venerdì 25 giugno 2010

"Nel dire che respiri"

Una sigaretta tra le dita e l'iPod, una sigaretta da accendere e aspirare appena il treno di fermerà. Dal mare di Riccione ai grattacieli di Shangai, dai tortellini al sushi, e quel libro “Nel dire che respiri” di Andrew Hidden. Scrivo pensando che mi leggerai: il posto di fronte al tuo era occupato da un cocciuto cinese che non si è spostato, sarebbe stato tutto diverso. Persone che incontri così per caso e non vorresti mai lasciare, in realtà le conosci già, forse le hai incontrate in un’altra vita, sono da qualche parte nel tuo millenario dna, e sembra tutto così naturale. In questo incrociarsi di coscienze seguiamo direzioni diverse; in viaggio incontriamo chi nella vita di tutti i giorni non incontreremmo mai, ma che cosa manca ancora per conoscersi, riconoscersi ancora, domandare? Il tempo, la fiducia, l’intuizione, la fortuna, il desiderio, l’affinità, la sensibilità, e che cosa c’è di strano? Di strano non c’è nulla se non il caso che è vicino a noi ogni giorno, invisibile guida la nostra vita, un filo che i nostri respiri soffiano da un istante all’altro, ma verso dove, verso chi? C’è una spinta, un sussulto nel conoscersi, riconoscersi che rimane sospeso nelle parole non dette, negli sguardi fuggiti, nelle scelte non prese; anche quando viviamo con una persona giorno e notte alcune stanze restano per noi così come territori sconosciuti dentro di noi, sono lì in lontananza come le persone che incontriamo per caso, si scorgono in fondo a nebbie e schiarite improvvise, tra vortici di pensieri, sogni sorridenti. Questo incrociarsi, sfiorarsi, intuirsi, pensarsi immaginarsi, riflettersi è simile ai migliaia di riflessi dell’oceano luccicante di sole. Poi l'attimo sfuma in una nuvola che si perde dietro altre nuvole. Va beh so che non risponderai, era solo così per fare due chiacchiere, ma non importa, forse ti incontrerò di nuovo. La prossima volta però il testardo viaggiatore nel posto di fronte al tuo scenderà alla prima fermata.

mercoledì 23 giugno 2010

Storytelling


Raccontare una storia, invece che dare un comando, raccontare una storia invece di creare un obbligo, raccontare una storia invece di proporre un dogma. L’antica arte di persuadere è oggi usata dalle aziende trasmettere competenze, ottenere fedeltà, migliorare la produttività. Cortile vecchio del Bo a Padova, 18 giugno, incontro sul Corporate Storytelling. Nello stesso cortile, ma in un’altra sala il seminario Leggere Ranganathan, matematico e bibliotecario indiano (1982 – 1972), inventore della classificazione a faccette e delle cinque leggi della biblioteconomia moderna: i libri sono fatti per essere usati, a ogni lettore il suo libro, ad ogni libro il suo lettore, non far perdere tempo al lettore, la biblioteca è un organismo che cresce. Due pubblici diversi ma entrambi qui per sentire raccontare una storia. Etienne Wenger, studioso di processi educativi e conoscitivi, elenca alcune tipologie di storie molto efficaci: warstories, birth stories, challenge, case clinics, personal stories. Le storie raccontate nei gruppi di lavoro servono a creare processi di identificazione, stimolare l’immaginazione, farsi ricordare, trasmettere conoscenze legate all’esperienza, affermare identità, collegare ambiti diversi, creare fiducia. Ma le relazioni e i risultati di un gruppo di lavoro, esattamente come accade nella vita di una coppia, devono attingere sempre a nuove energie, progetti e valori comuni. "Raccontare quello che non si vede è l’obiettivo delle storie inventate dal Future Centre di Telecom" spiega Roberto Saracco attraverso immaginifiche metafore: raccontare un’emozione per avvitare un ricordo, un incrociarsi di nasi per per formare un naso più lungo in grado di fiutare il futuro, un video che mostra l' iPod ricaricato con una pompa di benzina Telecom, uno stand con pareti coperte di verdure a ricordare che esistono sofisticati sensori che telecomunicano la presenza sonora di insetti nocivi nei campi di mais d’Israele, nelle monoculture di patate della McDonald’s. Per il Gruppo Coin Marianna Sannuto illustra il sales coaching. I commessi più appassionati e competenti sono stati portati in tournée nei megastore dell’azienda per formare attraverso una contaminazione passiva i nuovi arrivati. Da qui anche l’idea di un libro: il manuale del sales coaching con le storie dei venditori più brillanti, il loro modo di lavorare e di avere feeling con il cliente. “Costruzione della consapevolezza in azienda” è stato il tema scelto da Giuseppe Marcuccio di Banca Intesa che ha inviato a 52 promotori finanziari una mail che chiedeva loro di raccontare “che cosa so fare bene”. In base alle risposte ha misurato la loro affidabilità, responsabilità, cura, fiducia. Una tecnica aziendale per entrare nelle coscienze dei suoi collaboratori. L’ultima slide è stata la foresta della curiosità tratta dall’ Atlante del mondo interiore di Louise Van Swaaij e Jean Klare. Un bisogno di mappare, catalogare, analogo a quello che spinse Ranganathan a inventare un nuovo modo di classificare i libri. C’è una necessità innata nell’uomo di inquadrare, sistemare, capire sé stesso e gli altri. Quante volte guardiamo la cartina in una città che non conosciamo, chiediamo a Google un’indicazione, ci interroghiamo su cosa pensano gli altri di noi? Nel pomeriggio Fabio Grigenti su Il farmaco della parola e Umberto Curi su Il pathos della narrazione.
(foto scattata a Giavera del Montello il 6 giugno a Ritmi e danze dal mondo)

domenica 13 giugno 2010

Papiri and papers


Che testi leggiamo quando leggiamo i testi dell'antichità? Essi sono copie di copie, codici risalenti all'ottavo nono secolo o ad epoca posteriore. Quale copista di Platone, di Aristotele, della Bibbia, dell'Odissea ci trasmette il testo che stiamo leggendo? Ad esempio il libro di Isaia, risalente al VII secolo prima di Cristo, è riprodotto in due codici: il Codice del Cairo risalente al 895 dopo Cristo e nel manoscritto di Qumran del I secolo avanti Cristo. I due codici differiscono in vari passaggi e di solito la versione più difficile, più complessa, è ritenuta più fedele perché si suppone che il copista possa avere la tendenza a semplificare più che a complicare il testo che sta riproducendo. È come se la scrittura dell'antichità arrivasse a noi attraverso un infinito specchiamento, una vertigine di riflessi come nei migliori racconti di Borges. E ancora: quanta soggettività vi è nella ricostruzione degli storici che dispongono spesso solo di documenti che sono anch'essi copie di copie e che furono redatti con intenzioni, significati e riguardo a fatti di cui lo storico non è stato testimone? Sul tema si possono leggere Apologia della storia di Marc Bloch e Copisti e filologi di Reynolds Leighton e Wilson Nigel. Ma ci sono altre questioni aperte: la differenza fra fonti letterarie e fonti documentarie, tra documenti ritrovati negli archivi e fuori dagli archivi, il perché siano rarissimi gli archivi nel Medio Oriente preottomano. Ne hanno parlato nell' interessantissimo incontro Papyrus, Parchment & Paper: Documents & the History of the Medieval Near East & Mediterranean, svoltosi il 3 e 4 giugno, Marina Rustow della John Hopkins University e Piero Capelli dell'Università Ca' Foscari.
Una nota curiosa: gli studiosi di papirologia araba per confrontarsi a distanza usano la piattaforma Internet dell'Università di Zurigo, un sito che è aperto a tutti.

sabato 5 giugno 2010

Blu e nuvole

Blu e nuvole biancolampeggianti fuori dai magazzini del sale. Vento, conversazioni cellulari. Pausa caffè lungo il filo della scrittura. Roberto Ferrucci non salva i sudamericani, due ore da Perec a Modigliani, ma cosa il racconto deve raccontare? Baristi con facce da secondini: gesti muscolari, maleducate imprecisioni. Poi di nuovo vento di gabbiani, voglia di vagare per il mondo e raccontare: "Si può fare anche qui - dice qualcuno - fermati a guardare il mare".

mercoledì 2 giugno 2010

Cafè

Café Central, appena entro, sulla sinistra il tavolo con la statua di Peter Altenberg che legge il giornale, ma ci veniva anche Freud a giocare a carte. Arriva una coppia, lui con una mano tiene il violino davanti a sé, lei indossa un vestito nero e uno scialle rosso damascato, sono zingari, si capisce che vivono cantando nei locali In un angolo del locale c'è un quadro che riproduce una scena di caccia: un cervo fugge tra gli abeti mentre un cacciatore prende la mira sotto un cielo blu. Loro si mettono lì, proprio sotto quel quadro per suonare delle melodie zigane. Uno studente dell'Accademia di belle arti li guarda e disegna sul quaderno. Dalle finestre occhieggiano curiosi passanti. Posso sedermi? chiede la guardia della Hofburg che assomiglia a Francesco Giuseppe, con due baffi bianchi e la barba. Ordina una birra scura e dice che quei due, come tutti gli artisti, sono dei Luftmenschen, gente senza un reddito fisso, con la testa per aria, però riescono a farti commuovere quando suonano o cantano qualcosa. Lakatos, così mi hanno detto si chiama il violinista, discende dal leggendario Janos Bihari che nel 1815 suonò davanti agli Asburgo in occasione del Congresso di Vienna. Magda, la cantante, sussurra una vecchia storia d'amore fra un principe e una zingara. Voglio raccontarti l'intera mia vita - dice la canzone - la mia vita cominciò il giorno in cui ti conobbi, con coraggio ti guardai negli occhi, nata in un mondo che non era il tuo imparai a seguire le tue strade, a riconoscere le tue montagne, a sorridere nei tuoi mari di quiete... Chissà come si chiama il soldato che si è seduto al mio tavolo? Con gli occhi stanchi e un arabesco di schiuma sui baffi bianchi ordina la seconda birra. Potrebbe chiamarsi Joseph e forse da giovane è passato anche lui da Jadlowker, quella taverna lungo il confine dove si incontravano disertori in fuga, avventurieri e donne di facili costumi. Non lontano da qui, in Kundmanngasse, al numero 19, si trova la casa di Wittgenstein, costruita senza lesinare in denaro e tempo: se lo poteva permettere, era molto ricco. Una casa cubica, essenziale e concisa come alcune delle sue riflessioni. Come mai non esistono più i Café come luogo d'incontro, non solo di artisti, dove leggere, discutere, conversare? Penso al Cafè A Brasileira di Lisbona, il café amato da Fernando Pessoa, ai café di Odessa frequentati dai gangster di Isaac Babel, a quelli di Copenhagen di fronte ai quali passava Kierkegaard, al Café Griesenthal di Vienna con lo stammtisch di Adolf Loos, Alfred Polgar e Hugo von Hofmannsthal., al Cafè Museum soprannominato “Café Nihilismus” per la sua architettura essenziale, al Café Imperial dove Trotzkij parlava di rivoluzione e Rilke conobbe Karl Kraus. Vienna è un crocevia di culture, qui soffia il vento dei Carpazi, un vento errabondo come i nostri destini che si sfiorano, alle volte in un cafè, per poi disperdersi.

