dei mutilati , ci disse una volta Glenn, mutilati nel corpo o nello spirito, non c'è altro, pensai io. Più a lungo osserviamo un uomo, più mutilato ci appare, egli è talmente mutilato che all'inizio non vogliamo crederci, come invece dovremmo. Il mondo è pieno di storpi. Quando camminiamo per strada incontriamo solo mutilati, e se invitiamo qualcuno ci accorgiamo presto di avere uno storpio per casa."

martedì 3 gennaio 2012

"To Sara"

Il libro era unico per la dedica "To Sara" e il disegno di un fiore. Lo regalò a uno sconosciuto dopo averla aspettata a lungo.

domenica 1 gennaio 2012

La scoperta di Von Kempelen


Nel 1769 il Barone Wolfgang Von Kempelen inventò "il Turco”, un automa capace di giocare a scacchi. Prima dell’inizio della partita Von Kempelen raccontava le qualità della sua straordinaria invenzione e apriva alcuni sportelli affinché il pubblico si rendesse conto dei complicati ingranaggi che la componevano.
Nel 1783 “il Turco” meravigliò l'imperatore Giuseppe II a Vienna e sconfisse Benjamin Franklin a Parigi, e poi Federico il Grande di Prussia, e anche Napoleone in sole 24 mosse! Quando Von Kempelen morì, "il Turco” venne acquistato da certo Johann Maelzel e la sua fama attraversò i cinque continenti fino a che, nel 1826, durante una tournèe in America, due ragazzini videro una donna uscire dalla macchina: all’interno c’era posto per un giocatore in carne e ossa che comandava le braccia del manichino dopo aver appreso le mosse dell'avversario di turno grazie a dei magneti che le riproducevano su una piccola scacchiera. Per vedere utilizzava una candela il cui fumo usciva dal turbante e si mischiava a quello dei candelabri messi vicino al fenomenale “automa”.
Maelzel morì nel 1834, la macchina finì in un museo cinese a Philadelphia e fu distrutta da un incendio vent’anni dopo. Resta qualche domanda tra le ceneri: le partite giocate fino al 1826 con il Turco sono vere o false? E in che senso si può dire che lo siano? E se dietro Google ci fosse un colto bibliotecario, per esempio uno alla Borges?
P.S. Nell'era digitale i "turchi" si chiamano bot e sono gli  account fasulli controllati da un software: "I ricercatori dell'Università federale brasiliana di Minas Gerais hanno infiltrato su Twitter 120 bot: nei trenta giorni dell'esperimento, il 69 per cento di questi l'ha fatta franca  e ha continuato ad essere considerato come un normale account 'umano'. Non solo: quei 120 hanno ottenuto quasi duemila follower e circa 30 bot ne hanno avuti oltre 100 ciascuno, cioè più o meno il doppio della media di un account twitter." 1
C'è differenza fra chi pensava di giocare con un automa, e invece giocava con un uomo, e chi crede di twittare con un umano e invece twitta con un software? Oppure, entrambi, in fondo, giocano solo con le proprie fantasie.
1 Da un articolo di Alessandro Longo su Il Venerdì di Repubblica del 20 giugno 2014

venerdì 23 dicembre 2011

No me meuve, mi Dios, para quererte

Soneto A Cristo crucificado
No me meuve, mi Dios, para quererte
el cielo que me tienes prometido,
ni me mueve el infierno tan temido
para dejar por eso de ofenderte.
Tù me mueves, Senor, mueveme el verte
clavado en una cruz y escarnecido,
mueveme ver tu cuerpo tan herido,
muevenme tus afrentas y tu muerte.
Mueveme, en fin, tu amor, y en tal manera,
que aunque no hubiera cielo, yo te amara,
y aunque no hubiera infierno, te temiera.
No me tienes que dar porque te quiera,
pues aunque lo que espero no esperara,
lo mismo che te quiero te quisiera.
San Juan de Avila (Almodovar del Campo 1500-1569)

