"I libri di Altenberg si presentavano come la somma di tanti foglietti, per lo più vergati rapidamente al caffè, che dovevano contenere altrettanti «estratti di vita». Il dono più evidente che mostravano era l’immediatezza, la capacità di evocazione istantanea. Ma era solo una certa vita, certi luoghi, certe scene, certi personaggi che facevano vibrare quella prosa: un lungolago abbandonato o il giardino di un caffè concerto, una bambina stupenda e annoiata accanto ai genitori, un pianoforte che suona dietro una finestra aperta, una soubrette dalla inesplicabile grazia, una conversazione fatta di inezie che sottintendono cose terribili. Altenberg sedeva per ore al café Central di Vienna."(dal risvolto di copertina Favole della vita, Peter Altenberg, ed. Adelphi).
In un altro caffè, il caffè San Marco di Trieste, nasce i libro intervista a Claudio Magris Se non siamo innocenti di Marco Alloni. Nell'incipit della recensione Dario Fertilio scrive: "Certo il dialogo avrebbe potuto svolgersi anche altrove: davanti al mercato vecchio di Cracovia o al cimitero ebraico a Praga, in una pasticceria di Budapest o tra le isolette della laguna di Grado. I marmi del café Loos a Vienna, un molo assolato di Fiume, il mare delle dalmate isole Incoronate da contemplarsi sdraiati, orizzontali alle onde, avrebbero potuto funzionare altrettanto bene da sfondo. Ma certo il Caffé San Marco più di ogni altro luogo è casa sua, un po' come se gli stucchi riverberassero qualcosa de Il mito asburgico o di Danubio."
L'uomo, che aveva quell'età che non si dimostra mai, attorno ai cinquanta per capirci, lesse questi appunti sullo schermo del suo telefonino, seduto al tavolino di un caffè.
"Nel blog l'altro può firmare nel tuo testo, esiste uno spazio per chiunque decida di arrivare"
lunedì 1 agosto 2011
mercoledì 27 luglio 2011
Quello che manca
Caro amico, ci vorrebbe un the caldo seduti al tavolino rotondo di un caffè in piazza Unità a Trieste respirando quell'aria fredda continentale che scende veloce dalle montagne, pulisce tutto, solleva le gonne delle mule e scompiglia i capelli. So che ti manca il tempo di fare quella cosa così banale senza rimproverarti con un "dovrei fare altro". Quando ti fermi a quel tavolino pensi Ma per chi scrivo, recito, suono, dipingo? Ti tornano alla mente le parole di Roger Caillois “In quest’epoca non c’è solo un’inflazione monetaria, ma anche un’inflazione bibliografica. Il valore del libro si è talmente abbassato con questa follia della pubblicazione in serie, in collane, che ormai esso, come la moneta, non ha alcun valore”. E Kundera: “Risme su risme di fogli scritti si accumulano negli archivi, che sono più tristi dei cimiteri, perché non ci entra nessuno nemmeno il giorno dei morti. La cultura scompare nell’abbondanza della sovrapproduzione, nella valanga dei segni, nella follia della quantità.” Si potrebbe dire lo stesso della musica, della fotografia, delle installazioni artistiche, dei film, del teatro. Del teatro no, ce n'è sempre stato poco.
Quando poi ti fermi a pensare capisci che il treno della vita è un treno ad alta velocità, annusi odori, profumi, mangi, leggi tutto sempre più in fretta, e poi vorresti essere un avvocato, un chirurgo, ma anche un giornalista, un viaggiatore, ma anche un romanziere, un casanova, ma anche un eremita, un buddista, un poeta, ma anche un navigatore solitario, un buon padre, un buon marito, un buon amico, un cuoco niente male, uno sportivo e perchè no anche un musicista e un pittore, un diplomatico, anzi no un architetto, ma se poi lo fossi davvero ne saresti felice? O ti mancherebbe sempre qualcosa, quel tavolino dove soffia la bora e passano le mule.
(mula in dialetto triestino significa ragazza)
Quando poi ti fermi a pensare capisci che il treno della vita è un treno ad alta velocità, annusi odori, profumi, mangi, leggi tutto sempre più in fretta, e poi vorresti essere un avvocato, un chirurgo, ma anche un giornalista, un viaggiatore, ma anche un romanziere, un casanova, ma anche un eremita, un buddista, un poeta, ma anche un navigatore solitario, un buon padre, un buon marito, un buon amico, un cuoco niente male, uno sportivo e perchè no anche un musicista e un pittore, un diplomatico, anzi no un architetto, ma se poi lo fossi davvero ne saresti felice? O ti mancherebbe sempre qualcosa, quel tavolino dove soffia la bora e passano le mule.
(mula in dialetto triestino significa ragazza)
domenica 24 luglio 2011
La rosa
La rosa,
la inmarcesible rosa
que no canto,
la que es peso y fragancia,
la del negro jardín en
la alta noche,
la de cualquier
jardín y cualquier tarde,
la rosa que resurge de la tenue
ceniza por el arte de la alquimia,
la rosa de los persas y de Ariosto,
la que siempre está sola,
la que siempre es la rosa
de las rosas,
la joven flor platónica,
la ardiente y ciega rosa
que no canto,
la rosa inalcanzable.
J.L. Borges, Fervore di Buenos Aires
la inmarcesible rosa
que no canto,
la que es peso y fragancia,
la del negro jardín en
la alta noche,
la de cualquier
jardín y cualquier tarde,
la rosa que resurge de la tenue
ceniza por el arte de la alquimia,
la rosa de los persas y de Ariosto,
la que siempre está sola,
la que siempre es la rosa
de las rosas,
la joven flor platónica,
la ardiente y ciega rosa
que no canto,
la rosa inalcanzable.
J.L. Borges, Fervore di Buenos Aires
sabato 23 luglio 2011
La pagina "perfetta"
"Quando si tratta di qualità dei testi poetici, per non fare danno bisogna essere spietati: questa strofa meglio toglierla, questo finale è sbagliato, perché questo verso finisce qui? la tecnica è tutto, quando si sa che cosa dire o non dire", scrive in un suo recente articolo un noto critico letterario italiano confermando quanto sia diffusa la "superstiziosa etica del lettore" di cui scriveva Borges: "Coloro che sono affetti da tale superstizione intendono per stile non l'efficacia o l'inefficacia di una pagina, bensì le abilità apparenti dello scrittore: i suoi paragoni, la sua acustica, gli episodi della sua punteggiatura e della sua sintassi. Sono indifferenti alla propria convinzione o alla propria emozione: cercano tecnicismi (la parola è di Miguel de Unamuno) che li informeranno se lo scritto ha il diritto o no di essere loro gradito. (...) Costoro non badano all'efficacia del meccanismo, ma alla disposizione delle sue parti. Subordinano l'emozione all'etica, o piuttosto a un'etichetta indiscussa." Borges prosegue con l'esempio del Don Chisciotte, romanzo sopravvissuto alle più improbabili traduzioni perché il suo valore è la storia non certo lo stile. Stile a proposito del quale Arthur Schopenhauer nel Mestiere dello scrittore e dello scrivere afferma: "La prima regola, e forse l'unica, del buono stile è che si abbia qualcosa da dire: con questa regola si va lontano!". Più profondo Cervantes: "Tutto quello che occorre all'autore, in ciò che andrà scrivendo, è il gusto di rappresentare le cose; più questo sarà perfetto, e migliore risulterà ciò che ha scritto." "La pagina 'perfetta', la pagina in cui nessuna parola può essere alterata senza danno - continua Borges - è la più precaria di tutte. I mutamenti del linguaggio cancellano i sensi secondari e le sfumature; la pagina 'perfetta' è quella appunto che poggia su tali delicati valori. Al contrario, la pagina che ha vocazione di immortalità può attraversare il fuoco dei refusi, delle versioni approssimative, delle letture distratte, delle incomprensioni, senza lasciare l'anima nella prova." Sarebbe davvero interessante leggere i romanzi e libri di poesie promossi dalla odierna grancassa del capolavoro con gli occhiali di Borges, il quale aggiunge: "Lo sbaglio preferito della letteratura di oggi è l'enfasi. Parole definitive, parole che postulano sapienze divinatorie o angeliche o decisioni di una più che umana fermezza - unico, mai, sempre, tutto, perfezione, rifinito - appartengono al commercio abituale di tutti gli scrittori. Non pensano che dire qualcosa un po' troppo è tanto inabile quanto non dirlo interamente, e che la sbadata generalizzazione e intensificazione non è che una povertà, e che così la sente il lettore."
venerdì 22 luglio 2011
Echi
Alcuni temi echeggiano nelle opere dei grandi autori del passato dei quali non conosciamo le opere originali ma solo copie di copie (sul tema l'interessantissimo e chiaro Copisti e filologi di Leighton D. Reynolds e Nigel G. Wilson).
Entrano negli stessi fiumi, ma acque sempre diverse scorrono verso loro.
Eraclito (535-475 a.c.) Arius Didymus ap. Eus Praep. ev. 15 20,2
Tutto scorre, e ogni fenomeno ha forme errabonde. Anche il tempo fila via con moto incessante, non diversamente dal fiume: e infatti, come il fiume, neppure l'ora fuggevole può fermarsi, bensì come l'onda è sospinta dall'onda e quella che arriva è premuta e insieme preme quella quella che l'ha preceduta, così gli attimi fuggono e insieme inseguono, e sono sempre nuovi: quello che è stato si perde, quello che non era diviene, ed è tutto un continuo rinnovarsi.
Ovidio (43-17 a.C) Metamorfosi L. XV 178-185
I confini dell'anima, per quanto lontano tu vada, non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così profondamente si dispiega.
Eraclito, Diogenes Laertius 9,7
Lo spirito vaga e da lì viene qui e da qui va lì e s'infila in qualsiasi corpo, e dagli animali passa nei corpi umani e da noi negli animali, mai si consuma.
Ovidio, Metamorfosi, L. XV 165-168
Entrano negli stessi fiumi, ma acque sempre diverse scorrono verso loro.
Eraclito (535-475 a.c.) Arius Didymus ap. Eus Praep. ev. 15 20,2
Tutto scorre, e ogni fenomeno ha forme errabonde. Anche il tempo fila via con moto incessante, non diversamente dal fiume: e infatti, come il fiume, neppure l'ora fuggevole può fermarsi, bensì come l'onda è sospinta dall'onda e quella che arriva è premuta e insieme preme quella quella che l'ha preceduta, così gli attimi fuggono e insieme inseguono, e sono sempre nuovi: quello che è stato si perde, quello che non era diviene, ed è tutto un continuo rinnovarsi.
Ovidio (43-17 a.C) Metamorfosi L. XV 178-185
I confini dell'anima, per quanto lontano tu vada, non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così profondamente si dispiega.
Eraclito, Diogenes Laertius 9,7
Lo spirito vaga e da lì viene qui e da qui va lì e s'infila in qualsiasi corpo, e dagli animali passa nei corpi umani e da noi negli animali, mai si consuma.
Ovidio, Metamorfosi, L. XV 165-168
martedì 19 luglio 2011
Strada sconosciuta
(...) Solo dopo pensai
che quella strada della sera era estranea,
che ogni casa è un cadelabro
dove le vite degli uomini ardono
come candele isolate (...)
Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires
che quella strada della sera era estranea,
che ogni casa è un cadelabro
dove le vite degli uomini ardono
come candele isolate (...)
Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires
sabato 16 luglio 2011
Sirene
Esterno, notte. Piove con forza. Due amici, una birra, un mojito, e quei cento metri, nel buio, a due passi da loro. In cima alla collina una chiesa illuminata. Parlano di sirene.
- Nell'Odissea Omero non le descrive mai fisicamente, ma dice che dalle loro labbra esce una voce soave che abbellisce, arricchisce la mente. È Circe che mette in guardia Ulisse dalle "argute labbra" delle sirene il cui canto impedisce a chi lo ascolta di tornare a casa, dalla sposa fedele e dai figli. Rapiti dai loro canti i naviganti si schiantano contro un'alta scogliera. Per questo Circe suggerisce ad Ulisse di turarsi le orecchie con la cera in modo che non vi possa penetrar la loro voce. Per Ovidio sono esseri metà donna e metà uccello, nelle Metamorfosi hanno "penne e zampe d'uccelli", "visi di fanciulle", "arti dorati da penne".
- E Orfeo che dalla nave degli argonauti canta più dolcemente di loro, le sirene precipitano in mare e si trasformano in rocce perché la loro punizione è la morte se non riescono a incantare i viaggiatori. Lo racconta Apollonio Rodio nelle Argonautiche.
- Anche la Sfinge precipitò dall'alto quando il suo enigma venne indovinato.
- Ma qual è secondo te l'origine della parola sirena?
- L'origine non è chiara, il greco seiren forse deriva dal verbo eiro che vuol anche dire annunziare, raccontare, narrare
- E c'è un momento in cui da semiuccelli si trasformano in semipesci?