venerdì 28 maggio 2010

Corpo e anima

Nell’aria di gelsomino, nella brezza marina di un’estate che non arriva, nel profumo di legno e incenso il dubbio era il seguente: la scrittura ha un corpo ma ha anche un’anima? non un’anima in senso proprio (ci interroghiamo da secoli se ce l’abbia il corpo dell’uomo), ma un rinvio spirituale, religioso. Se n’è parlato alla conferenza internazionale Corpo e anima della scrittura tra Oriente e Occidente svoltasi nei giorni scorsi alla Fondazione Cini di Venezia. Intorno a un tavolo Denis Gril, l’aspetto ascetico da guardiano della moschea, l’aspirazione araba di un inglese con accento francese, Paolo Urizzi, la faccia da D’Artagnan e la voce veloce e incrinata da un colpo di freddo, John Carpenter, un Robin William con la gestualità di un prete allegro, e Gian Carlo Calza, abito elegante e animo timido. Un esempio: le lettere arabe del nome Achmed, nome usato per indicare il profeta dopo l’ascensione, disegnano in modo stilizzato le posizioni assunte dai fedeli per accingersi a pregare. I caratteri, il “corpo” delle lettere, indicano da destra verso sinistra la posizione eretta, quella piegata in avanti e in ginocchio. Se ci pensiamo anche alcune lettere del nostro alfabeto possono essere “umanizzate”: T un uomo che si ripara la testa con le braccia, I un uomo eretto, Y con le braccia alzate, O un volto, H due che si danno la mano. Un’antica tradizione conferma del ruolo centrale, totalizzante, della scrittura nella religione e quindi nel mondo islamico: “la prima cosa che dio creò fu il calamo (canna appuntita, giunco, penna di uccello, usata un tempo per scrivere ndr), e tutto quello che volle creare disse al calamo di scriverlo. Poi quando si fu messo a scriverlo creò il cielo, la terra, il sole, la luna e gli astri”. I teologi distinguono tra lettere mentali, quelle della lingua degli uccelli, degli spiriti e degli angeli; le lettere pronunciate, quelle prodotte dal soffio degli uomini e che secondo l’ordine alfabetico nafas sono elencate nell’ordine in cui si arresta il soffio, e le lettere scritte a ognuna delle quali corrisponde un numero. In arabo la corrispondenza numerica dà luogo ad infinite combinazioni di senso: nel quadrato magico i 99 nomi di Allah sono disposti in altrettante caselle secondo un ordine che dà sempre 3394 in qualsiasi senso si leggano i nomi: diagonale, verticale o orizzontale. “In questa visione ispirata al ruolo centrale della scrittura l’esistenza è una lettera di cui tu sei il senso”, l’uomo stesso è “the path of writing”, è in movimento verso la realizzazione di sé. La metafora del cammino riemerg nella tradizione giapponese che chiama l’arte della calligrafia Shodo (sho=scrittura, do=via). La pressione del pennello, la quantità d’inchiostro, la precisione del gesto, la posizione dei caratteri all’interno del foglio o in rapporto a un’immagine sono elementi che possono esprimere emozione, capacità tecnica, concentrazione, sono portatori di un senso che va al di là del significato delle parole per approdare all’inesprimibile, alla conoscenza profonda del risvegliato così come concepita dalla tradizione buddista. Il primo verso di una poesia in stile chirashi-gaki sullo sfondo di uno specchio d’acqua popolato da fenicotteri può essere individuato solo ponendo attenzione alle emozioni espresse all’intensità della pennellata e dal modo di scrivere . Nello Zen scrittura, pittura e meditazione sono una cosa sola. L’obiettivo è quello di raggiungere l’annullamento del sé per sentirsi parte del mondo che ci circonda. (Un’esperienza che è stata descritta anche da un punto di vista scientifico dalla neurologa americana Jill Bolte Taylor. Colpita da ictus nella parte sinistra del cervello, quella che presiede alla meoria, al linguaggio all’elaborazione delle informazioni, la Taylor ha raccontato la straordinaria sensazione di pace interiore vissuta con l'emisfero destro, quello che presiede alle emozioni, all’intuito, alla percezione del momento presente.) In una famosa immagine Zen sono ritratti due ciechi che attraversano a tentoni il tronco di un albero che funge da ponte su un abisso. Il primo procede a carponi, l’altro cerca la strada con un bastone, alle sue spalle le fronde degli alberi sembrano dargli coraggio e sospingerlo. I ciechi sul ponte sono una metafora sia della nostra ricerca interiore che della nostra vita quotidiana. Nell’acquerello di un salice piegato dal vento sta invece scritto: pazienza, anche con venti non graditi, il salice. Avvicinandoci all’Europa viene in mente il Fedro di Platone in si afferma la superiorità del logos della parola detta, su quella scritta, il discorso non ha valore senza la presenza, l’assistenza, la paternità di chi lo pronuncia. Il dialogo riporta il mito di Theut, l’inventore della scrittura. Il re ammonisce Theut dicendogli che la scrittura produce dimenticanza nelle anime degli gli uomini: “in virtù di una fiducia nella scrittura, cercheranno di ricordare dal di fuori, muovendo da segni estranei , e non dall’interno a partire da Sé. La parola, il logos, le Sacre Scritture furono poi centrali anche nella tradizione cristiana. Mentre tornando verso Oriente la parola stessa è messa in discussione come strumento di vera conoscenza. Nella tradizione induista è la Mente che viene prima di ogni altra cosa: “Parola disse: Sicuramente sono meglio di te, perché faccio apprendere ciò che tu conosci, lo faccio comprendere”. “Prajapati rispose: “Mente è senz’altro migliore di te, perché tu imiti ciò che ha fatto mente e segui nella sua scia”.
Questo articolo è debitore nei confronti dei papers di Denis Gril, Science of letters and graphic symbolism, Paolo Urizzi, The science of letters in the work of Ibn’Arabi, John T Carpenter, Materiality and rhytmic forms of Japanese calligraphy, Gian Carlo Calza, Pittura scrittura, meditazione: tre o una. Per i riferimenti alla disputa tra parola scritta e detta e tra mente e parola all’articolo di Roberto Calasso La via dell’India.

sabato 22 maggio 2010

Il fascino

Il fascino è lontananza, diciamo che qualcuno ci affascina quando ci porta lontano con i suoi racconti, la sua faccia, la sua vita.

martedì 18 maggio 2010

Le pietre parlanti


Un Pollicino dei nostri tempi. Invece che briciole di pane semina sassi su cui cita Rilke, Eschilo, Sofocle, Pessoa. È un insospettabile, uno che nella vita di tutti i giorni insegna in una scuola. Ma la notte si ritira nel suo laboratorio e diventa il mister Hyde della citazione lapidaria (è il caso di dirlo). La sua cantina è piena di sassi bianchi, scelti con cura lungo le rive del Piave. Scrive i suoi messaggi con colori indelebili. Poi nei week end armato di spatola e cemento sceglie i luoghi dove collocare i suoi minimenhir: la vecchia presa Dieci del Montello, la via del Monte Altare, il sentiero delle Perdonanze tra Corbanese e Vittorio Veneto. Qualcuno lo ha chiamato l’uomo delle “pietre parlanti”. Tra narcisi e crochi, primule ed erba matta, spunta così Rilke: “Come chi sull’ultimo colle, che ancora una volta l’ultima volta la valle gli mostra, si volge, si ferma, indugia, così noi viviamo e sempre prendiamo congedo”. Proseguendo la camminata, un'altra pietra, in cima a una colonna di cemento. È la volta di Sofocle, dall’Edipo Re: “Giovare altrui, come uno può e sa, è fatica tra le più belle.” Avanti ancora, sfiorati dalle fronde di lecci e castagni, lì sul muretto, quasi coperto dall’edera Virgilio: “Sed neque Medorum silvae ditissima terra…” e in cima alla collina Menandro: “Muore giovane colui che è caro agli dei”. Un serial citazionista, un viandante obelixiano, un guerrigliero dell’aforisma, un litografo postmoderno, un writer collinare. Insomma nemmeno tra i sentieri dimenticati si può più stare tranquilli, è un attimo e tra un fiore e un filo d’erba ti arriva addosso una sassata di cultura.

giovedì 13 maggio 2010

Tutti hanno ragione

Gentile Antonio D'Orrico, ho letto la sua recensione su Tutti hanno ragione e mi sono fidato, anche se qualcosa mi diceva che era eccessiva. In fondo si percepiva nell'esagerazione, nell'enfasi, che il primo a non crederci era lei: Pagoda (protagonista del romanzo) non è "il più grande personaggio della letteratura italiana contemporanea" e Sorrentino non è nemmeno lontano parente di Gadda o Celine. Ma tant'è, alle volte crediamo e scriviamo ciò che ci piacerebbe credere o scrivere. Al libraio mio amico ho detto "prestamelo per favore". Domani glielo riporterò. Mi ha stupito però il suo bisogno di autocelebrarsi - lei che non ne ha bisogno - pubblicando gli annichiliti e smelanzosi commenti di due lettori. Il romanzo, a parte qualche pagina esilarante, è modesto.
P.S. Il libro di Sapo Matteucci, invece, mi è piaciuto molto, a parte la conclusione insipida e affrettata.
- D'Orrico, con senso dell'ironia, ha pubblicato oggi il commento insieme a quello critico di un altro lettore titolando: Hanno tutti ragione (meno due).

domenica 9 maggio 2010

Sono le parole

Tutto quel che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono...Mi inchino dinanzi a loro...Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo, le frantumo...Amo tanto le parole...Quelle inaspettate...Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finchè a un tratto cadono...Vocaboli amati...Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d'argento, sono spuma, filo, metallo, rugiada...Inseguo alcune parole...Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia...Le afferro al volo, quando se ne vanno ronzando, le catturo, le pulisco, le sguscio, mi preparo davanti il piatto, le sento cristalline, vibranti, eburnee, vegetali, oleose, come frutti, come alghe, come agate, come olive...E allora le rivolto, le agito, me le bevo, me le divoro, le mastico, le vesto a festa, le libero...Le lascio come stalattiti nella mia poesia, come pezzetti di legno brunito, come carbone, come relitti di naufragio, regali dell'onda...Tutto sta nella parola...Tutta un'idea cambia perchè una parola è stata cambiata di posto, o perchè un'altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l'aspettava e che le obbedì...Hanno ombra, trasparenza, peso, piume, capelli, hanno tutto ciò che si andò loro aggiungendo da tanto rotolare per il fiume, da tanto trasmigrare di patria, da tanto essere radici...Sono antichissime e recentissime...Vivono nel feretro nascosto e nel fiore appena sbocciato...
Da Confesso che ho vissuto di Pablo Neruda

martedì 4 maggio 2010

Per ogni via

Per quanto tu cammini per ogni via i confini dell'anima non li troverai.
Eraclito

lunedì 3 maggio 2010

Una lunga storia

"Una lunga storia: il sole, i lampi, il tuono su nel cielo, e sotto sulla terra i falò, i salti in aria, le danze circolari, i segni, la scrittura. Poi all’improvviso uno uscì dal cerchio, si mise a correre dritto e intanto che correva sempre dritto, curvando qualche volta per baldanza sembrò libero, e noi allora potemmo ridere con lui, ma poi cambiò di colpo, si mise a correre e a zig zag, le pietre volavano, con la sua fuga iniziava un’altra storia, la storia delle guerre che ancora dura. Ma anche la prima, quella del sole, dei lampi, del tuono, delle danze circolari, dei segni, della scrittura, dura ancora."
"Io ora so quel che un angelo non sa."
Da Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders

giovedì 29 aprile 2010

L'etica

“Quest’avventarsi contro le pareti del nostro linguaggio è perfettamente, assolutamente disperato. L’etica, in quanto sgorga dal desiderio di dire qualcosa sul significato ultimo della vita, il bene assoluto, l’assoluto valore, non può essere una scienza. Ciò che dice non aggiunge nulla, in nessun senso, alla nostra conoscenza. Ma è un documento di una tendenza nell’animo umano che io personalmente non posso rispettare profondamente e che non vorrei davvero mai, a costo della vita, porre in ridicolo.”
Da Lecture on Ethics di Ludwig Wittgenstein

mercoledì 28 aprile 2010

Facce

Il progetto della mostra fotografica Facce - From me to you and back, nasce nel giugno dello scorso anno durante il seminario Mindful of Otherness promosso dalla Goldsmith University di Londra. Pensai che il tema dell’alterità è il tema centrale del nostro tempo, un’epoca in cui le culture e le mentalità continuano ad affiancarsi, a mescolarsi, ma non sempre a riconoscersi, a convivere ma non sempre a rispettarsi. L’altro non necessariamente è lo straniero (l'altro per definizione), l'altro è chiunque io incontri, ogni persona infatti rappresenta per noi un mistero per certi versi inaccessibile. Ma è possibile un dialogo con chi è differente da noi? Per alcuni è impossibile, per altri si risolve in un’integrazione-conversione dell’altro ai propri valori, per altri ancora è un fine irraggiungibile al quale bisogna però tendere con tutte le forze. Il volto dell’altro è un testo, una scrittura che ci rinvia e differisce ad altro e all’altro ma anche a quell’altro che è in noi e che a volte assume le forme di uno spettro, di qualcosa che è stato rimosso. A queste riflessioni si è unito il ricordo di alcune pagine straordinarie di pensatori come Gadamer, Derrida, Blachot, Levinas, e la mia passione per la fotografia che coltivo da quando andavo alle scuole medie e sviluppavo le pellicole nella camera oscura del fotografo del paese. Né potevo non considerare l’unicità del provincia di Treviso, e del Nordest in generale, che hanno un’altissima concentrazione di immigrati provenienti dall’Est, dall’Ovest e dal Sud del mondo. La mostra Facce, che presenterà una serie di volti più o meno familiari, più o meno differenti, è l’occasione per scrivere una “cartolina” a chi sente di esserne il destinatario, un testo aperto sull’incontro con l’altro da condividere con chi ha vive con sensibilità e capacità di accoglienza le differenze. La mostra in somma come una cartolina che aspetta una risposta, un atto d’amore from me to you and back, un’occasione non silenziosa per proseguire insieme la riflessione sull’incontro con l’altro.

sabato 24 aprile 2010

Il gioco e la regola

Passi e bisbigli nella stanza trapezio di Palazzo Badoer a Venezia, il papillon viola a pois verdi e gialli di Paolo Portoghesi, la foto in bianco e nero di Peter Behrens con un fiore nel taschino. L’editore e l'autore con le bozze del libro in valigia. Il monumento al supremo ignoto nella colonia di artisti di Darmstadt, un superuomo chiamato a sostituire un dio che Nietzsche ha chiamato morto. Per Behrens quel che appartiene alla vita deve ricevere bellezza. Il monastero di Beuron nell’alta valle del Danubio, uno dei luoghi preferiti di Hedegger. Il dialogo mai finito tra il tempio greco che mette in opera la verità e l’architettura. La disponibilità a seguire l’avventura del gusto. Una citazione di Le Corbusier: "Montaigne qui è il benvenuto: 'Il più elevato trono del mondo non si ha che seduti sul proprio culo.' Sì, la regola è il gioco. Ha avuto il denaro per essere servito, poi questo lo asservì e gli uomini hanno dimenticato come si gioca. Quando il mio cliente mi riempie la testa di quella o di quella sua piccola esigenza, io accetto, accetto fino a un cero punto in cui dico no, impossibile! Perché a quel punto siamo fuori della regola del mio gioco, del gioco in questione: il gioco di quella casa, di quell'insieme da cui la regola è nata nell'ora della creazione, si è sviluppata, affermata, è divenuta maestra. Tutto dentro la regola! Niente fuori della regola! Altrimenti io non ho più ragione di esistere. Là è la chiave. Ragione di esistere; giocare il proprio gioco. Partecipare, ma umanamente, vale a dire all'interno di un'esigenza di ordine, di un ordine puro."
Via d’acqua. I filmati nella nebbia e nel fumo del teatro del mondo di Aldo Rossi: una macchina alta 20 metri, a cupola ottagonale, strutturata in tubi innocenti rivestiti in legno. Una donna anni trenta, un’altra che dice di sé: Sono un piccolo bluff, un professore di Amburgo che possiede uno schizzo di Hans Poelzig, lo scenografo del film Il Golem di Wegener, il libro Uni-Angst und Uni-Bluff di Wolf Wagner. Germania anno zero di Rossellini, Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Treno, tram, stanza padovana. Filosofici interrogativi su transumanismo, genetica come nuova frontiera della conoscenza, dominio della tecnica, Google e Facebook nuovi circenses. Idee per una casa editrice.
Verso casa.

domenica 18 aprile 2010

Milano 2


(segue il post del 10 aprile) La mostra “Quali cose siamo” è una macedonia di oggetti, installazioni, sculture di artisti giovani e meno giovani. Un’altra exhibition è dedicata a Greta Garbo, un collage di vecchi film in bianco e nero la mostra mentre bacia, seduce, balla. L’orchestra la segue quando lei si ferma e con i tacchi inizia a battere un nuovo tempo, più ritmato, più appassionato, volteggia alzando la mano e sorridendo ai suoi cavalieri; in un’altra scena un azzimato corteggiatore le dice “Siete una creatura reale o siete nata da un fiocco di neve?”. Si esce tra decine di manichini che mostrano i vestiti del suo straripante guardaroba e una grande foto: lei, occhiali neri, la falda del cappello e l’indice che sfiora il naso. Le panchine del castello sforzesco sono strette ma il sole è un largo abbraccio caldo. Alla Biblioteca Trivulziana gli studiosi lavorano sodo, una delle impiegate è su Facebook, alle sue spalle volumi del sedicesimo secolo. “La biblioteca era una spazio polifunzionale – spiega un altro bibliotecario, sulla sua scrivania c’è il saggio ‘Sei secoli di legature’. Qui Francesco Sforza mangiava, riceveva gli ospiti, scriveva.” A metà pomeriggio gli archi, le logge, i corridoi, le colonne della Pinacoteca di Brera si moltiplicano in un altalenante gioco d’ombre sorvegliato da un cielo intenso e luminoso. Uno dei primi quadri è il Cristo morto del Mantenga, le pieghe del lenzuolo, i volti delle donne piangenti sulla sinistra e quel corpo da atleta schiacciato verso il cuscino. Respiri trattenuti davanti a San Gerolamo penitente del Tiziano o la Cena in casa di Simone di Paolo Veronese o il Miracolo a San Marco del Tintoretto, la Madonna e Santi di Piero della Francesca, lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, il Cenacolo di Rubens. Nelle ultime sale il Bacio di Hayez, Fiumana di Pellizza da Volpedo e Rissa in galleria, uno splendido quadro di Boccioni. Dopo un caffè al bar Brera, via Montenapoleone è una parata di quadrivetrina: Pucci, Versace, Armani, Ferragamo, Valentino, Louis Vuitton. Alcune giovani dame di compagnia ritirano mazzi di borse per le loro signore. Panino briemelanzaneprosciutto accompagnato da Nero d’Avola, pausa serale all’Hotel Nuovo e poi alle nove “Dialogo nel buio” all’Istituto italiano ciechi di via del VIvaio. Quasi due ore nel buio assoluto attraversando stanze di oggetti, profumi, suoni; voci di volti immaginati, mani su lettere scolpite, macchine parcheggiate, frutta, alberi, computer. Al termine del percorso Cafè noir: cocktail e salatini, un pianoforte in sottofondo, c’è tempo di scherzare: Dove sarà l’uscita? In fondo a destra, che domande. Al chiaro i volti non assomigliano a quelli immaginati, sono più giovani e vengono da Como. Si chiacchiera dell’Italia fino a tardi, vorrebbero dare una speranza al nostro paese, una luce a un futuro che temono buio. Cappuccino e krapfen al bar del Corso. A due passi dal bar un barbone a gambe incrociate, velato da stracci, sciarpe malandate, sacchi a pelo puzzolenti, ricorda nel suo abbandonarsi il Cristo de La Pietà di Michelangelo; solo che non c’è nessuna Madonna a sorreggerlo, dietro di lui solo il freddo granito di un palazzo. Anche tra i quadri e le acqueforti di Goya, in mostra a Palazzo Reale ci sono gli ultimi: “La società cambia, ma anche la scuola ed i giochi dei bambini, i voli degli stregoni ed i loro sabba, la vita dei frati, quella di prostitute, popolane, dongiovanni, signore aristocratiche affascinanti, modeste e umili lavandaie, lattaie, cacciatori, spadaccini, toreri. Nessuno è troppo umile troppo importante per lo sguardo di Goya.” In una lettera scrisse: “Per distogliere la mente dalla considerazione dei miei mali mi dedicai a dipingere una serie di quadri da studio nei quali la fantasia e l’invenzione non hanno confini.” Nelle acqueforti: un legislatore con le ali da pipistrello, una donna che uccide un soldato mentre tiene in braccio un bambino, un prete che alimenta una lampada da cui dipende la sua vita, e la famosa incisione Il sonno della ragione genera mostri. Chissà quali mostri o strane creature si agitano nella mente del barbone seduto vicino al bar del Corso? Prima di uscire l’esposizione “Fuoco”, ancora frasi da sfogliare passeggiando: “Il fuoco è il tempo fisico e l’inquietudine assoluta, dissoluzione di ogni cosa e anche di se stesso, e noi comprendiamo a partire da ciò che Eraclito ha potuto designare il fuoco come concetto del movimento partendo dalle sue determinazioni fondamentali.” (Hegel). “Tutti sappiamo che i libri bruciano ma sappiamo anche che i libri non possono essere uccisi dal fuoco. Gli uomini muoiono i libri non muoiono mai.” (Rooswelt). Un’installazione: una pila di libri in cui sono incastonati degli schermi che trasmettono le immagini in bianco e nero dei roghi nazisti, alternate alle immagini a colori di fiamme. Piove: un tram giallo, un palazzo con due telamoni che sembrano reggersi la testa preoccupati, un balordo chiede soldi a un’anziana suora che spaventata accelera il passo e si allontana, le tranquille vetrine e l’insegna anni Venti della pasticceria Marchesi. Una chiesa della pianura nel centro della città: la romanica basilica di Sant’Ambrogio, una cattedrale di libri, la Biblioteca Ambrosiana con la sua suggestiva sala di lettura seicentesca, la sala Federiciana nella quale sono esposti alcuni disegni originali del Codice Atlantico di Leonardo. I suoi disegni sembrano muoversi mentre li guardi e la sua insolita scrittura pare un prezioso arabesco, un tessuto prezioso che luccica di riflessi diversi. Fuori alcune gocce di pioggia punzecchiano i tram gialli che ricordano quelli di Lisbona. La Loggia degli Osii in piazza dei Mercanti con il suo caratteristico balconcino , detto “parlera”, dal quale nel Medioevo i magistrati annunciavano al popolo editti e sentenze. Un africano suona il sax davanti ad una saracinesca rossa, un fruttivendolo con l’insegna “L’ortolàn püsee vecc de Milan” e le vetrine dell’enogastronomia Peck “a Milano dal 1883” ricordano Harrods. La commessa die the è di Parigi, era venuta a Milano per uno stage in hotel a cinque stelle, è laureata in marketing e comunicazione del lusso, ha deciso di fermarsi qui, forse ha trovato l’amore . I the aromatizzati sono profumati anche nei nomi: Deux Chinois, Melange du Prieure, Oolong fiori d’arancio. Nella cantina vini di tutto il mondo: Argentina, Cile, California, Perù. Una bottiglia di Masseto dell’Ornellaia è in vendita a 10.000 euro. Due fidanzati si baciano in Galleria, un signore che ricorda Enzo Biagi cammina lungo il dehors del bar Zucca, una pianista suona Debussy. Cena al ristorante Nabucco, quartiere Brera: arie di Verdi in sottofondo e ottimo risotto alla milanese accompagnato da un Terratico di Bibbona; pessimo il cameriere che non sa stare in equilibrio tra educazione e confidenza. Sorprendono i fiori di zucca scottati in padella con ricotta fresca e pesto leggero; come dessert tarte tatin, una torta di mele particolare: le mele sono cotte nella tortiera ma la pasta brisè viene aggiunta dopo cosicché a cottura avvenuta il dolce va rovesciato sul piatto. Nel tavolo accanto un lui attempato e una donna sui trent’anni dai lineamenti asiatici. Discutono in tedesco di musica e sono affettuosi tra di loro. Fuori dal locale una signora vestita di rosso predice il futuro ai passanti. Il ritorno è nella pianura sfogliando un libro su Goya, sonnecchiando e sbirciando la campagna morbida di pioggia.