Sonetto a nostro Signore sulla croce
Non è un motivo, Signore per amarti
il cielo che hai promesso di donarmi,
non è un motivo il timore dell'inferno
a non recarti offesa per paura.
Sei tu il motivo, Signore, è la tua vista
Così deriso e inchiodato sulla croce
Sono tutte le piaghe del tuo corpo,
gli affronti, la tua morte ecco il motivo
il tuo amore è il motivo e così grande,
che ti amerei se non ci fosse il cielo
e avresti, senza inferno, il mio timore.
Non voglio niente in cambio per amarti
E, anche se sperassi ciò che spero,
questo mio stesso amore resterebbe vero
San Juan de Avila (Almodovar del Campo 1500-1569)
traduzione di Riccardo Held

domenica 18 dicembre 2011

Il sorriso della Mezzaluna


“Un fedele prega: Mio Dio fa’ diventare il Ramadan come i mondiali di calcio: una volta ogni quattro anni in un paese diverso.” La battuta è citata insieme a molte altre ne Il sorriso della Mezzaluna (ed. Carocci) scritto da Barbara De Poli insieme a Paolo Branca e Patrizia Zanelli. Barbara De Poli vive tra Venezia e Rabat studiando “i musulmani nel terzo millennio”, per citare il titolo di un altro suo saggio. Insegna Storia e istituzioni del Vicino e Medio Oriente a Ca’ Foscari e Storia del Medio Oriente e Storia dell’Africa alla Scuola di Governance di Rabat. Il sorriso della Mezzaluna indaga con rigore scientifico l’ umorismo arabo proponendo un panorama inedito di barzellette e vignette che seguono filoni analoghi a quelli dell’umorismo occidentale. Sul rapporto fra i due sessi:
“”Un uomo torna di fretta dalla moglie dopo una notte trascorsa con l’amante e la moglie gli chiede: Dov’eri Superman? A giocare con gli amici. E hai vinto, Superman? Sì. Ti sei divertito Superman? Sì, ma perché continui a chiamarmi Superman? Perché ti sei messo le mutande sopra i pantaloni.”
“Un bambino chiede al padre “Papà anche gli asini si sposano? No, caro, tutti gli asini si sposano.”
Sulla religione si ironizza con garbo: “Un maestro chiede ad un alunno: Chi è il Profeta che parlava con gli animali? Risposta: Nostro signore Tarzan, la pace sia con lui.”
”Un imam comincia così la sua predica: Ho due notizie da darvi, una buona e una cattiva... La buona è che finalmente so quanto costerà la nuova moschea ...La cattiva è che i soldi li prenderò dalle vostre tasche.”
L’ironia, come in Occidente, ama prendere di mira alcuni gruppi etnici piuttosto di altri: “Come fai a capire se chi cucina il pesce è un berbero? Se per ammazzarlo gli tiene la testa sott’acqua.”
“Un iracheno apre una concessionaria di auto e sull’insegna scrive: specializzati in auto-bomba.”
Si ride e si prende in giro quindi anche all’ombra della Mezzaluna ma con una differenza fondamentale rispetto all’Europa: “Le barzellette hanno libera circolazione nella trasmissione orale – spiega De Poli – la situazione si complica quando satira e ironia ambiscono a una diffusione mediatica su carta stampata o via etere, e soprattutto se hanno come oggetto politica o religione. Nell’autunno del 2006 un settimanale di Casablanca subì una chiusura di due mesi per aver pubblicato un dossier di copertina dedicato alle barzellette, e gli autori del servizio furono condannati a tre anni di carcere con la condizionale e a 8000 euro di multa. Emblematico a questo proposito anche il caso del periodico Demain (Dumàn) fondato da Ali Lmrabet. A causa delle vignette molto critiche sullo stato della democrazia in Marocco, Lmrabet fu condannato a quattro anni di reclusione e la pubblicazione del giornale sospesa.”
Il sorriso della Mezzaluna quindi non sarà tradotto in arabo. “No, perché i musulmani sanno ridere, i loro governi un po’ meno. Il problema è politico, non religioso.”
Ha in programma altri libri sull’argomento?
“In queste pagine ci siamo concentrati principalmente sul Marocco e sull’Egitto, si potrebbero allargare gli studi ad altri paesi e a determinati momenti storici. Alessandra Laurito, una mia allieva, sta preparando una tesi sulla satira dei manifestanti di piazza Tahrir. Un lavoro analogo potrebbe essere iniziato in Libia, Tunisia, Siria.”
(Vignetta: le truppe dello zio Sam provano le nuove munizioni preparandosi all'occupazione dell'Iraq - Dumàn, n. 16, 26 febbraio 2003)

mercoledì 14 dicembre 2011

La scrittura

Perché vedi, o Fedro, la scrittura è in una strana condizione, simile veramente a quella della pittura. I prodotti cioè della pittura ci stanno davanti come se vivessero, ma se li interroghi tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano le parole scritte: crederesti che potessero parlare quasi che avessero in mente qualcosa; ma se tu, volendo imparare, chiedi loro qualcosa di ciò che dicono, esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che si sia messo per iscritto, ogni discorso arriva alle mani di tutti, tanto di chi l'intende tanto di chi non ci ha nulla a che fare; né sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato e offeso oltre ragione esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi.
Platone, Fedro