- Probabilmente nel Medioevo con il diffondersi dei bestiari e del Liber Monstrorum nel quale l'autore le rappresenta come "fanciulle marine che perdono i naviganti con le loro grazie e con la dolcezza del loro canto, hanno natura mista di vergine e di pesce."
- Questa mescolanza di caratteristiche umane e animali che si ritrova in molte immagini della pittura e in diversi miti del mondo greco, Minotauro, Centauro, Arpie, ma anche di altre culture, quella egizia, quella indiana, e anche nelle rafffigurazioni di angeli e diavoli, esseri alati i primi, alati e con teste, code e artigli animaleschi i secondi. Che significa, cosa mostrano i mostri?
- Domanda impegnativa, continua a piovere, forse è meglio che ce ne andiamo. Mi vengono in mente diverse parole: sogno, paura, inconscio, differenza, composizione, insufficienza, vertigine, trasgressione, oscurità, disordine, natura, mistero, incontro, magia, fantastico, perturbante, inferno, collegamento, altrove, mistero, unione.
- Forse non c'entra nulla, ma la tua parola unione mi fa pensare al mito dell'androgino nel Simposio di Platone, "l'androgino era il terzo genere umano "composto dal maschile e dal femminile così nel nome come nell'aspetto reale". E senti come descrive l'uomo: "La figura di ogni uomo era tutta rotonda, con dorso e fianchi in cerchio, quattro mani e lo stesso numero di gambe, e due volti, in tutto eguali, su un collo cilindrico; e con una sola testa per entrambi i visi rivolti in senso contrario, e quattro orecchie, e due genitali, e tutto il resto come si potrebbe figurare in conseguenza. E camminava pure eretta come ora, in quel dei due sensi preferisse; e quando voleva prender la rincorsa, come i saltimbanchi volteggiano in cerchio facendo girare in aria le gambe, così essi, appoggiandosi sulle otto membra che avevano, avanzavano rapidamente ruotando". Platone dice che avevano questo aspetto circolare perché il maschile aveva avuto origine dal sole, il femminile dalla terra e l'androgino dalla luna che partecipa di entrambi.
- Caro amico i racconti e quelli che raccontano son come le sirene, vogliono farsi ascoltare e portarci dove voglion loro, e se non ci riescono la loro voce si spegne. Possiamo ascoltarli o, come Ulisse, turarci le orecchie con la cera. Andiamo che ha smesso di piovere.
- Nell'Odissea Omero non le descrive mai fisicamente, ma dice che dalle loro labbra esce una voce soave che abbellisce, arricchisce la mente. È Circe che mette in guardia Ulisse dalle "argute labbra" delle sirene il cui canto impedisce a chi lo ascolta di tornare a casa, dalla sposa fedele e dai figli. Rapiti dai loro canti i naviganti si schiantano contro un'alta scogliera. Per questo Circe suggerisce ad Ulisse di turarsi le orecchie con la cera in modo che non vi possa penetrar la loro voce. Per Ovidio sono esseri metà donna e metà uccello, nelle Metamorfosi hanno "penne e zampe d'uccelli", "visi di fanciulle", "arti dorati da penne".
- E Orfeo che dalla nave degli argonauti canta più dolcemente di loro, le sirene precipitano in mare e si trasformano in rocce perché la loro punizione è la morte se non riescono a incantare i viaggiatori. Lo racconta Apollonio Rodio nelle Argonautiche.
- Anche la Sfinge precipitò dall'alto quando il suo enigma venne indovinato.
- Ma qual è secondo te l'origine della parola sirena?
- L'origine non è chiara, il greco seiren forse deriva dal verbo eiro che vuol anche dire annunziare, raccontare, narrare
- E c'è un momento in cui da semiuccelli si trasformano in semipesci?
- Probabilmente nel Medioevo con il diffondersi dei bestiari e del Liber Monstrorum nel quale l'autore le rappresenta come "fanciulle marine che perdono i naviganti con le loro grazie e con la dolcezza del loro canto, hanno natura mista di vergine e di pesce."
- Questa mescolanza di caratteristiche umane e animali che si ritrova in molte immagini della pittura e in diversi miti del mondo greco, Minotauro, Centauro, Arpie, ma anche di altre culture, quella egizia, quella indiana, e anche nelle rafffigurazioni di angeli e diavoli, esseri alati i primi, alati e con teste, code e artigli animaleschi i secondi. Che significa, cosa mostrano i mostri?
- Domanda impegnativa, continua a piovere, forse è meglio che ce ne andiamo. Mi vengono in mente diverse parole: sogno, paura, inconscio, differenza, composizione, insufficienza, vertigine, trasgressione, oscurità, disordine, natura, mistero, incontro, magia, fantastico, perturbante, inferno, collegamento, altrove, mistero, unione.
- Forse non c'entra nulla, ma la tua parola unione mi fa pensare al mito dell'androgino nel Simposio di Platone, "l'androgino era il terzo genere umano "composto dal maschile e dal femminile così nel nome come nell'aspetto reale". E senti come descrive l'uomo: "La figura di ogni uomo era tutta rotonda, con dorso e fianchi in cerchio, quattro mani e lo stesso numero di gambe, e due volti, in tutto eguali, su un collo cilindrico; e con una sola testa per entrambi i visi rivolti in senso contrario, e quattro orecchie, e due genitali, e tutto il resto come si potrebbe figurare in conseguenza. E camminava pure eretta come ora, in quel dei due sensi preferisse; e quando voleva prender la rincorsa, come i saltimbanchi volteggiano in cerchio facendo girare in aria le gambe, così essi, appoggiandosi sulle otto membra che avevano, avanzavano rapidamente ruotando". Platone dice che avevano questo aspetto circolare perché il maschile aveva avuto origine dal sole, il femminile dalla terra e l'androgino dalla luna che partecipa di entrambi.
- Caro amico i racconti e quelli che raccontano son come le sirene, vogliono farsi ascoltare e portarci dove voglion loro, e se non ci riescono la loro voce si spegne. Possiamo ascoltarli o, come Ulisse, turarci le orecchie con la cera. Andiamo che ha smesso di piovere.
Umanesimo del quadrivio e modernità
Lunedì 11 luglio Apertura del corso: Pierre Caye (CNRS), Introduzione al corso: Annarita Angelini (Università di Bologna), Mariangela Regoliosi (Università di Firenze) Lorenzo Valla filosofo, Gian Mario Anselmi (Università di Bologna – Centro Studi sul Rinascimento) Lorenzo Valla storico , Francesco Furlan (CNRS) Alberti teorico delle scienze, teorico delle arti, Frédéric Vengeon (CIPh/CNRS) L'artificialità del mondo umano in Nicola Cusano. Martedì 12 luglio Veteris vestigia flammae. Pier Daniele Napolitani (Università di Pisa) Archimede nel Rinascimento Michela Malpangotto (Observatoire de Paris) Euclide tra Quattro e Cinquecento, Pierre Caye (CNRS) La questione della tecnica e la tradizione vitruviana, Simonetta Bassi (Università di Pisa) La rinascita del lullismo, Franco Bacchelli (Università di Bologna) La ripresa di Lucrezio. Mercoledì 13 luglio – Villa Gandolfi-Pallavicini - Architetture del sapere. Andrea Severi e Gian Mario Anselmi (Università di Bologna) Il commento umanistico, Walter Tega (Università di Bologna) Giorgio Valla, Poliziano e l'enciclopedia umanistica, Michel Blay (CNRS) La trasformazione del sapere nei secoli XVI-XVII (1550-1650). Un nuovo modo di pensare l’infinito, Romano Nanni (Vinci, Biblioteca Leonardiana) Quadrivium e artes mechanicae: il caso di Leonardo tra Quattro e Cinquecento , Martine Groult (CNRS) Arte, scienza e filosofia attraverso il prisma della classificazione moderna. Giovedì 14 luglio – Villa Gandolfi-Pallavicini - Eco e Narciso. Paolo Gozza (Università di Bologna) L'immaginario sonoro, Florence Malhomme (Université Paris IV) La musica nell'umanesimo del Quadrivio tra scienza e arte, Giovanni Matteucci (Università di Bologna) L'immagine senza testo nell'età moderna, Elisabetta Scapparone (Università di Bologna) Tra filosofia naturale e magia, Thierry Gontier (Université de Lyon III), Dalla noetica aristotelica all'Umanesimo: il De immortalitate animae di Pomponazzi. Venerdì 15 luglio – Palazzo Poggi – Museo e Sala di Ulisse - La scienza dell’arte . Bruno Pinchard (Université de Lyon III) Sogno di Polifilo o sogni bizzarri? Rabelais alla scuola di Polifilo, Fulvio Simoni (Università di Bologna) L'anatomia e le arti del disegno , Lucia Corrain (Università di Bologna) Scienza e pittura – pittura e scienza: gli artisti e le arti di Ulisse Aldrovandi , Daniel Dauvois (C.N.R.S./G.E.M.R.) Dal disegno al dessein. Presenza delle scienze e reticenze delle arti. Sabato 16 luglio – Villa Gandolfi-Pallavicini - L’arte della scienza. Stefania Bonfiglioli (Università di Bologna) I linguaggi del simbolo. Mariassunta Picardi (Università di Cosenza) Geroglifici della natura e simbolismo magico in John Dee , Alessandra Sorci (Università di Roma 3) Piero della Francesca e la prospettiva Rinascimentale, Rossella Lupacchini (Università di Bologna) Azzardo, congettura, probabilità in Cardano .
Bologna, Villa Gandolfi Pallavicini.
Bologna, Villa Gandolfi Pallavicini.
martedì 12 luglio 2011
Autori
Se volessi mettermi a seguire le opinioni e congetture altrui, si aprirebbe un campo sconfinato di cose così incerte e diverse fra loro che è veramente una mostruosità tanta discordia e licenza degli scrittori. Infinita è infatti la diversità degli ingegni e nessuno tiene a freno l'audacia di nuove proposte (...) Del resto le cose stesse sono tali da ammettere sensi molteplici e vari, che, purché siano veri e la lettera li consenta, se anche forse non siano mai venuti in mente a coloro che quelle favole hanno scritto, non saranno da respingere. Giacché in tanta perplessità chi se la sentirebbe di vaticinare la verità insita in qualsivoglia cosa accuratemente occultata affermando senza esitazione che mille anni fa gli autori intendessero proprio questo e non altro?
Petrarca, Sen. IV, 5, 7-9
We can easily imagine a culture where discourse would circulate without any need for an author. Discourses, whatever their status, form or value, and regardless of our manner of handling them, would unfold in a pervasive anonymity. No longer the tiresome repetitions:
"Who is the real author?"
"Have we proof of his authenticity and originality?"
"What has he revealed of his most profound self in his language?"
New question will be heard:
"What are the modes of existence of this discourse?"
"Where does it come from; how is it circulated; who controls it?"
"What placements are determined for possible subject?"
Behind all these questions we would hear little more than the murmur of indifference:
"What matter who's speaking?"
Michel Foucault, What is an author?
Da notare che imitazione non significa mancanza di autenticità, perché l'individuo non può non imitare ciò che è già stato; per quanto sincero egli è, è solo una reincarnazione; per quanto schietto, è soltanto il risultato delle suggestioni e delle ingiunzioni che gli pervengono dal pozzo del passato.
Milan Kundera, I testamenti traditi
Se le pagine di questo libro consentono
qualche verso felice, mi perdoni il lettore
la scortesia di averle usurpate io,
previamente. I nostri nulla differiscono
di poco; è banale e fortuita la circostanza
che sia tu il lettore di questi
esercizi, ed io il loro estensore.
J.L. Borges, Fervore di Buenos Aires
Petrarca, Sen. IV, 5, 7-9
We can easily imagine a culture where discourse would circulate without any need for an author. Discourses, whatever their status, form or value, and regardless of our manner of handling them, would unfold in a pervasive anonymity. No longer the tiresome repetitions:
"Who is the real author?"
"Have we proof of his authenticity and originality?"
"What has he revealed of his most profound self in his language?"
New question will be heard:
"What are the modes of existence of this discourse?"
"Where does it come from; how is it circulated; who controls it?"
"What placements are determined for possible subject?"
Behind all these questions we would hear little more than the murmur of indifference:
"What matter who's speaking?"
Michel Foucault, What is an author?
Da notare che imitazione non significa mancanza di autenticità, perché l'individuo non può non imitare ciò che è già stato; per quanto sincero egli è, è solo una reincarnazione; per quanto schietto, è soltanto il risultato delle suggestioni e delle ingiunzioni che gli pervengono dal pozzo del passato.
Milan Kundera, I testamenti traditi
Se le pagine di questo libro consentono
qualche verso felice, mi perdoni il lettore
la scortesia di averle usurpate io,
previamente. I nostri nulla differiscono
di poco; è banale e fortuita la circostanza
che sia tu il lettore di questi
esercizi, ed io il loro estensore.
J.L. Borges, Fervore di Buenos Aires
domenica 10 luglio 2011
E l'amore
(...)E l’amore che pensi aver avuto
Come un feudo per te, senza scadenza,
Potresti averlo già tutto perduto
E continui a guardare, in ogni sguardo
Ogni viso che passa, ogni tramonto
Per vedere se dietro c’è qualcosa
Quella cosa che cerchi, quella rosa
Lì sospesa nel vuoto senza appigli (...)