giovedì 15 aprile 2010

La pietà


Venerdì santo: un barbone a gambe incrociate, velato da stracci, sciarpe malandate, sacchi a pelo puzzolenti, ricorda nel suo abbandonarsi il Cristo de La Pietà di Michelangelo; solo che non c’è nessuna Madonna a sorreggerlo, dietro di lui solo il freddo granito di un palazzo.

martedì 13 aprile 2010

Forattini


Incontro Giorgio Forattini a Milano nel noto locale "Zucca in Galleria". Quando gli dico che abito in provincia di Treviso, mi racconta che sta preparando delle vignette per un'azienda alimentare di quelle parti: “Ho scelto come tema il mondo del circo: mi sono ritratto da domatore, da saltimbanco, da donna cannone, da acrobata. Per me è un sollievo uscire ogni tanto dalla satira politica. Il mondo della pubblicità e delle aziende lo conosco bene, per molti anni ho fatto il copywriter. Lo slogan Cin cin Cynar per esempio è mio ma non me l’hanno mai pagato; ho disegnato campagne pubblicitarie per Fiat, Alitalia, Kenwood”. Quando chiedo che posto occupa il Veneto nel suo cuore parte da lontano: “Ci venivo negli anni Cinquanta come rappresentante della Triplex, una ditta di aspirapolveri. Poi ci tornai, dopo aver iniziato la mia carriera di vignettista e fondato Repubblica insieme a Scalfari. Ricordo le vignette con Cacciari simile a una scimmia e il simbolo del Mose realizzato per Luigi Zanda. Ripensa a vecchi amici come Carlo Nordio e Arrigo Cipriani. Close up finale su Venezia: “Sgarbi mi ha promesso che dovrò realizzare qualcosa per la Biennale … sempre che nel frattempo non cambi idea”.

sabato 10 aprile 2010

Milano

In treno si viaggia a volte tra chiacchiere surreali. Una ragazza abbracciata al suo lui sovrappeso: “Che lungo che quel treno”. Lui: “Viene da Parigi”. Lei: “Cosa vuol dire…che è lungo fino a Parigi?”. Nella metro un rumeno suona il sax ma nessuno lo bada. Un ciliegio fiorito spennella le vetrate del Duomo. L’hotel si chiama Nuovo, ma nuovo non è. La prima vetrina è un monte di panini imbottiti, la seconda una pasticceria siciliana, la terza è un’amnesia. Non va di fretta Milano in questo venerdì di Pasqua. Sugli scaffali di un venditore di libri usati “Banchetto nel deserto” di Alexia Mitchell, “Saluti Notturni” di Piero Chiara, “Nel regno adorabile dell’asinità” di Alvise Sangalli e “L’evangelario purpureo di Sarezzano”. Una donna imbronciata, borsa scura e tacchi, parla all’I Phone, poi un violinista di Zagabria dall’aria stanca, una xilofonista di Stoccarda e, prima del Castello sforzesco, una protesta di turbanti colorati del Punjab: l’ambasciata non rilascia loro i passaporti per tornare a casa. Nei fossati del castello un gatto si dondola sui rami di un albero senza foglie. È ora di pranzo, alla Triennale il menu del Design Cafè è très chic: Ravioli di melanzane alla concassè di pomodoro fresco e burrata d’Andria, Darna di trota salmonata al forno in salsa Martini con ragout di carote allo zenzero ed erba cipollina, Coppa d’ananas al moscato con profumo di lime e menta. (continua)

giovedì 8 aprile 2010

Grand Splendid


Progettato nel 1919 dagli architetti Pero e Torres Armengol, era il più grande teatro di Buenos Aires, oggi è la più grande e originale libreria del Sudamerica: si chiama El Ateneo (il nome dellla casa editrice che la gestisce) Grand Splendid. Il quotidiano britannico The Guardian l'ha inserita fra le cinque librerie più belle del mondo insieme a Boekhandel Selexyz Dominicanen, Maastricht, Olanda - Livraria Lello, Porto, Portogallo - Secret Headquarters, Los Angeles, Usa - Borders, Glasgow, Gran Bretagna.

Le jardin

Des milliers et des milliers d'années
Ne sauraient suffire

Pour dire
La petite seconde d'éternité
Où tu m'as embrassé

Où je t'ai embrassée
Un matin dans la lumière de l'hiver
Au parc Montsouris à Paris

À Paris

Sur la terre
La terre qui est un astre. 


Jacques Prevért

martedì 6 aprile 2010

In cucina

Impasse
“Ma non senti quello che ti dico? Alla tre aspettano i primi, e siamo indietro con gli altri tavoli.” Sai che me ne frega a me, il sugo schizza via come un caimano impazzito, il frigo è andato in tilt e quella stronza di Federica non ha risposto al mio sms.
Carlo era arrivato tardi, non aveva preparato le basi, si era dimenticato di ordinare il pesce e le verdure, l’aveva cercata ma lei non rispondeva. In poche parole era nella merda.
Patricia
Daniyal trattenne il fiato, la nuova aiuto cuoco aveva minimo vent’anni meno di lui. Ma non era la differenza d’età a farlo tentennare, né il fatto che lui fosse sposato. Il problema era la sua gastrite che stava aumentando. Schiacciò il tasto automatico del forno e le diede il benvenuto. Patricia si presentò, veniva da Puerto Rico. Sarebbe riuscito a tenerla fuori dal suo cuore?

lunedì 29 marzo 2010

Vu Cumprà


Incontro Marie Louise Niwemukobwa alla stazione di Mestre, crocevia di viaggiatori, pendolari e questuanti di ogni dove. Marie Louise è un’artista poliedrica, musicista, cantante, scrittrice, impegnata in politica, punto di riferimento delle decine di migliaia di migranti che vivono a Venezia e dintorni. Ha pubblicato un libro originale e curioso, Vu Cumprà a Venezia, storie di venditori senegalesi (Ed. Altromondo, pp.210). Lei, che è nata in Rwanda a Kiraro-Karaba, nella provincia di Gikongoro, un giorno ha deciso di fermarsi a parlare con uno dei tanti venditori di borse. Lo racconta così: “Era novembre, non faceva tanto freddo e sul ponte delal stazione quel giorno c’era Ibu, un signore quarantenne, bello e sorridente che, quando mi vide, mi tagliò la strada con una borsa in mano pregandomi di fermarmi un po’. Rifiutai, ma lui riuscì poi a fermarmi e non solo, anche se non compravo, trascorremmo una ventina di minuti chiacchierando. Da lì nacque in me una simpatia verso i vu cumprà, simpatia che fino ad oggi non è cessata. Partii così allas coperta di “nan nga def”, il saluto senegalese e del jerejef, il modo di ringraziare. Imparai ad ascoltare e finii per scrivere questo libro.”
Il libro attraversa le storie a volte sorprendenti dei venditori di borse. Marie Louise non si ferma alle storie e pone una serie di domande politiche nel senso più alto della parola. L’ultima, la più difficile, è: “ Chi è il responsabile della tristezza degli immigrati?”. Il libro è anche un modo per scoprire, per intuire, che l’Africa non è solo il paese dei Safari e dei leoni, ma un continente altrettanto complesso e vario come l’Europa e l’America. Le tazze dei nostri caffè aspettano il cameriere, nel frattempo arriva una ragazza che dice di essere afgana, di aver bisogno di soldi per suo fratello gravemente malato. Le do un euro. Marie Louise sorride: “Era una zingara, sono brave attrici.” Concludiamo la nostra chiacchierata facendo due passi nei dintorni della stazione di Mestre, passando davanti al parrucchiere africano con musica rag a tutto volume, il market asiatico e il bar dove si ritrovano i rumeni gestito dai cinesi. Gli immigrati a Mestre sono 30.000.

venerdì 26 marzo 2010

Andare oltre

"I miei pensieri sono come gradini su cui salire e andare oltre", scrive Nietzsche nell'aforisma 42 del Crepuscolo degli dei; Wittgenstein nel Tractatus usa la stessa immagine: "Le mie proposizioni illuminano così: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per cosí dire, gettar via la scala dopo che v’è salito). Egli deve superare queste proposizioni; è allora che vede rettamente il mondo."

mercoledì 17 marzo 2010

Enzensberger


Un maestro del pensiero che unisce ironia a serietà. Hans Magnus Enzensberger ha parlato con giocosa semplicità al pubblico del Teatro Verdi di Pordenone. “Non bisogna prendersi troppo sul serio” ha detto mentre dialogava con Antonio Gnoli nell’ambito del Dedica Festival. Una frase che potrebbe essere il titolo del suo biglietto da visita. Una leggerezza che l’accompagna quando parla di qualsiasi cosa. Ha inventato delle macchine per creare poesie e dice che sono un buon aiuto: nel senso che se fanno meglio di te è meglio che lasci perdere.
Dell’estero dice che è una buona invenzione, perché l’idea di rimanere sempre fra gente simile a noi non ci piace molto: "L’Italia in questo senso per me è l’ideale: trovo il massimo della differenza nella minima distanza dal mio paese”.
“Nella casa editrice che dirigo, Die Andere Bibliothek, ho deciso di attenermi a un criterio molto semplice: pubblico solo i libri che mi piacciono.”
“Per divertente intendo qualcosa che non fa parte della routine, e per routine intendo un lavoro dove c’è sforzo ma non gratificazione.”
"Esistono due tipi di scrittori: il primo è il tipo talpa con un progetto che persegue ad ogni costo; il secondo è il tipo cicogna che si muove e segue la sua preda un po’ ovunque. Io naturalmente appartengo alla seconda categoria."
“Il modello matematico elaborato per il calcolo delle probabilità funziona solo in astratto. Prendiamo le combinazioni del lancio dei dadi o delle estrazioni del lotto. Il modello funzionerebbe se fossimo in presenza di oggetti perfetti. Questo significa che a ogni lancio le probabilità si azzerano. Sempre in termini probabilistici c’è poi una possibilità su un miliardo, forse di più, di incontrare nella propria vita l’anima gemella. Queste considerazioni comunque non hanno nessun effetto pratico: la gente continua a sposarsi e a giocare.”
“Non il metodo conta, ma il risultato." (a proposito delle tecniche di scrittura ndr)
"Platone diceva che i poeti mentono, che non dicono la verità,…naturalmente, in un certo modo, ha ragione: la letteratura non ha un rapporto diretto coi fatti. Ma questo non riguarda solo la poesia: anche i filosofi mentono, gli uomini mentono, la menzogna è un fatto antropologico. La menzogna è una specie di trionfo del cervello. Un animale ha difficoltà a mentire. Saper mentire è una capacità gnoseologica. La relazione fra menzogna e invenzione è stretta: se mi aggrappo alla realtà, senza distanza, la accetto come è, non invento nulla."
"L’originalità è un concetto molto moderno. In altri tempi non contava niente. Gli antichi avevano l’idea che prima di loro fossero vissute persone più importanti di loro: è l’atteggiamento classico. Nella modernità invece c’è questo culto dell’originalità: faccio una cosa che nessuno ha fatto prima di me…è un’ambizione un po’ ridicola! Perché in ogni epoca c’è sempre una frattura ma anche una continuità col passato, e quest’ultima è sempre molto più forte della prima. La poesia è un fatto millenario, è sempre esistita. Noi facciamo parte di una continuità."

