Caro amico,
vorrei raccontarle due piccole cose accadute in questi giorni. Scena prima. Passeggiavo per una via del centro quando ad un tratto una mamma ha cominciato schiaffeggiare con violenza suo figlio, un bambino di circa sette anni. La strada era piena di persone che hanno proseguito indifferenti, qualcuno si è fermato a guardare. Mi sono avvicinato a questa pazza e le ho detto: Non si picchiano i bambini. Lei con la faccia pietrificata dalla rabbia ha risposto: Perché lei non sa che cosa ha fatto. Poi l'ha trascinato via che piangeva e singhiozzava. Più in là un uomo aspettava, forse il padre.
Scena seconda. Leggevo il giornale seduto su una panchina nel grande piazzale del castello. Due colombe bianche giocavano a rincorrersi sulle foglie gialle. A volte si avvicinavano come due amici che si stanno raccontando le ultime novità. La grande macchina nera arriva veloce e poi si ferma. L'uomo scende, chiude la porta e si avvia. Incurante. Una colomba è morta, l'altra le gira intorno, sembra chiedere: Perché non parli più con me. Dico all'uomo: Ha visto che l'ha ammazzata? Non me ne sono accorto. Se fosse andato più piano l'avrebbe vista. Andavo piano, forse è la macchina che è fa rumore e allora può sembrare. Noi e le nostre parole non possono nulla contro la stupidità e la forza: due agenti causali inseparabili. La mamma degli schiaffi e l'uomo che schiaccia le colombe, o qualcun altro, saranno diventati meno stupidi, meno violenti dopo quel che è successo? Sarebbe questo il senso? E se dicessimo che alcuni esseri umani sono meno evoluti e sensibili di altri? No, non possiamo dirlo perché questo ragionamento porta dritto ai campi di concentramento. Possiamo a nostra volta essere violenti con gli stupidi e i violenti? No, non possiamo. Allora, forse, caro amico, non ci resta che versare una lacrima, se ne siamo capaci, se davvero io e lei siamo capaci di essere molto diversi da loro.
p.s. Dopo una settimana sono tornato nel grande piazzale, la colomba bianca era sola e sembrava ancora cercare l'altra.
(la foto è di Florence Ménez )
"Nel blog l'altro può firmare nel tuo testo, esiste uno spazio per chiunque decida di arrivare"
lunedì 31 ottobre 2011
domenica 30 ottobre 2011
Big Bang, pianeta Renzi verso Palazzo Chigi



Una sinistra così non s’era mai vista, giovane, piena d’idee, dinamica, aperta al dialogo. È la sinistra della Leopolda, sono quelli che hanno voglia di un big bang, di una rinascita, di un nuovo modo di far politica, sono quelli che hanno voglia ancora di sognare, che non smettono di crederci e che da tempo non ascoltano più i brontosauri, facce che da vent’anni ripetono le stesse cose, facce che quando si tratta di abolire i privilegi votano compatte contro e tra loro si strizzano sempre l’occhio perché in fondo sono” colleghi”. Alle dieci di sabato mattina non c’è, come ti saresti aspettato, una folla da stadio all’ingresso, ma ci sono gli autisti dell’Atac di Firenze, perché Renzi gli ha chiesto di lavorare un po' di più per lo stesso stipendio, e gli operatori della cooperativa sociale La Civetta che protestano perché ha tagliato del trenta per cento i fondi del sociale.
Dentro, invece, c’è lui, la vera novità politica di questi ultimi vent’anni. La comunicazione è studiata nei minimi dettagli: palco spazioso, sullo sfondo la riproduzione di una libreria, a destra una scrivania con un microfono anni ciqnuanta, tipo quelli di Elvis Presley, portatile Apple color argento in bella vista, iPhone, iPad. In consolle Renzi conferma di aver talento non solo politico: dirige l’incontro con energia, il ritmo è incalzante, speech di cinque minuti, brevi video, spezzoni comici, altri impegnati come quello di Obama in memoria delle vittime di Tucson o il discorso d’addio di Zapatero, lettura di commenti Fb e tweet, arrivano quelli del direttore del Corriere Ferrucccio De Bortoli e di Dario Franceschini che dice Come si fa ad avere paura di Renzi? Il flusso renziano scorre in videostreaming, la colonna sonora dell’evento è la canzone di Jovanotti Il più grande spettacolo dopo il Big Bang, e sulle magliette lo slogan: I dinosauri non si sono estinti da soli. Una macchina della comunicazione perfetta elaborata personalmente dall’inesauribile Renzi in team con l’agenzia Catoni Associati.
Anche gli interventi sono un blend di contributi diversi: politici, imprenditori, artisti, responsabili di progetti sociali e associazioni antimafia. Davide Faraone, sindaco di Palermo, parla delle enormi difficoltà che derivano dalle “imposte” della criminalità organizzata; Maurizio Artale, associazione Padre Nostro di Palermo, sostiene la beatificazione di Don Pino Puglisi; Guido Ghisolfi, a capo di un’industria leader nella produzione di polimeri e poliesteri, vuole una scuola migliore; Filippo Civati interviene senza pathos, della serie “sto a vedere quel che fai e poi deciderò”; divertente e pungente Pif di Mtv: Il vero santo di questo paese è Pio La Torre. Non candidiamo chi ha avuto rapporti con i mafiosi, come successo anche nel Pd. Per Sergio Chiamparino, l’ex sindaco di Torino tenuto in panchina da Bersani, le priorità sono: l’equità sociale, le primarie a porte aperte, una legge elettorale che non privilegi il solito “cerchio magico”. Appoggia il Big Bang ed è a disposizione per un nuovo cammino insieme, ma nello stesso tempio si chiede come troveranno peso in concreto le idee e gli ideali della Leopolda. Il suo intervento è salutato da un interminabile applauso e dall’abbraccio di Renzi. Si prosegue con entusiasmo e ritmo, intanto su Youtube è cliccatissimo l' intervento di Alessandro Baricco di venerdì: Non abbiamo saputo pronunciare la parola meritocrazia, noi non abbiamo mai fatto la prima mossa perché avevamo paura di perdere, voi non abbiate mai questa paura. Ancora ideali, idee, energia. Graziano Del Rio presidente Anci: La vita ha senso solo se noi siamo capaci di un’azione, di innescare qualcosa di nuovo come questo Big Bang. Riccardo Bonacina: Ci sono 3 milioni di italiani che si dedicano al volontariato, 15 milioni che aderiscono al cinque per mille: più che privatizzare bisogna socializzare. Dietro il microfono cromato Renzi è multitasking: risponde alle mail, parla coll’ufficio stampa, segue quello che dicono gli ospiti, presenta il trailer del film Nessuno mi può giudicare. In uno scherzoso dialogo una escort più esperta consiglia a quella meno pratica come comportarsi con i clienti: Se sono di destra tu ridi, hanno bisogno di sentirsi divertenti. Se sono di sinistra tu annuisci perché hanno bisogno di sentirsi intelligenti. È arrivato anche il patron di Technogym: I nostri giovani non sognano più, poi però scivola verso la self promotion vagheggiando un’Italia primo distretto mondiale del wellness. Intorno a l’una il ragionamento filosofico del prodiano Arturo Parisi che riconosce a Renzi il merito di aver saputo pronunciare il pronome “io”, assumendosi in prima persona la responsabilità della sua proposta: È meglio rischiare di sbagliare da soli per avere ragione tutti. Il flusso renziano s’interrompe per il pranzo, e così ci si trova a tavola fra gente simpatica e affamata di confronto. Francesco Minari è un giovane dell’agenzia Catoni Associati, quella che ha organizzato l’evento, e ci racconta della straordinaria esperienza di poter lavorare con il vulcano Renzi. Daniele Chini è un imprenditore edile preparatissimo sulle vicende politiche e con una visione chiara di come si potrebbe cambiare la legislazione del suo settore. Elena lavora nel sociale con passione e competenza ma vive in prima persona il precariato e le difficoltà create dalla scarsità dei finanziamenti. La conversazione è vivace: dalla possibile candidatura di Renzi all’assenza del popolo degli indignados (i centomila pacifici che sfilarono a Roma), dalla mancata nomina nel Pd di un segretario donna alla strategia della tensione. Il tempo passa veloce, si ricomincia con il sindaco di Gubbio e si va avanti fino a sera.
Oggi, tra i tanti che hanno preso la parola, Martina Mondadori, sul ruolo centrale della cultura, lo scrittore Antonio Scurati, su conservazione del passato e innovazione, l'ad di Telecom Italia Media Antonio Campo Dall’Orto, su nativi digitali, e Giorgio Gori di Magnolia, già direttore di Canale 5 e Italia 1: Mi piacerebbe cambiare la Rai, vorrei che non fosse più governata dai partiti ma da un comitato strategico nominato dal Presidente della Repubblica; serve un canone più alto e una netta separazione fra i canali del servizio pubblico e quelli commerciali. Poi arriva Matteo che parla a braccio per un’ora di filato. Il linguaggio è nuovo, soprattutto il tono è nuovo, non quell’aria mesta e supponente di troppa sinistra, ma un giovanotto intelligente, capace, sfrontato, un Pieraccioni della politica che se la gioca, che ha avuto il coraggio di fare la prima mossa e di pensare in grande. Il problema non sono le primarie, Matteo Renzi a mio parere si sta candidando a futuro premier di questo paese. Ha capito che la gente non vota più un simbolo ma un personaggio, e nel suo caso uno con diverse marce in più, ha capito che gli elettori premiano chi ha idee, progetti, sogni. Non gli sfugge, come non sfuggì a Obama e come ha dimostrato in parte la recente primavera araba, che i social network svolgono un ruolo strategico nella formazione del consenso. E, last but not least, può contare su forti gruppi di sostegno di imprenditori e di giornalisti della carta stampata e televisiva che lo considerano a ragione la faccia nuova della politica italiana. Matteo non dimenticarti però degli operatori sociali della Civetta e di tutte le altre cooperative sociali fiorentine e non. Molti di loro sono senza lavoro e di molti dei loro assistiti non è più possibile prendersi cura. Fai un Big Bang anche nel Sociale.
giovedì 27 ottobre 2011
Lettera a Milena
Franz Kafka verso la fine del 1922 scrisse una straordinaria e complessa lettera a Milena , una lettera che affiora qua e là in saggi e convegni perché in poche righe mette in luce i temi centrali della scrittura: a chi sono destinate le parole che scriviamo e che cosa esse possono significare. Nelle prime righe afferma che da molto tempo non le scrive e che per questo non dovrebbe nemmeno scusarsi perché a Milena è noto il suo odio per le lettere: "Tutta la mia infelicità - della quale non intendo lamentarmi, ma della quale voglio solo offrire un'illuminante e generale osservazione - deriva, se si vuole, dalle lettere o dalla possibilità dello scrivere lettere. Gli uomini difficilmente mi hanno ingannato, le lettere sempre, e non quelle degli estranei ma le mie." Kafka prosegue definendo lo scambio epistolare un "Verkehr mit Gespenstern", un rapporto con gli spettri: "Ma come si è potuto pensare che gli uomini possano restare in contatto mediante le lettere. Si può pensare a una persona lontana e si può comprendere una persona vicina, tutto il resto supera le capacità umane. Scrivere lettere significa denudarsi davanti agli spettri, cosa che essi aspettano avidamente. I baci scritti (geschriebene Küsse) non arrivano a destinazione, gli spettri (Gespenstern) se li bevono tutti lungo il tragitto. E attraverso questo ricco nutrimento si moltiplicano in modo inaudito. L'umanità sente il pericolo, e combatte per eliminare il più possibile la spettralità (das Gespentische) tra gli uomini, ha inventato la ferrovia, l'automobile, l'aeroplano per realizzare un incontro naturale e armonioso delle anime. Ma è troppo tardi, sono invenzioni che non fermano la caduta, l'avversario è molto più tranquillo e forte, l'avversario oltre alla posta ha scoperto il telegrafo, il telefono, la radiotelegrafia. Gli spiriti (Geister) non soffriranno la fame, ma noi moriremo." Il pensiero corre ad altre invenzioni "spettrali": i cellulari, la posta elettronica, i social network, non per confermare o smentire l'ipotesi di Kafka, ma per interrogarsi sulle caratteristiche della comunicazione differita.