Riccardo Held, Di qua del mondo, di là del mondo
Come un feudo per te, senza scadenza,
Potresti averlo già tutto perduto
E continui a guardare, in ogni sguardo
Ogni viso che passa, ogni tramonto
Per vedere se dietro c’è qualcosa
Quella cosa che cerchi, quella rosa
Lì sospesa nel vuoto senza appigli (...)
Riccardo Held, Di qua del mondo, di là del mondo
sabato 9 luglio 2011
I quaderni di Malte
"Oh, ma con i versi si fa ben poco, quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi e bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per sé stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso. Tutti i miei versi però sono nati diversamente, dunque non sono affatto versi."
"Ancora per un poco posso scrivere e dire tutto. Ma verrà il giorno in cui la mia mano sarà lontana da me, e quando le ordinerò di scrivere, scriverà parole che non volevo. Spunterà il tempo della spiegazione altra, e non resterà più una parola sull'altra, e ogni senso si dissolverà come le nuvole e ricadrà come acqua. Con tutta la mia paura io sono però, in fondo, come uno che sta dinanzi a qualcosa di grande, e ricordo che già prima una sensazione simile era in me, prima che cominciassi a scrivere. Ma questa volta io sarò scritto. Io sono l'impressione che si trasformerà."
Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge
"Ancora per un poco posso scrivere e dire tutto. Ma verrà il giorno in cui la mia mano sarà lontana da me, e quando le ordinerò di scrivere, scriverà parole che non volevo. Spunterà il tempo della spiegazione altra, e non resterà più una parola sull'altra, e ogni senso si dissolverà come le nuvole e ricadrà come acqua. Con tutta la mia paura io sono però, in fondo, come uno che sta dinanzi a qualcosa di grande, e ricordo che già prima una sensazione simile era in me, prima che cominciassi a scrivere. Ma questa volta io sarò scritto. Io sono l'impressione che si trasformerà."
Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge
mercoledì 29 giugno 2011
Testa e coda
Mio caro amico, vi mando un'operetta di cui solo ingiustamente si potrebbe dire che non ha né capo né coda, poiché, al contrario, tutto in essa è, nello stesso tempo, e testa e coda, alternativamente e reciprocamente. Considerate, vi prego, quali mirabili comodità questa combinazione offre a noi tutti, a voi, a me e al lettore. Possiamo tagliare dove vogliamo: io la mia fantasticheria, voi il manoscritto, il lettore la sua lettura; infatti, la riluttante volontà di quest'ultimo non la sospendo all'interminabile filo di un intreccio superfluo. Staccate pure una vertebra, e i due pezzi di questa tortuosa fantasia si ricongiungeranno senza sforzo. Spezzatela in numerosi frammenti, e vedrete che ognuno di essi può esistere separatamente. Nella speranza che alcuni di questi tronconi resteranno vivi abbastanza da piacervi e divertirvi, oso dedicarvi l'intero serpente.
Baudelaire, Spleen et Idéal
Baudelaire, Spleen et Idéal
venerdì 24 giugno 2011
Noterelle
"Ho talora osato mormorare ai miei lettori, forse distratti, o giustamente impazienti di pochezze, certe notiziole fosforose, e che putono lucerna; e insinuare macilente noterelle; e tutto ho scritto intingendo la spennata penna del mio ingegno nel mio negrissimo inchiostro interiore; così come gli uomini compilano i propri sogni, intingendosi, pennini di se medesimi, nel calamaio della notte."
Giorgio Manganelli, Agli dei ulteriori
"Papini disse qualche tempo fa che Kafka era un povero matto. La mia disistima per Papini è un fatto acquisito: ma America è un libro demenziale. Non perché sia estrremo ma perché non lo è. Il contegno dei personaggi è devitalizzato, è onirico. Ha lo squallore della follia, come una donna che mi capitava di vedere al Parco. Deserto come un discorso d'un maniaco. Quelle pagine infinite su cose minime: ma perché minime? In realtà proprio questo manca in quelle pagine: la gerarchia, l'ordo rerum, e ciò è demenziale. Kafka mi fa pensare a certi insetti che coprono tutto e distruggono, e mi sembra non avere un capo, una faccia, un volto. Il Processo m'era parso migliore. Sarebbe bene leggere Il Castello."
Giorgio Manganelli, Appunti critici
Giorgio Manganelli, Agli dei ulteriori
"Papini disse qualche tempo fa che Kafka era un povero matto. La mia disistima per Papini è un fatto acquisito: ma America è un libro demenziale. Non perché sia estrremo ma perché non lo è. Il contegno dei personaggi è devitalizzato, è onirico. Ha lo squallore della follia, come una donna che mi capitava di vedere al Parco. Deserto come un discorso d'un maniaco. Quelle pagine infinite su cose minime: ma perché minime? In realtà proprio questo manca in quelle pagine: la gerarchia, l'ordo rerum, e ciò è demenziale. Kafka mi fa pensare a certi insetti che coprono tutto e distruggono, e mi sembra non avere un capo, una faccia, un volto. Il Processo m'era parso migliore. Sarebbe bene leggere Il Castello."
Giorgio Manganelli, Appunti critici
mercoledì 22 giugno 2011
Porte
C'era una fiaba che ricordava a malapena: il protagonista si trovava a davanti a tre porte uguali, ma una sola l'avrebbe salvato, dietro le altre erano in agguato terribili mostri. Qual era quella giusta? A volte sognava di essere prigioniero in una stanza, poi impugnava la maniglia e scopriva che la porta non era chiusa a chiave.
lunedì 20 giugno 2011
Con una mosca
Tzzzzzzzzzzzzzzzzzz
E' atterrata sul tavolo di fronte a me. Stavo per mandarla via e invece ho preso un'altra tazzina, ci ho versato un po' di caffè e gliel'ho offerto. Era tanto che non bevevo un caffè con qualcuno.
Tzzzzz
Ha ripreso a volare. Ha fatto qualche giro intorno alla sua tazzina di caffè e poi è precipitata sul piattino, svenuta. Forse si è ubriacata con i vapori del caffè. Forse per lei era la prima volta. E' rimasta per un po' distesa sulla schiena, quindi ha iniziato a sfregarsi le zampe esili.
Tzzzzz
Questo è il rumore di un'altra mosca che atterra improvvisamente sopra la mia prima mosca. Per un po' roteano insieme, poi volano fuori, lontano. Avranno cose più importanti da fare che bere una tazzina di caffè amaro con me.
Troc Troc Trrrrrrrrroc Troc Trrrrroc
Queste sono le mie unghie che tamburellano sul ripiano del tavolo.
Tzzzzz, tzzzzzzzzzzzzzzz
La mosca è tornata in casa. Plana sul piatto della sua tazzina di caffè, ormai freddo. Resta lì a fissarmi, e anch'io la fisso, come lei vuole.
(Incipit del bellissimo racconto di Maryam al-Sa'idi, Con una mosca, in Maryam e la buona sorte, Abu Dhabi 2009, tradotto da Ida Zilio Grandi e Massimo Khairallah per La casa delle parole, Venezia, aprile 2011)
E' atterrata sul tavolo di fronte a me. Stavo per mandarla via e invece ho preso un'altra tazzina, ci ho versato un po' di caffè e gliel'ho offerto. Era tanto che non bevevo un caffè con qualcuno.
Tzzzzz
Ha ripreso a volare. Ha fatto qualche giro intorno alla sua tazzina di caffè e poi è precipitata sul piattino, svenuta. Forse si è ubriacata con i vapori del caffè. Forse per lei era la prima volta. E' rimasta per un po' distesa sulla schiena, quindi ha iniziato a sfregarsi le zampe esili.
Tzzzzz
Questo è il rumore di un'altra mosca che atterra improvvisamente sopra la mia prima mosca. Per un po' roteano insieme, poi volano fuori, lontano. Avranno cose più importanti da fare che bere una tazzina di caffè amaro con me.
Troc Troc Trrrrrrrrroc Troc Trrrrroc
Queste sono le mie unghie che tamburellano sul ripiano del tavolo.
Tzzzzz, tzzzzzzzzzzzzzzz
La mosca è tornata in casa. Plana sul piatto della sua tazzina di caffè, ormai freddo. Resta lì a fissarmi, e anch'io la fisso, come lei vuole.
(Incipit del bellissimo racconto di Maryam al-Sa'idi, Con una mosca, in Maryam e la buona sorte, Abu Dhabi 2009, tradotto da Ida Zilio Grandi e Massimo Khairallah per La casa delle parole, Venezia, aprile 2011)
mercoledì 15 giugno 2011
La bellezza
E poi, se l'immaginazione è trascinata dal desiderio di ciò che non possiamo possedere, il suo slancio non è limitato da una realtà completamente percepita, in quegli incontri in cui le attrattive della donna che passa sono generalmente in rapporto diretto con la rapidità del passaggio. Per poco che cala la notte e che la carrozza vada in fretta, in campagna, in una città, non v'è torso femminile, mutilato come un marmo antico dalla velocità che ci trascina e dal crepuscolo che lo sommerge, il quale non tiri contro il nostro cuore, ad ogni angolo di strada, dal fondo di ogni bottega, le frecce della Bellezza, della Bellezza di cui si sarebbe a volte tentati di domandarsi se non sia in questo mondo null'altro che il complemento aggiunto ad una passante frammentaria e fuggevole dalla nostra immaginazione sovreccitata dal rimpianto.
Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore - Casa delle parole Velocità-lentezza-accelerazione, Venezia 14 giugno 2011
Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore - Casa delle parole Velocità-lentezza-accelerazione, Venezia 14 giugno 2011
sabato 11 giugno 2011
lunedì 6 giugno 2011
Mettici dentro una scarpa
Il primo gesto di ogni vero viaggio ha qualcosa di lento. Non credete a chi si mostra deciso, privo di dubbi e incertezze. Nasconde sensazioni incomprensibili e contraddittorie. Lui stesso non vuole crederci: ha sognato e desiderato per mesi questo momento e ora come è possibile che non voglia più partire? È qualcosa di inspiegabile. Nasconde, dietro il sorriso, una stanchezza improvvisa, un indefinibile senso di solitudine. Nella sua testa stanno passando, come cavalli al galoppo, mille sagge ragioni che suggeriscono di non andare.
La partenza è un momento di fine e di inizio. È necessario, credetemi, trovare coraggio. Occorre coraggio nel cancellare ogni dubbio e affrontare quel momento "per fare spazio al proprio sogno-bisogno". E ne occorre tanto per sciogliere gli ormeggi e mollare la cima che ci tiene legati alla banchina. "Fa' salpare il tuo sogno, mettici dentro una scarpa", dice il poeta romeno Paul Celan.
Andrea Semplici, da In viaggio con Kapuscinski
La partenza è un momento di fine e di inizio. È necessario, credetemi, trovare coraggio. Occorre coraggio nel cancellare ogni dubbio e affrontare quel momento "per fare spazio al proprio sogno-bisogno". E ne occorre tanto per sciogliere gli ormeggi e mollare la cima che ci tiene legati alla banchina. "Fa' salpare il tuo sogno, mettici dentro una scarpa", dice il poeta romeno Paul Celan.
Andrea Semplici, da In viaggio con Kapuscinski
venerdì 3 giugno 2011
Filtro magico
"Intanto un filtro potente in una pentola bolle e balla, biancheggia e spumeggia. Lì essa cuoce radici tagliate nella vallata dell'Emonia, con semi e fiori, e succhi piccanti. Aggiunge sassi che vengono dall'estremo Oriente, e sabbia lavata dalla risacca dell'Oceano; aggiunge brina raccolta in una notte di plenilunio, e ali immonde, con tanto di polpa, di barbagianni, e interiora di lupo mannaro il cui muso di bestia suole mutarsi in faccia di uomo. E nemmeno manca sottile pelle squamosa di biscia del Cinife, e fegato di cervo longevo, e a tutto questo aggiunge ancora testa e becco di cornacchia campata nove secoli."
Ovidio, Metamorfosi, Libro VII, 262 -274
Ovidio, Metamorfosi, Libro VII, 262 -274
mercoledì 1 giugno 2011
Le storie
"Le storie non bisogna lasciarle a metà, dicono: bisogna finirle, perché se no vanno in giro senza capo né coda. Rispondi ancora un po' alle mie domande, in modo che la nostra discussione abbia un senso"
Platone, Gorgia
Platone, Gorgia
sabato 28 maggio 2011
Tapis roulant e Vanità della mente
Il titolo doveva essere Opuscola spiega il poeta mentre alle sue spalle mamme, single, intere famiglie scarrozzano sui tapis roulant avvinghiate ai carrelli della spesa. Gian Mario Villalta, maglietta nera con bicipiti e volto segnato da una barba di qualche giorno, non sembra troppo a suo agio. Come un giocatore di pallanuoto in una pisicina senz'acqua. Presentare il libro di poesie Vanità della mente nell'atrio del centro commerciale nella rush hour tra le 11 e mezzogiorno è un'idea che cattura attenzioni distratte. Manca l'acqua: il silenzio. "Il nostro problema è ritrovare la vita quotidiana; chiediamoci quali sono le immagini del mondo che ci sommergono e a com'è invece la nostra vita popolata da gesti semplici. Negli ultimi vent'anni abbiamo assistito a un rovesciamento tra vita quotidiana e simboli." I versi di Villalta sono sguardi attenti su ciò che capita ogni giorno, come percorrere la stessa strada per andare al lavoro o fermarsi per il pieno alla stazione di servizio. "Posso aggiungere solo che incontro / sullo stradone ogni mattina / i pioppi, e uno per uno / fogliano lenti e insieme fanno il tempo. / Ogni giorno anche loro cambiano, / li indovino nel verde più intenso / (vorrei fermarmi, guardarli uno per uno)/ e quando rirorno, ogni giorno, nell'altro senso, / li perdo - allora penso: passano."
"Tu alla colonna della benzina/ con la faccia controvento di trequarti. / L'uomo prende la carta, l'erba alta / preme sul cartellone con un paesaggio / appoggiato tra il marciapiede e il muro. / Tu e le tue dita perdono lo schema / delle cifre da imprimere sulla tastiera. / Quando riparti (hai pagato, confuso / -dopo altri due tentativi - in contanti) / l'uomo è rimasto a guardarti / come avresti ripreso la strada con quel sorriso."
O la visita al padre malato: "Sbaglia il mio nome dolcemente, / parla con mio fratello morto. / Gli accarezzo la testa, li lascio stare / tranquilli mentre continua a parlare. (...) Dovrebbe il tempo adesso aprirsi / per le montagne così presenti, / sentisse anche lui chiamare la luce / dalle montagne lontane / e i capelli risplendere freschi, / parlasse anche a me, ma non quello di adesso, / a me quando ero un bambino / pieno di luce sulle sue spalle."
Le parole scivolano verso la conclusione come le persone sui tapis roulant. Resterà il libro e la dedica: "Con un caro saluto - Gian Mario" .
venerdì 27 maggio 2011
I Titani
Come ci narra Esiodo, i Titani sono avversari degli dei olimpici, che nella loro rovinosa lotta vengono sopraffatti e scagliati nell'abisso oscuro del Tartaro. Ma tra i Titani c'è Prometeo, l'amico degli uomini, che ruba a Zeus il fuoco e lo dona ai mortali, consentendo loro di avviare il dominio della natura. Da allora in poi titanico è ogni sforzo dell'uomo per sottrarsi all'ordine delle cose stabilito dalla divinità e "titanica" è la dimenticanza, da parte dell'uomo, della propria origine, e la conseguente volontà di farsi simile agli dei. Nell'interpretazione di Gadamer la poesia di Hölderlin viene così ad assumere un volto duplice: da un lato essa mira a suscitare nell'uomo una volontà antititanica, mentre dall'altro non manca di vedere come il titanismo, la dimenticanza del dio, rappresenti una costante tentazione del comportamento umano. "I doni della natura non vengono più accolti e utilizzati come essi si offrono, ma costretti con la forza a un incremento della loro produttività."
Franco Bianco Introduzione a Gadamer
Franco Bianco Introduzione a Gadamer
giovedì 26 maggio 2011
domenica 22 maggio 2011
Tales of Torino
Una grande rete piena di vecchie valigie sta sospesa sopra la mia testa. Quando mi sposto sotto la rete un raggio infrarosso mi intercetta, l’immagine di un bagaglio mi illumina e una voce narra le storie di chi è partito cercando fortuna in America: Antonio, Caterina, Pasquale, Maddalena. A ogni passo una storia diversa. Erano i primi del Novecento quando a salire sui barconi eravamo noi. Più in là vecchi obici e la ricostruzione di alcune trincee della Prima guerra mondiale: all’interno, tra i sacchi, un video sovrappone le immagini delle cartoline spedite dal fronte alla lettura di alcuni brani: Adolfo mio che brutta vita dovrai fare, mi consola però il pensiero che ...Dimenticavo, qui da fumare non se ne trova così ho smesso di fumare , però se vorrai includere nei pacchi un po’ di tabacco te ne sarei riconoscente, l’unica consolazione qui è la religione... Mariuccia mia cara stia tranquilla poiché sono salvo e sto bene, sono prigioniero dal 6 novembre 1917...Cara mamma vedi se riesci a farmi avere un po’ di pesto di basilico...
Dopo dei paracaduti bianchi appesi alle capriate e due bombardieri, si è attratti da un tavolo circolare in vetro con varie cuffie collegate alle vecchie radio in legno, quelle con le manopole per cercare le stazioni. Quando giro la manopola, probabilmente collegata ad un iPod, sento il gracchiare della ricerca via etere, dopodiché ascolto le registrazioni di Radio Londra, i discorsi del duce, l’annuncio di Badoglio in occasione dell’armistizio. C’è anche un grande spazio che riproduce le centinaia di fascicoli dei processi per mafia e, in un altro padiglione le immagini della rete autostradale italiana che, penso tra me, contiene la più sintetica spiegazione della questione meridionale che io conosca: la Salerno Reggio Calabria, una strada che è stata fatta non per unire ma per dividere, chiunque l’abbia percorsa lo sa. Chi invece non l’avesse mai fatta, si affretti, vale la lettura di decine di saggi sull’argomento. Prima di uscire una poetica installazione video: uomini e donne fluttuano, danzano sospesi nell’aria. Sembra dire: leggerezza e creatività ci salveranno. Visitare la mostra “Fare gli italiani”, allestita alle OGR in occasione del centocinquantesimo, è come entrare in una grande scenografia teatrale, un avvolgente set che ricostruisce la storia italiana degli ultimi 150 anni. Le OGR di Torino sono le Officine Grandi Riparazioni, qui una volta venivano riparati i convogli ferroviari, è uno spazio che per le sue dimensioni ricorda l’Arsenale di Venezia.
Al Salone del Libro navigo sopra un mare di parole, di storie, di volti-testi, di libri-volti, le persone aspettano altre persone, i libri il loro lettore, gli scrittori il loro momento di gloria. Tra le 250 presentazioni c’è anche quella dedicata al mio libro intervista all’architetto Paolo Portoghesi, un maestro dei nostri tempi. Il Salone è una bella rappresentazione della molteplicità, un libro sul libro del mondo. Ne sfoglierò solo alcune pagine, perché non l’ho letto tutto. Comincio da una pagina meno avvincente . All’incontro con Umberto Eco “Fare romanzi: libertà e costrizione dello scrittore”, i “soliti raccomandati” non fanno la fila e un gruppo di giornalisti passa quando Alain Elkann dice “Venite con me”. Pare quindi che anche per assistere ad un incontro pubblico ci voglia un santo in Paradiso, figuriamoci per pubblicare un libro con una nota casa editrice. Eco ha riproposto le tesi di Queneau, Perec, Calvino, dell’Oulipo insomma, l’Ouvroir de litterature potentielle, l’Opificio di letteratura potenziale di Parigi, la cui tesi di fondo era di dimostrare il valore delle costrizioni letterarie. Eco le definisce “fondamentali per ogni operazione artistica”, con una differenza tra poesia e prosa: nella prima è l’espressione che determina il contenuto, nella seconda sono le cose che determinano le parole. Le sue citazioni in francese e un lungo lipogramma dedicato alla mamma suscitano l’ammirazione degli aficionados. E ora una passeggiata tra gli stand. L’editore Asino d’oro vende dei ricercati taccuini con la copertina abbellita da acquarelli. Altro che Moleskine. Tra le belle, anche graficamente, edizioni Slow Food: Lo sviluppo su scala umana di Max-Neef e Guida ai vitigni d’Italia, in cui si spiega la storia di Merlot, Cabernet , Barolo e altre varietà meno conosciute come il Raboso e il Ruché. Un signore con barba e qualche chilo di troppo promuove coperto da mille fogli La voce del silenzio. Allo spazio autori “A” Baptista Bastos presenta José Saramago, un ritratto appassionato. A Radio 24 Lidia Ravera intervista Barbara Alberti. Allo spazio autori “B” Sulla Transiberiana. 9200 chilometri di treno da Mosca al mar del Giappone con Mauro Buffa; la scritta “I libri : sono qui” indica lo stand delle edizioni palermitane “due punti “ (geniale!), compro Istante propizio di Ourednik, poco lontano Terre di mezzo , un altro editore interessante: In viaggio con Kapuscinski, dialogo sull’arte di partire (a 3 euro), di Andrea Semplici; nel padiglione delle edizioni musicali incontro la musica di Edward Simon (cd La bikina), più in la duetto jazz di chitarre; un signore vende delle matite decorate in bianco e nero da spartiti e strumenti musicali: vanno a ruba. Add editore su fondo rosso con punto esclamativo bianco invita a scrivere dei post: su uno si legge: “Nel mondo della cultura le relazioni di amicizia hanno lo stesso valore che in politica: contano parecchio.” Nella platea Ibs.it Silvia Avallone (Campiello 2010) parla di Acciaio, il suo romanzo sugli operai delle acciaierie di Piombino, veri eroi contemporanei di cui non si ricorda nessuno ma che meriterebbero la fama più degli smidollati del Grande Fratello; Alessandro Mari con Troppo umana speranza, un librone di settecento pagine sul Risorgimento, si augura che si ricominci a sognare; Fabio Geda racconta la nascita di Nel mare ci sono i coccodrilli, un racconto di migrazione, la storia vera del giovane afgano Enaiatollah Akbari; Stefano d’Anna lancia il suo progetto di formazione dedicato a giovani talenti: A dream for the world, are you ready to be a future leader for the world? La nuova Rosa editrice, rappresentata da una bella signora dalla generosa scollatura (tecniche di marketing-), propone a 7 euro L’alba nell’imbrunire di Walter Eight, un libro potenziale: dopo il primo capitolo le pagine sono bianche e l’invito è chiaro: Vuoi essere tu a completarlo e diventarne il coautore? Devono essere dei fan di Eco: senza costrizioni niente letteratura. L’editore Cooper prepara l’incontro con Tenera Valse (nomme de plume) autrice di Portami tante rose: Tenera in pubblico si mostra sempre mascherata, sarebbe un’insegnante di latino e greco che avrebbe scelto di esercitare il mestiere più antico del mondo...il filone è inesauribile.
La tribù del blog satirico Spinoza si ritrova all’incontro “Una risata vi seppellirà “ organizzato da Alibert (editore che sul tema di cui sopra ha in catalogo MGM 2, il manuale delle giovani mignotte di Debora Ferretti). Segue un brindisi con lambrusco e prodotti tipici dell’Emilia. Un autore di Sangel edizioni annuncia la sua opera con un cartello di cartone a tracolla. Sangel edizioni, che distribuisce gratis il libricino “Nani e olgettine”, è una giovane casa editrice di Cortona diretta da Sofia Riccaboni che sa trasmettere entusiasmo e vitalità. Anche i giovani del progetto Alga sono una forza della natura. Vendono libri a tre euro ma solo al di fuori delle librerie e senza chiedere l’esclusiva dei diritti d’autore. Le opere sono scelte da una giuria di universitari: al primo bando i manoscritti inviati erano dieci, al terzo più di cento. Scelgo L'orologiaio di Claudia Manselli e Caffè di cicoria di Maura Enrici Bellom. Siete forti ragazzi, speriamo che vi diffondiate davvero come le alghe!
Ora passiamo dalla passeggiata letteraria ad una passeggiata più edonistica. In questa città puoi mangiare in un ambiente elegante e raffinato come l’Arcadia in Galleria Subalpina, soffitti alti, camerieri impeccabili, piatti curati (ma non eccezionali), poi uscire e guardare a bocca aperta il soffitto della Galleria illuminato da lucine blu e rosse come fosse Natale; fermarti da Mulassano, uno dei caffè più vecchi d’Europa, parlare con il direttore che con entusiasmo per il proprio lavoro ti racconta la storia del caffè e delle Viennesi (“Di solito una non basta”, avverte), e incontrare Gian Mario Villalta reduce dalle fatiche del Salone; sostare pigramente la domenica mattina con Rossana, Elena, Alessandra, ai tavoli del Bicerin di Piazza della Consolata insieme agli amici Luca, Raffaella, Simone, Umberto, mentre arrivano delizie come la torta di nocciole immersa nel cioccolato; puoi sbocconcellare al volo un kebab o una farinata tra una mostra e l’altra; gustarti una pizza come se fossi a Napoli da Tredatre in via Verdi a due passi dall’Università; prendere l’aperitivo in Piazza Vittorio al Caffè Vittorio mentre guardi Superga e la Gran Madre, sapendo che di lì a qualche ora i murazzi, che sono a due passi, brulicheranno di vita e divertimento: è sabato sera; oppure vai da Cianci in Largo IV Marzo, ma lì è un’altra cosa, lì non solo mangi bene e paghi poco ma ti diverti proprio: Gianni, Danilo e Marco, non sono solo i camerieri e l’oste ma dei compagnoni che tra un antipasto e dei tagliolini al ragù di verdure, tra un tiramisù fatto in casa e un caffè, trovano il tempo di scherzare fra loro e con i clienti, senza eccedere, sempre con misura e con un sorriso mentre in sottofondo va a palla la musica di Elisa o Eric Clapton (D’Alessio lo mettono verso la fine, un po’ come spegnere le luci per dire “Signori ora si chiude”); da Cianci la parola d’ordine è leggerezza ed è ben simboleggiata da un paio di sedie che invece di stare per terra se ne stanno appese al soffitto. Se c’è sempre la fila e se alle volte non trovi un posto libero da Cianci, una ragione ci deve pur essere. Infine, è la prima volta che mi capita, in Corso San Maurizio, sulla destra direzione Venaria, c’è una gastronomia (scritta rossa) dove se compri gli arancini o i tranci di pizza ti regalano le bibite: birra, Coca-cola o acqua minerale gratis! Incredibile! A Venezia chiedono 1 euro persino per farti fare la pipì.
Cè un posto A Torino in cui si rischia di comprare più libri che al Salone del libro: il Gran bazar di Porta Palazzo: tunisini, marocchini, egiziani vendono le loro mercanzie, anche i libri, ad un euro. La borsa si è riempita presto: una Hystory of English Literature di W-F Collier del 1914, una raccolta rilegata di vecchi Topolino, Il peccato di Josephine Hart, Novelle per un anno di Luigi Pirandello, Male d’Amore di Angeles Mastretta, Il Margine di André Pieyre de Mandiargues, L’onda perfetta di Sergio Bambarèn. Tra le tante bancarelle una con spezie e pietre come l’allume, le pietre-spugne e il sale nero che, secondo le credenze, allontana gli spiriti maligni, e delle corde fatte a mano. Prezzo? Un euro.
Terminiamo con un quadro jazz: Piazza Castello, sotto i portici un allampanato signore con i capelli bianchi e gli occhiali neri, una vocina infantile da bimbo dispettoso, suona il sassofono oscillando di circa quarantacinque gradi. Pare una magia, in realtà ha ancorato i piedi a una piattaforma che gli consente di spingersi oltre il limite dell’equilibrio. A un certo punto, mentre suona Blueport, tra la folla sbuca un drogato con gli occhi semichiusi, oscilla anche lui ma per altre ragioni, sembra stia per stramazzare a terra, forse un’overdose. Il “musicista pazzo” smette di suonare e fa una cosa: congiunge le mani in segno di preghiera. Passano alcuni secondi, nessuno si muove. Il ragazzo barcolla ancora per qualche metro poi riprende a camminare, chiede un’informazione e se ne va. Il jazzista, che sembra uscito da un libro di Harry Potter o il cugino londinese del Barone di Münchausen, riprende a suonare. E noi? Forse anche noi siamo i protagonisti di storie fantastiche.
(la foto della locomotiva si trova all'ingresso delle Officine Grandi Riparazioni)
venerdì 20 maggio 2011
Due
Immagina due lontani nel tempo, due vite diverse, due parole che provano a incontrarsi, è in quella ricerca, in quell'intervallo di tempo, in quel dialogo non raggiunto che sta sospesa, accennata, indefinita, immaginata, la libertà di Narciso.
giovedì 19 maggio 2011
Itaca
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sara` questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne' nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; piu' profumi inebrianti che puoi,
va in molte citta` egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
gia` tu avrai capito cio` che Itaca vuole significare.
Kostantin Kavafis
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sara` questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne' nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; piu' profumi inebrianti che puoi,
va in molte citta` egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
gia` tu avrai capito cio` che Itaca vuole significare.
Kostantin Kavafis
sabato 14 maggio 2011
Poeti e pensatori
"Dal silenzio senza parole a lungo custodito, e dall'accurata chiarificazione dell'ambito in esso diradato, viene il dire del pensatore. Dalla stessa fonte viene il nominare del poeta. Ma poiché il simile è simile solo in quanto è distinto, e il poetare e il pensare si somigliano nel modo più puro nella cura della parola, essi sono ad un tempo separati nella loro essenza dalla massima distanza. Il pensatore dice l'essere. Il poeta nomina il sacro. Come poi, pensati partendo dall'essenza dell'essere, il poetare, il ringraziare e il pensare si richiamino l'un l'altro e siano insieme divisi, rimane qui una questione aperta. Presumibilmente il ringraziare e il poetare scaturiscono in modo diverso dal pensare iniziale, di cui essi fruiscono , senza poter esser per sé un pensare. Si conosce senz'altro qualcosa sul rapporto tra la filosofia e la poesia, ma non sappiamo niente del dialogo tra il poeta e il pensatore che "abitano vicini su monti separatissimi."
Martin Heidegger, dal Poscritto a Che cos'è metafisica, 1943
Martin Heidegger, dal Poscritto a Che cos'è metafisica, 1943
mercoledì 11 maggio 2011
Paolo Portoghesi

"Negli ultimi anni per merito di Serge Latouche è stata avanzata la teoria della decrescita, uno stop alla crescita illimitata, un ritorno al limite. Ricordo che l’imperatore Adriano, con il famoso vallo che porta il suo nome, volle delimitare l’Impero romano celebrando in questo modo il “dio limite”. Credo sia arrivato il momento di imitare Adriano. Se la società continuasse ad aumentare i propri consumi e la sua ricchezza prelevando risorse dalla terra che ne possiede una quantità finita, ci troveremmo presto non in una crisi economica, come quella che stiamo attraversando, ma in una crisi di identità: l’uomo non come dominatore della terra ma come vittima del suo saccheggio. La filosofia della decrescita propone non solo uno stop ma un passo indietro: il ritorno alla valutazione dei luoghi, all’economia locale, a un livello di consumi paragonabile a quello dei primi decenni del secolo scorso: una forma corretta di autarchia da connettere al bioregionalismo. Naturalmente l’architettura potrebbe essere protagonista di questo ritorno alla qualità della vita quotidiana rinunciando ai costosi monumenti del consumismo che abbiamo appena eretto. La stessa delega che la società ha dato all’architetto potrebbe essere ritirata tornando in un certo senso all’autocostruzione della città. È un’avventura che vale la pena di vivere e mi auguro che i giovani se ne rendano conto. Tra l’altro una delle ipotesi di Latouche è che non solo si possa ma si debba fare a meno dei partiti, strutture ormai logorate, concentrando la volontà di cambiamento in movimenti capaci di costringere il potere, senza sporcarsi le mani con il potere, a seguire delle direttive di interesse comune. È un sogno? Una utopia? Non dimentichiamo che sono le utopie che producono le grandi trasformazioni. La decrescita quindi si profila come una “rivoluzione culturale”, non quella di Mao, che consisteva come sapemmo troppo tardi nella distruzione del passato e delle sue testimonianze, ma al contrario come una utilizzazione delle grandi ipotesi di futuro che il passato contiene. La geoarchitettura vuole creare una nuova sensibilità intorno a questi problemi, che dovrebbero essere approfonditi anche in virtù della genialità umana che quando si risveglia è capace di soluzioni rivoluzionarie."
Il brano è tratto dal libro Paolo Portoghesi ed. Canova. In quarta di copertina è riassunto così: "La intensa e vivace intervista a Paolo Portoghesi ripercorre la sua avvincente esperienza di architetto, di critico e di uomo di cultura. In controtendenza alle archistar del gesto individuale e per un ritrovato rapporto con la natura e la storia dell’uomo, Portoghesi riafferma la sua fede nei valori di un’architettura umanistica che si nutre anche di poesia, di filosofia, di musica. Architettura e politica, Leggere la città, Progettare la casa ideale, Curve e linee rette, Il colore e la luce, Il brutto, La strada, La piazza, Non luoghi e paesaggio, La geoarchitettura, I libri, La musica, sono alcuni degli argomenti trattati con straordinaria chiarezza, autorevolezza e passione.
Autore di opere che hanno segnato momenti significativi dell’architettura contemporanea, di numerose pubblicazioni di storia e critica, animatore di riviste di tendenza, maestro di architetti, Paolo Portoghesi si conferma voce viva e vibrante nella vicenda italiana e uno dei protagonisti di riconosciuta esperienza e fama internazionale."
Scrive Portoghesi: “Sono convinto che un’architettura umanistica dovrebbe cercare le condizioni per favorire l’incontro casuale e disinteressato che contiene in sé allo stato potenziale l’amicizia, la passione, l’amore.”
sabato 7 maggio 2011
Selene e Endimione
"Che fai tu luna in ciel...?" chiedeva Leopardi. Difficile rispondere, ma i greci alcune idee le avevano. E riguardavano il comportamento amoroso del nostro pianeta. Per noi, nelle canzoni e forse anche nella vita, la luna fa innamorare: per loro, si innamorava, e di conseguenza aveva degli amanti. Rappresentata, a quei tempi, come una giovane donna di straordinaria bellezza, Selene (così si chiamava, allora), ogni notte percorreva il cielo su un carro d'argento trainato da due cavalli, e notoriamente aveva avuto un considerevole numero di avventure amorose. Tanto per non smentirsi, Zeus l'aveva corteggiata, e si diceva avesse avuto un figlio da lei; in Arcadia erano celebri i suoi amori con Pan, il dio dei pastori e delle mandrie. Ma l'amante preferito pare sia stato Endimione, un pastore, superfluo a dirsi, bellisssimo, di cui Selene si era innamorata non appena, durante uno dei suoi giri notturni, il suo sguardo era caduto su di lui. Ufficialmente Endimione era nato da Etlio e Calice, figlia di Eolo, ma alcuni sostenevano che il suo vero padre fosse Zeus. Quand'anche la diceria fosse vera, comunque Endimione non era immortale. E così, quando Selene s'innamorò di lui, Zeus acconsentì a esaudire un suo desiderio: dormire eternamente, evitando la morte e rimanendo giovane per sempre. Come, poi, nel sonno, il bel pastore sia riuscito a generare ben cinquanta figli non è facile capire. Ma da un mito così romantico non è possibile pretendere una logica ferrea.
Eva Cantarella (nella foto un dettaglio dell'affresco di Annibale Carracci, Palazzo Farnese, Roma, 1597)
venerdì 6 maggio 2011
In der Finsternis dieser Zeit
In der Finsternis dieser Zeit, Etica, religione e politica in Wittgenstein. Brian McGuinness (Siena-Oxford) Wittgenstein e Dostoevskij: i demoni e la vita meravigliosa; Marco Bastianelli (Perugia) La mitologia nelle forme del linguaggio: Wittgenstein e Paul Ernst; Luigi Perissinotto (Venezia) Wittgenstein e la risoluzione del problema della vita; Jean-Pierre Cometti (Aix-en-Provence) Le pragmatisme de Wittgenstein et ses conséquences: jeux de langage, règles et interactions sociales; Begoña Ramón Cámara (Valencia-Paris) Epékeina tês ousías: Wittgenstein y la Idea platónica del Bien ; Marilena Andronico (Ferrara) Alcune riflessioni sulla particolare 'umanità' di Wittgenstein; Chon Tejedor (Oxford) A View from the Outside: Wittgenstein on Religion and Ethics; Modesto M Gómez Alonso (Salamanca) "Is God bound by our knowledge?" (OC,436): The religious foundation for the lack of foundation.
Ca' Foscari, Aula Mario Baratto, dal 3 al 5 maggio.
Ca' Foscari, Aula Mario Baratto, dal 3 al 5 maggio.
giovedì 5 maggio 2011
Personaggi
Penso a che cosa dirò. Comincerò dal personaggio e dai personaggi. All’origine di qualsiasi storia c’è sempre un personaggio. A volte accade che la fama del personaggio superi quella dell’autore. Che sarebbe Shakespeare senza Amleto? Alle volte è l’autore che è più personaggio dei personaggi: Ernest Hemingway, ad esempio. Noi stessi siamo dei personaggi. Il significato della parola deriva dall’etrusco phersu = maschera. Quella donna nella sala d’attesa dell’aeroporto che abbiamo guardato per alcuni minuti cercando d’immaginare come fosse la sua vita, o quei vicini d’ombrellone di cui abbiamo ascoltato dei frammenti di discorsi ma con cui non abbiamo mai scambiato una parola, nei nostri pensieri sono diventati dei personaggi. Quante maschere portiamo ogni giorno? Penso al personaggio come ad un insieme di maschere sovrapposte una sopra l’altra, da sfogliare come le pagine di un libro.
domenica 1 maggio 2011
Tracciare un confine
"Quando si traccia un confine si possono avere diverse e svariate ragioni. Se delimito un'area con una siepe, con una linea, o in qualche altro modo, ciò può avere lo scopo di non far entrare o di non far uscire qualcuno; ma può far parte anche di un gioco nel quale i giocatori debbano, per esempio, saltare oltre il confine; oppure può indicare dove termina la proprietà di una persona e ha inizio quella di un'altra, ecc. Perciò tracciando un confine, non si dice ancora perché lo si traccia."
L. Wittgenstein, Ricerche Filosofiche
L. Wittgenstein, Ricerche Filosofiche
sabato 30 aprile 2011
Cameriere
"Ma era davvero l'amore? Quel voler morire accanto a lei era evidentemente un sentimento eccessivo: era solo la seconda volta in vita sua che la vedeva! Non si trattava piuttosto dell'isteria di un uomo che, scoprendo nel profondo della sua anima la propria incapacità di amare, aveva cominciato a fingere l'amore con se stesso? D'altra parte, il suo subconscio era tanto vigliacco da scegliere per la sua commedia quella povera cameriera di provincia che non aveva praticamente nessuna possibilità di entrare nella sua vita!"
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere
"Lo scrittore noterà le gambe della cameriera, una paio di belle gambe piene, soltanto la caviglia un po' grossa. Poi darà un'occhiata furtiva al viso, carino, luminoso, con le sopracciglia che si toccano e i capelli raccolti e legati con un elastico rosso. Allo scrittore giungerà un sentore di sudore e sapone, odore di donna stanca. Sotto la gonna il contorno delle mutande. Gli occhi di lui ora sono incantati da quell'accenno di disegno: trova molto eccitante una lieve asimmetria. Lei ora noterà quello sguardo che le tasta cosce e fianchi, e sbufferà con un'aria fra il disgustato e l'implorante: e basta, piantala."
Amos Oz, La vita fa rima con la morte
"Guarda la cameriera, la pancia scoperta appoggiata al loro tavolo. Gae non è contento di quella situazione, vorrebbe dire alla ragazza di fare un passo indietro. Quando si è chinata sul tavolo della coppia anziana per prendere l'ordinazione si è stirata come un gatto, facendo mostra di un culetto sodo, e lui non ha potuto non realizzare che era già nella posizione adatta. E chissà che tipo era. È quel genere di pensieri che perseguitano gli uomini e quella ragazza naturalmente non poteva non saperlo."
Margaret Mazzantini, Nessuno si salva da solo
"Alle sue spalle c’è lei appoggiata alla soglia del bar. Le sue gambe seguono il ritmo di una musica latina. Gli occhi sono maliziosi, la bocca ingrandita dal rossetto, la pelle dorata e liscia. Si chiama Marcela. Lui scruta la mappa della città, le strade si confondono con i pensieri, è come se li vedesse correre lungo le strade. Lei chiede se desidera altro, allora lui ordina un succo d’ananas. Sì, desidera guardarla."
Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere
"Lo scrittore noterà le gambe della cameriera, una paio di belle gambe piene, soltanto la caviglia un po' grossa. Poi darà un'occhiata furtiva al viso, carino, luminoso, con le sopracciglia che si toccano e i capelli raccolti e legati con un elastico rosso. Allo scrittore giungerà un sentore di sudore e sapone, odore di donna stanca. Sotto la gonna il contorno delle mutande. Gli occhi di lui ora sono incantati da quell'accenno di disegno: trova molto eccitante una lieve asimmetria. Lei ora noterà quello sguardo che le tasta cosce e fianchi, e sbufferà con un'aria fra il disgustato e l'implorante: e basta, piantala."
Amos Oz, La vita fa rima con la morte
"Guarda la cameriera, la pancia scoperta appoggiata al loro tavolo. Gae non è contento di quella situazione, vorrebbe dire alla ragazza di fare un passo indietro. Quando si è chinata sul tavolo della coppia anziana per prendere l'ordinazione si è stirata come un gatto, facendo mostra di un culetto sodo, e lui non ha potuto non realizzare che era già nella posizione adatta. E chissà che tipo era. È quel genere di pensieri che perseguitano gli uomini e quella ragazza naturalmente non poteva non saperlo."
Margaret Mazzantini, Nessuno si salva da solo
"Alle sue spalle c’è lei appoggiata alla soglia del bar. Le sue gambe seguono il ritmo di una musica latina. Gli occhi sono maliziosi, la bocca ingrandita dal rossetto, la pelle dorata e liscia. Si chiama Marcela. Lui scruta la mappa della città, le strade si confondono con i pensieri, è come se li vedesse correre lungo le strade. Lei chiede se desidera altro, allora lui ordina un succo d’ananas. Sì, desidera guardarla."
giovedì 28 aprile 2011
Cantieri

L’avventura comincia sotto un sole a picco in una calda giornata dell’estate 2007. Il termometro esterno agli uffici di cantiere segna 38 gradi. Quando arriva il trasporto speciale delle gru da montare, il metallo giallo è bollente, si può toccare solo con i guanti di protezione. In 48 ore posizioniamo i tre giganti agli angoli dell’area di cantiere: circa 80.000 metri quadrati sui quali ora non c’è nulla, solo nuda terra e sassi. In tre anni dobbiamo realizzare un volume di 280.000 metri cubi: ci vorranno 624.000 ore di lavoro con una presenza media di 270 persone al giorno. Un villaggio di competenze e professionalità che vivranno gomito a gomito per quasi mille giorni. Le gru con i loro bracci di 60 e 70 metri si muovono come grandi fenicotteri per posare i ferri che gli operai saldano senza sosta. Contemporaneamente si collocano le tavole dei casseri di contenimento. I lavori di getto della platea di fondazione alta tre metri e la realizzazione dei plinti e dei pilastri si svolgono come su una grande scacchiera.
"Immaginiamo un linguaggio per il quale valga la descrizione dataci da Agostino: Questo linguaggio deve servire alla comunicazione tra un muratore A e un suo aiutante B. A esegue una costruzione in muratura; ci sono mattoni, pilastri, lastre, travi. B deve porgere ad A le pietre da costruzione, e precisamente nell'ordine in cui A ne ha bisogno. Per questo scopo i due si servono di un linguaggio consistente delle parole "mattone", "pilastro", "lastra", "trave". A grida queste parole; - B gli porge il pezzo che ha imparato a portargli quando sente questo grido. - Considera questo come un linguaggio primitivo completo."
Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche
martedì 26 aprile 2011
Da Jadlowker

La pallottola in mezzo alla quercia della foresta di Debrinja si è conservata tra un anello e l’altro, precisamente tra il sessantesimo e il sessantottesimo anno. Ogni albero ha il suo diario a saperlo leggere. Ogni stagione lascia traccia delle piogge e delle grandinate tra un cerchio concentrico e l’altro, ogni fulmine incide la sua ferita che puoi leggere per sempre. Gli alberi con le loro chiome mormoranti passano oltre le vicende degli uomini, anche tagliati continuano a vivere, a profumare a muoversi tra caldo e freddo, tra secco e umido, tra profumi e odori. Come fai a tagliare un albero? Tagliare un albero è come tagliare una vita. Anche cogliere una mela o un fiore. Vivere è prendere spazi e usare d’altro per poi lasciare spazio ad altri. Ogni nostro gesto è un togliere per dare o ricevere, un vivere e morire, un prendere e lasciare. Ma l’albero ha qualcosa di speciale, quando lo tagli diventa legno ma non muore, continua a raccontarti qualcosa se lo sai ascoltare. Ti parla anche quando non c’è, riscalda una memoria che sottovoce ti riporta nel bosco dov’è cresciuto, lì dalle parti di Debrinja. Non so se se ci sei mai stato a Debrinja, ma se hai letto i romanzi di Joseph Roth e Stefan Zweig te la puoi immaginare. Comincia ai bordi di un piccolo paese e poi continua nel verde più fitto per confondersi tra Bosnia, Serbia e Slovenia, terre dove le battaglie tra cristiani e mussulmani non sono mai finite, dove l’odio tra gente cresciuta a pochi chilometri di distanza ha provocato non molti anni fa la tragedia del Kosovo. Guardando la chiesetta del paese preferisci allora andare qualche anno più in là, prima delle due guerre, quando c’era ancora Francesco Giuseppe, anche se ti accorgerai che ogni secolo porta con sé le sue guerre, come ogni pianta i suoi rami storti. Te lo immagini un giorno dei primi del Novecento quando in paese si faceva la fila dal panettiere Branco e alla stazione di posta c’era un cartello con gli orari delle carrozze. L’unica taverna aperta era quella di Jadlowker, era aperta giorno e notte e ci potevi trovare un po’ di tutto, dal ricco signore che una volta all’anno passava di là per controllare l’amministrazione delle sue terre e le vendite del legname, ai boscaioli che la sera si trovavano per bere un’acquavite come premio della giornata trascorsa sotto il sole o, più spesso, sotto la pioggia, al sarto che per tutto l’inverno girava da un paese all’altro. A mezzogiorno e alla sera passavano i gendarmi della Kaiserlich Königliche Polizei per vigilare su bari, disertori e prostitute che in fuga da un ordine d’arresto o da un regolamento di conti si rifugiavano tra quei boschi sperduti.
sabato 23 aprile 2011
La bellezza
La bellezza ha una dimensione eroica, la bellezza è l'esperienza che supera nei sentimenti, nell'aspetto estetico, nel pensiero, nell'azione, i limiti delle possibilità di chi la ammira, c'è nella bellezza l'aspirazione verso l'assoluto. Cerchiamo sempre la bellezza ma essa invece di salvarci ci perde: come ricorda il poeta Guillermo Carnero non è capace nemmeno di salvare sé stessa; eppure non rinunciamo a questa pessima abitudine perché la bellezza ci promette quello che non c'appartiene. Un modo più pacato di guardare alla bellezza è quello descritto da Orhan Pamuk nel suo romanzo Il mio nome è rosso: "La bellezza e il segreto di questo mondo possono emergere solo con l'attenzione, l'interesse e l'affetto che gli si mostra con amore. Se volete vivere in quel Paradiso dove vivono giumente e cavalli felici, aprite bene gli occhi su questo mondo , fate attenzione ai suoi colori, ai suoi dettagli e ai suoi scherzi."
giovedì 21 aprile 2011
Il silenzio
La forza comunicativa del silenzio è grandissima. Sappiamo tutti per esperienza che molte volte il silenzio è più eloquente della parola. Più offensivo, anche, come ostentazione di disinteresse, di indifferenza. Il silenzio come risposta può manifestare umiliazione, imbarazzo, commozione, partecipazione così viva al dolore o alla gioia altrui da non poter essere tradotta in parole. Può insinuare sospetti, produrre malintesi. Ci sono casi in cui il silenzio è d'obbligo: in particolari momenti di cerimonie pubbliche, sacre o civili; quando si è spettatori, in teatro, a concerti, a conferenze; quando si commemorano con "un minuto di raccoglimento" personaggi scomparsi. Il silenzio sia nelle dimensioni del sacro e di un mistero che può disporre allo spavento o al timore reverenziale, sia nell'atmosfera fiabesca dei racconti i fate, è tema di un mirabile scorcio schilleriano.
Bice Mortara Garavelli, Il parlar figurato
Bice Mortara Garavelli, Il parlar figurato
martedì 19 aprile 2011
Viaggiatori
I veri viaggiatori sono quelli che partono per partire; cuori leggeri, simili agli aerostati, dicono sempre andiamo, i loro desideri hanno le forme delle nuvole.
Charles Baudelaire
Charles Baudelaire
domenica 17 aprile 2011
Asma
Quando hai un attacco d’asma, ti manca il respiro. Quando ti manca il respiro, fai fatica a parlare. La frase ti rimane bloccata in gola a causa della quantità d’aria limitata che riesci a espellere dai polmoni. Non riesci a dire molto, tra le tre e le sei parole. Questo ti porta a provare rispetto per la parola. Te ne vengono in mente un sacco, di parole. Scegli le più importanti, ma anche pronunciare quelle ti costa molto. Non è come per la gente sana che butta lì tutto quello che le viene in mente come se fosse spazzatura. Quando qualcuno dice “ti amo” durante un attacco d’asma, la cosa è ben diversa. C’è una bella differenza. La differenza di una parola. E una parola è moltissimo perché quella potrebbe essere “sedersi”, “ventolin” o persino “ambulanza”.
Etgar Keret, Pizzeria Kamikaze
Etgar Keret, Pizzeria Kamikaze
venerdì 15 aprile 2011
Katzenstein
Katzenstein, non aveva capito altro la recluta Etgar Keret alla fermata dell'autobus, tra quei due che litigavano, lei alta e bionda, lui alto e con i capelli grigi. Parlavano in russo e gridavano Katzenstein. Quella parola, di cui ignorava il significato, chiamò il suo inconscio a scrivere Katzenstein, un racconto surreale, ironico, intelligente. Etgar Keret è nato a Tel Aviv nel 1967. I titoli delle sue brevi storie rinviano a situazioni oniriche: Pizzeria kamikaze, Colla pazza, Asma, Tubi, Papà è scappato col circo. Incontrando il pubblico di Incroci di civiltà, fra tante cose, ha detto: Se sapessi come risolvere i problemi pratici non sarei uno scrittore. Quando pensi di essere la vittima l'ultima cosa che ti interessa sono i problemi dell'altro. Scrivo dialogando con il lettore come se fossimo al bar, il nostro rapporto non è mai da boss a picciotto. Quando finisco una storia sono sorpreso, scrivo dall'inconscio, come Calvino, Kafka, non ho un piano, la storia arriva da un posto che non controllo. La letteratura è una possibilità di sfuggire al super-io, chi segue rigorosamente un piano, invece, utilizza la fiction come forma di autocontrollo. Israele è il luogo ideale per scrivere: qualsiasi forma di conflitto tu possa immaginare da noi c'è. La gente ha bisogno di nuove parole. I prossimi vent'anni saranno saranno lo sfondo di un incontro di civiltà pericoloso e distruttivo, non è il tempo di stare seduti, chiunque voglia vedere un uomo migliore deve fare qualcosa.
lunedì 11 aprile 2011
Lo sguardo terrazza

La terrazza è quella di Palazzo Barbarigo a Venezia, casasguardo degli scrittori del Centro tedesco di studi veneziani. Gli scrittori salgono sul palco diversi tra loro. Artur Becker, capello lungo e faccia gonfia, completo sabbia e cravatta geometrica. Thomas Kunst, giubbino bianco e maglia nera, abbronzato come una guida alpina, parla poco. Leggono versi nati a Venezia, le parole sono più veloci della penna che cerca di inseguirle sul foglio; alla fine qualche scheggia che rinvia a lontane falesie. Kunst: Gli agiati che non salutano. Anime lagunari spingono verso l’interno di persone di mare. Io muio e i portieri sono indulgenti. E la donna che non mi amò mai è sparita. Mi costruisco, nel lavandino, Venezia. Una testa appoggiata ad un’altra non è mai poco. Ti sarò amico finché mi amerai/poi sparirò senza che te ne accorga. Appunti su gabbiani e viscere. In acqua conviene essere portieri, lampione nessuno ci guadagnerebbe. Aspettiamo che dai ratti vengano dei sogni. Treni di memoria.
Becker: Il sole nei canali dell’aldilà non va a dormire mai. Tu selvaggia luna veneziana m’abbindoli. Piattaforma che trivella tra il cielo e il mare. L’atelier delle ultime parole sbirciate sul palcoscenico. Manda in viaggio questo cinema, la barca del tempo. All’improvviso l’anima ti salta fuori dal corpo e per paura si lava le mani. Ti arrenderai alla vanità e alla sua bellezza. La libertà è l’unica idea fissa di Venezia.
La nuova rivoluzione

Persone in piedi, biblioteca di Montebelluna piena come un uovo venerdì scorso per l’incontro “La nuova rivoluzione: Tunisia, Egitto, Libia… cosa sta accadendo sull’altra sponda del Mediterraneo? insieme a Renzo Guolo, sociologo e editorialista de La Repubblica, Sihem Bensedrine, giornalista costretta all’esilio dal regime di Ben Ali e anima di Radio Kalimà, e Sayadi Abderrazak, docente di Religioni comparate all'Università Manouba di Tunisi. Un incontro prezioso perché ha aiutato il pubblico a capire uno di quei fatti che arrivano all’improvviso e inaspettati, come la caduta del muro di Berlino nel 1989, l’attentato alle Torri gemelle ... questa rivoluzione nessuno l’aveva prevista. Il 17 dicembre 2010 Mohamed Bouazizi si dà fuoco a Sisi Bouzid, città della Tunisia centrale: ha 26 anni, è laureato in economia ma faceva l’ambulante, vendeva frutta e verdura per tirare a campare. La polizia gli sequestra tutto e lui per disperazione si dà fuoco nella piazza del paese. Divampa la rivolta contro il regime di Ben Alì. Migliaia di giovani scendono in piazza, alcuni lo emulano, come Khaled Ezzafouri, che si dà fuoco il 22 marzo scorso, sempre a Sisi Bouzid nel giorno della visita del Segretario Generale dell’Onu Ban Ki Moon. Il 25 gennaio scendono in piazza Al Cairo 25.000 manifestanti contro il governo Mubarak, negli scontri con la Polizia muoiono quattro persone, non si contano i feriti. Il 20 febbraio si accende la rivolta contro Gheddafi nelle piazze di Tripoli e Bengasi. La repressione è feroce. Il mondo sta a guardare fino al 19 marzo quando scatta Odissey Dawn, l’operazione militare Alba dell’Odissea: truppe francesi, inglesi e americane bombardano la Libia per difendere i civili dalle persecuzioni del rais. Il 6 aprile al largo di Lampedusa si rovescia un barcone: muoiono in 250: somali, eritrei, nigeriani, cittadini del Bangladesh, Costa d’Avorio, Sudan. Come si è arrivati in soli quattro mesi a tutto questo? La ricchezza degli spunti e delle interpretazioni emerse nell’incontro è impossibile da riassumere, tenteremo quindi di sintetizzare alcuni passaggi fondamentali. In primo luogo lo sguardo dell’Europa, a parte qualche eccezione, è stato uno sguardo disinteressato a quanto accadeva sull’altra sponda del Meditteraneo. Nel migliore dei casi l’altra sponda del Mediterraneo è stata un ottimo business turistico, nel peggiore terra da colonizzzare, da “educare”. Inoltre dopo l’11 settembre le democrazie occidentali hanno appoggiato i regimi militari di quei paesi convinte così di poter meglio controllare il terrorismo internazionale. Per Renzo Guolo: “La rivolta in riva al Nilo, come quella tunisina, è figlia della bomba demografica, della diffusione dell'istruzione, della potenza comunicativa della Rete e di tv come Al Jazeera, che non a caso il vecchio e il nuovo governo egiziano hanno, con diverso successo, voluto "spegnere". Una protesta esplosa tra i giovani disoccupati, che chiedono lavoro, libertà e dignità”. D’accordo Sihem Bensedrine: “È stato un solllevamento popolare, il regime militare di Ben Alì è stato disconosciuto in modo radicale dalla gente che si è battuta contro il tiranno. Il regime ha avuto fino all’ultimo la complicità della Francia. Oggi la Tunisia ha una nuova possibilità: quella di costruire la democrazia e di conquistare la libertà.”
“Per quanto riguarda l’Egitto, ha proseguito Guolo - ritengo fondamentale il discorso tenuto da Obama Al Cairo nel 2009 riguardante un nuovo rapporto con il mondo islamico e le condizioni della democrazia (You must maintain your power trough consent, not coercion; you must respect the rights of minorities, and participate with a spirit of tolerance and compromise; you must place the interests of your people and the legitimate workings of the political process above your party. Without these ingredients, elections alone do not make true democracy ndr). Un’apertura che ha dato legittimità e forza alle nuove generazioni che sono state le protagoniste del cambiamento insieme all’esercito che a un certo punto ha deciso di abbandonare Mubarak. Diversa la situazione in Libia dove la componente tribale è molto forte e la situazione è complicata dall’intervento militare della Nato e dalla corsa di Francia, Inghilterra e America per gestire il dopo Gheddafi."
“Queste rivolte potrebbero segnare l’affermarsi dell’Islam moderato e razionalista e la sconfitta di quello integralista - ha detto Sayadi Abderrazak Potremmo finalmente avviare quella riforma religiosa che permetterebbe di scrivere nuove costituzioni nelle quali sia sancita finalmente la parola laicità, parola attualmente bandita dal nostro ordinamento. Dobbiamo costruire paesi in cui siano accettate senza riserve la libertà di pensiero – attualmente è proibito nelle nostre scuole l’insegnamento della filosofia – la libertà di coscienza e la libertà di religione." “Non lasciateci soli – ha infine aggiunto Sihem Bensedrine. Anche in altri paesi si sta combattendo per la libertà e la democrazia: in Siria, dove oggi sono stati uccisi 17 civili, e in Bahrein dove la repressione della potente Arabia Saudita è censurata dalle fonti d’informazione. In Bahrein non è in arto uno scontro religioso tra sunniti e sciti come vi vogliono far credere ma un’autentica rivolta contro la tirannia.” Sul tema delle migliaia di profughi che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste, Bensedrine e Abderrazak hanno chiesto solidarietà e attenzione all’Italia e all’Europa , ricordando l’esempio dei civili tunisini che hanno prontamente soccorso i profughi egiziani e libici. Secondo Guolo Lampedusa è stata un meccanismo infernale che ha calpestato i diritti civili: “Per favore evitiamo una Lampedusa Due.”
venerdì 8 aprile 2011
Viaggio
Ogni viaggio comincia quando inizi a pensarlo e ti chiedi in che via e in che letto dormirai. Hai infinite possibilità davanti a te e sai che dalla scelta del luogo dipenderanno le catene causali, i pensieri, le azioni di quel viaggio. Questo vale anche quando esci di casa la mattina, ma nel volgere della quotidianità non ti soffermi mai troppo a pensare a quanto sarà differente la tua giornata, e a volte la tua vita, a seconda delle scelte che farai. Dal viaggio, invece, ti aspetti sempre qualcosa di straordinario, senti di poter essere libero di scegliere, o perlomeno hai questa illusione.
martedì 5 aprile 2011
Silenziosi segreti
Silenziosi segreti
si rincorrono nell'aria
tra i baci delle onde
il canto di antichi eroi
risuona nei mosaici millenari
di rocce splendenti
il sole generoso
colora i cangianti anfratti
delle nuvole
e dal fondo del mare
palpitanti coralli
sussurrano favole
si rincorrono nell'aria
tra i baci delle onde
il canto di antichi eroi
risuona nei mosaici millenari
di rocce splendenti
il sole generoso
colora i cangianti anfratti
delle nuvole
e dal fondo del mare
palpitanti coralli
sussurrano favole
lunedì 4 aprile 2011
La casa di zia Mary
I tedeschi erano arrivati a Roma nell’estate del ’44. Zia Mary quando seppe che la città era stata occupata non ci pensò due volte. Indossò il vestito di Dior color crema e vi appuntò la grande coccarda bleu Savoia tempestata di brillanti, quella che avevano le dame della regina Elena. Poi uscì di casa da sola e marciò contro il nemico. Da via Monte di Brianzo attraversò il ponte Umberto I e raggiunse via della Conciliazione dove erano acquartierati i tedeschi. Con grande coraggio sfilò tra le divise grigie delle SS. Le idee in cui aveva sempre creduto brillavano al sole come i brillanti della coccarda. Nessuno la fermò e lei tornò a casa orgogliosa di quella insolita passeggiata.
mercoledì 30 marzo 2011
Transports amoureux
"ll quotidiano francese Libération, nella sua sezione dedicata alle inserzioni dei lettori, ha una…non so come chiamarla…sottosezione, direi, dal titolo “transports amoureux”. Per coloro che, durante un tragitto sul tram o sulla metro, magari andando al lavoro la mattina, o la domenica a comprare la torta da ladurée, sono rimasti folgorati da uno sguardo, non riescono a togliersi dalla testa un sorriso…in alto i cuori, romanticoni miei: potete tentare la fortuna e mettere un annuncio per dire alla signorina col cappotto rosso alla fermata di Montmartre, o al giovanotto con il libro rilegato in giallo quello che in quell’istante, per timidezza, o per mancanza di tempo o dell’occasione giusta non avete potuto dire. E cioè, mi piacerebbe rivederlo, il vostro sorriso. Parlare con voi del vostro libro. Avere la possibilità di conoscervi."
Anna Maschio, dal blog Annachef
Anna Maschio, dal blog Annachef
sabato 26 marzo 2011
Una vecchia città

"Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi.”
“Pensa agli strumenti che si trovano in una cassetta di utensili: c’è un
martello, una tenaglia, una sega, un cacciavite, un metro, un pentolino per la
colla, la colla, chiodi e viti. Quanto differenti sono le funzioni di questi
oggetti, tanto differenti sono le funzioni delle parole. (E ci sono somiglianze
qui e là)"
“Come quando guardiamo nella cabina di una locomotiva: ci sono
impugnature che hanno tutte, più o meno, lo stesso aspetto. (Ciò è
comprensibile, dato che tutte debbono venire afferrate con la mano). Ma una è
l’impugnatura di una manovella che può venir spostata in modo continuo (regola
l’apertura di una valvola); un’altra è l’impugnatura di un interruttore che
ammette solo due posizioni utili: su e giù; una terza fa parte della leva del
freno: più forte si tira più energicamente si frena. Una quarta è l’impugnatura
di una pompa: funziona solo fin quando la muoviamo in qua e in là.”
“Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: Un
dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti
aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi
con strade diritte e regolari, e case uniformi.”
“Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai
orientare; giungi allo stesso punto da un’altra parte, e non ti raccapezzi
più.”
Wittgenstein, Ricerche filosofiche, traduzione di Mario Trinchero
venerdì 25 marzo 2011
Le Odissee
Quante Odissee contiene l'Odissea? All'inizio del poema, la Telemachia è la ricerca di un racconto che non c'è, quel racconto che sarà l'Odissea. Il cantore Femio alla reggia d'Itaca sa già i nostoi degli altri eroi; gliene manca solo uno, quello del suo re; per questo Penelope non vuole più sentirlo cantare. E Telemaco parte alla ricerca di questo racconto presso i veterani della guerra di Troia: se trova il racconto, finisca esso bene o male, Itaca uscirà dall'informe situazione senza tempo e senza legge in cui si trova da tanti anni. Come tutti i veterani, anche Nestore e Menelao hanno molto da raccontare; ma non il racconto che Telemaco cerca. Finché Menelao non se ne vien fuori con una fantastica avventura: camuffatosi da foca, egli catturò il "vecchio del mare", cioè Proteo dalle infinite metamorfosi, e lo costrinse a raccontargli il passato e il futuro. Proteo certo conosceva già tutta l'Odissea per filo e per segno: comincia a raccontare le vicende d'Ulisse dallo stesso punto in cui attacca Omero, con l'eroe nell'isola di Calipso; poi s'interrompe. A quel punto Omero può dargli il cambio e seguitare il racconto. Giunto alla corte dei Feaci, Ulisse ascolta un aedo cieco come Omero che canta le vicende d'Ulisse; l'eroe scoppia in lacrime; poi si decide a raccontare a sua volta. In questo suo racconto, egli giunge fino all'Ade a interrogare Tiresia e Tiresia gli racconta il seguito del suo racconto. Poi Ulisse incontra le Sirene che cantano; che cosa cantano? ancora l'Odissea, forse uguale a quella che stiamo leggendo, forse diversissima. Questo ritorno-racconto è qualcosa che c'è già prima di essere compiuto: preesiste alla propria attuazione. Già nella Telemachia, incontriamo le espressioni "pensare il ritorno", "dire il ritorno" Zeus non "pensava al ritorno" degli Atridi; Menelao chiede alla figlia di Proteo che gli dica 2il ritorno" ed essa gli spiega come obbligare il padre a dirlo per cui l'Atride può catturare Proteo e chiedergli: "Dimmi il ritorno, come andrò sul mare pescoso".
Italo Calvino, 21 ottobre 1981
Italo Calvino, 21 ottobre 1981
martedì 22 marzo 2011
C'è un tempo negato e uno segreto
C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.
C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.
Ivano Fossati
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.
C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.
Ivano Fossati
sabato 19 marzo 2011
In the mood for Torino

Un negozio bizzarro che non ho visto, un museo che è l’acronimo del mio nome, un chirurgo che per distrarsi fa il cameriere, ma solo il sabato e la domenica. Leggendo la guida Lonely in treno m’aveva colpito il nome Nautilus, già m’immaginavo un locale a forma di sottomarino. No è un negozio con vetrina ma la visita non dovrebbe essere meno interessante: antichi strumenti medici, mirabilia, chimere di animali fantastici, vecchi tratatti di anatomia, protesi, trapani, teschi, dentiere. Ci andremo, pensavo in treno, il Tgv delle 16.10 che collega Milano a Torino e poi prosegue verso Parigi. L’interior design delle carrozze è curato e colorato, ma si sta stretti come sulle spiagge romagnole. Per fortuna la vicina di corridoio è una signora dall’aria interessante: laptop, occhiali rossi a goccia che trattengono i capelli scarmigliati e un piccolo cane dormiglione. Lavora per un fotografo di moda e sta andando a Parigi per la settimana della moda. È responsabile della post-produzione, cioè della selezione e del ritocco delle immagini, e dei contatti con i giornali. Un lavoro affascinante, sempre in giro per il mondo e sprofondata nella bellezza. ”È lavoro -dice, quella che sembra bellezza è photoshop. Ho degli orari impossibili e non trovo un attimo per me stessa.” Racconta della sua squadra di giovani assistenti, parliamo di Versace e Belèn, di politica e di valori. Il treno arriva a Torino Porta Susa in un attimo, la velocità delle parole. Qui Rossana ed io dovremmo inabissarci nei sotterranei del metrò trascurando una parte di città. Preferiamo di no, attraversiamo la strada, il portico di via Cernaia già ci accoglie, avvolge, protegge. Un caffè, un bouquiniste, una libreria. Nelle strette viuzze del quadrilatero romano le luci accese nel crepuscolo, una farinata ligure con pepe servita da un napoletano che fa anche le pizze con il pomodoro di Sorrento; cartoccio da passeggio, anzi due, prima di scoprire che il cannocchiale di via Garibaldi inquadra le Alpi: le vette innevate sono blu nell’approssimarsi della sera. A Palazzo Madama saliamo la bianca scalinata dello Juvarra. Attraverso i vetri del piano superiore la piazza e la prospettiva di via Garibladi hanno la morbidezza di un quadro impressionista. In piazza Castello una sposa posa davanti ad uno degli storici tram verdi. Poi ancora una strada di portici - ce ne sono per 16 chilometri informa il baedeker - via Po che fila dritta verso piazza Vittorio e t’ordina di guardare, ai piedi della collina oltre il Po, la Gran Madre di Dio, una chiesa ottocentesca che da lontano sembra il Pantheon. Si dice che una delle sue statue indichi dov’è celato il Santo Graal. Alla fine della via punteggiata da librai ambulanti e chocolaterie, due locali storici: il Caffè Vittorio Veneto “dal 1878” e il Caffè Elena con la pubblicità del “Vermuth Carpano”. Torino come Vienna ha conservato il gusto di sedersi ad un tavolo, leggere un giornale, fare due chiacchiere, guardare gli altri e farsi guardare, in una parola il gusto dell’incontro con l’altro. Si sono seduti ai tavoli dei caffè torinesi fior di intellettuali e scrittori, come Pavese e Bobbio, e di sicuro da qualche parte si sono seduti anche Jules Verne e il professor Pierre Aronnax.
Siamo quasi arrivati. Nella vicina via Giulia di Barolo ci aspetta l’amico Simone, giovane architetto, occhi mediterranei e un sorriso che dice “Benvenuti a Torino”. Abita qualche numero dopo la “fetta di polenta”, Casa Scaccabarozzi. L’eccentrica residenza d’angolo progettata dall’Antonelli, quello della Mole, ha le pareti che si stringono fino a combaciare con la facciata. La serata è un incontro tra amici attorno alla gustosa cena preparata da Raffaella.
Domenica comincia con la colazione preparata da Elena, la nostra dinamica e discreta padrona di casa. Dalle vetrate del bed and breakfast, in via di San Vito, si vede Torino nell’abbraccio vigoroso della catena alpina spruzzata di bianco. Alle otto e mezza siamo già alla Chiesa dei Cappuccini, dalla terrazza-parcheggio la Mole spicca nel panorama cittadino, poi lo sguardo sale su per la collina alla nostra sinistra: la Chiesa di Superga è una M rovesciata nella foschia della mattina. Pieno d’energia con il bicerin, caffè, cacao e crema di latte, in Piazza della Consolata. Bicerin si chiama anche il caffè che dal 1763 si trova proprio di fronte all’entrata della chiesa; ha il soffitto basso e conserva l’arredo di inizio Ottocento con tavoli rotondi in marmo illuminati da candele, le boiserie con gli specchi e i vasi di confetti colorati. Il locale è stato sempre gestito da donne racconta Grazia che ci lavora da vent’anni. Ha gli occhi vispi e si definisce una zingara; fino ai trent’anni ha girato il mondo, per un periodo è stata con uomo a Santo Domingo, poi si sono lasciati ed è tornata nella sua città, ha cominciato qui come lavapiatti ... oggi dirige il locale. Nei viaggi, come nella lettura, immaginiamo le vite che non abbiamo vissuto.
Il compositore di lumini, potrei chiamarlo così il signore che in abito grigio nella Chiesa della Consolata si preoccupa di ordinare i lumini accesi come se fossero soldatini. Tanti ex voto, disegni e frasi incorniciate come articoli di cronaca su vite sconosciute. Il borgo di Venaria ha una piazza che segue le morbide forme delle contadine della pianura, la reggia, invece, in cui i duchi di Savoia si dedicavano alla caccia e alle feste, ha un aspetto più austero. Il percorso tra le sale ospita delle interessanti installazioni video del regista Peter Greenaway, lo stesso che al refettorio di San Giorgio Maggiore fece rivivere in proiezione multipla le Nozze di Cana del Veronese. Dame, cuochi, cavalieri e nobiltà si rivolgono al visitatore, un fascio di suoni e colori nell’oscurità. In quelle che una volta erano le cucine un cuoco avverte: “non si vive senz’aria per tre minuti, senz’acqua per tre giorni, senza cibo per tre settimane...” e poi spiega in italiano seicentesco le regole della buona cucina. In un’altra stanza i volti di otto donne spettegolano da una parete all’altra sopra i rispettivi amanti, nello schermo di un letto è sintetizzata la vita dell’uomo: una bambina diventa donna, moglie, madre e infine invecchia. Tra gli interpreti scelti da Greenaway anche Luciana Littizzetto e Piero Chiambretti. I giardini della reggia non sono ancora fioriti, alcuni lati sono recintati da reti di cantiere, il sole riscalda appena e nell’aria atomi di neve.
In Piazza della Repubblica atmosfera multietnica e disordinata con le fantasiose bancarelle degli ambulanti del Maghreb che vendono di tutto: dalle scarpe usate ai libri, dai giocattoli vecchi agli ombrelli. In Piazza Castello la Mole Antonelliana sembra vicina ma è un’illusione, bisogna camminare per una ventina di minuti e poi avvicinarla lungo vie strette che ne sottolineano l’imponenza. Al suo interno il Museo del Cinema e l’ascensore panoramico, ma due ore di coda scoraggiano i migliori propositi. Via Po, Giardini Reali, circumnavigare Piazza Castello, toccata e fuga al famoso caffè Baratti e alla Galleria Subalpina per sbucare in piazza Carlo Alberto e poi attravesrare il cortile di Palazzo Carignano, affacciarsi lungo via Accademia delle Scienze, raggiungere l’Egizio, fermarsi ad ascoltare due musicisti che suonano Caravan e In the mood, scoprire la libreria internazionale Luxembourg, la più antica e affascinate di Torino, incontrare due torinesi che portano a passeggio un carlino e ci suggeriscono di raggiungere il Duomo passando dal vicolo di Palazzo Reale non senza aver messo il naso nella caffetteria che espone i servizi da tavola in porcellana e argento della Real Casa. Camminare in una città che non si conosce è come prendere appunti per disegnare una mappa che sarà piena di dimenticanze e imprecisioni.
Al Duomo ascoltiamo i vespri e poi ci avviciniamo alla cappella della Sindone, la reliquia è coperta da un drappo tricolore e una zelante “volontaria della S. Sindone” riprende quelli che provano a scattare foto: “Signore questo è un luogo sacro e non si può fotografare”. Piazza Duomo confina con i resti del Teatro Romano e i giardini di Porta Palatina dove puoi osservare campanili, grattacieli e palazzi che spuntano a diverse altezze come matite da un barattolo: barocco, rinascimento, romanità, modernità e una punta di kitsch. Sarà la leggenda della Sindone, sarà la stanchezza, sarà la presenza dei reperti romani, o tutte queste cose assieme, ma in questo punto della città ci si sente sulla soglia di una dimensione sconosciuta. La giornata volge al termine: in via San Domenico un’insegna rossa segnala il Mao, il “mio” museo? no è il Museo d’Arte Orientale che ha chiuso da poco. Alla prossima volta insieme ad altre mete: il Nautilus, il Lingotto, Parco Valentino, il ristorante di cucina libanese El Mir, il Luce e Gas, l’Hafa Hammam di Porta Palatina, il Balòn il mercato delle pulci di Borgo Dora, il Caffè Lavazza, Stupinigi, Rivoli, Piazza Statuto, Piazza San Carlo e tante altre. Cena da Cianci in Largo IV Marzo, una trattoria consigliata da Simone, piena di confusione e allegria dove quello che mangi passa in secondo piano, perché è più interessante cogliere gli scherzi e le occhiatacce dei camerieri: tre amici che getiscono il locale come un chiosco in riva al mare: uno sembra Depardieu da giovane, l’altro Lou Reed prima del declino e il terzo con la bandana, lontano parente di Raz Degan, dietro il banco scaraffa Nebbiolo a go go. L’unica normale è Nathalie, la cameriera peruviana che sorride quando perde contatto con l’affiatato trio. In sottofondo musica rock a tutto volume, non si sa se per darsi la carica o per accelerare i tempi di permanenza, fuori c’è gente che aspetta. Gianni-Depardieu è il chirurgo del centro ustionati che nei fine settimana ha fame di vita normale. Incontriamo anche Roberto, art director e amico di Simone. Occhiale gramsciano e barba accennata, ci racconta la Torino della politica e degli incarichi, la Torino dei quartieri che cambiano, come San Salvario che sta diventando una delle zone più alla moda della città. La mattina presto a Torino Porta Nuova saliamo sul “Nautilus” diretto a Venezia: “Caro Aronnax a maggio c’è il Salone internazionale del libro, si potrebbe tornare”.
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