sabato 13 marzo 2010

Il malinteso

“Il mondo va avanti unicamente in base al Malinteso. Attraverso l’universale Malinteso tutti si trovano d’accordo. Poiché, se per disgrazia ci si capisse, non si potrebbe mai essere d’accordo”, scriveva Baudelaire in Mon Coeur mis à nu. Sul tema ha scritto pagine straordinarie Vladimir Jankélévitch in La menzogna e il malinteso e nel suo Il non so che e il quasi niente (pubblicato da Marietti ma introvabile in libreria). Jankélévitch individua quattro tipi di malintesi: il doppio malinteso; l’inganno; il malinteso beninteso; il malinteso doppiamente beninteso. Nel doppio malinteso le due persone si fraintendono a vicenda: un turista chiede un’informazione in un inglese non perfetto e l’interlocutore indica una strada sbagliata perché ha compreso altro; oppure persone stanno insieme e ognuna di loro ha un’immagine dell’altro che non corrisponde a quella reale. Nell’inganno uno dei due, colui che inganna, assume una condotta attiva e trae vantaggio dall’incomprensione dell’altro: si pensi a tutti i casi di truffa. Per quanto riguarda il malinteso beninteso, invece, è la persona oggetto del malinteso che decide di non uscire allo scoperto e di avvantaggiarsi della situazione: nel buio una bella donna confonde uno sconosciuto per il suo amante; difficilmente questi rivelerà il fraintendimento. Infine, nel malinteso doppiamente beininteso, entrambi i soggetti sanno di mentire ma decidono tacitamente di non cambiare lo stato delle cose: è, tra gli altri, il caso dei complimenti reciproci e di circostanza in ambito lavorativo. Nessuno dei due ha in realtà un'opinione così alta dell’altro, ma poiché devono collaborare facilitano i loro rapporti attraverso una gentilezza che è solo di facciata.

mercoledì 10 marzo 2010

Nel metrò


Nello stesso tempo ci spiegava Pascal "Nous sommes embarqués", così che l'immagine del metrò parigino è sempre stata per me associata al carattere ineluttabile e irreversibile del percorso umano individuale; era l'anno ( a scuola ndr.) della tragedia classica e del giansenismo: avevo ancora davanti a me il XVIII secolo, in seconda, e il XIX in prima. Ma già il metrò mi aveva insegnato che si può sempre cambiare linea e che se non si sfugge alla sua rete si può, tuttavia, pur sempre fare qualche bella deviazione.
Marc Augé

lunedì 8 marzo 2010

Luftmensch

La curiosa parola tedesca Luftmensch è composta da Luft-aria e Mensch-uomo, cioè alla lettera significa uomo dell'aria. Nel saggio Il Malinteso Franco La Cecla la cita commentando Steiner: "Il suo (di Steiner) è un appello all'universalismo, al cosmpolitismo dei migranti, quelli che i nazisti chiamavano Luftmenschen - uomini dell'aria, quelli che non concepisocno radici, quelli che stanno con i piedi sollevati da terra." Veronica Pellicano scrive che il termine Luftmenschen è usato da storici e sociologi per definire gli uomini che vivevano di aria e nell'aria, per i quali ogni giorno rappresentava una lotta per la sopravvivenza, un arrabbattarsi quotidiano per sfamarsi, un vagare senza mai toccare con mani e piedi la realtà, chiusi in un mondo tutto loro , fatto di preghiera, rinunce, sopportazione. Luftmensch è anche il titolo del romanzo di Sholem Aleichem: il lattivendolo Tewje si arrangia giorno dopo giorno con il suo "cavallino" a vendere il latte delle proprie mucche e sostentare in tal modo la moglie e le figlie; vagabonda citando e stravolgendo i versi della Torà, sempre in bilico tra riso e pianto, tra terra e cielo, tra fantasia e realtà. Per queste caratteristiche Tewje è stato definito il Don Chischiotte della letteratura yiddish. Viene in mente il racconto Der Kübelreiter, "il cavaliere del secchio", di Franz Kafka: lo scrittore racconta in prima persona di non aver più un granello di carbone nel secchio vicino alla stufa. Decide di uscire per cercare il combustibile e quando sale sopra il secchio per scivolare lungo le scale, il secchio è così leggero che alla fine si leva in volo. Giunge dal carbonaio e supplica un po' di carbone a credito, ma la moglie del commerciante non ne vuol sapere e lo scaccia agitando il suo grembiule. Il secchio è così leggero che basta quel piccolo spostamento d'aria a far volare il nostro cavaliere nelle lande delle montagne di ghiaccio dove si perde nel Nimmerwiedersehen (traduzione letterale nie=mai, mehr=più, wieder = di nuovo sehen=vedere). Nella lingua inglese di oggi Luftmensch sta per persona che non ha un reddito e un lavoro definiti, un tipo poco pratico e non realista, ma anche una persona impegnata in delicate questioni intellettuali, il contrario di un materialista.
Immagine: Chagall, Au-dessus de Vitebsk, 1915-1920 

sabato 6 marzo 2010

Guglielmo Libri

A metà dell'Ottocento un certo Guglielmo Libri, che lavorava a Parigi alla Biblioteca di Francia, fuggì in Inghilterra con la bellezza di 30mila tra volumi e manoscritti di Cartesio, Galileo Leibniz, Copernico e Keplero.

martedì 2 marzo 2010

L'Italiano

Se vogliamo conoscere quale sia la vera forma dell'italiano, dobbiamo leggere lo Zibaldone, dove Leopardi studia la nostra lingua con una passione e una precisione che nessuno ha mai eguagliato. Per molti anni Leopardi contempla i movimenti e le metamorfosi della lingua che gli appartiene e a cui appartiene. Ora gli sembra dignitosa, grave, nobile autorevole: simile al latino da cui era nata; e subito dopo osserva che è la più flessibile e pieghevole delle lingue. Ora gli pare lentissima: la vede camminare con un passo cauto e circospetto; poi la scorge procedere con una velocità demoniaca, inseguendo una meta irraggiungibie. Ora ostenta periodi immensi, pesanti e ramificati: ora si beffa di sé stessa, incantando il lettore con una specie di polverio luminoso. Qualche volta, gli sembra una lingua scritta: aforismi e apoftegmi e massime, incise nel marmo o nel bronzo. Qualche volta lo osserva imitare il linguaggio parlato - incertezze, irregolarità, andirivieni, ripetizioni, pause, confusioni, ubriachezze verbali: facendo risuonare in ogni pagina il vasto brulichio della voce umana. Circa ottant' anni fa, la lingua o la superlingua italiana conobbero una nuova rivelazione. Fu un momento felicissimo, di cui, forse, ci rendiamo conto solo oggi, in un periodo di pausa o di attesa. Ungaretti e Montale e Caproni e Bassani e Bertolucci e Gadda e la Morante e Zanzotto e la Ortese e Calvino e Fenoglio compresero che l' italiano aveva smesso di nascondersi, come accadeva ai tempi di Manzoni e di Leopardi. Col 1945 e la fine del fascismo, si diffuse in Italia una lingua parlata diversissima da quella fascista. Sorsero due lingue contrapposte. La prima, quella democristiana, non possedeva una massiccia ideologia politica: affondava soprattutto nel linguaggio ecclesiastico, avvocatesco e giuridico: era ramificata, aggrovigliata, spesso (come nel caso di Aldo Moro) incomprensibile. La seconda (quella comunista) soffocava sotto il peso delle formule marxiste o paramarxiste, ricalcate sulla prosa sovietica. Non aveva né vivacità né movimento. I discorsi dei dirigenti comunisti sembravano immense divisioni di carri armati, che avanzavano lentamente verso la meta. l cinema del dopoguerra e le prime trasmissioni televisive diffusero una forma di romanesco edulcorato, senza la minima traccia della forza espressiva del Belli. Questo falso-romanesco arrotondava o troncavao spezzavao modificava il lessico italiano. Era una specie di italiano inumidito nel Tevere. Esso si diffuse enormemente: specie nella conversazione scherzosa o finto-amichevole; e persino in regioni remote, che avevano sempre detestato il dialetto della capitale. Mezzo secolo più tardi gli italiani parlano una lingua molto diversa da quella del 1950 o del 1960. Una sotto-lingua senza sintassi, né punteggiatura, che detesta la precisione e l' esattezza: sostituisce i segni alle parole: pullula di formule gergali: non riescea esprimere i concetti e i sentimenti più semplici: non possiede colore: balza da un errore di ortografia a un altro errore di ortografia. Contamina la lingua parlata e scritta nelle università, dalla quale viene a sua volta contaminata.
Pietro Citati (Sintesi del testo letto al convegno del Fai ad Ascoli Piceno il 27 febbraio)

mercoledì 24 febbraio 2010

Diario di un anno difficile

Due incipit per la prima pagina di "Diario di un anno difficile" di John Maxwell Coetzee, Nobel per la letteratura nel 2003. Nella parte superiore : " Ogni descrizione delle origini dello stato parte dalla premessa che noi partecipiamo alla creazione dello stato"; nella parte inferiore, diviso da una linea l'altro incipit : "La prima volta che m'è comparsa davanti è stata nel locale della lavanderia." Poi il romanzo prosegue su tre livelli nella stessa pagina: il primo saggistico, il secondo voce narrante del protagonista maschile, il terzo voce narrante della protagonista femminile. I saggi sono quelli che il vecchio scrittore, senor C, si è impegnato a consegnare ad una casa editrice tedesca, lei è Anya un'avvenente e giovane vicina di condominio alla quale C chiede di battere al computer i suoi saggi dietro compenso. La struttura tripartita delle pagine dà modo a Coetzee di intrecciare alto e basso, privato e pubblico, le vicende sentimentali e le riflessioni filosofiche, il rapporto di Anya con il suo convivente e le fantasie di C quando incontra la sua seducente segretaria. Alle volte si prosegue per pagine leggendo solo uno dei livelli narrativi, altre volte ci si sofferma sui saggi. La parte decisamente più interessante è quella che racconta il rapporto fra i due e forse ha qualcosa di profondamente autobiografico.