Sarebbe inoltre interessante arrivare ad una definizione della spettralità. Quando formuliamo ipotesi su come sarà una determinata situazione o come si comporterà una persona dipingiamo quadri fantastici, visioni reali o irreali? In che rapporto sta la spettralità di cui parla Kafka con l'immaginazione? E poi, fino a che punto gli incontri fra le persone sono naturali e armoniosi, fino a che punto le persone si comprendono davvero?
Tornando alla lettera, Kafka si meraviglia che Milena non abbia notato questo fenomeno, se non altro per far comprendere agli "spettri" che sono stati scoperti. Racconta che l'idea di scriverle gli è nata da un'altra lettera che durante la notte aveva pensato di scrivere ad un amico ma che invece aveva ricevuto proprio da lui quella mattina. "Le lettere, e la cosa è collegata con quanto detto sopra - spiega Kafka- sono un magnifico mezzo anti-sonno. E in che condizioni arrivano! Disseccate, vuote ed eccitanti, un attimo di felicità che nasconde un grande dolore. Mentre le leggiamo distrattamente, quel poco di sonno che abbiamo si solleva e vola fuori dalla finestra aperta e a lungo non ritorna." Nella conclusione precisa che le ha scritto con maggior piacere "per quanto si possa scrivere con piacere, cosa che è detta solo per gli avidi spettri che assediano la mia scrivania."
Sarebbe inoltre interessante arrivare ad una definizione della spettralità. Quando formuliamo ipotesi su come sarà una determinata situazione o come si comporterà una persona dipingiamo quadri fantastici, visioni reali o irreali? In che rapporto sta la spettralità di cui parla Kafka con l'immaginazione? E poi, fino a che punto gli incontri fra le persone sono naturali e armoniosi, fino a che punto le persone si comprendono davvero?
Tornando alla lettera, Kafka si meraviglia che Milena non abbia notato questo fenomeno, se non altro per far comprendere agli "spettri" che sono stati scoperti. Racconta che l'idea di scriverle gli è nata da un'altra lettera che durante la notte aveva pensato di scrivere ad un amico ma che invece aveva ricevuto proprio da lui quella mattina. "Le lettere, e la cosa è collegata con quanto detto sopra - spiega Kafka- sono un magnifico mezzo anti-sonno. E in che condizioni arrivano! Disseccate, vuote ed eccitanti, un attimo di felicità che nasconde un grande dolore. Mentre le leggiamo distrattamente, quel poco di sonno che abbiamo si solleva e vola fuori dalla finestra aperta e a lungo non ritorna." Nella conclusione precisa che le ha scritto con maggior piacere "per quanto si possa scrivere con piacere, cosa che è detta solo per gli avidi spettri che assediano la mia scrivania."
domenica 23 ottobre 2011
Dio il nano
Fin dall'inizio la festa stentava a decollare e Dio il nano si mise a fare ogni genere di acrobazie perché gli ospiti non se ne andassero lasciandolo solo. Prese tre palline e le fece volteggiare in aria eseguendo una serie di numeri incredibili, uno dopo l'altro. Le persone che già erano vicine alla porta si tolsero i cappotti e si sedettero a guardare Dio il nano che dava il meglio di sé. Era passato da tre a quattro palline. Le lanciava in aria tracciando parabole perfette, afferrandole dietro la schiena o fra le gambe. Introdusse poi una quinta pallina e il pubblico trattenne il respiro Ma dio il nano non si fermò lì. Ne aggiunse un'altra, e poi altre cento, un miliardo. Riuscì a far volteggiare in aria tre miliardi di palline a occhi chiusi, senza farne cadere a terra neppure una. E poi venti milioni di trilioni di palline, tenendo in equilibrio sulla fronte un bicchiere di birra pieno fino all'orlo senza versarne neanche una goccia. E tutti gli ospiti fanfaroni, che non facevano che dire "Beh, non ci vuole poi molto, questo lo so fare anch'io", oppure: "Una volta, a Las Vegas, ho visto un negro che si sarebbe pappato questo tappetto a colazione", dovettero ammettere che dio il nano era davvero qualcosa di speciale. Alla fine tutti se ne andarono soddisfatti: gli ospiti, per via dello spettacolo fanatstico, noi, perché in questo modo Dio il nano aveva creato l'universo, e lui, perché non doveva più rimanere solo.
Etgar Keret, La notte in cui morirono gli autobus
Etgar Keret, La notte in cui morirono gli autobus
sabato 22 ottobre 2011
Fantasmi
I fantasmi sono nei ricordi, nei sogni, nelle favole, ma anche in tutto quello che speriamo possano essere le persone. Sono anche le persone che immaginiamo di incontrare senza poi incontrarle mai lungo il nostro cammino.
venerdì 21 ottobre 2011
Venediger Kleist Tage
Palazzo Cosulich 25 ottobre - 10.00 h Bettina Faber (Venezia): Note introduttive/Begrüßung und Einführung, 10.30 h Anna Maria Carpi (Venezia): Gli aneddoti di Kleist:con o senza morale? 11.15 h Walter Busch (Verona): Der Brief als Medium der Präfiguration psychologischer und poetologischer Strategien. Close-reading einiger Briefe Heinrich von Kleists 2.00 h Pausa caffè/Kaffeepause 12.15 h Milena Massalongo (Verona): Il saggio sulle marionette di Kleist, o del calcolo dell’incalcolabile 15.00 h Elmar Locher (Verona): Die Zirkulation des Geldes und die Zirkulation der Zeichen. Adam Müllers Geld- theorie und Heinrich von Kleists „Der Griffel Gottes“ 15.45 h Ingo Breuer (Köln): Kleists Höllenphantasien,18.00 h Lezione Serale (in lingua tedesca): „Nur was nicht aufhört weh zu tun, bleibt im Gedächtnis“ – Kleists Aktualität. Martin Mosebach, Klaus Bergdolt und Günter Blamberger im Gespräch 26 ottobre - 10.00 h Günter Blamberger (Köln): „Cur der Geister“ oder das Unzeitgemäße an Kleist 10.45 h Rudolf Drux (Köln): „Anmut“ durch „mechanische Kräfte“ - Kleist, die Marionette und die Schauspiel-kunst des avangardistischen Theaters 11.30 h Pausa caffè/Kaffeepause 11.45 h Paolo Puppa (Venezia): Tra “La brocca rotta“ e “Anfitrione“: il gioco dei doppi.
giovedì 20 ottobre 2011
I dettagli

Quando scrivi o parli di qualcosa non dimenticarti i dettagli, ma non esagerare, potresti perdere il filo del discorso. Dettagli q.b., quanto basta, come in cucina il sale. Non ci sono quantità da rispettare, forse una misura indefinibile che con una certa abitudine alla lettura si può cercare. In uno dei passaggi più interessanti del suo ultimo saggio James Wood cita Flaubert che in una lettera del 1852 scrive: "L'autore dev'essere nella sua opera come Dio nell'universo; presente dovunque e non visibile in nessun luogo. Dato che l'arte è una seconda natura, il creatore di questa natura deve operare in modo analogo al creatore della prima: bisogna che in tutti gli atomi, in tutti gli aspetti di essa si senta un'impassibilità ascosa e infinita. L'effetto, per lo spettatore, dev'essere una specie di sbalordimento. Deve dire: com'è stato fatto tutto ciò?." Un risultato che Flaubert ottiene anche attraverso l'uso sapiente dei dettagli, per esempio nell'Educazione sentimentale descrive così un angolo di Parigi: "Risaliva a caso il Quartiere Latino, così affollato di solito, ma deserto in quella stagione, perché gli studenti erano partiti per le loro case. Le grandi muraglie dei collegi, quasi ingrandite dal silenzio, avevano un aspetto ancora più tetro. Si avvertiva ogni sorta di rumori tranquilli, battiti d'ali nelle gabbie, il ronzio di un tornio, il martello di un ciabattino; e i rigattieri ambulanti, in mezzo alla strada, scrutavano ogni finestra inutilmente. In fondo ai caffè solitari, la donna alla cassa sbadigliava in mezzo alle sue caraffe piene; i giornali rimanevano in ordine sui tavoli delle sale di lettura; nei laboratori delle stiratrici, la biancheria frusciava al soffio del vento tiepido."
Spiega James Wood: "A questo fine Flaubert perfezionò una tecnica essenziale alla narrazione realistica: la confusione del dettaglio abituale con il dettaglio dinamico. In quella via di Parigi, è ovvio le donne non possono sbadigliare esattamente per tutto il tempo in cui la biancheria fruscia o i giornali giacciono sui tavoli. I dettagli di Flaubert sono, nei suoi spartiti, indicazioni di tempi diversi, alcuni istantanei e altri ricorrenti, ma sono uniformati come se si presentassero tutti contemporaneamente.
L'effetto è una bellissima, artificiale verosimiglianza. Flaubert riesce a suggerire che questi dettagli sono in qualche modo, a un tempo, importanti e insignificanti: importanti perché sono stati notati e messi nero su bianco da lui, e insignificanti perché sono raggruppati insieme alla rinfusa, visti come di sfuggita; sembrano venirci incontro "come la vita". Da questa sorgente scorre gran parte della prosa narrativa moderna, per esempio il reportage di guerra. Il giallista e il reporter di guerra non fanno che portare ancora più all'estremo il contrasto fra dettagli importanti e insignificanti convertendolo in una tensione fra il terribile e l'ordinario: un soldato muore mentre, vicino a lui, un bambino va a scuola."
sabato 15 ottobre 2011
Brioche
Per Amedeo Perfetti la colazione ideale era composta da un latte macchiato e da una brioche fresca. Un’utopia durante le sue vacanze al mare. Il primo giorno la coppia di amici che alloggiava in un albergo a tre stelle con piscina lo invitò a colazione. Nella sala l’atmosfera era distinta, il buffet libero. Fra marmellate mignon, yogurt magro e ai frutti di bosco, fette di pane nero, panini, corn flakes di cinque tipi e succo d’arancia, intravide il vassoio delle brioche. Ne afferrò una e in attesa del latte macchiato l’assaggiò. Era fresca ma non sapeva di nulla. Arrivarono i bricchi del latte e del caffè. Il latte era a lunga conservazione, il caffè una brodaglia. Il secondo giorno, dopo una nuotata in piscina, raggiunse il bar lungo la spiaggia per una colazione vista mare: niente brioche solo merendine in confezioni di plastica. Il terzo e il quarto giorno non andò meglio, le brioche nei bar erano surgelate. Lo capiva subito perché lungo l’orlo del primo morso si formava una cortina bianca. E poi la densità della pasta: sembrava di masticare gomma americana. Ovunque brioche surgelate Il quinto giorno cercò una buona pasticceria. Nella vetrina della pasticceria Park Avenue lo attendevano francesine, bignè, crostatine e ...brioche, ma, perbacco, surgelate. La malinconia lo invase e ripiegò su un krapfen farcito alla crema. Il latte macchiato sul tavolino in metallo con tovaglia in plastica blu era impeccabile: né troppo caldo, né troppo freddo, il latte era fresco, il caffè arabica cento per cento. Ma il krapfen era unto come una bruschetta e l’amaro in gola non lo abbandonò fino a sera. Il sesto giorno un’illuminazione: la colazione itinerante. Al panificio la fragranza del pane appena sfornato lo inebriò ma non trovò la desiderata brioche e ripiegò su un Krantz: pasta sfoglia, uvetta e canditi. Mangiò camminando e si presentò al bar: il giovane cameriere preparò un latte macchiato tiepido, quasi freddo. Finito di berlo gli sembrò di non aver ingoiato nulla. Rimanevano ancora tre giorni di vacanza. Amedeo Perfetti pensò: “Acquisterò una moka, passerò dal panificio per il Krantz e il latte fresco, e farò colazione a casa. Sì lo so, non ci siamo ancora, perché il Krantz non è una brioche, perché il latte scaldato in pentola non ha la schiuma - ecco un dettaglio importante: il dito di schiuma spolverato di cacao è una caratteristica fondamentale del buon latte macchiato - perché il caffè della macchinetta non avrà mai il sapore dell’espresso al bar. Va bene, mi adatterò, in fondo la realtà è sempre diversa da come vorremmo che fosse.”