martedì 13 dicembre 2011

-), ke, xché

E adesso prendiamo il disegnino, cioè l'ideogramma. si mandano messaggi con quelli che si chiamano smiley: :-) :-( :-| ;-) (contento, triste, indifferente, furbetto) ecc. Ora, si avrà la bontà di dirci in che senso tutto questo costituirebbe un sintomo di prevalenza del parlato. Lo aveva capito bene già Hegel, ancorché privo di telefonino. Gli ideogrammi (visto che è di quello di cui si tratta) sono l'essenza della scrittura, di una scrittura che può radicalmente fare a meno della voce, ed è per questo che avevano tentato uno uno sfrenato intellettualista come Leibniz, appassionato ricercatore di una lingua del pensiero. E prendete l'ideografia di Frege: anche qui troverete qualcosa di molto simile ai piccoli ideogrammi da e-mail o da telefonino. Al massimo, nelle e-mail e negli sms, piuttosto che un'ideografia troviamo una patografia, l'abbreviazione non di un'idea ma di un sentimento. Infatti le faccine e altri accorgimenti si chiamano in giapponese emoji, e in inglese emoticons, cioè emotion icons, icone che veicolano emozioni; anche se in Cina e in Giappone, per queste "emoticone" (in italiano, lo ammetto, fa un po' ridere) si adoperano non solo le faccine, ma anche gli ideogrammi che stanno per "riso" e "pianto".

Prendiamo la formula . Che sarebbe tipica del discorso parlato, come si legge tante volte: nei messaggi di email intervengono per l'appunto le formule, le clausole, le sigle, creando un creolo scritto-orale. Immagino che ci si riferisca ad abbreviazioni come ASAP che sta per as soon as possible ecc. Ma ecco il punto: ho appena scritto "ecc.": è un intervento del parlato nello scritto? Non direi. E se avessi scritto "p.es.", di nuovo sarebbe arduo pretendere che c'è un ritorno creolo dell'oralità, a meno che questo ritorno non ci fosse sin dall'inizio, dalle lapidi romane e dai codici medievali, zeppi di abbreviazioni tra cui il famigerato @, che stava per apud, "presso", proprio come i.e. sta per id est, e & per et. Se poi mi arriva un cartoncino solido in un bel corsivo inglese che mi invita a una festa o a una cerimonia, è facile che trovi, in basso a destra, nel posto deputato alla firma, una formula per niente diversa da ASAP,solo meno perentoria: RSVP, répondez s'il vous plait. E prima o poi, ne ho una certezza strana, mi troverò sotto una lapide in cui magari starà scritto R.I.P., requiescat in pace. Intervento del parlato nello scritto? Creolizzazione? Beato chi ci crede. Abbiamo a che fare con ovvie abbreviazioni dii una scrittura alfabetica a livello sintattico e grammaticale (Still waiting! invece che I am still waiting for you) e grammaticale: B4B= business for business; CU = se you; U2 = you too; GOOD4U = good for you, ASL = age, sex, location ( e in italiano, Xché, Xme ecc., a cui si aggiunge ora "ke" al posto di che, ma era per l'appunto la formula del placito di Capua, prima attestazione di unn volgare italiano: "Sao ke kelle terre..."). Ora tutte queste abbreviazioni esistevano molto prima dell'e mail, e dunque della presunta creolizzazione.
Maurizio Ferraris, Dove sei? Ontologia del telefonino

venerdì 9 dicembre 2011

Lola

Nella pinacoteca alcuni quadri di fine Ottocento. Naufragio mostra una nave in difficoltà in mezzo alla tempesta, va verso gli scogli che si intravedono tra le onde. In Pareya en un jardin due coniugi: Lui ha regalato i fiori che giacciono abbandonati sulla panchina; Lei lo guarda con pena; Lui guarda verso il basso e gioca con il ventaglio; hanno circa trent’anni ma sono già stanchi di stare insieme. Lola la piconera ha gli occhi luminosi, le dita affusolate appoggiate al bordo della scollatura, un anello con tre cuori sovrapposti, il fiocco rosso vivo tra i capelli, gli occhi scuri ed intensi che sembrano veri.

lunedì 5 dicembre 2011

Una raffica di mitragliatrice

Consiglierimilitari pochi tanti cartolineprecetto soldati tanti troppi imboscate paludi elicotteri feriti infermieri Mekong napalm risaie ancoranapalm caldo umidità zanzare VietCong bombardieri documentari telegiornali lamorteindirettatv WalterCronkite aereidatrasporto portelloniaperti barechiuse salutomilitare onorimilitari vedove anomedelPresidentedegliStatiUniti bandiereripiegateatriangolo caldo umidità zanzare reduci droga TheWashingtonPost fronteinterno sit-in prigionieridiguerra torture rouletterussa sanguevero sangueinbiancoenero brividi pazzia giungla liberauscita prostitute sifilide dollari marijuana caldo umidità zanzare laprimadiplomazia ancoradiplomazia OffensivaDelTet bivacchi sentinellenelperimetrodelcampo notte proiettilitraccianti luci ombre apnea rumore paura pallottole trappole Giap Westmoreland fuoco missinginaction giungla piastrinemilitaristrappatedaipetti Kennedy Johnson Nixon caldo umidità zanzare lettere mogli madri figli BobHope spettacoliperlatruppa giungla pioggiagelatasulsudorecaldo sudorifreddi primidubbi certezze nuovidubbi primoturnoalfronte secondoturnoalfronte carrieramilitare ideali falsiideali caldo umidità zanzare morfina buche cunicoli alfa tango foxtrot charlie charlie tanti charlie villaggi MyLay vecchi donne bambini capanne zippo lanciafiamme caldo umidità zanzare diviseverdi berrettiverdi giungla Saigon ambasciataamericana momentifrenetici documentibruciatinelcaminetto arrivaunelicottero presto fatepresto tuttisultetto evacuazione lafine.
Duilio Daniele

domenica 4 dicembre 2011

L'amo

Eco per suono, ombra per forma, papà e mamma
generazione in generazione
sotto il mio profilo, e sotto il tuo
come fa l'acqua per il sasso
far risuonare e lasciare vibrare.
il sempreverde, buccia, guscio, conchiglia, ma
grande scherzoso cielo di uno e di tutti:
uno da una parte e tutti dall'altra.
Confini segnati, educazioni ordinate,
cortesie e inviti. Niente per le buone maniere, niente a che fare.
Fusa.
Scodinzola la coda.
Si spalancano braccia.
A me tedesimo. Solo che se mi prendi in ostaggio?
La pazienza ha un limite.
Se mi metto ad aspettarti, già sei entrato
spero solo di riconoscerti per gesto o per occhio.
Tuffo. Penetra e smuove.
Freccia. Se centra e se colpisce.
Fango. E si bagna il piede.
Parassita. E virus.

Diversamente essere
cercando di non perdersi oppure
perdersi – parzialmente - volontariamente
con-prendere
in nuova disposizione
lasciare andare
accogliere il fastidio
generosità soffocanti
pieno straripante
noi fra noi
lasciarti andare
ri-cercare nuovi equilibri
io - corpo
io - mente
alterizzazione necessaria
trattenersi
scivolando fra contrasti
prestarsi al reciproco temporaneo
sprofondare
come in ampie poltrone
mescolando le nostre lingue
respiransi senza fretta
Marianna Andrigo e Aldo Aliprandi

giovedì 1 dicembre 2011

Avventure


"Qualcuno pensa che i miei racconti siano solo colossali bugie. Ci tengo a dire che quanto scritto in questo libro è solo il fedele resoconto dei miei molti viaggi per mare e per terra e delle mie avventure di guerra e di caccia."

"Uno che come me sa cavalcare un cavallo eccezionale come il mio lituano, potete star certi che è in grado di cavalcare qualsiasi cosa... Allora, senza stare a pensarci troppo, mi misi accanto ad uno dei nostri cannoni più grossi che stava sparando contro il nemico e in un baleno saltai sulla prima palla in uscita. Per mia fortuna, però, mentre volavo a cavallo della palla di cannone, mi resi conto che questa mi avrebbe di certo fatto entrare in città, ma da lì probabilmente non sarei mai uscito, perché i Turchi mi avrebbero catturato, fatto prigioniero e probabilmente impiccato, allora come vidi passare una palla nemica diretta al nostro accampamento ne approfittai e ci saltai in groppa, facendo così ritorno sano e salvo al campo."
da Le avventure del barone di Münchausen di Rudolf Raspe e Gottfried Bürger