domenica 21 febbraio 2010

Se vuoi scrivere

Se per esempio vuoi iscriverti a un corso di scrittura, partecipa a un corso base di francese per principianti, uno di quei corsi comunali serali, frequentati soprattutto da donne e uomini tra i quaranta e i cinquant'anni, che sono lì alla ricerca di un risarcimento esistenziale per i torti subiti: un matrimonio finito, un padre leggendario appena morto, il senso di imbarazzo provato l'estate precedente, durante una settimana a Parigi. Queste cose accadono anche in un corso di scrittura, ma se vuoi proprio scrivere, ad esempio, mi pare sempre perfetto l'insegnamento di un grande autore a proposito della formazione di uno scrittore: prima perdi tempo, fai altro.
Giorgio Falco

martedì 16 febbraio 2010

Pregunta más allá

Por qué pregunto dónde estás,
si no estoy ciego
si tú no estás ausente?
Si te veo
ir y venir,
a ti, a tu cuerpo alto
que se termina en voz,
como en humo la llama,
en el aire, impalpable.
Y te pregunto, sí,
y te pregunto de qué eres,
de quién;
y abres los brazos
y me enseñas
la alta imagen de ti
y me dices que mía.
Y te pregunto, siempre.
Pedro Salinas

venerdì 12 febbraio 2010

A caccia di audience

La cronaca nera domina non solo nei giornali ma anche nei telegiornali. Secondo i dati del terzo rapporto sulla Sicurezza in Italia, stilato da Demos e Osservatorio Pavia, Rai Uno, in tre settimane analizzate tra il 2008 e il 2009, ha dedicato alla nera oltre il doppio delle notizie (64) rispetto al Tg spagnolo Tve(28) e venti volte in più del tedesco (3). C'è inoltre molta enfasi per i reati comuni (furti, rapine, aggressioni) che negli altri Paesi trovano spazi esigui. A stabilirlo non serviva comunque una costosa ricerca, per di più limitata nel tempo, bastava chiedere a lettori e ascoltatori.

mercoledì 3 febbraio 2010

Desideri impossibili

Il club dei desideri impossibili di Alberto Torres Blandina (ed. Guanda) è un romanzo semplice, ironico, che si legge in due ore e regala una piacevole sensazione di leggerezza. Il vecchio Salvador Fuensanta fa lo spazzino in un aeroporto internazionale dove passano un sacco di persone con un bagaglio non solo di valigie ma anche di esperienze. Salvador ascolta tutti e tra una spazzata e l’altra narra il mondo che gli passa davanti in attesa di imbarcarsi su un volo per l’India o per New York. Le storie decollano una dopo l’altra, pagina dopo pagina, raccontante con brio e senza fatica. Come quella di Domingo Millon al quale uno speciale venditore ha detto: “Le proponiamo di entrare nel Club dei desideri impossibili. Un circolo esclusivo. Come omaggio, se aderisce, può tenersela. Si chiama Eva, ma se il nome non le piace può cambiarlo. Farà tutto ciò che desidera. Vuole sentire gli altri vantaggi del nostro club?”. L’aeroporto come sfondo di un intreccio fa venire in mente il bel film The Terminal di Steven Spielberg, il più recente Tra le nuvole di Jason Reitman e il libro Una settimana all'aeroporto di Alain de Botton.

sabato 30 gennaio 2010

I figli della ruota


A Napoli come in altre città italiane esisteva un luogo dove le madri poverissime abbandonavano i loro figli nella speranza di poterli poi un giorno ritrovare. Era la Reale Santa Casa dell'Annunziata, aperta nel 1300 e chiusa nel 1980. Su lato della strada un tamburo girevole offriva la possibilità di depositare in modo anonimo il neonato altrimenti destinato a morte certa. In genere le mamme legavano al collo del bambino un piccolo sacchetto contenente un santino, una medaglietta, una scarpetta, un rosario, un anello. Piccoli oggetti divisi a metà con la speranza di poterli usare un giorno come simbolo per un riconoscimento. Questi regali spezzati e le cartule, i fogli con il nome e, a volte, altre informazioni su neonato, sono oggi custoditi nei due chilometri di libri e registri dell'Archivio degli Esposti. È qui che ogni anno molte persone cercano le tracce della loro storia di familiare: "Il flusso è continuo - spiega Romualdo Capone direttore dell'Archivio. Ognuno cerca una risposta nella famosa "busta" dentro la quale a volte ci sono un nome e un cognome, ma a volte un semplice e inutile appunto: Carmela, sedici anni, Torre del Greco...L'idea che mi sono fatto , dopo tanti anni, è che alla fine per le persone non sia tanto importante ritrovare un parente quanto fare un percorso dentro di sé."

mercoledì 27 gennaio 2010

La banalità del male

Il male non ha profondità né una dimensione demoniaca. Si diffonde come un fungo, può ricoprire il mondo e devastarlo. È una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s'interessa al male viene frustrato, perché non c'è nulla. Questa è la sua banalità. Solo il Bene ha profondità.
Hannah Arendt

sabato 23 gennaio 2010

Sussurri e grida

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:
"Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?"
"Gridano perché perdono la calma" rispose uno di loro.
"Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?" disse nuovamente il pensatore.
"Bene, gridiamo perché desideriamo che l'altra persona ci ascolti" replicò un altro discepolo. E il maestro tornò a domandare: "Allora non è possibile parlargli a voce bassa?" Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore.
Allora egli esclamò: "Voi sapete perché si grida contro un'altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l'uno con l'altro. D'altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perché?
Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l'amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E' questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano."
Infine il pensatore concluse dicendo: "Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare."
Mahatma Gandhi

venerdì 22 gennaio 2010

Diario afgano


Ci sono luoghi che non dimenticherai mai perché sanno parlarti attraverso le loro assenze. Donatella oggi ci fatto da guida e ci ha portato lungo il Jaade-ye Maiwand, è la prima cosa di Kabul che i giornalisti e i cinereporter di tutto il mondo vogliono vedere. Una volta era un lungo viale costellato di palazzi. Oggi non resta in piedi un solo edificio a eccezione del Nadir Shah Palace.Siamo rimasti muti a guardare le sue inutili porte spalancate, i tetti sventrati dagli obici sovietici, le facciate crivellate dai proiettili traccianti, i corridoi affacciati nel vuoto, i cavi elettrici recisi che sventolvano nella brezza. Sullo sfondo il maestoso Sher Darwaza coperto di neve
Tramonto aranciogrigio nell’aria tagliata dal vento che profuma di curry e nuvole. Al chek point di Darmasalan a sud di Kabul abbiamo atteso due ore. Da quel che abbiamo capito c’era un problema ai ponti radio dedicati all’unità antiterrorismo dell’Fbi, la banca dati che controlla le generalità di ogni persona in entrata e in uscita dalla capitale. All’ospedale di Emergency abbracci, sorrisi, storie, a volte tragiche. Mi ha colpito Roberto Leoni, chirurgo romano dai modi asciutti e dalla barba dorata. È in sala operatoria 18 ore al giorno, qualche voltà 24 ore al giorno| ma nel suo sguardo c’è una forza straordinaria. Il nostro “hotel” per la notte è una casa costruita con il fango e tavole di legno. Abbiamo mangiato spezzatino di montone e chapati insieme a Donatella Cecchini, una fotografa fiorentina dagli occhi verdi e vivaci, è qui per un reportage sull’istruzione femminile. Non smetteresti mai di ascoltarla mentre parla delle madrasse e delle donne afgane che incontrato. Ogni giorno scopriamo il piacere delle piccole cose, come un pasto caldo, dell’amicizia, di legami che credo dureranno per sempre.
Gli elicotteri ci hanno svegliato all'alba, erano diretti verso nord. Caffè per buttarci alle spalle il sonno e il freddo. Gabrielle si accende una sigaretta, apre il suo taccuino e ci legge un vecchio proverbio arabo:
“Sai camminare sull’acqua? Non hai fatto nulla più di un’inezia. Sai volare nel cielo? Non sei migliore di un moscerino. Conquista il tuo cuore, allora potrai davvero diventare qualcuno”.
“Ma allora non c’era bisogno di venire fin quaggiù, potevamo esercitarci anche a a casa”, scherzo e anche i miei amici sorridono. E si va ancora sulla Route A01. Passeremo, speriamo, i check point di Jalalabad e poi nel pomeriggio faremo sosta a Kabul. Grazie a tutti voi che scrivete e commentate questo viaggio fantastico, un abbraccio e a presto. Mario
Pam,pam, pam, un colpo dietro l’altro, una grandinata di pietre questa mattina ha investito la nostra Land Rover sui tornanti del passo di Selang rompendo il parabrezza e piegando l’antenna del satellitare. I massi più grandi per fortuna sono caduti più a valle. Se ci avessero colpiti ci avrebbero trascinato negli strapiombi. La strada però è rimasta bloccata. Insieme agli autisti di due tir uzbechi che trasportavano carburante abbiamo legato i cavi da traino alle pietre più grandi e le abbiamo allontanate fra loro cercando di creare lo spazio necessario per passare prima che facesse buio. Anche la nostra jeep con il suo paraurti rinforzato ha fatto il suo dovere. Dopo quasi nove ore siamo riusciti a creare un varco e a continuare il nostro viaggio verso Anabah. Da poco siamo fermi alle porte di Jalalabad sulle sponde di un piccolo lago ghiacciato. Giancarlo ha accesso un piccolo falò, ci divertiamo a lanciare i sassi che rimbalzano sulla superficie ghiacciata. Gabrielle canta sottovoce With or without you degli U2 e ogni tanto alza la testa verso le stelle che stanotte sono così vicine che sembra tu possa toccarle. Il termometro segna meno venti e abbiamo fame dopo una giornata durissima. Forse per questo il minestrone liofilizzato e le fette biscottate sembrano la cosa più buona che abbiamo mai mangiato. A volte smettiamo di ridere o di parlare, gli sguardi si perdono lontano, cercano di raggiungere casa, ognuno di noi ne ha lasciata una per essere qui, adesso, per seguire il suo richiamo di un altrove. Sono strani i pensieri che affollano la mente quando scegli di attraversare la solitudine di un luogo così diverso da quelli che hai sempre conosciuto. Impossibile raccontare i tanti pensieri che girano in tondo, in questo momento, in questo viaggio sul filo delle nostre esistenze, nelle fredde stanze di un paese attraversato da battaglie senza verità. Una sola certezza forse abbiamo: dopo questo viaggio non saremo più gli stessi.

giovedì 21 gennaio 2010

Pessimo giornalismo

Gentile Corrdado Augias
gentile redazione di Repubbllica,
trovo finalmente il tempo per scrivervi due righe ed esprimere profonda delusione, offesa, rammarico, per un giornalismo che domenica 17 gennaio non ha esitato - come già accaduto altre volte - a sbattere in prima pagina un minore tra le macerie di Haiti. Guardatela quella foto, cosa ha a che vedere con il diritto di cronaca? È solo la ricerca di un'audience da Gran Guignol, a tutti i costi e alla faccia della Carta di Treviso e altre carte che sono solo carta straccia. Davvero c'è qualche giornalista serio che pensa che avevamo bisogno di quella foto, e altre simili, per comprendere che 100.000 vittime non erano solo pensionati? Non ho altro da dirvi.
- Gentile Mario, si sbaglia - quella foto era bellissima, ricorda un'altra foto celebre di circa 30 anni fa: una bambina ugualmente nuda che correva in vietnam nel fumo dlele bombe - servì contro la guerra
molto cordialmente, Corrado Augias
- Ergo questa serve contro i terremoti?
- Serve a suscitare solidariertà, si spera - non sia così polemico molto cordialmente, Corrado Augias
- Gentile Corrado Augias
La ringrazio per la precisazione e la cortesia ma il dubbio che non sia quella la strada maestra del giornalismo mi rimane. Personalmente avrei scelto un'altra foto tra le migliaia a disposizione, puntare sui più piccoli sia in pubblicità che in cronaca è facile, è come scegliere il nero per essere eleganti.
Molto cordialmente, Mario
P.S.Se la foto fosse stata scattata a L'Aquila l'avreste pubblicata?