giovedì 13 ottobre 2011
Zecchinetta
Cinque di denari, donna, asso di spade. I giocatori sono quattro e stanno giocando a zecchinetta. Ricevono le carte scoperte e ognuno di loro punta sulla propria carta. La zecchinetta è un gioco veloce, ti giochi tutto in poco, molto in un secondo, la vita in un gesto. Anche la vita in fondo è così, cambia in un attimo e ci vuole fortuna, tanta fortuna. Attorno al tavolo ci sono dei signori che guardano e fumano. Loro non rischiano niente. Sul tavolo ci sono una montagna di soldi. Il giocatore che ha il cinque di denari punta punta più di quel che ha, ha i brividi e rischia moltissimo. Non è ancora un uomo, ma si dà già arie da grande. Dovrebbe essere a scuola in questo momento. Nella tasca dei pantaloni ha una coltello a serramanico, perché con certa gente non si sa mai come va a finire.
lunedì 10 ottobre 2011
Il grande mare
L'oceano, il grande mare che secondo gli antichi segnava la fine del mondo conosciuto, lo immaginava con onde altissime e schiumanti, e forse con una barca in balia della tempesta, imprevedibile come nei romanzi. Possente e sospinto dal vento. Compagno di spiagge attraversate da tori e cavalli. Il vento gli sferzava il viso, l'aria era rovente come brace, e resa pungente: la sabbia trasportata a gran velocità dal vento gli pizzicava il viso. Ascoltava le onde che arrivavano da lontano, un punto in mezzo all'oceano là fuori. Il riverbero del sole era un'immensa distesa d'argento. La sfera rossa si adagiò sull'orizzonte, placida e immobile. Se andò lasciando il cielo colorato e le nubi come grandi falangi.
domenica 9 ottobre 2011
Principia Philosophiae
Cartesio scrive a Picot che traduceva in francese i Principia Philosophiae: "Ainsi toute la Philosophie est comme un arbre, dont les racines sont la Métaphysique, le tronc est la Physique, et le branches qui sortent de ce tronc sont toutes le autres sciences ..." (Opera, ed. Adam e Tannery, vol. IX, p. 14).*
Per restare a questa immagine, domandiamo:
In quale terreno le radici dell'albero della filosofia trovano il loro sostegno? Da quale fondo le radici, e con loro l'intero albero, ricevono forza e linfa nutritiva? Quale elemento, nascosto nel fondo del terreno, compenetra le radici che sostengono e nutrono l'albero? Dove riposa e da dove scaturisce l'essenza della metafisica? Che cos'è la metafisica vista dal suo fondamento? Insomma, che cos'è in fondo la metafisica?
* R. Descartes, Oeuvres, a cura di Charles Adam e Paul Tannery, 13 voll., Cerf, Paris, 1897-1913.
(M. Heidegger, introduzione a Che cos'è Metafisica (1949), ed. Adelphi)
Per restare a questa immagine, domandiamo:
In quale terreno le radici dell'albero della filosofia trovano il loro sostegno? Da quale fondo le radici, e con loro l'intero albero, ricevono forza e linfa nutritiva? Quale elemento, nascosto nel fondo del terreno, compenetra le radici che sostengono e nutrono l'albero? Dove riposa e da dove scaturisce l'essenza della metafisica? Che cos'è la metafisica vista dal suo fondamento? Insomma, che cos'è in fondo la metafisica?
* R. Descartes, Oeuvres, a cura di Charles Adam e Paul Tannery, 13 voll., Cerf, Paris, 1897-1913.
(M. Heidegger, introduzione a Che cos'è Metafisica (1949), ed. Adelphi)
venerdì 7 ottobre 2011
Steve Jobs e l'ozio
Nel suo discorso più famoso, quello tenuto all'Università di Stanford nel 2005, Steve Jobs, a cui un anno prima era stato diagnosticato il cancro al pancreas, diceva, tra le altre cose, ai neolaureati:
"(...)Quando avevo diciassette anni lessi questa citazione: Se vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo un giorno farai centro. Per i successivi trentatré anni ogni mattina quando mi guardavo allo specchio mi domandavo: Se questo fosse l'ultimo della mia vita farei quello che sto facendo?", e ogni volta la risposta era No. Così è stato per troppo tempo. Sapevo che dovevo cambiare qualcosa." "(...) La consapevolezza che potrei morire in poco tempo è lo strumento più importante che io abbia mai conosciuto per fare delle grandi scelte nella vita. Perché quasi tutto - le aspettative, l'orgoglio, la paura di soffrire, di un fallimento - tutte queste cose scompaiono di fronte alla morte. Sapere che un giorno morirete è il miglior modo che io conosca per evitare di restare intrappolati nella paura di avere qualcosa da perdere. Voi siete già nudi. Non c'è ragione perché non seguiate il vostro cuore." "(...) Il vostro tempo è limitato, non sprecatelo per vivere la vita di qualcun altro. Non lasciatevi condizionare da dogmi, cioè non vivete secondo i principi di altri. Non lasciate che il rumore di altre voci soffochi la vostra voce interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e le vostre intuizioni: loro in qualche modo già sanno quello che volete veramente diventare. Ogni altra cosa è secondaria." "(...) Nella vita siate affamati, siate folli". Steve Jobs in sintesi dice Cogli l'attimo, Segui la tua strada, Va' do dove ti porta il cuore, perché la vita è breve. Collegati al tuo destino, alla tua realizzazione personale, al tuo sogno. Come schiacciare il tasto di un iPad, di un iPhone, le sue creature, come cliccare su Google, Fb, Twitter, spedire una mail. Va dove ti porta il clic e ci sei, libero di seguire i tuoi itinerari, ipnotizzato, riflesso in uno schermo, come Narciso. Ma la vita non è un clic, quando vai dove ti porta il cuore c'è una rete di relazioni, di rapporti, di percorsi, di tempi, di rinunce, di circostanze, lungo la tua strada. La vita è più complessa e molto più bella di uno slogan. Hanno paragonato Steve Jobs a Leonardo, e certamente è stato un genio, un genio della tecnica. IPhone, iPad hanno cambiato le nostre vite, come Internet e il resto. Al punto che il filosofo Maurizio Ferraris ha scritto il libro Anima e iPad e ha tenuto un'interessante conferenza, che si può ascoltare sul sito giovediscienza in cui sostiene che l'una e l'altra sono tabulae rasae su cui inscriviamo, registriamo, ciò che ci accade, che l’una e l’altra sono parte di noi. Seguire la propria anima, il nostro cuore spirituale, allora è anche accendere un iPad, specchio magico nel quale insieme a noi si riflette il mondo, con le parole, la musica, le immagini che desideriamo. Una parte della nostra vita si svolge e si moltiplica nell'altrove elettronico, incessante attività, puntuale lampeggiare, intermittente succedersi di qui ed ora, di attimi colti e cliccati. Tutto l'opposto di quanto andava scrivendo Schlegel nella Lucinde: "La forma di vita più morale, la più perfetta, è un puro vegetare." E Svevo, nel racconto Una burla riuscita, descrive così Mario Samigli, un romanziere che non riesce a scrivere: "E furono quelli gli anni suoi più felici, così pieni di sogni e privi di qualsiasi faticosa esperienza, una seconda accesa infanzia preferibile persino alla maturità dello scrittore più fortunato che sa vuotarsi sulla carta, più aiutato che impedito dalla parola; e resta poi come una buccia vuota che si crede tuttavia frutto saporito. Poteva restare felice quell'epoca solo finché durava lo sforzo per uscirne; e da parte di Mario, questo sforzo non troppo violento ci fu sempre; per fortuna, egli non trovava l'uscio per cui poter e dover allontanarsi da tanta felicità." Svevo e Schlegel, anime oziose scollegata dall'iPad.
"(...)Quando avevo diciassette anni lessi questa citazione: Se vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo un giorno farai centro. Per i successivi trentatré anni ogni mattina quando mi guardavo allo specchio mi domandavo: Se questo fosse l'ultimo della mia vita farei quello che sto facendo?", e ogni volta la risposta era No. Così è stato per troppo tempo. Sapevo che dovevo cambiare qualcosa." "(...) La consapevolezza che potrei morire in poco tempo è lo strumento più importante che io abbia mai conosciuto per fare delle grandi scelte nella vita. Perché quasi tutto - le aspettative, l'orgoglio, la paura di soffrire, di un fallimento - tutte queste cose scompaiono di fronte alla morte. Sapere che un giorno morirete è il miglior modo che io conosca per evitare di restare intrappolati nella paura di avere qualcosa da perdere. Voi siete già nudi. Non c'è ragione perché non seguiate il vostro cuore." "(...) Il vostro tempo è limitato, non sprecatelo per vivere la vita di qualcun altro. Non lasciatevi condizionare da dogmi, cioè non vivete secondo i principi di altri. Non lasciate che il rumore di altre voci soffochi la vostra voce interiore. E, cosa più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e le vostre intuizioni: loro in qualche modo già sanno quello che volete veramente diventare. Ogni altra cosa è secondaria." "(...) Nella vita siate affamati, siate folli". Steve Jobs in sintesi dice Cogli l'attimo, Segui la tua strada, Va' do dove ti porta il cuore, perché la vita è breve. Collegati al tuo destino, alla tua realizzazione personale, al tuo sogno. Come schiacciare il tasto di un iPad, di un iPhone, le sue creature, come cliccare su Google, Fb, Twitter, spedire una mail. Va dove ti porta il clic e ci sei, libero di seguire i tuoi itinerari, ipnotizzato, riflesso in uno schermo, come Narciso. Ma la vita non è un clic, quando vai dove ti porta il cuore c'è una rete di relazioni, di rapporti, di percorsi, di tempi, di rinunce, di circostanze, lungo la tua strada. La vita è più complessa e molto più bella di uno slogan. Hanno paragonato Steve Jobs a Leonardo, e certamente è stato un genio, un genio della tecnica. IPhone, iPad hanno cambiato le nostre vite, come Internet e il resto. Al punto che il filosofo Maurizio Ferraris ha scritto il libro Anima e iPad e ha tenuto un'interessante conferenza, che si può ascoltare sul sito giovediscienza in cui sostiene che l'una e l'altra sono tabulae rasae su cui inscriviamo, registriamo, ciò che ci accade, che l’una e l’altra sono parte di noi. Seguire la propria anima, il nostro cuore spirituale, allora è anche accendere un iPad, specchio magico nel quale insieme a noi si riflette il mondo, con le parole, la musica, le immagini che desideriamo. Una parte della nostra vita si svolge e si moltiplica nell'altrove elettronico, incessante attività, puntuale lampeggiare, intermittente succedersi di qui ed ora, di attimi colti e cliccati. Tutto l'opposto di quanto andava scrivendo Schlegel nella Lucinde: "La forma di vita più morale, la più perfetta, è un puro vegetare." E Svevo, nel racconto Una burla riuscita, descrive così Mario Samigli, un romanziere che non riesce a scrivere: "E furono quelli gli anni suoi più felici, così pieni di sogni e privi di qualsiasi faticosa esperienza, una seconda accesa infanzia preferibile persino alla maturità dello scrittore più fortunato che sa vuotarsi sulla carta, più aiutato che impedito dalla parola; e resta poi come una buccia vuota che si crede tuttavia frutto saporito. Poteva restare felice quell'epoca solo finché durava lo sforzo per uscirne; e da parte di Mario, questo sforzo non troppo violento ci fu sempre; per fortuna, egli non trovava l'uscio per cui poter e dover allontanarsi da tanta felicità." Svevo e Schlegel, anime oziose scollegata dall'iPad.
martedì 4 ottobre 2011
Diogene-Sisifo
Rabelais (1483-1553) nel terzo libro del Gargantua e Pantagruele fa rivivere Diogene “che ai tempi suoi filosofo raro e divertente fra mille”. Dopo aver spiegato che, alla vigilia dell’attacco di Corinto da parte di Filippo di Macedonia, in città tutti erano in agitazione e impegnati a far qualcosa, Rabelais scrive: ”Diogene, vedendoli arabbattarsi con tal fervore, e non essendo impiegato dai magistrati a far cosa alcuna, per qualche giorno contemplò il loro movimento senza dir parola; poi, come eccitato da spirito marziale, cinse il suo pallio a bandoliera, si rimboccò le maniche fino ai gomiti, si tirò su la tunica come chi va a coglier pomi, diede in consegna a un suo vecchio compagno la sua bisaccia, i suoi libri e opistografi; si ripulì, fuori della città verso il Craneo (che è una collina ripida di fianco a Corinto), un bel tratto di terreno; vi condusse rotolando la sua botte fittile che gli faceva da casa contro le ingiurie del cielo, e in grande eccitazione di spirito, a braccia tese, la girava, rigirava, rimestava, infangava, strigliava, ribaltava, rovesciava, carezzava, grattava, palpeggiava, sbatteva, impastava, spingeva, frenava, sbatacchiava, ribaltava, tartassava, bagnava, picchiettava, tamburava, stoppava, distoppava, sconnetteva, squassava, martellava, scrollava, lanciava, stuzzicava, la faceva oscillare, le dava la mossa, la levava e lavava, la inchiodava, la impastoiava, la puntava di qua e di là, la strofinava, bloccava, cincischiava, raccoglieva, spruzzava, la metteva in alto, affustava, legava, sbarrava, lisciava, impeciava, impiastricciava, tastava, la faceva giocherellare, la ruzzolava, atterrava, tagliuzzava, piallava, rivoltava, incantava, armava e alabardava, bardava, impennacchiava, rinforzava e la faceva correr giù da monte a valle, precipitandola dal Craneo, e poi da valle la riportava a monte, come Sisifo col suo pietrone; e poco mancò che non la mettesse a pezzi. Onde uno dei suoi amici, vedendo questo maneggio, gli domandò per qual causa mai si prendesse tanto affanno, lui, il suo corpo e la sua botte. Cui rispose il filosofo che, non essendo egli adibito a nessun altro ufficio a vantaggio del pubbico, tempestava così con la sua botte per non trovarsi, fra tutto il popolo così agitato e occupato, lui solo inoperoso ed ozioso.”
sabato 1 ottobre 2011
Settanta acrilico
Premiati tutti e due, ma uno forse per sbaglio. Non tutti i bastardi sono di Vienna (ed Sellerio) è il titolo del romanzo di Andrea Molesini. Brutto il titolo, trascurato l'uso degli aggettivi tedesco e austriaco, pedante l'uso delle espressioni dialettali, banale la trama. Sorprendente, invece, Viola di Grado con il suo Settanta acrilico, trenta lana (ed e/o), alle volte un po' ripetitivo, altre un po' dark, ma sferzante e creativo nelle metafore: ...l'inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c'era prima...una museruola di gelo mi bloccava la mascella ... lo spettacolo osceno di un tramonto, la testa rossa del sole scendeva a leccar le creste nere degli alberi...le case mute e tutte uguali sembravano il set di un film a basso budget, e i campanili unghie nere contro il cielo.
Viola Di Grado riesce anche a far parlare gli sguardi: Lei mi disse lo sguardo chiamato Camminare fino a lì davvero ce la fai? Io risposi quello chiamato Stai tranquilla penso a tutto io.
Viola Di Grado riesce anche a far parlare gli sguardi: Lei mi disse lo sguardo chiamato Camminare fino a lì davvero ce la fai? Io risposi quello chiamato Stai tranquilla penso a tutto io.
mercoledì 28 settembre 2011
Di qua del mondo, di là del mondo

E quello che non c’è quello che manca
Quello sguardo da sotto e poi quell’’aria stanca
E quello che non c’è che fa più male
Che non capisci non riesci a dire
E non sai cosa vuoi. No non è vero !
Ma certo che lo sai, fin troppo bene!
Li vuoi avere intorno, vuoi sentire
Che gli importa di te, fargli capire
Che sei con loro, che lo senti il bene
E non lo vuoi e non lo sai più dire
E poi la rabbia e poi quel nodo in gola
La fretta di trovare una parola
Che si alzi da sola e che li tocchi
Che li accarezzi appena da fratelli
Che dica più di quello che vuol dire
No! non dica ma faccia quella cosa
Che non hai più saputo come fare
Nemmeno adesso poi, proprio con quelli
Che ti stanno di più dentro nel cuore .
E’ la parola giusta che non viene
E’ la matassa che non sta più insieme
E l’amore che pensi aver avuto
Come un feudo per te, senza scadenza,
Potresti averlo già tutto perduto
E continui a guardare, in ogni sguardo
Ogni viso che passa, ogni tramonto
Per vedere se dietro c’è qualcosa
Quella cosa che cerchi, quella rosa
Lì sospesa nel vuoto senza appigli
Tu che hai passato la più grande parte
Dei tuoi secondi che vanno nei minuti
Dei minuti che vanno nelle ore
Delle ore che fanno i giorni e gli anni
Di là di là, proprio dall’altra parte,
Quella sbagliata, quella che separa
E non hai mai avuto nostalgia
Mai, nemmeno un secondo
Che non sia del finito, l’al di qua
La parte nostra, quella che si perde
Nella nostra paura e si consuma.
Lo dovresti sapere che non serve
Questo tremito, l’ansia di vedere
Come quando spiavi da bambino
Il grande fuori intorno al tuo giardino
E che dall’altra parte del recinto
Non ci sono le rose i gelsomini
Non ci sono le voci calde e belle
Non c’è la vista larga che ti nutre
E che quando sei solo ti consola.
Ma saperlo non serve proprio a niente
Non ti riesce mai di farne a meno
E’ quello che non c’è quello che manca
Che ti fa stare lì coi sensi all’erta
Come un piccolo cane che s’inquieta
Quando fiuta la grandine nell’aria.
E’ quello che non c’è, quello che manca,
Quello che manca che fa tutto il male
quello che manca che fa tutto il bene.
Riccardo Held per Nuovi argomenti
martedì 27 settembre 2011
Sentieri di sabbia

Il buio e il vento hanno cancellato le nostre tracce. La sabbia è un volto che cambia faccia, ora sembra sorriderti, e maledirti, e dimenticarti. Gao,Timbuktu, Ghadames, Dienné, sono le oasi per salire a Nord. Abbiamo ingrassato diecimila dromedari per tre mesi. Una lunga colonna di bestie e uomini avanza verso l'Europa con penne di struzzo, allume, incenso, perle, datteri, turbanti, caftani, avorio, oro, schiavi. Due mesi nella sabbia muta, secca, silenziosa. Torniamo su passi di altri che non vediamo, per ripeterli per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Il viaggio ripete se stesso, il viaggiatore segue viaggiatori che non vede. Prima di noi Cambise il persiano smarrì sé stesso e cinquantamila uomini tra le dune. Dopo di noi i portoghesi di Mina, con le loro navi, i tessuti, le coperte dell’Alentejo, le bacinelle di rame che arrivano da Anversa, e poi cavalli e grano marocchini in cambio schiavi, polvere d’oro e finto pepe nero. Più avanti nel tempo i crudeli passeur, i trafficanti di uomini, e aerei traboccanti di cocaina. Il vento ora si alza e avvolge la sabbia come nebbia sul mare.
Youssef Dhari, maestro dell'acqua e scrivano del "lungo sentiero" del Sultanato di Agadez
(Da un manoscritto risalente alla prima metà del Quattrocento, conservato al Musée National Majid di Niamey)
giovedì 22 settembre 2011
Bugie e verità
Cercare la verità è cercare come le cose sono, ma come le cose sono in realtà è forse impossibile saperlo perché mancano sempre diversi elementi per descrivere come le cose sono. Cambiano i contesti, cambiano i fini, la verità s'intravede appena, come una fugace apparizione nella nebbia, sembra non riesca a mostrarsi se non in compagnia della menzogna. Anche il bene, come la bellezza, si stagliano spesso in paesaggi cupi. Di seguito alcuni esempi di menzogna sulle cui differenze e analogie si potrebbe ragionare a lungo. In una recente intervista di Piergiorgio Odifreddi al matematico francese Cedric Villani si legge:
P.O. So che lei considera i modelli matematici delle menzogne.
C.V. "I modelli sono ciò s cui lavoriamo e che capiamo, le cose a cui abbiamo accesso e che possiamo studiare. La realtà, invece, ci sfugge e non sappiamo cosa sia: le apparteniamo, ma non la conosciamo. La menzogna si nasconde nel riduzionismo matematico: è così potente, che finiamo per credere che coincida con la verità. Al punto che, a volte, ci dimentichiamo che il mondo è molto più complesso dei nostri meravigliosi modelli, o dei nostri meravigliosi teoremi."
P.O. Il fatto che la matematica funzioni non è già una prova indiretta che ha a che fare con la realtà?
C.V. "Questo è ciò che crediamo, infatti, ma spesso ci sbagliamo. Pensiamo, ad esempio, al calcolo di Fourier dell'età della Terra. La matematica era meravigliosa, il modello meraviglioso, la formula meravigliosa, ma il risultato era sbagliato. E lo era, perché la terra è molto più complicata di una palla, con la sua crosta e i moti convettivi al suo interno."
P.O. Ci sono altre menzogne della matematica?
C.V. "Certo. La seconda è quella insita nelle dimostrazioni, nel nostro sistema di comunicazione dei risultati: Dalle dimostrazioni non traspaiono il meccanismo e il percorso di pensiero che hanno permesso di arrivare ai teoremi. Si bara approssimando, deformando, illustrando. E più si comunica a gente intellettualmente lontana dal proprio campo di lavoro, più si bara per rendere le cose accettabili. Le menzogne peggiori si dicono sicuramente nelle conferenze divulgative." (considerazioni che potrebbero applicarsi anche a storici, archeologi, antropologi, medici...)
P.O. Quindi a mentire non non è solo la matematica, ma sono anche i matematici.
C.V. "Mente la matematica nei confronti dei matematici. Mentono i matematici nei confronti degli altri matematici, e degli altri in generale. Ma c'è anche una terza menzogna, del matematico nei confronti di se stesso. Accade quando ci si affeziona talmente a una teoria, o a un'idea, che non si riesce a lasciarla andare: passare a qualcos'altro, sembra un tradimento."
Oltre alla menzogna teoretica, se possiamo definirla così, c'è quella "a fin di male", per esempio le bugie dei dittatori di tutte le epoche. Diverse ancora le bugie "a fin di bene", vengono in mente Giorgio Perlasca che con i suoi finti salvacondotti salvò migliaia di ebrei, o Adolf Kaminsky la cui storia è riassunta nel post precedente e raccontata nel libro "Adolf Kaminsky, una vita da falsario". Eppure, in questo incrociarsi di manipolazioni, malintesi, alterazioni, ci sembra di scorgerla, la verità, di intuirla, senza però saperla dire, se non cadendo in un'approssimazione.
P.O. So che lei considera i modelli matematici delle menzogne.
C.V. "I modelli sono ciò s cui lavoriamo e che capiamo, le cose a cui abbiamo accesso e che possiamo studiare. La realtà, invece, ci sfugge e non sappiamo cosa sia: le apparteniamo, ma non la conosciamo. La menzogna si nasconde nel riduzionismo matematico: è così potente, che finiamo per credere che coincida con la verità. Al punto che, a volte, ci dimentichiamo che il mondo è molto più complesso dei nostri meravigliosi modelli, o dei nostri meravigliosi teoremi."
P.O. Il fatto che la matematica funzioni non è già una prova indiretta che ha a che fare con la realtà?
C.V. "Questo è ciò che crediamo, infatti, ma spesso ci sbagliamo. Pensiamo, ad esempio, al calcolo di Fourier dell'età della Terra. La matematica era meravigliosa, il modello meraviglioso, la formula meravigliosa, ma il risultato era sbagliato. E lo era, perché la terra è molto più complicata di una palla, con la sua crosta e i moti convettivi al suo interno."
P.O. Ci sono altre menzogne della matematica?
C.V. "Certo. La seconda è quella insita nelle dimostrazioni, nel nostro sistema di comunicazione dei risultati: Dalle dimostrazioni non traspaiono il meccanismo e il percorso di pensiero che hanno permesso di arrivare ai teoremi. Si bara approssimando, deformando, illustrando. E più si comunica a gente intellettualmente lontana dal proprio campo di lavoro, più si bara per rendere le cose accettabili. Le menzogne peggiori si dicono sicuramente nelle conferenze divulgative." (considerazioni che potrebbero applicarsi anche a storici, archeologi, antropologi, medici...)