martedì 19 gennaio 2010

Diario afgano


Almeno per oggi restiamo qui, ci hanno trasferito in un piccolo villaggio pochi chilometri a sud. In questa terra non ci sono certezze, non ci sono alberi ma i sorrisi degli afgani valgono mille soli e le facce di alcuni vecchi sembrano antichi incunaboli ricchi di ricordi e storie da raccontare. Kamal ci ha mandato a pranzo dalla famiglia di sua sorella Hamida che ha tirato fuori uova e pomodori, le pietanze tenute per le grandi occasioni. Nel pomeriggio abbiamo giocato con un pallone di pezza con una ventina di ragazzini infagottati in panni e piccole coperte dai colori sgargianti, verde, turchese, rosso carminio, viola. La notizia che domani possiamo proseguire lungo la Route A01 è arrivata in serata. Tra poco ci infiliamo nei sacchi a pelo. Non abbiamo parlato della paura che ci afferra e ci lascia. Non accade nulla sotto i nostri occhi, ma la sensazione di vivere sul filo è sempre presente. Giancarlo è un veterano e ci infonde fiducia, Gabrielle è alla sua seconda spedizione in Afghanistan ma è la prima volta che attraversa la valle del Panshir, io mi chiedo se sto facendo la cosa giusta.
Saliamo lungo la pista del passo di Selang, verso quattromila metri e oltre, lungo strapiombi senza fine e nebbie improvvise. Cerco di non guardare alla mia sinistra. Incontriamo ogni tanto dei labashi, le squadre di uomini che lavorano affacciati sullo strapiombo per aggiustare queste strade. Passano intere settimane in quota e dormono all'aperto. Procediamo lentamente, c'è il pericolo di frane e non ci sono protezioni fra noi e il vuoto. Non mi ricordo più chi ha scritto che quando guardi l'abisso e l'abisso che guarda in te.

sabato 16 gennaio 2010

Diario afgano


Non abbiamo alternative fra queste montagne, dobbiamo orientarci fra tracce di sentieri confusi, stati d'animo così diversi, senza sapere mai quello che ci capita. Guardo le cime altissime del Pamir che svettano anche oltre i settemila metri, il vento soffia gelido e segna la pelle del viso, il cielo è limpido e profondo. Mi accompagna in questo viaggio straordinario l’amico d’infanzia Giancarlo Sini di Emergency. Procediamo con cautela su una Land Rover militare lungo la valle del Panshir diretti ad Anabah. Con noi anche Gabrielle Gentili di France Press. Poco prima della mezzanotte una gigantesca mezzaluna illuminava quasi a giorno l’intera vallata, i profili bassi delle abitazioni, le creste delle montagne, i sentieri che si perdono verso i letti asciutti dei torrenti. In lontananza l’impaziente frullio delle pale degli elicotteri e le loro luci come lucciole nervose nel buio. Il cielo è cambiato, le nuvole grigionere sono enormi e ci sfiorano la testa. Un vecchio cartello arrugginito avverte del pericolo mine. Di notte a volte scendono dai loro rifugi nelle rocce e piazzano qualche mina anticarro. Da qui in avanti procediamo a nostro rischio e pericolo. "C'è sempre qualcuno pronto a colpirti alle spalle", dice Giancarlo. Ci accendiamo una sigaretta e si va! Da cinque ore siamo fermi al check point, il tenente Vieri della Task Force North ci ha detto che non si può proseguire perché a Jalalabad ci sono stati dei disordini, i ponti radio con Anabah sono interrotti, il satelittare ha una finestra di due minuti ora. Tra poco sarà l'alba, Giancarlo ha preparato un caffè con un fornelletto a gas, il silenzio intorno a noi è spettrale, il termometro segna meno quindici. Gabrielle continua a scrivere, non so se per paura o per distrarsi dal freddo. Non abbiamo voglia di dormire, l'unica cosa familiare sono i nostri sguardi.

martedì 12 gennaio 2010

Ballo

"...Capisco perché il mio modo di ballare è cambiato, perde le figure briose e sfidanti e si riduce ad un forte abbraccio sotto il quale i piedi si intrecciano in movimenti appena accennati. Quell'abbraccio di tre minuti mi salva la vita, sento il mio corpo in un altro corpo, trovo la mia forma nella forma della donna, mi aggrappo ad una persone forse sconosciuta per non perdere quel che resta di me."
Miguel Angel Garcia, Il maestro di tango

venerdì 1 gennaio 2010

Luna d'argento


Luna d'argento, stelle brillanti, cannella, anice e vaniglia per un 2010 da meraviglia.

domenica 20 dicembre 2009

Trackeds


Sulle pietre che calpesto in questa sera d’inverno seguo le tracce invisibili di altri passi. In fondo ad una calle buia la luce della Galleria A&A incornicia i profili delle persone che fuori chiacchierano e fumano. Si inaugura la mostra Trackeds. Alcuni indizi: tartine, un video in bianco e nero di città tracciate da scie digitali in giallo e blu, disegni alle pareti e i protagonisti che quasi non vorrebbero parlare. Un’inaugurazione semplice per un originale gruppo di artisti sloveni: Jurij Pavlica, Sendi Mango, Tom Kersevan. Si sono conosciuti nel 1996 quando frequentavano l’Accademia di Belle Arti a Venezia e hanno fondato il gruppo BridA. In un mondo sorvegliato da telecamere e monitorato dalle reti informatiche che registrano i nostri movimenti bancari, telefonici e email, il gruppo BridA crea delle installazioni video in cui la traccia si mostra per cancellare altre tracce. I movimenti delle persone e dei veicoli sono sostituiti, attraverso l’elaborazione di un software, in linee blu (per i veicoli) e gialle (per le persone) che ne evidenziano il movimento e scompaiono quando il soggetto sta fermo. Il viewfinder di BridA finora ha inquadrato la Piazza del Popolo di Como, su cui affacciano la Casa del Fascio di Terragni e il Duomo, lo spazio urbano intorno a quello che era il Checkpoint Charlie a Berlino, la strada che a Kassel passa tra l’ex Dogana e il Palazzo dei congressi. Dietro le linee blu e gialle si immaginano persone e cose che si muovono, destini che si incrociano, che si sfiorano. Una città intessuta di segni da interpretare, capire, seguire. L’uomo delle caverne ha iniziato a sopravvivere seguendo le orme dell’animale da catturare, poi si è evoluto ma vive sempre sulle tracce di qualcosa. La traccia è rimando ad altro, a qualcosa di non raggiungibile e spiegabile. Come scriveva Derrida citando Plotino “La forma è traccia dell’informe”.

sabato 19 dicembre 2009

Un libro caleidoscopio


“Un libro simile ad un caleidoscopio, ad una Wunderkammer, una camera delle meraviglie, un Luna Park, un mosaico, un grande tappeto con mille disegni, una vecchia scatola zeppa di ricordi, un sacco con tanti regali, un pozzo colmo di cose vecchie, un album di fotografie, una spiaggia costellata di conchiglie.”
Salomon Grossman

È in libreria il mio ultimo libro "Corsadellanima" lo trovate da Canova a Conegliano, Marton e Canova a Treviso, Lovat a Villorba, Toletta a Venezia e dall'autore -)) Passate parola perché è il sistema più efficace, dicono... Il ricavato delle vendite sarà interamente devoluto alla Fondazione Città della Speranza di Padova www.cittadellasperanza.org

venerdì 11 dicembre 2009

Un vento raggiante

Spazzata via dal
vento raggiante del tuo linguaggio,
la variopinta chiacchiera dell’esperienza
ammucchiata – la poesia dalle cento
lingue, menzognera,
il niente di poesia.
Sgombrato
dal moto vorticoso,
libero
è il sentiero nella neve
dalla forma umana,
la neve penitente,
verso le tavole del ghiacciaio,
verso le stanze ospitali.
Al fondo
del crepaccio dei tempi
nel favo del ghiaccio
attende, cristallo di fiato,
la tua non intaccabile
testimonianza.
Paul Celan

sabato 5 dicembre 2009

La musica delle altezze

I cavalli corrono nelle lontane pianure. Lo sciamano inizia il suo viaggio nel mondo dello spirito. Adornato dalle sognagliere sussulta e batte il tamburo nell’aria profumata d’incenso. Nella casa sacra di Helambu lo segue nel canto chi cerca cura e protezione: Possa la potenza scendere nel mio corpo, tigre, toro, drago celeste. Ci siamo incontrati per divertirci, nient’altro. Vivo nella neve, volo in ogni direzione a cavallo di un toro bianco. Il viaggio verso l’altrove è sempre accompagnato dal canto e dalla musica che è ponte con il divino. Una musica che nelle diverse tradizioni religiose dell’Asia centrale è caratterizzata da cadenze ritmiche e motivi musicali che consentono agli officianti di mettersi in contatto con lo spirito del mondo nello sciamanesimo, con Allah nel sufismo. Le mani come ombre colpiscono la pelle del tamburo, suoni di liuto e flauti, canzoni arabe, uzbeche, tagiche incantano la mente, nello zikr i dervisci rotanti battono il tempo e guardano verso il cielo. Per la tradizione erotico mistica delle steppe l’amato è sia la persona amata che Dio. L’amato è fonte di quella inspirazione-ispirazione che diventa alito poetico. Le parole che danno suono all’anima sono acqua di vita: Travolto dalle vampe d’amore divento bersaglio delle cento frecce scagliate dal tuo sopracciglio ad arco. Nella notte silenziosa mi dissolvo a me stesso. Nelle insenature dei pensieri ogni pietruzza lascia ora una felicità, ora un’amarezza. Mi prostro con orecchio all’erta sulla terra che romba. Il tamburo dei musici sobbalza come il disco del sole o della luna piena. L’ottava stella brilla sugli abiti delle spose e sulle montagne qualcuno intona un falak, la musica del destino: Aiutami, la mia vita è giunta alla fine, nella ruota della fortuna sarò nelle mani di mia madre, farò girare di nuovo il mio destino e il passato comincerà di nuovo. Io sono nelle altezze e penso a te, io vengo dove di solito tu passi, e ti chiamo, io ti chiamo ma nessuno risponde, lontano io darò la mia vita per te. Io sospiro e piango per un aiuto dal cielo. Se rivelo i miei segreti agli scogli lungo il fiume essi risponderanno al mio grido.
Anche di questo si è parlato, raccontato, immaginato all’interessante e raro seminario “From Shamanism to Sufism. Music and spiritual practices in Central Asia” organizzato dall Fondazione Giorgio Cini in collaborazione con il dipartimento di Storia dell’arte di Ca’Foscari e il Central Asia Forum dell’Università di Cambridge. Papers: A Sherpa shamanic ritual in Helambu di Romano Mastromattei, Music as tool for spiritual pactices in Shamanism and Sufism di Galina Sychenko, Shamanism and sufism: symbols of protection in Uzbek wedding songs and in female craftmanship di Razia Sultanova, From the Reed Thicket to the Cay-khana: sounds and verses of the steppes di Giovanni Bellingeri, The vocal zikr Sufi cerimonies in Central Asian Area and their analogies with shamanic concepts and practices di Giovanni De Zorzi, The rhytm of the Persian quatrain between Impressionism and Expressionism di Gianroberto Scarcia, The voice of destiny: memory, mysticism and cosmology in the mountain music of Tajikistan di Federico Spinetti. Il seminario che si è svolto il2 dicembre all’auditorium Santa Margherita di Venezia, si è concluso nel pomeriggio con un suggestivo concerto: Intineraries in Ottoman sufi music con Giovanni De Zorzi, Giovanni Tufano e Francesco Clera, e Music of Central Asia from tents to palaces con Razia Sultanova, Sardor Mirzahojaev.