P.O. Quindi a mentire non non è solo la matematica, ma sono anche i matematici.
C.V. "Mente la matematica nei confronti dei matematici. Mentono i matematici nei confronti degli altri matematici, e degli altri in generale. Ma c'è anche una terza menzogna, del matematico nei confronti di se stesso. Accade quando ci si affeziona talmente a una teoria, o a un'idea, che non si riesce a lasciarla andare: passare a qualcos'altro, sembra un tradimento."
Oltre alla menzogna teoretica, se possiamo definirla così, c'è quella "a fin di male", per esempio le bugie dei dittatori di tutte le epoche. Diverse ancora le bugie "a fin di bene", vengono in mente Giorgio Perlasca che con i suoi finti salvacondotti salvò migliaia di ebrei, o Adolf Kaminsky la cui storia è riassunta nel post precedente e raccontata nel libro "Adolf Kaminsky, una vita da falsario". Eppure, in questo incrociarsi di manipolazioni, malintesi, alterazioni, ci sembra di scorgerla, la verità, di intuirla, senza però saperla dire, se non cadendo in un'approssimazione.
mercoledì 21 settembre 2011
Une vie de faussaire

"Nato in Argentina nel 1925 da genitori ebrei di origine russa, Adolfo Kaminsky si trasferì con la famiglia in Francia nel 1932, giusto in tempo per vedere, di lì a pochi anni, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l'invasione tedesca e lo scatenarsi dell'antisemitismo nazista. Dopo che, nel 1940, sua madre era stata assassinata dai nazisti, egli stesso e tutta la sua famiglia vennero internati nel famigerato campo di concentramento di Drancy, alle porte di Parigi, dal quale riuscirono però fortunosamente ad uscire. Immediatamente Kaminsky, che aveva allora diciassette anni, entrò in clandestinità, e mettendo a frutto la sua profonda passione per la chimica ed un incredibile talento, divenne in breve tempo il maggior esperto della Resistenza nella fabbricazione di documenti falsi. Grazie al suo lavoro indefesso, migliaia di ebrei riuscirono a sfuggire alle retate, e centinaia di partigiani poterono continuare la loro attività nella guerra di liberazione. Finita la guerra, Kaminsky si rese conto che gli ideali di libertà per i quali aveva combattuto erano ben lontani dall'essere stati attuati. Venne arruolato dai Servizi Segreti francesi, ma ne uscì quasi subito, rifiutandosi di partecipare alla guerra colonialista in Indocina. Da quel momento, la sua prodigiosa abilità verrà messa al servizio dei più diversi movimenti di liberazione e di decolonizzazione nel mondo. Prima lavorò per il celebre Réseau Jeanson, che sosteneva i militanti del FLN in Francia contro la guerra colonialista in Algeria. Successivamente lavorerà per i movimenti indipendentisti di Brasile, Argentina, Venezuela, Salvador, Nicaragua, Colombia, Perù, Uruguay, Cile, Messico, Santo Domingo, Haiti, Guinea Bissau, Angola. Aiutò i combattenti dell'Africa del Sud durante il regime dell'apartheid, quelli del Portogallo durante il governo del fascista Salazar, gli antifranchisti di Spagna, i resistenti della Grecia contro il regime dei Colonnelli, i disertori americani che non volevano combattere in Viet-Nam. Finanziò le proprie attività lavorando come fotografo, rifiutandosi sempre ed ostinatamente di essere pagato per il suo ‘lavoro', da cui non ricavò mai nessun tornaconto personale, ma per il quale rischiò invece spessissimo la galera. Abbandonò l'attività nel 1971, ritirandosi a vita privata in Algeria, dove si mantenne insegnando fotografia in un istituto superiore. Oggi Adolfo Kaminsky vive in Francia, e la sua vita - una nobile avventura di oscuro ed eroico impegno per la libertà dei popoli - è stata raccontata dalla figlia Sarah nel libro "Adolfo Kaminsky, une vie de faussaire", pubblicato nel 2009 da Calmann-Lévy." Il libro è oggi pubblicato da Angelo Colla, piccolo ma colto e raffinato editore vicentino: Adolfo Kaminsky, Una vita da falsario . La traduzione è di Giuliano Corà che è anche l'autore del testo sopra riportato che si trova in http://giulianolapostata.wordpress.com/2011/01/30/s-kaminsky-adolfo-kaminsky-una-vita-da-falsario-angelo-colla-editore-vicenza-2011-traduzione-di-giuliano-cora/
martedì 20 settembre 2011
Con la coda dell'occhio
La proiezione del corpo avanza, sorride malinconica, si impegna in cose in cui non crede. Con la coda dell’occhio osserva il quadrante dell’orologio. La proiezione copre l’essere che si è seduto, socchiude gli occhi e ascolta il fiume sotterraneo. La vita non si cura dei suoi sbagli, allora deve salvare ogni momento, riposare un pò e prendere tempo, respirare a fondo. Continua a recitare mentre la paura osserva, sorridente, il suo essere debole.
Elle
Elle
lunedì 19 settembre 2011
Costruire
Le tessere del mosaico si componevano giorno dopo giorno. Lo spazio che non c’era ancora era già nato nelle nostre parole. Eravamo mossi da un comandamento, da un desiderio, da un progetto. Milioni di gesti per una cosa sola. Non conoscevamo ancora la città che stavamo costruendo, l'avremmo conosciuta strada facendo. Lavoravamo per lasciare una traccia del nostro cammino nel mondo, i luoghi intorno a noi cambiavano da una stagione all’altra, i ricordi crescevano da un anno all’altro e diventavano immagini. Il tempo non abitava solo nei calendari, nelle date, negli orari, il tempo era il nostro guardare le cose che si trasformavano. Quelli che erano con noi aspettavano un'unica risposta: Andare avanti. Anche le grandi emozioni hanno le loro regole.
giovedì 15 settembre 2011
Il violinista e le stelle
Il giovane violinista sapeva suonare in un modo talmente bello e incantevole che lo sentivano addirittura i sordomuti degli ospizi e ne ripetevano le melodie. Le stelle danzavano in cielo, e perfino le stelle fisse giravano in tondo. Col suo violino il giovane musicista rivoluzionava l'intera astronomia, e i professori ce l'avevano con lui, perché le stelle fisse osavano rinunciare alla propria fissità contro ogni legge scientifica e si mettevano a ballare.
Joseph Roth, Il secondo amore
Joseph Roth, Il secondo amore
mercoledì 7 settembre 2011
Diario marocchino - Fes


Fes è uno scrigno che contiene dentro di sé mille strade e mille sguardi, ma sopra ogni cosa, ogni the alla menta, ogni saluto, c’è un signore che non ha un volto ma 99 nomi: Allah, Rafi, Latif, Nur... Tutto rimanda a dio, qui religione e vita sono una cosa sola, non c’è spazio per il dialogo socratico né per lo spirito illuministico, è le bon dieu che ha già deciso quel puoi e non puoi fare, quel che accadrà. Le Matin, uno dei quotidiani del Marocco, dedica ogni giorno un’intera pagina al Ramadan, il mese sacro. In quella di oggi sono riportati anche gli orari delle preghiere e un hadith (precetto): “Chi per dimenticanza mangia o beve deve continuare a digiunare perché è dio che ha deciso che lui abbia mangiato o bevuto”. Una delle espressioni usate più frequentemente nei dialoghi è Insciallah, “se dio vuole”, ma anche “dio sia con te”; che Allah sia presente anche nelle formule di saluto hello, hallo, Holà? La fede di questa gente è contagiosa, invita a parteciparvi e nello stesso tempo non ci appartiene. La medina di Fes è la metafora dello scrigno, di questa religione segreta non perché siano segreti i testi cui si ispira, ma perché privato, personale, segreto, impenetrabile, è il rapporto che ogni musulmano ha con dio, un rapporto che impregna e guida e spiega ogni gesto della sua vita. Un dio così segreto da essere irrapresentabile. La medina è una metafora di questo scrigno con le mille botteghe che contengono spazi che non immagineresti, terrazze che si aprono su panorami inattesi. Segrete sono le parole in arabo che non capisci e le mille vite che ti passano accanto e che non conoscerai mai, i mille poveri che farai finta di non vedere o che fotografi perché ti sembra che anche loro abbiano un segreto, loro ti raccontano che si può vivere con niente, tendendo una mano, cosa che tu non faresti, non la faresti mai una vita da niente, perché ti sfugge il segreto, anzi no, un po’ lo intuisci, il vero piacere non sta in quanto puoi avere ma nel godere di quel niente, di quel nulla che non è nulla ma acquista grandezza nella mancanza, nell’assenza. Come quando rinunci a mangiare pur avendo fame o a bere pur essendo assetato, prova a resistere anche solo quattro ore e poi qualsiasi cosa ti sembrerà la migliore che tu abbia mai mangiato o bevuto. I poveri che tendono la mano ti raccontano la fiaba di quel niente che può trasformarsi in fiore profumato, in una focaccia calda, in un the alla menta, in un sorriso. Sono cose da niente?La medina ti racconta anche il segreto di tante strade, di tanti vicoli, e porte che non scoprirai eppure vorresti. Le strade che non percorri sono scrigni che restano chiusi La medina è la metafora di un mistero, di quel qualcosa di cui non potrai dire, di quel qualcosa che si nasconde dietro altre porte che stanno nascoste dietro quelle che vedi. Mentre passeggi nello scrigno della medina sei inseguito dalle domande, domande di carità per vivere o sopravvivere, in questo senso sono domande essenziali: Dirham, Dirham, sussurra il poveraccio all’angolo; Vuole comprare un tappeto dice sorridente un commerciante. Indimenticabile quello che salì con i piedi sulla teiera per dimostrare che era robusta e che il prezzo era regalato. Gentile il gioane che aveva messo da parte l’obiettivo dimenticato della macchina fotografica. Sgarbato il venditore che dopo averci fatto salire sulla terrazza da cui si vedevano i conciatori ci ha obbligati a comprare una borsa.
Serve una guida? Taxi? Un piccolo specchio? In somma : mi dai da mangiare? O anche: tu che sei uno che ha più di me perché non mi aiuti? Ci sono anche altre domande che stanno sullo sfondo di molti dialoghi in cui in modo beneaugurante ricorre il nome di Allah: Come mai non capisci che questa è la strada da seguire, Perché non diventi mussulmano, pensaci non c’è una buona ragione per non diventarlo. Viene in mente la guida del mausoleo di Moulay Ismail a Meknes che davanti ad una fontana mostrava le abluzioni che devono precedere la preghiera, al di là delle parole che spiegavano il susseguirsi e il significato dei diversi gesti, i suoi occhi dicevano Purificati anche tu, Prega Allah insieme a noi. Non puoi sfuggire al religioso in Marocco. Allah era presente anche nel riad che ci ospitava, il suo nome, Baraka, che in italiano rimanda a una poco rassicurante costruzione, in arabo significa energia spirituale, l’energia che si sprigiona nelle preghiere. Il riad Baraka, come molte altre costruzioni, non annunciava la sua architettura dall’esterno, un esterno anonimo se non fosse per due piante ornamentali ai lati dell’ingresso. Ma una volta varcata la soglia mostrava i colori rossi e marroni della sala del the, i colori più chiari delle zelliges, le piastrelle colorate che compongono motivi geometrici e floreali, e delle fontane intorno alla piscina costruita come un impluvium romano, con l’apertura che permette al cielo azzurro chiaro di specchiarsi nell’acqua, e poi tante porte e piccole scale. Come non pensare a una fiaba delle Mille e una notte raccontata dopo il tramonto. In una di quelle stanze, la sera prima di partire, una figura bianca si alzava e si abbassava, cantava sottovoce, stava pregando, era la cuoca del riad. Samir, direttore del piccolo albergo, invece era il maggiordomo perfetto già incontrato in alcuni gialli inglesi: occhi attenti, voce calma, gentilezza attiva e massima discrezione, uno che non ama far domande ma nemmeno riceverne.
Se uno dorme poco in camera la notte, svegliato dagli scherzi e dalle frasi dei ragazzotti che in festa per il Ramadan si attardano nella via sotto la finestra, puo raggiungere uno dei divani ai bordi della piscina e, cullato dall’ultimo canto del muezzin e da una leggera brezza che sembra arrivare direttamente dal cielo stellato, addormentarsi. Mario e Alessia erano in viaggio di nozze, sono due avvocati di Roma, li abbiamo conosciuti il primo giorno appena arrivati al riad. Lui ama scherzare e se ne intende di tecnologia, lei è più riflessiva e sognante. A volte le persone si riconoscono per affinità. I mussulmani aggiungono un alcunché, a volte ti senti accolto come da un parente che non vedi da molto tempo. C’è un’educazione che mostra le sue percettibili tracce nel corso dell’incontro. Forse è venuto il momento di parlare di Chaimà. Chaimà è una ragazza che abbiamo incontrato per caso nella medina. Stavamo cercando di raggiungere piazza...quando Chaimà, il bel volto incorniciato dal velo, ci ha sorpreso in perfetto italiano: “Ma siete italiani?”. Nata e cresciuta a Sanremo era tornata in Marocco per il Ramadan. Insieme alle cugine ci ha invitato a fare un tratto di strada insieme e poi a casa sua poiché si approssimava l’ora della ftur, il pasto che interrompe il digiuno e nel quale non mancano mai i datteri e la harira, una zuppa di legumi. Sarebbe stata anche l’occasione per presentarci suo zio che fa la guida turistica. Abbiamo cercato di opporre una gentilezza europea ma il suo solare entusiasmo ci ha convinto. Così ci siamo trovati intorno ad un tavolo a interrompere il digiuno insieme a una famiglia marocchina mai vista prima. Impensabile in Italia.
martedì 6 settembre 2011
Diario marocchino – Volubilis - Meknes

Si va verso Volubilis passando per Meknes. Lungo la strada vecchie mercedes imbottite di persone, sono i taxi collettivi, partono quando i posti sono al completo e l’autista giudica soddisfacente la ricompensa, pick up con i lati del cassone usati come sedili, motocarri di trent’anni fa e autobus che viaggiano con la portiera aperta per il caldo. Non mancano asini che trainano carretti o che trasportano lentamente i contadini e le loro bisacce. Molte macchine in Marocco non hanno l’aria condizionata, e quindi si trasformano presto in un microonde, mettere il braccio fuori dal finestrino non serve a molto, è come metterlo sotto il getto di un potente fohn. Che si fa allora? Ci si distrae con la musica, si passa sulla faccia la bottiglia di acqua gelata che rapidamente prende temperatura, si bagna un fazzoletto e lo si passa sulla fronte e sul collo. I tassisti di Fes per resistere tutto il giorno circolano con un asciugamano bagnato sulla testa. Il caldo marocchino è come il freddo altoatesino, ti invita a vedere se ce la fai, ti sfida, ti stimola, il contrario del caldo umido della pianura padana, di Venezia, che fiacca e invita non far niente. Per trovare l’imponente Bab el Mansour, una delle più belle porte del Marocco dice il baedeker, sbagliamo strada, ci sono alcune città in cui la freccia centro porta in più direzioni, qui la freccia non c’è e quindi le direzioni aumentano. Ci fermiamo a cercare l’illusione di un po’ di refrigerio sotto gli alberi che costeggiano un grande bacino d’acqua coronato da un lato da archi che potrebbero esser romani ma non lo sono, è il bassin de l’Agdal, un grande bacino d’acqua che si narra alimentasse i giardini del sultano e nel quale si rinfrescavano i suoi 120.000 cavalli. “Meknes è una bella ragazza con un lunghissimo vello e gli occhi verdi che siede sul fiume di Bouferkrane. Verde è il colore di Meknès, azzurro di Fes, rosso di Marrakesh, bianco di Rabat”, racconta Abdul Wahid la guida che lavora al mausoleo di Moulay Ismail, una delle poche moschee visitabili del Marocco. Sembra uscito da un fumetto di Tex Willer: pelle di cuoio, occhiali scuri, cappellaccio di paglia e le maniche della camicia tirate su. Non smette mai di parlare nel suo francesarabospagnolitaliano. “L’islam è Nur, il sole, la luce; senza luce non c’è niente: Nur fa nascere la pioggia dall’oceano e il vento, poi la porta sulle regioni fertili. L’acqua e il tempo sono fondamentali nell’Islam, molto importante è il tempo delle preghiere: la prima un’ora e mezzo prima dell’alba, la seconda a mezzogiorno quando l’ombra è vicina a noi, la terza tre ore dopo, la quarta al tramonto e l’ultima quando ci sono le stelle in cielo. Salat, la preghiera quotidiana, è uno dei cinque pilastri dell’Islam insieme alla shahada, la testimonianza di fede, zakat l’elmosina, sawm il digiuno nel mese di ramadan e hajj, il pellegrinaggio alla Mecca.” Momento di pausa, Allah Akbar ...canta il muezzin e Abdul (che è uno dei 99 nomi del profeta) traduce subito dio è grande e non c’è altro dio al di fuori di lui. Non smette mai di parlare. Racconta che è anche poeta e che partecipa al festival di poesia popolare El Melhoen che si organizza a Fes in primavera. Imita i gesti rituali delle abluzioni davanti alla fontana, racconta la leggenda di Fatima, delle 500 concubine e dei 700 figli di Moulay, ci accompagna nelle vicine prigioni (Koubba el Khayatine) e inanella storie terribili di condannati a morte e di traditori puniti. Alla fine la mancia di 50 dirham non basta, mi fa capire che è meglio 150, il denaro non è importante e Allah vede le buone azioni. Insciallah. La macchina nel tragitto verso Volubilis diventa incandescente ma la ricompensa è superiore al disagio. Tra le colline del medio Atlante spunta un pezzo di Roma: la città di Volubilis, distesa come un drago multiforme su un tappeto verdegiallo. La basilica sul colle più alto annuncia quella che era una grande città; l’arco di trionfo dell’imperatore Caracalla incornicia terreni disabitati; lungo il foro i resti delle case e i mosaici sorprendono il visitatore: gli animali marini della casa di Orfeo, un pavimento che mostra le fatiche di Ercole, Afrodite che fa il bagno, Bacco e Arianna. Si può scegliere se scoprire questa città da soli o accompagnati dalla solita guida che ripete la solita pappardella. Senza, sicuramente si perde qualche chicca ma si può fantasticare in santa pace e lasciarsi sorprendere da apparizioni inaspettate. Si sta, a Volubilis, come in una spiaggia deserta cercando qualcosa tra la sabbia, ogni tanto si ha fortuna e ci si chiede chi furono quelli che calpestarono il mosaico che ci sta davanti agli occhi e che storie si intrecciarono a quelle suggerite dalle figure, altre volte non s’incontrano che pietre, qualche allodola spaesata o bizzarre cicogne sedute sul nido in cima alle colonne. Alle quattro di pomeriggio da un paesino distante arriva la voce del muezzin. A Volubilis occidente e oriente s’incontrano così. Sulla via del ritorno un’altra sorpresa: il lago di Nzala el Oudaia, un’immensa distesa azzurra che sembra un miraggio nel paesaggio giallo assolato.
lunedì 5 settembre 2011
Diario Marocchino - Fes-Rabat



La Gare de Fes è costruita come una porta della medina, con il profilo superiore che riprende la sagoma della cupola araba, immagino una stazione italiana costruita come uno dei portoni delle città medievali. La porta porta da qualche parte, aiuta a passare da un mondo all’altro, da un luogo all’altro, dal dentro al fuori, è un elemento simbolico molto forte. Anche salire su un treno è aprire una porta verso un nuovo spazio-tempo. I nostri biglietti sono per Rabat, la capitale. Di una città sono le prime cose che vedi sono quelle che ti rimangono più impresse. Percorrendo la via principale della medina, Avenue Mohammed V, sei portato a proseguire verso un ingresso un po’ fatiscente in salita alla fine della strada, è l’ingresso del grande cimitero As Shouhada, migliaia di tombe che digradano verso l’oceano. Non te l’aspetti, e se il cielo è grigioatlantico un po’ di malinconia ti piove addosso. Quando fai il bagno ce l’hai alle spalle insieme alle maestose mura della Kasbah (fortezza) des Oudaias che nasconde abitazioni bianche e azzurre che pensavi si trovassero solo in Grecia. Lì, in riva al mare, c’è un ristorante di pesce che si chiama Borj Eddar, il pesce non è granché ma se vuoi trovare degli italiani sia a pranzo che a cena vai a colpo sicuro. Lungo Avenue Mohammed V c’è anche Mohammed (non so se sia il nome riservato ai turisti) il libraio più singolare che abbia mai incontrato: se ne sta tutto il giorno accovacciato in un bugigattolo stipato di libri usati e vecchie riviste. Quelle che toglie per costruirsi il suo nido tra le carte le espone sulle porte e sui muri intorno alla bottega-edicola-libreria. Per 15 dirham (poco più di un euro) si possono comprare dei numeri della rivista Les Temps Modernes diretta da Sartre, copie di Paris Match, un’edizione de Les fleurs du mal del 1967 dell’Università di Bucarest con testo rumeno a fronte, Les yeux d’Elsa di Louis Aragon o un’edizione Lattès delle poesie di Verlaine. Non lontano da Mohammed, tra numerose botteghe e carretti che vendono fichi d’india, c’è Hajar che insieme alla mamma prepara e cucina focacce e ciambelle. I suoi occhi da gazzella e il suo gioioso sorriso sono difficili da dimenticare, la ciambella al pomodoro e cipolla, condita con grasso di agnello, anche.A Rabat si comincia a essere contagiati dalla frenesia della ftur di cui mi aveva parlato un’amica. Ftur è la rottura del digiuno che avviene in prossimità del tramonto, verso le 7.25, ma l’orario esatto cambia a seconda della latitudine. Si può ricominciare a bere, mangiare, fumare e a fare l’amore, dopo più o meno quindici ore di astinenza. Alle sei i negozi e le botteghe cominciano a chiudere, la gente si affretta, alle sette le strade di una città trafficata come Rabat sono deserte: sono tutti a casa, nei ristoranti o nelle loro botteghe ad aspettare il segnale: la preghiera del muezzin e, in alcune città, suona anche una sirena. Va bene, ma che cosa c’entrano degli europei con tutto questo? C’entrano, perché a meno che tu non abbia indossato una sorta di impermeabile sentimentale, entri in sintonia con il luogo in cui vivi, per cui durante il giorno non hai digiunato ma hai mangiato meno; a mezzogiorno i ristoranti vuoti non fanno certo venire voglia di sedersi, né mangi o bevi per strada, sarebbe come se uno cominciasse a parlare al telefonino durante la messa di Pasqua: non si fa. Allora hai mangiucchiato un panino al riad o bevuto una bibita appartandoti, oppure hai deciso di vedere se ce la fai anche tu a resistere. Ecco, ci siamo seduti al ristorante El Bahia, appena fuori dalla medina, alle 7 con una fame da lupi. Seduti agli altri tavoli diversi marocchini e qualche turista in attesa, solo una coppia di francesi mangia ma è una nota stonata. Il menu de la rupture du jeune a 30 dirham prevede: Harira, una zuppa di carne e legumi, un uovo, Chebakia, un impasto di farina e miele fritto, datteri, fichi, spremuta d’arancio, caffelatte o the alla menta. In un tavolo vicino al nostro è seduto un signore che ha la faccia di un monaco buddista e che indossa un’elegante jallaba ricamata color crema. Lo eleggiamo a nostra “guida spirituale”: inizieremo a mangiare quando inizierà lui, cioè al termine della preghiera del muezzin.
Rabat ha una tranvia più moderna di quella di Milano ma la cosa curiosa è che sono state assoldate squadre di servizio d’ordine che hanno il compito di allontanare le numerose persone che camminano tranquillamente tra le rotaie e di fermare e di bloccare gli automobilisti che non rispettano semafori e precedenze. Un bel contrasto fra tecnologia e vecchie abitudini. Inoltre il tram non è mai affollato perché costa un dirham in più rispetto al petit taxi. La sera beviamo un the alla menta sulla terrazza del riad, c’è la luna piena e intorno alle undici, come voci d’uccelli che si confondono, giungono dalle diverse moschee le preghiere, una ninna nanna misteriosa che rinvia a qualcosa di più grande sopra di noi. Una ninna nanna più suggestiva della torre di Hassan, il monumento simbolo di Rabat, con la sua foresta di colonne che avrebbe dovuto diventare la seconda moschea del mondo islamico per grandezza. Nell’aria fresca della sera i profumi dei fiori si mescolano a quelli delle spezie e del mare che si intuisce al di là dei tetti. Chissà dove sono adesso Hajar e il santone con la jallaba ricamata, cosa stanno facendo, come sono le loro vite, come sarebbero le nostre qui? E Mohammed chiusa la sua libreria-tana dove si rifugia? Anche la signora che gestisce questo riad è un personaggio. Si chiama Christine, porta degli occhiali a goccia, capelli grigi, è smilza e fuma Gauloises. Christine fa le veci del figlio che per agosto se n’è andato in Madagascar. La aiutano Latifa, una domestica che ride sempre e che nei momenti di pausa legge il Corano, e l’amica Francoise che tanti anni fa s’innamorò di un marocchino e poi della lingua araba che studia ancora oggi. Christine insegnava francese agli immigrati, Francoise era preside di un istituto tecnico, ora sono in pensione e il resto dell’anno abitano ad Ange nella valle della Loira. Christine una sera ci ha presentato Alain, un Depardieu parigino con il quale abbiamo discusso per ore sul sentimento d’identità nazionale in Francia e in Italia, scoprendo con una certa sorpresa che secondo molti francesi gli italiani sarebbero più orgogliosi di essere italiani di quanto non lo siano i francesi di essere i francesi. Soffrono molto il blend culturale, in particolare soffrono del fatto che i campioni della nazionale di calcio come Zidane e il loro presidente Sarkozi abbiano sangue misto. Conservano nei confronti degli stranieri provenienti dalle loro ex colonie un inguaribile atteggiamento di superiorità.
domenica 4 settembre 2011
Diario marocchino - Essaouira




La strada per Essaouira corre in parte lungo la costa. Dopo una breve sosta per visitare la cisterna portoghese di El Jadida, attraversiamo anonimi villaggi. Prima di Safi s’incontrano gli impianti di un’enorme raffineria, cupe architetture di tubi fumanti sprofondano nella sabbia e nel mare. Vengono alla mente Marghera, Priolo, Taranto, La Spezia e le vite di migliaia di schiavi. Gli ultimi cento chilometri offrono splendide viste sull’Atlantico che piroetta a volte su maestosi scogli, altre su interminabili spiagge; lungo la strada un piccolo villaggio di pescatori e una moschea in riva al mare. L’appartamento ha una vetrata che si affaccia su un grande giardino, lungo il muro di cinta i ragazzini si rincorrono e giocano a pallone, alle volte passa un dromedario con un carico di legna, i poveri la mattina razzolano tra i rifiuti. La povertà non ha riti diversi dai nostri. Il nostro padrone di casa si chiama Rafi, ricorda Little John, il fedele amico di Robin Hood, al nostro arrivo ci ha accompagnato al supermercato a fare la spesa e il giorno dopo ci ha offerto la Harira e i dolcetti al miele. In Marocco, e probabilmente in altri paesi del mondo arabo, s’incontra a prima vista un calore e un’umanità che noi abbiamo perso. A Essaouira, una volta il suo nome era Mogador, si cammina su una spiaggia di dune verso un castello di scogli che la marea raggiunge in pochi minuti, gli alisei soffiano forte e catturano le voci che non raggiungono chi ti precede anche di pochi metri; la sabbia, come fa la neve trasportata dal vento, si dissolve in piccoli atomi che punzecchiano e tambureggiano le gambe e il volto. Due donne vestite di nero entrano in acqua e sembra che l’oceano se le porti via. Al tramonto le torri portoghesi sono una silhouette nera avvolta in una nube di gabbiani su sfondo arancio. La sera ci si tuffa nei colori e negli odori della medina. In un vicolo nascosto da un altro vicolo ci s’imbatte nella bottega di Youssef l’herboriste, una bottega diversa da tutte le altre: profumata, simmetrica, rilassante. All’ingresso centinaia di piante compongono un arazzo, un quadro dell’Arcimboldo, una geometria della natura. L’interno è un corridoio stretto fiancheggiato dai vasi di vetro schierati sugli scaffali: contengono spezie, profumi ed erbe che curano ogni male: cumino, zafferano, rabarbaro, menta, ortica, ginseng, zenzero, timo, fiori d’arancio, origano. Per terra i gusci d’argan e le macine per produrre l’olio di bellezza usato dalle donne berbere. Youssef è un elegante signore di mezza età, le sue jallaba hanno colori e ricami raffinati. Barba curata e naso pronunciato, esprime cultura e senso d’armonia, parla un ottimo francese e, cosa strana, non ha l’insistenza del venditore, anzi se è stanco o indaffarato ringrazia per la visita e da appuntamento per un altro giorno, per un altro momento. Forse Youssef è ebreo. Da piccolo accompagnava il nonno a scegliere le piante e lo aiutava ad essiccare le foglie e i fiori. Ogni vaso del suo atelier è una risposta e per ogni problema Youssef ha pronta la storia di un albero, di un petalo, di un seme, di una tisana, di un impacco, di una goccia miracolosa. L’importante non è il rimedio ma essere convinti che un rimedio ci sia. La medina è un labirinto percorrendo il quale alcune vie sembrano simili alle altre, dove le persone di una via del labirinto non conoscono a volte quelle di altre vie che distano solo qualche centinaio di metri, ma conoscono le diverse porte (bab) che permettono di uscire dal labirinto, Bab Boujeloud, Jdid, Rsif, nomi che cerchi di fissare nella mente ma che spesso non ricordi perché non sono la tua lingua, non appartengono alla tua strada. La vita è un continuo cercare delle porte, un passare nel labirinto: dalla porta della vita si entra, dalla porta della morte si esce. Quello che si ripete nella medina è l’esposizione infinita di cose e cibi, si moltiplica l’immagine degli oggetti che compongono la realtà, una scrittura per figure, un controcanto alla pittura non figurativa degli edifici religiosi, spartiti sovrapposti di facce e forme che raccontano il non religioso. Le immagini - bandite dalle moschee - che accettano solo motivi astratti o versi del corano che diventano ornamento - trionfano per le vie e le botteghe, veri e propri tableau vivant del mondo arabo.
Nei giorni di sereno si torna ad aspettare il tramonto in spiaggia, si gioca a freesby con degli studenti che aspettano l’ora della ftur e sembra di tornare indietro di trent’anni quando anche tu avevi la loro età. Nell’ora fatidica della ftur può succedere di entrare in una lavanderia a secco e di non vedere nessuno, i quattro ragazzi che la gestiscono sono seduti dietro il bancone e mangiano la Harira; dal nulla compare un bicchiere di the alla menta che non si può rifiutare. Alle volte viene la nostalgia di un buon bicchiere di vino, di un piatto di spaghetti, di tortellini, e dei nostri borghi medievali, dei nostri bei palazzi rinascimentali. Qui l’architettura è quella di una grande periferia, manca di continuità ed estetica, ma nel proporre cubi di mattoni accanto a case con finestre e porte di stile moresco, ruderi e moschee, nella totale dissonanza degli accostamenti, è un’architettura forse più umana e democratica, un po’ come la folla che esce dai voli low cost. Diverse cose ricordano, non so se per un bisogno di sentirsi a casa, e quindi meno estranei al luogo, i paesi del nostro sud: il caos delle architetture, i mercati, gli odori e i colori, la povertà e la trascuratezza, l’accettazione fatalistica della vita. In alcuni luoghi l’architettura non c’è proprio ma c’è qualcosa di più, come nel villaggio di pescatori che si trova a circa cinquanta chilometri da Essaouira in direzione nord, è così piccolo che non si trova nemmeno su Google maps. Cercatelo dal vivo lungo la litoranea, a un certo punto sulla sinistra si vede una piccola strada curvosa sommersa dalla sabbia: corre verso l’Atlantico e verso quattro o cinque case ai piedi di un posto di guardia, un cubo bianco sul quale sventola la stella verde su fondo rosso. Le barche dei pescatori sono blu, alcune arenate sulla sabbia sembrano nuotatori senz’acqua. Il pesce appena pescato, aragoste, gamberi, rombi, orate, è trasportato con dei carretti trainati da piccoli asini che salgono verso la strada. Nelle ore più calde i pescatori si addormentano all’ombra degli scafi. Qui il tempo si è fermato, manca tutto quello a cui siamo abituati: la gente, il bagnino, gli ombrelloni, i gabinetti, le sdraio, la doccia, eppure c’è tutto: il mare, il sole, il vento.
sabato 3 settembre 2011
Diario marocchino - Marrakech

Marrakech per me è sempre stata Marrakech Express di Salvatores con Diego Abatantuono, un bel film sull’amicizia, sul Marocco e su come alcuni italiani cercano di parlare francese senza riuscirci. Ogni riferimento autobiografico è da considerarsi puramente casuale. Solo 180 chilometri tra Essaouira e Marrakech: non potevamo rinunciare a vedere la famosa piazza Djemaa el Fnaa con gli incantatori di serpenti, i cantastorie e i musicisti. Lungo l’autostrada incontriamo una decina di macchine in un paesaggio che non è ancora il deserto ma è decisamente desertico tant’è che quando dopo chilometri nel nulla la strada sale per superare un paio di colline sembra un avvenimento. Djemaa el Fnaa: le impalcature del caffè Argana ricordano l’attentato avvenuto in aprile. Ci sono gli incantatori e anche i serpenti ma quello che fa perdere ogni incanto è la richiesta di denaro appena si accorgono che li hai guardati anche solo per un attimo. N’est pas possible! La piazza comunque è un posto davvero unico. Dopo aver camminato nelle strade della medina dove i motorini fanno a gara a sfiorarvi, soprattutto se siete turisti, aspettate ftur, se è Ramadan, o il tramonto in uno dei tanti locali lungo i suoi bordi. Cominciano gli acrobati che piroettano agili come scimmie e formano piramidi umane. Al centro della piazza si leva il fumo delle braci dei chioschi che preparano spiedini, cous cous, shawarma, i gruppi musicali gnawa danzano al ritmo incalzante di sonagliere e tamburi, i cantastorie, a volte accompagnati da suonatori di liuto e cembali, a volte solitari con qualche disegno o una spalla per le scene più impegnative, raccontano vicende d’amore e di guerra. Alcuni di questi aedi sono figure leggendarie, come Malek, un gigante che per attirare l’attenzione della gente sollevava un asino e poi, quando il pubblico si avvicinava, diceva loro “Siete proprio stupidi, se leggo due versi del Corano nessuno mi ascolta, ma per un asino arrivate in molti.” Il suono dei tamburi aumenta d’intensità all’approssimarsi di un momento cruciale del racconto. I vari crocchi di persone sono a poche decine di metri l’uno dall’altro e danno vita ad una babele di parole e musica. Badran stasera racconta la storia di un monaco e di una giovane ragazza innamorata di lui. Quando il monaco disse che non poteva amarla lei per vendicarsi giacque con un pastore, ma quando nacque il bambino accusò il monaco che fu chiamato a rispondere di quel che nona aveva commesso in un processo. Come andrà a finire il processo? Monsieur Badran chiede un contributo in denaro ai presenti prima di proseguire. È come la storia degli spot in tv: sul più bello s’interrompe il film per ragioni commerciali. L’antico aedo, il bardo, il conteur, è al passo con i tempi. Si girovaga da una storia all’altra come sfogliando un libro di racconti, e a volte s’incontrano personaggi struggenti come l’anziano musicista cieco che suona una lenta melodia con il violino andaluso. Si chiama Hassan e qui lo conoscono tutti. Lui e la moglie sono seduti su due sedie di plastica bianche, un altoparlante grigio degli anni Sessanta amplifica un suono metallico. Ai loro piedi un piatto di stagno per le offerte. Alcuni pastori dell’alto Atlante suonano musica ahidu, il minareto della Koutubia questa sera sembra tocchi la luna, un motorino mi sfiora mentre cerco di fotografare la piazza che sembra un piatto fumante.
- Un pensiero riconoscente a Rossana, Elena, Alessandra, ideali compagne di viaggio, a Michaela e Mario maestri nell’arte di viaggiare, a Barbara, Lauretta, Abdallah, Abderrazak, Stefano, con i quali sono andato alla scoperta del Marocco in lunghe e piacevoli chiacchierate, e a Cristina per le lezioni-express di francese.
lunedì 1 agosto 2011
Per ore al caffè
"I libri di Altenberg si presentavano come la somma di tanti foglietti, per lo più vergati rapidamente al caffè, che dovevano contenere altrettanti «estratti di vita». Il dono più evidente che mostravano era l’immediatezza, la capacità di evocazione istantanea. Ma era solo una certa vita, certi luoghi, certe scene, certi personaggi che facevano vibrare quella prosa: un lungolago abbandonato o il giardino di un caffè concerto, una bambina stupenda e annoiata accanto ai genitori, un pianoforte che suona dietro una finestra aperta, una soubrette dalla inesplicabile grazia, una conversazione fatta di inezie che sottintendono cose terribili. Altenberg sedeva per ore al café Central di Vienna."(dal risvolto di copertina Favole della vita, Peter Altenberg, ed. Adelphi).
In un altro caffè, il caffè San Marco di Trieste, nasce i libro intervista a Claudio Magris Se non siamo innocenti di Marco Alloni. Nell'incipit della recensione Dario Fertilio scrive: "Certo il dialogo avrebbe potuto svolgersi anche altrove: davanti al mercato vecchio di Cracovia o al cimitero ebraico a Praga, in una pasticceria di Budapest o tra le isolette della laguna di Grado. I marmi del café Loos a Vienna, un molo assolato di Fiume, il mare delle dalmate isole Incoronate da contemplarsi sdraiati, orizzontali alle onde, avrebbero potuto funzionare altrettanto bene da sfondo. Ma certo il Caffé San Marco più di ogni altro luogo è casa sua, un po' come se gli stucchi riverberassero qualcosa de Il mito asburgico o di Danubio."
L'uomo, che aveva quell'età che non si dimostra mai, attorno ai cinquanta per capirci, lesse questi appunti sullo schermo del suo telefonino, seduto al tavolino di un caffè.
In un altro caffè, il caffè San Marco di Trieste, nasce i libro intervista a Claudio Magris Se non siamo innocenti di Marco Alloni. Nell'incipit della recensione Dario Fertilio scrive: "Certo il dialogo avrebbe potuto svolgersi anche altrove: davanti al mercato vecchio di Cracovia o al cimitero ebraico a Praga, in una pasticceria di Budapest o tra le isolette della laguna di Grado. I marmi del café Loos a Vienna, un molo assolato di Fiume, il mare delle dalmate isole Incoronate da contemplarsi sdraiati, orizzontali alle onde, avrebbero potuto funzionare altrettanto bene da sfondo. Ma certo il Caffé San Marco più di ogni altro luogo è casa sua, un po' come se gli stucchi riverberassero qualcosa de Il mito asburgico o di Danubio."
L'uomo, che aveva quell'età che non si dimostra mai, attorno ai cinquanta per capirci, lesse questi appunti sullo schermo del suo telefonino, seduto al tavolino di un caffè.
mercoledì 27 luglio 2011
Quello che manca
Caro amico, ci vorrebbe un the caldo seduti al tavolino rotondo di un caffè in piazza Unità a Trieste respirando quell'aria fredda continentale che scende veloce dalle montagne, pulisce tutto, solleva le gonne delle mule e scompiglia i capelli. So che ti manca il tempo di fare quella cosa così banale senza rimproverarti con un "dovrei fare altro". Quando ti fermi a quel tavolino pensi Ma per chi scrivo, recito, suono, dipingo? Ti tornano alla mente le parole di Roger Caillois “In quest’epoca non c’è solo un’inflazione monetaria, ma anche un’inflazione bibliografica. Il valore del libro si è talmente abbassato con questa follia della pubblicazione in serie, in collane, che ormai esso, come la moneta, non ha alcun valore”. E Kundera: “Risme su risme di fogli scritti si accumulano negli archivi, che sono più tristi dei cimiteri, perché non ci entra nessuno nemmeno il giorno dei morti. La cultura scompare nell’abbondanza della sovrapproduzione, nella valanga dei segni, nella follia della quantità.” Si potrebbe dire lo stesso della musica, della fotografia, delle installazioni artistiche, dei film, del teatro. Del teatro no, ce n'è sempre stato poco.
Quando poi ti fermi a pensare capisci che il treno della vita è un treno ad alta velocità, annusi odori, profumi, mangi, leggi tutto sempre più in fretta, e poi vorresti essere un avvocato, un chirurgo, ma anche un giornalista, un viaggiatore, ma anche un romanziere, un casanova, ma anche un eremita, un buddista, un poeta, ma anche un navigatore solitario, un buon padre, un buon marito, un buon amico, un cuoco niente male, uno sportivo e perchè no anche un musicista e un pittore, un diplomatico, anzi no un architetto, ma se poi lo fossi davvero ne saresti felice? O ti mancherebbe sempre qualcosa, quel tavolino dove soffia la bora e passano le mule.
(mula in dialetto triestino significa ragazza)
Quando poi ti fermi a pensare capisci che il treno della vita è un treno ad alta velocità, annusi odori, profumi, mangi, leggi tutto sempre più in fretta, e poi vorresti essere un avvocato, un chirurgo, ma anche un giornalista, un viaggiatore, ma anche un romanziere, un casanova, ma anche un eremita, un buddista, un poeta, ma anche un navigatore solitario, un buon padre, un buon marito, un buon amico, un cuoco niente male, uno sportivo e perchè no anche un musicista e un pittore, un diplomatico, anzi no un architetto, ma se poi lo fossi davvero ne saresti felice? O ti mancherebbe sempre qualcosa, quel tavolino dove soffia la bora e passano le mule.
(mula in dialetto triestino significa ragazza)
domenica 24 luglio 2011
La rosa
La rosa,
la inmarcesible rosa
que no canto,
la que es peso y fragancia,
la del negro jardín en
la alta noche,
la de cualquier
jardín y cualquier tarde,
la rosa que resurge de la tenue
ceniza por el arte de la alquimia,
la rosa de los persas y de Ariosto,
la que siempre está sola,
la que siempre es la rosa
de las rosas,
la joven flor platónica,
la ardiente y ciega rosa
que no canto,
la rosa inalcanzable.
J.L. Borges, Fervore di Buenos Aires
la inmarcesible rosa
que no canto,
la que es peso y fragancia,
la del negro jardín en
la alta noche,
la de cualquier
jardín y cualquier tarde,
la rosa que resurge de la tenue
ceniza por el arte de la alquimia,
la rosa de los persas y de Ariosto,
la que siempre está sola,
la que siempre es la rosa
de las rosas,
la joven flor platónica,
la ardiente y ciega rosa
que no canto,
la rosa inalcanzable.
J.L. Borges, Fervore di Buenos Aires
sabato 23 luglio 2011
La pagina "perfetta"
"Quando si tratta di qualità dei testi poetici, per non fare danno bisogna essere spietati: questa strofa meglio toglierla, questo finale è sbagliato, perché questo verso finisce qui? la tecnica è tutto, quando si sa che cosa dire o non dire", scrive in un suo recente articolo un noto critico letterario italiano confermando quanto sia diffusa la "superstiziosa etica del lettore" di cui scriveva Borges: "Coloro che sono affetti da tale superstizione intendono per stile non l'efficacia o l'inefficacia di una pagina, bensì le abilità apparenti dello scrittore: i suoi paragoni, la sua acustica, gli episodi della sua punteggiatura e della sua sintassi. Sono indifferenti alla propria convinzione o alla propria emozione: cercano tecnicismi (la parola è di Miguel de Unamuno) che li informeranno se lo scritto ha il diritto o no di essere loro gradito. (...) Costoro non badano all'efficacia del meccanismo, ma alla disposizione delle sue parti. Subordinano l'emozione all'etica, o piuttosto a un'etichetta indiscussa." Borges prosegue con l'esempio del Don Chisciotte, romanzo sopravvissuto alle più improbabili traduzioni perché il suo valore è la storia non certo lo stile. Stile a proposito del quale Arthur Schopenhauer nel Mestiere dello scrittore e dello scrivere afferma: "La prima regola, e forse l'unica, del buono stile è che si abbia qualcosa da dire: con questa regola si va lontano!". Più profondo Cervantes: "Tutto quello che occorre all'autore, in ciò che andrà scrivendo, è il gusto di rappresentare le cose; più questo sarà perfetto, e migliore risulterà ciò che ha scritto." "La pagina 'perfetta', la pagina in cui nessuna parola può essere alterata senza danno - continua Borges - è la più precaria di tutte. I mutamenti del linguaggio cancellano i sensi secondari e le sfumature; la pagina 'perfetta' è quella appunto che poggia su tali delicati valori. Al contrario, la pagina che ha vocazione di immortalità può attraversare il fuoco dei refusi, delle versioni approssimative, delle letture distratte, delle incomprensioni, senza lasciare l'anima nella prova." Sarebbe davvero interessante leggere i romanzi e libri di poesie promossi dalla odierna grancassa del capolavoro con gli occhiali di Borges, il quale aggiunge: "Lo sbaglio preferito della letteratura di oggi è l'enfasi. Parole definitive, parole che postulano sapienze divinatorie o angeliche o decisioni di una più che umana fermezza - unico, mai, sempre, tutto, perfezione, rifinito - appartengono al commercio abituale di tutti gli scrittori. Non pensano che dire qualcosa un po' troppo è tanto inabile quanto non dirlo interamente, e che la sbadata generalizzazione e intensificazione non è che una povertà, e che così la sente il lettore."
venerdì 22 luglio 2011
Echi
Alcuni temi echeggiano nelle opere dei grandi autori del passato dei quali non conosciamo le opere originali ma solo copie di copie (sul tema l'interessantissimo e chiaro Copisti e filologi di Leighton D. Reynolds e Nigel G. Wilson).
Entrano negli stessi fiumi, ma acque sempre diverse scorrono verso loro.
Eraclito (535-475 a.c.) Arius Didymus ap. Eus Praep. ev. 15 20,2
Tutto scorre, e ogni fenomeno ha forme errabonde. Anche il tempo fila via con moto incessante, non diversamente dal fiume: e infatti, come il fiume, neppure l'ora fuggevole può fermarsi, bensì come l'onda è sospinta dall'onda e quella che arriva è premuta e insieme preme quella quella che l'ha preceduta, così gli attimi fuggono e insieme inseguono, e sono sempre nuovi: quello che è stato si perde, quello che non era diviene, ed è tutto un continuo rinnovarsi.
Ovidio (43-17 a.C) Metamorfosi L. XV 178-185
I confini dell'anima, per quanto lontano tu vada, non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così profondamente si dispiega.
Eraclito, Diogenes Laertius 9,7
Lo spirito vaga e da lì viene qui e da qui va lì e s'infila in qualsiasi corpo, e dagli animali passa nei corpi umani e da noi negli animali, mai si consuma.
Ovidio, Metamorfosi, L. XV 165-168
Entrano negli stessi fiumi, ma acque sempre diverse scorrono verso loro.
Eraclito (535-475 a.c.) Arius Didymus ap. Eus Praep. ev. 15 20,2
Tutto scorre, e ogni fenomeno ha forme errabonde. Anche il tempo fila via con moto incessante, non diversamente dal fiume: e infatti, come il fiume, neppure l'ora fuggevole può fermarsi, bensì come l'onda è sospinta dall'onda e quella che arriva è premuta e insieme preme quella quella che l'ha preceduta, così gli attimi fuggono e insieme inseguono, e sono sempre nuovi: quello che è stato si perde, quello che non era diviene, ed è tutto un continuo rinnovarsi.
Ovidio (43-17 a.C) Metamorfosi L. XV 178-185
I confini dell'anima, per quanto lontano tu vada, non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così profondamente si dispiega.
Eraclito, Diogenes Laertius 9,7
Lo spirito vaga e da lì viene qui e da qui va lì e s'infila in qualsiasi corpo, e dagli animali passa nei corpi umani e da noi negli animali, mai si consuma.
Ovidio, Metamorfosi, L. XV 165-168
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