giovedì 3 dicembre 2009

Arco

"Travolto dalle vampe d'amore
sono diventato il bersaglio delle frecce del disprezzo
scagliate dal tuo sopracciglio ad arco"
(Ali Shir Nava XV-XVI secolo)

lunedì 30 novembre 2009

Abir

Abir Fragranza, Adila Giusta, Afaf Castita', Afrah Felicita', Aidha Colei che parte ma ritorna, Aisha Vita, prosperita', Alia Alta (moralmente), Amal Speranza, Amina Fedele, Amira Principessa, Anbar Profumo d'ambra, Anisa Amichevole, di buona compagnia, Asiya Colei che tende verso I deboli e li solleva, Asah Pianta dal verde brillante, Asmà Eccellente, preziosa Bahira Abbagliante, brillante Basma Sorriso Dhuha Mattino, Faiza Vittoriosa, vincente, Fadwa Colei che si sacrifica, Farida Perla rara, Farah Felicita', Fawziya Coronata dal successo, Firdus Paradiso, Ghada Bella, Ghaliya Preziosa, Hadiya Dono, guida verso il giusto, Hamida Lodevole, encomiabile, Hanan Tenerezza, Halima Gentile, paziente, Hyam Amore delirante, Huda Guida retta Huriyya Angelo, Ikram Onore, ospitalita', Ilham Intuizione, Iman Fede, Intissar Trionfante, Isdihar Fiorente, rigogliosa, Jamila Bella, Jumana Perla d'argento, Kamila Perfetta, Karima Generosa, Kawthar Fiume del Paradiso, Lamia Dalle labbra colorate, Latifa Gentile, educata, Leila Notte, Lina Tenera, Maha Gazzella, Maisa Che cammina con fierezza, Manaar Luce che guida, Maram Aspirazione, Maryam Maria, antico nome arabo, Maimuna Propizia, favorevole, Maysun Di bell'aspetto, Muna Desiderio, Munira Colei che sparge la luce, Nabila Nobile, Nada Generosita', rugiada, Nadia Colei che comincia, Nadira Rara, preziosa, Nadwa Conciliante, Naima Che vive una vita dolce, piacevole, Najaa Successo, Najat Sicurezza, Najla Dialogo segreto, Nawal Dono, Nazaha Purezza, rettitudine, Nur Luce, Rania Che osserva con attenzione, Rasha Giovane gazzella, Rashida Saggia, intelligente, Rim o Rima Gazzella, Safiya Tranquilla, serena, pura, Sahar Alba, aurora, Salima Salva, Salwa Sollievo, conforto, Selma Pacifica, Samar Colloquio notturno, Samira Compagna ospitale, Sanaa Splendore, fulgore, Sharifa Nobile, generosa, Siham Freccia, Suha Nome di una stella, Suheila Morbida, delicata, Tahira Pura, casta, Wafa Fedelta', lealta', Wajiha Eminente, distinta, Warda Rosa, Widad Amore, amicizia, Yasmin Nome di un fiore, Yusra Accomodante, Zahira Raggiante, splendente, Zahra Fiore, Zakiyyeh Pura, Zeina Bellissima.

sabato 28 novembre 2009

Odissea

Due, due non in regola con il biglietto, lei e il suo elegante cappello color sabbia, lei e una festa di laurea, l'altra e la sua macchina in disordine, l'altra e una spaesata beneficenza, umori che si mescolano in caffè macchiati di pensieri diversi, versi di un discorso spezzato come un bicchiere nell'Odissea dei nostri cuori, sguardi amici tra sedie blu cobalto, nell'infinito spazio l'occhio della tecnica e quello dell'uomo si specchiano in un valzer. Vecchie lezioni si ripetono verso l'oltre, un dito lo indica ma saremo capaci di guardare, guardarlo, guardarci con occhi diversi? Tempo trascorso sui volti, sorrisi cambiati negli anni uguali a un adesso passato o a venire. Da me a te e da te a me una voce elettrica senza volto mentre vediamo mondi diversi. Poi musica del sud, incontri senza ritmo, frettolosi inganni. Infine lungo la strada punteggiata da luci e da un cercare quel che ancora non siamo. C'è qualcuno con noi? Adesso c'è da fare la spesa, manca il latte e bisogna prendere il pane, hai quei libri ancora da leggere e quelle righe ancora da scrivere.

venerdì 20 novembre 2009

Bach

"Non v'è dubbio - scrive Gadamer - che l'arte bachiana sia di una ricchezza inesauribile dell'espressione e di una profondità interiore senza pari; e tuttavia ne fraintenderemmo la natura se la pensassimo come espressione di stati d'animo e di sentimenti individuali. Il principio cui quella musica risponde non è quello della soggettività che si esprime, ma quello della rivelazione, dell'attingimento di un ordine superindividuale."

mercoledì 18 novembre 2009

Nebbia

Adoro la nebbia e quell'aria d'acqua d'argento che ti avvolge e ti fa sentir nuvola.

giovedì 12 novembre 2009

Città inconfessabili


In questo quattro novembre piovoso come altri si apre a Venezia il convegno “Le città inconfessabili”, organizzato dall’Istituto Ramon Llull di lingua e cultura catalana e coordinato da Patrizio Rigobon docente di Letteratura catalana a Ca’ Foscari. Nella città unica di riflessi e labirinti, si cammina per le strade e le piazze, per gli itinerari espliciti e, a volte, segreti di un discorso cominciato da Maurice Blanchot nel 1983 con “La comunità inconfessabile”, tema del padiglione catalano della Biennale e suggestione raccolta dai relatori dell’incontro. Dopo i versi di una poesia di Narcis Comadira letti da Josep Bargallò, direttore dell’Istituto Ramon Llull, “Così si son fatte le città:/ costruite lentamente/ di pietre che ieri erano/ vite umane: amori,/ sofferenze che nessuno ricorda/, Mercè Rius ne “Le anime delle città” muove da Musil: “Si conoscono le città, come le persone, per il loro modo di camminare”, ma se nelle città lo spazio pubblico in cui camminare viene a mancare, l’ottimismo delle comunità virtuali è solo consolatorio, diventa la comunità di coloro che non hanno una comunità. “L’anima delle città – dice Rius – è il loro ritmo, in assenza del quale sono morte. E il ritmo nasce da una particolare combinazione di spazio e tempo, senza uno dei due elementi non si dà ritmo. Dunque la massificazione 0n line corrisponde alla perdita d’anima delle città reali, nelle quali i cittadini si abbandonano a movimenti frenetici, antitesi della magnanimità, in uno spazio riconosciuto solo in funzione del tempo che si impiega a percorrerlo. In compenso, mentre la città reale “dissimula” lo spazio, la città telematica”dissimula” il tempo. La sua innovazione spettacolare consiste nella riduzione infinitesimale del tempo che impiega l’informazione a spostarsi. Il suo sogno dorato, la simultaneità.” Ma comunicare non è “dire le cose”, per dire le cose bisogna scrivere. Ma per chi? “Forse la comunità di quelli che non hanno una comunità – continua Rius – si esaurisce nello stretto spiegamento spazio-temporale della scrittura come in attesa di una risposta che colui che lancia il grido probabilmente non otterrà mai. Questo solitario, se non si accontenta della possibilità di entrare nel reame dello spirito, non conoscerà altra forma di trascendenza. E non dovrà lamentarsene.” Si procede quindi nel Labirinto Lisbona accompagnati da Vincenzo Arsillo che rilegge il Libro dell’Inquietudine di Pessoa: “Il capo del mondo è in noi, a che scopo viaggiare, dove altro potrei essere se non in me stesso, la vita è ciò che faccio ora” e, Lisbon Revisited: “Una volta ancora ti rivedo, Lisbona, e Tago e tutto, viandante inutile di te e di me, straniero qui come dappertutto, casuale nella vita come nell'animo, fantasma errante in sale di ricordi, al rumore dei topi e delle tavole che scricchiolano nel castello maledetto del dover vivere...
È ora di raggiungere quartieri derridiani con la “Confessione inconfessabile: la città democratica e il diritto al segreto” di Joana Masò che parte da un racconto di Blanchot, “L’idillio": “In una città dove regnava l’armonia ogni nuovo arrivato contraeva matrimonio con una ragazza della città e, una volta celebrate le nozze, moriva. Poi, verso sera, un familiare occupava il suo posto accanto alla giovane ragazza sorpresa d’accompagnare qualcuno che ormai non gli era sconosciuto.” La metafora è chiara: lo straniero è destinato ad essere sostituito con il familiare. Derrida, scrivendo della polis greca, denuncia il paradosso dello straniero che si vede obbligato a chiedere il diritto all’ospitalità usando una lingua che non è la sua, per farsi capire dovrà ricorrere ad una serie di codici che potrebbe usare correttamente solo se non fosse straniero. “Quando uno stato non rispetta il diritto al segreto, il diritto alla differenza o al sentirsi straniero, diviene minaccioso.” In sintonia anche la citazione di Mercè Rodoreda: “”Nel vedere che non gli rispondeva, mi chiese che gli spiegassi la mia vita (…) La mia vita è mia (…) se la spiego, fugge, la perdo...
Ci si ferma quindi nella post-metropoli studiata da Vittorio Gregotti, la città della rete e dei flussi , nella quale agli spazi pubblici si sostituiscono gli open interiors come il centro commerciale, lo stadio, le stazioni. Il viaggio prosegue nei paesaggi pietroburghesi di Silvia Burini, tra vie e palazzi scolpiti nell’aria, spazi onirici nei quali prende vita la statua che nel racconto di Puskin insegue Eugenio. Nelle lande carsiche de “La ripetizione” di Handke e nei quadri di Zoran Music esplorati da Simona Skrabec. Nelle città utopiche americane sotto la guida di Rosella Mamoli Zorzi. Luoghi perfetti dove le regole soffocano la libertà: New Harmony, Fruitsland, Herland, Walden, la città di Arcosanti di Paolo Soleri. La comunità ideale s’inventa anche in Rete: etopia. Altra tappa del cammino la riflessione “dietro il sipario” di Francesca Bisutti sulla città nel teatro con i suoi luoghi anonimi, privi di umanità, di riconoscimento, come la strada descritta da Miller in Morte di un commesso viaggiatore. Si approda infine alla Barcellona di Sagarra con Patrizio Rigobon e alla “città confessata come linguaggio” con Paola Mildonian: “Il nostro linguaggio – scrive in modo speculare Wittgenstein - può essere considerato come una vecchia città: un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi."