Allora è andata così, che io al Golden ci
dovevo andare col Loris, ma poi il Loris non si è più fatto vivo, l’sms non me l’ha
mandato, e io non ci pensavo più, così quando sono in macchina, che piove e
sono un po’ stanco perché è stata una di quelle giornate che, mi chiama Ale e
ridendo mi dice guarda che sono al Golden stasera, passa dopo, come fai a dire
di no, va bene passo, sto mezzora e poi ciao, è che quando arrivo suonano
proprio musica divertente al Golden, anche i tipi che la suonano sono
divertenti, non le solite canzoni dei
Nomadi, niente De Andrè, finalmente, però all’inizio non li ascolto
tanto, sono lì al tavolo che parlo con Giorgio, sì perché c’era anche Giorgio,
e la Vale, e Ale, e anche e un paio di sue amiche, però poi a un certo punto il
cantante dice Quelli che sono amici di Loris alzino la mano,
"Nel blog l'altro può firmare nel tuo testo, esiste uno spazio per chiunque decida di arrivare"
mercoledì 31 ottobre 2012
domenica 28 ottobre 2012
L'ora legale
“Il giorno in cui sta per scattare l’ora
legale, o solare.
Perché non si capisce mai se questa volta
scatta l’ora solare al posto della legale, o quella legale al posto della
solare.
giovedì 18 ottobre 2012
I segreti di Venezia
Canal Grande visto dall’alto ha la forma di un serpente, simbolo del peccato ma anche della conoscenza, o la forma di un drago, maschera dell’ignoto, di quella che Jung chiamava Ombra, la testa del drago è l’isola di San Giorgio. La scena che torna alla memoria è quella dipinta in una tela di Vittore Carpaccio, che si trova nella chiesa dalmata di San Giorgio degli Schiavoni: San Giorgio in sella al suo cavallo affronta il drago frontalmente, la sua lunga lancia penetra dall’alto verso il basso nella bocca del mostro alato. Sul terreno giacciono corpi mutilati e teschi, in prospettiva un paesaggio collinare, le
architetture di una città ideale su una baia fanno da sfondo a una principessa che prega.
lunedì 15 ottobre 2012
Lettera a un kamikaze
Come altri, è un libro che, non si trova più
in libreria, solo in qualche biblioteca, eppure non sono passati più di otto
anni da quando Khaled Fouad Allam lo pubblicò per la prima volta con Rizzoli.
Si intitola Lettera a un kamikaze. Allam scrive a un terrorista che cammina
carico di morte verso il suo obiettivo, uno che passa oltre ciò che lo circonda, come un treno che non rivedrà mai più i paesaggi che attraversa. È un libro
scritto di getto dopo aver partecipato a una trasmissione televisiva in cui una
ragazza di Gerusalemme, sopravvissuta ad un attentato kamikaze, disse che non
amava gli arabi; Allam che le
siede accanto capisce che quel giudizio rischia di essere il pensiero del mondo
e così scrive una lettera che si interroga sul male, sui cattivi maestri, sul
Corano, sulla scrittura.
sabato 13 ottobre 2012
Tunisi, taxi di sola andata
“Corre veloce quest’autista silenzioso, forse contrariato per l’ora e una corsa imprevista. Lo sguardo fermo sulla strada, non mi guarda nello specchietto e non attacca bottone come gli altri. Ascolto il profumo del suo gelsomino infilato dietro l’orecchio e mi lascio portare.” Sophie, la protagonista di Tunisi, taxi di sola andata (ed. No Reply), ultimo libro di Ilaria Guidantoni, scivola fra le strade di Tunisi incontrando i protagonisti della rivoluzione all’indomani della caduta di Ben Ali. Ma non è solo un reportage giornalistico, è anche la storia del suo amore per Jean Philippe: “Salgo l’ultima rampa di scale che porta all’attico e improvvisamente avverto una stanchezza pesante, mi mancano le forze. Giro per le stanze nella penombra e piango come non facevo da anni, eppure è come se non sentissi nulla. Solo di dover essere triste.” Una narrazione in presa diretta, sembra di essere a Tunisi con Sophie: “Guardarci da fuori è vedere un quadro d’antan con quattro donne che conversano sotto il portico in una sera d’estate, sorseggiando the alla menta, degustando datteri farciti e sgranocchiando frutta secca”.
martedì 9 ottobre 2012
Il pittore e l’iPad
Insieme al filosofo del tablet, Maurizio Ferraris autore di Anima
e iPad,
c’è anche il pittore del tablet: si chiama David Hockney e proprio oggi è
uscito il suo A bigger Message, per i tipi di Einaudi. Nel libro Hockney, considerato
fra i più grandi pittori britannici, scrive: “L’iPad può diventare tutto quello
che vuoi che sia. Si può passare il tempo a fare dei giochi, a guardare Youtube, a navigare in rete o, come me, a disegnare. Picasso ne sarebbe andato
pazzo. L’iPad è come un foglio di carta infinito. È possibile cambiare le dimensioni in qualsiasi momento.
domenica 7 ottobre 2012
Magris e Villalta
Dobbiamo andare
laggiù, Sei sicuro? Sì guarda, non
dove c’è tutta quella gente, ma lì in fondo sulla sinistra, Non adesso? No abbiamo
ancora un paio di minuti, Secondo te la
gente è interessata? Guarda che
coda, teatro esaurito, Sì, ma non vuol
dire, magari vengono così, Alcuni sono
così, Finisco
il mio cubano, come si chiama questo hotel? Moderno, Ci si potrebbe
ambientare una storia, una storia anni trenta, Hai fame? No no, e le
tue scritture come vanno? Solito, sai
come sono le case editrici ... ma quella non è Ginevra? Sì è lei, ci ha
visto, hai da accendere che si è spento? Ok dobbiamo
andare, ma che storia scriveresti su questo hotel?
mercoledì 3 ottobre 2012
Gli equilibristi interculturali
Muoversi sul filo che conduce verso l’altro è
un esercizio che richiede attenzione, sensibilità, empatia. Si cerca un
passaggio, uno “stare-tra” le trame di visioni del mondo diverse. Si diventa equilibristi interculturali: il termine è di Anna Granata,
pedagogista e ricercatrice dell’Università di Torino, che lo ha usato per la
prima volta nel libro Sono qui da una vita e che ieri
all’auditorium Stefanini di Treviso ha presentato il suo ultimo lavoro: Intercultura,
report sul futuro. Un dialogo a più voci, un libro che diventa metafora
dell’accoglienza, dell’incontro, del confronto fra differenze. lunedì 1 ottobre 2012
I bambini di Damasco
Qualche giorno fa, il 26 settembre, sul Corriere della Sera, appariva questo articolo a firma a di Alessandra Farkas che riprendeva l'inchiesta di Save the children http://www.savethechildren.org.uk/news-and-comment/news/2012-09/exposed-crimes-against-syrias-children sui bambini di Damasco. La notizia che avrebbe dovuto trovarsi sulle prime pagine di tutti i quotidiani, inspiegabilmente era relegata nelle pagine interne. Scrive Farkas: "La guerra civile in Siria è «una calamità regionale con ramificazioni globali» che «minaccia la pace nel mondo e necessita un intervento da parte della comunità internazionale e soprattutto del Consiglio di Sicurezza».
martedì 25 settembre 2012
Augé: il futuro rubato
“Ci hanno rubato il futuro, si sono presi il
nostro tempo”. Le pronuncia sottovoce ma spaccano i timpani, sono
una sveglia che non vuoi sentire le parole di Marc Augé nel chiostro della
biblioteca civica di Pordenone. Questo signore, dal volto francescano
incorniciato da un’argentea barba, sorride e parla con misura. C’è una sola
parola che ripete diversa dalle altre, con pienezza leggera, con forza
silenziosa, con entusiasmo trattenuto : Temps. Ma chi ha ucciso il nostro tempo?
Gli autori del delitto sono due: la crisi della finanza che ha cancellato ogni
progetto e la tecnologia che ci tiene inchiodati all’istante con i telefonini e
Internet.
giovedì 20 settembre 2012
Il post it sulle cose
Le parole servono a prima vista a dare un nome alle cose, come se per ogni oggetto della realtà ci fosse un post it che dice mela, albero, casa. Le cose si complicano quando alle parole corrispondono concetti, sentimenti, ideali: libertà, amore giustizia. E si complicano ancor di più quando si tratta del nostro nome, quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, da dove viene questo nome, che rapporto ha con il nostro volto? E se il nome è quello di una persona vissuta nel passato a chi/cosa corrisponde? Forse il nome gioca di volta in volta un gioco diverso.
martedì 11 settembre 2012
Ghezzi
L’ultima scena è onirica, Jean Dastè sei tu,
il tuffo dall’Atlante, e sott’acqua Enrico Ghezzi nuota in un groviglio di riflessi, più a destra
Massimo Donà suona la tromba curvo che sembra Chet Baker. Nuota Ghezzi nella
storia del cinema, anzi nel Cinema, e la sua voce è differita, come quando lo
vedevi a Fuori Orario con le cuffie da telegrafista, i capelli arruffati, la
voce polverosa, la luce sottomarina; la voce di Ghezzi rinvia a una passione
totale, a una discesa senza ritorno nei fotogrammi. Non simula niente, nuota
nell’Arrivée d’un train en gare à La Ciotat o ne L’uscita dalla
fabbrica,
“che già annunciava il mondo come controllo di facce ... grazie al cinema si
acchiappano i facinorosi”,
lunedì 10 settembre 2012
domenica 9 settembre 2012
Letto a una piazza
“Una città che trasforma
la sua piazza in una camera da letto è una città in cui vale la pena
vivere”, dice Edoardo sonnecchiando sotto le coperte in Piazza Flaminio.
Roberto ha sorpreso romanticamente sua moglie Serena: “Per il compleanno ti porto
a dormire fuori questa sera”, lei è rimasta senza parole quando ha visto la
location. Silvia e Margherita hanno scelto la dormita open air per
meravigliarsi. Con lui altre trenta persone che hanno scelto di dormire sotto
le stelle dando vita alla performance Deja Vu ideata da Pierluigi Slis.
sabato 8 settembre 2012
Avere vent’anni
“Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è
la più bella età della vita», scriveva Paul Nizan nel 1931. “Avere vent’anni a
Tunisi e a Il Cairo” è il titolo dell’ultimo libro del sociologo e scrittore Khaled
Fuad Allam (in libreria in autunno) che scompagina lo stereotipo della Primavera araba: “Non c’è
rivoluzione nel mondo arabo, non è possibile - sostiene Allam. Lo scardinamento
temporale tra un prima e un dopo appartiene alla cultura occidentale, tanto che
Albert Soboul intitola un suo famoso saggio 1789, l’anno primo della libertà,
nel pensiero islamico invece il tempo non appartiene agli uomini ma a dio.”
Proust è jazz
Proust è jazz ha detto Enrico Rava, dove una volta la pietra si
trasformava in polvere, nell’atmosfera postatomica dell’ex Italcementi, accanto
all’amico e filosofo Massimo Donà, da un’idea ne nasce un’altra, una sterzata
improvvisa incontra nuove strade, una petite madeleine come un semplice tema
jazz può portarti ovunque, verso un finale inaspettato, in una depressione
profonda perché non sei riuscito a suonare come volevi, a giocare con la
banalità per cambiare regole già scritte come Paul Auster in Trilogia di New
York, Davis, Baker, Monk, sono chiarissimi, poi a un certo punto
venerdì 7 settembre 2012
Intercettazioni
Sono rimaste quindi
48 no 50 sedie, Fino a dove siamo arrivati?
Oltre il varco, Ma fa effetto, fa riempimento? Sì, guarda che per la festa di
domani sera con i sacchi di cemento per terra non possono fare lì il palco,
quindi lo fanno nell’altra parte dove c’è quella cosa alta, viene lì il djset,
A me basta una prolunga, basta che mi lasci una prolunga 10 metri,
io dentro gli faccio trovare un faro da cantiere, dobbiamo collegarci in due,
Sto pensando, il faro di cantiere che spina ha?
giovedì 6 settembre 2012
Anima e Tablet (6)
Nel
sesto e ultimo capitolo di Anima e iPad intitolato Corpus (escatologia) Maurizio Ferraris guarda a cosa
ne è di noi dopo la morte: come sopravvive la nostra anima, la nostra
coscienza? Non, come avevamo immaginato da bambini, incontrando i nostri amici
e parenti lassù, oltre le nuvole, ma tra gli spettri della rete, tra le mille
facce di Facebook, nel Totentanz di Youtube, o nel silenzio di un libro.
mercoledì 5 settembre 2012
Attenti a non inciampare
La
favela di San Augustin a Caracas e Vittorio Veneto hanno una cosa in comune:
vanno cambiate, riattraversate, condivise. Nella capitale venezuelana ci sta
pensando lo studio Think Tank, a Vittorio Veneto ci prova da sei anni Comodamente.
Nei dintorni di Piazza Flaminio spunta un orto sulla “spiaggetta” del Meschio,
un cubo di Rubik su tappetto verde e pallet vicino al ponte, dopo decenni si
apre la burella (passaggio segreto) di Casa Gandin, detta anche di Salomone, e
nascono dei giardini su strani animali di legno accanto a grandi mammelle
illuminate. Sono le sette le installazioni del concorso internazionale di
architettura Locus Amoenus
martedì 28 agosto 2012
Uomini o automi?
Siamo uomini o automi? Assomigliare ad una macchina non è un’idea che ci diverte, eppure i nostri respiri , il battito del nostro cuore e altre funzioni si svolgono indipendentemente dalla nostra volontà. La teoria freudiana attribuisce all’inconscio la causa dei nostri comportamenti, le neuroscienze invece li spiegano in termini biologici.
lunedì 27 agosto 2012
Piccioni e gelati
L’ “artista” svizzero Julian Charrière s'improvvisa imbianchino di piccioni a Venezia con la performance “Pigeon safari is open in Venice”. Nell’articolo, oggi sul Corriere della Sera, l’intento dell’artista è definito toccante e romantico: ”(...) ciascun piccione –dice Charrière - ha una sua identità, se la si riesce a manifestare con il colore la si rende riconoscibile.” Charrière se le mangi lei le sostanze che ha fatto ingoiare ai piccioni e ci racconti poi che effetto le fa andare in giro con la faccia blu cobalto o rosso amaranto.
mercoledì 22 agosto 2012
Good Morning Vittorio Veneto
Good Morning Vittorio Veneto per
svegliarsi svegliarsi svegliarsi e meravigliarsi.
lunedì 20 agosto 2012
Anima e Tablet (4)
Il quarto capitolo di Anima e iPad di Maurizio Ferraris avrebbe potuto intitolarsi Nulla di sociale esiste al di fuori del testo invece di .doc (sociologia). Che differenza c’è tra immaginare di sposarsi e sposarsi davvero, tra immaginare di vincere alla lotteria ed essere il possessore del biglietto fortunato, tra immaginare di avere molto soldi e possederli realmente? Semplice, tra la mia testa e la realtà c’è sempre un testo, un documento, una registrazione:
venerdì 17 agosto 2012
As an embroiderer
The writer plays around with patterns and textures, with adjectives, words, verbs, commas, points. Details attached sideways, take on the allure of raised tales. There are also deep signs, fastened between veiled characters to create plot effects.
lunedì 13 agosto 2012
La vita
Questo brano di Seneca è stato scritto duemila anni ma potrebbe essere stato scritto anche ieri. Leggendolo vengono in mente volti e storie che conosciamo. "La vita se sai usarne è lunga.
giovedì 9 agosto 2012
L'ombra di un viso
"Avevo scritto un testo sulla scrittura e la differenza che cominciava così: Scrivo per non avere più un volto. Era un'intuizione, una specie di verità profonda che usciva dal mio inconscio: non avere più un volto è un modo di cancellarsi, di non mettersi in mostra. Se ho qualcosa da dire, se merita di essere detto, allora bisogna scriverlo e non gettare un'ombra sulle parole, l'ombra di un viso che tende a piacersi troppo. "
Tahar Ben Jelloun, Marocco, Romanzo
Un brano che ha fatto discutere gli amici di FB, un'interessante conversazione che riporto:
Tahar Ben Jelloun, Marocco, Romanzo
Un brano che ha fatto discutere gli amici di FB, un'interessante conversazione che riporto:
lunedì 6 agosto 2012
Anima e Tablet (3)
Iter è il terzo capitolo di Anima e iPad di Maurizio Ferraris. Il filosofo torinese riflette sulla ripetizione come elemento comune all’uomo e alla macchina: “l’iterazione (e la registrazione che la rende possibile) è l’essenza della tecnica.” Registrazione è per Ferraris ogni forma di scrittura, dal sms al video, dagli archivi dei nostri computer a quelli del cellulare, a quelli della rete.
domenica 5 agosto 2012
Sono un osservatore
"Sono un osservatore costante, è la mia seconda natura; guardo la gente muoversi, vivere e morire.
mercoledì 1 agosto 2012
Anima e Tablet (2)
Tabula, il secondo capitolo di Anima e iPad di Maurizio Ferraris si apre con un’affermazione impegnativa “La tabula è la condizione di possibilità del pensiero”. In queste pagine,
lunedì 30 luglio 2012
Scrittura e libertà
“La
scrittura è precisamente questo compromesso tra una libertà e un ricordo, è
quella libertà piena di ricordi che non è libertà se non nell’attimo della
scelta, ma già non più nella sua durata.
sabato 21 luglio 2012
venerdì 20 luglio 2012
È facile
“Cogliere quanto c’è di comune tra la nostra tesi e quella di chi
ci contraddice, importa più che fissare affrettatamente punti di vista
esclusivi con i quali si conclude come inutile la conversazione.
venerdì 13 luglio 2012
Morsi, assaggi e degustazioni letterarie
Il racconto dei racconti, l’Odissea, comincia intorno ad una
tavola: le storie sono vitali come il cibo, sapore e sapere hanno la stessa radice. Sulla terrazza del bed and
breakfast Micasatucasa di Refrontolo, in provincia di Treviso, la cucina è
tornata a coniugarsi con l’arte del narrare in tre piacevoli serate di giugno.
Nel primo incontro la lettura delle pagine dell’Odissea e la spiegazione di
tecniche narrative si sono intrecciate ad un tasting eclettico: Pasta alla
caponatina di Montalbano, Torta al formaggio Satyricon, Straccetti omerici allo
zenzero, Madeleine proustiane.
mercoledì 11 luglio 2012
Anima e Tablet (1)
Perché Maurizio Ferraris abbia intitolato il suo libro Anima e iPad e non Anima e Tablet è una domanda che lasceremo sospesa. Perché l’immagine di copertina mostri lo schermo di un tablet che riflette il volto di un uomo che è disegnato senza testa è anche questione che sarebbe da approfondire.
Non basta il sottotitolo E se l’automa fosse lo specchio dell’anima: lo specchio infatti non tronca le teste. Nemmeno il mito specchiante di Narciso prevede quest’insolita evirazione. Maurizio Ferraris, allievo del grande Jacques Derrida e professore di filosofia teoretica all’Università di Torino, in questo saggio pubblicato per i tipi di Guanda, ci accompagna passo passo in una funambolica dimostrazione sulla stretta analogia fra l’anima e il tablet.
Tablet ricorda di più il latino tabula (titolo di uno dei capitoli del libro), ma Ferraris postjobsiano oltre che postderridiano rimarca: “Un primo nome pensato per l’iPad era Mac Tablet. Forse è stato abbandonato per quella parvenza un po’ scozzese, da clan o da whisky, e si è preferito suggerire la continuità con gli iPod e gli iPhone, e magari venire a comporre una singolare coniugazione para-inglese (I Pad, You Tube ecc.); ma sta di fatto che comunque “pad” è di nuovo un supporto per scrivere, il blocco giallo che si vede nei legal thriller americani.”
Nel primo capitolo intitolato Psyché si risale all’origine, alla parola greca ànemos che vuol dire vento e a psyché, che vuol dire anche farfalla. Si passa quindi a Platone che sosteneva la centralità della parola detta rispetto a quella scritta: “l’idea è - scrive Ferraris - che le cose importanti si annidino in una interiorità palpitante, e che si manifestino meglio di tutto con la parola vivente e animata, invece che con la lettera esterna e fredda.” Fra le citazioni riportate anche san Paolo: “Lo spirito vivifica e la lettera uccide”.
Dopo aver messo in luce la contrapposizione tra spirito e corpo, tra vivo e morto, Ferraris mette in discussione questo dualismo sostenendo che l’anima, il software, l’immateriale esistono grazie ad un corpo, un hardware, una macchina.
Il ragionamento si sposta quindi sul tema della memoria che costituirebbe l’essenza, la qualità per eccellenza dell’anima. E che cosa consente di ricordare? La lettera, la scrittura. La tesi è quindi la seguente: non c’è anima senza memoria, c’è anima dove esiste memoria (e nel tablet ce n’è un sacco di memoria ... di anima vedremo). L’anima è un libro animato (animated book o a-book). Il brano sulla metafora anima-libro che chiude il capitolo è tratto dal Filebo di Platone:
“Socrate: Talvolta mi sembra che la nostra anima assomigli a un libro.
Protarco: E come?
Socrate: Mi sembra che la memoria, combinandosi insieme alle sensazioni, e quelle disposizioni dell’anima, che si verificano in questa situazione, talvolta scrivano quasi delle parole nella nostra anima: e quando viene scritto il vero, accade che in noi vi siano opinioni vere e veri discorsi, ma se questo scrivàno che è dentro di noi scrive il falso, deriveranno cose opposte alla verità .
Protarco: Certo, mi pare sia così, e accetto le tue parole.
Socrate: Devi però ammettere che anche un altro artefice si trova in quel caso nelle nostre anime.
Protarco: E chi è?
Socrate: Un pittore, che dopo lo scriba ritrae nell’anima una rappresentazione di quelle cose che sono state dette.
Protarco: Come e in quale momento diciamo che vi sia questo artefice?
Socrate: Quando, conducendo lontano dalla vista o da qualche altra sensazione l’oggetto delle opinioni e dei discorsi di un tempo, uno vede dentro di sé le immagini di ciò che è stato pensato o detto. Non avviene forse così dentro di noi?
Protarco: Ma certamente?"
lunedì 9 luglio 2012
La cattiva musica
“Detestate
la cattiva musica, ma non disprezzatela. Dal momento che la si suona e la si
canta ben di più, e ben più appassionatamente, di quella buona, ben di più di
quella buona si è riempita a poco a poco del sogno e delle lacrime degli
uomini... Quante melodie, di nessun pregio agli occhi di un artista, fan parte
della schiera dei confidenti scelti dai giovanotti sentimentali e dalle
innamorate!...Un certo ritornello insopportabile, che ogni orecchio ben nato e
ben educato rifiuta all’istante di ascoltare, ha accolto in sé il tesoro di
migliaia di vite, di cui fu la viva ispirazione, la consolazione sempre pronta,
sempre aperta sul leggio del pianoforte, la grazia sognante e l’ideale...Uno
spartito di mediocri romanze, consumato per aver troppo servito, deve
commuoverci come un cimitero o come un villaggio. Che importa che le case non
abbiano stile, che le tombe scompaiano sotto le iscrizioni e gli ornamenti di
cattivo gusto. Da questa polvere può levarsi in volo, davanti ad
un’immaginazione abbastanza benevola e rispettosa da mettere a tacere un attimo
la sua alterigia estetica, lo stormo delle anime recanti nel becco il sogno
ancora verde che faceva loro presentire l’altro mondo, e le induceva a gioire o
a piangere in questo.”
Marcel
Proust, I piaceri e i giorni
Quell’ultima parola
Scrive Flaubert: “Ancora non sappiamo quasi niente e vorremmo
indovinare quell’ultima parola che non ci sarà rivelata mai. La frenesia di
arrivare a una conclusione e la più funesta e sterile delle manie.”
venerdì 6 luglio 2012
Commandments
Work on one thing at a time until finished.
Start no more new books, add no more new material to "Black
Spring."
Don't be nervous. Work calmly, joyously, recklessly on whatever
is in hand.
Work according to Program and not according to mood. Stop at the
appointed time!
When you can't create you can work.
Cement a little every day, rather than add new fertilizers.
Keep human! See people, go places, drink if you feel like it.
Don't be a draught-horse! Work with pleasure only.
Discard the Program when you feel like it—but go back to it next
day. Concentrate. Narrow down. Exclude.
Forget the books you want to write. Think only of the book you
are writing.
Write first and always. Painting, music, friends, cinema, all
these come afterwards.
Henry Miller, on Writing
venerdì 29 giugno 2012
To preserve
We have
to preserve something, preserve is also guarding, watching over, in German Wahrheit, truth, is related to Wahren, to preserve, (Heidegger recalls
to its truth as truth-bewahren and to the truth as un-truth, Un-Wahrheit). The problematic of guarding
runs throughout our letters, our attempt to preserve. To preserve and to
reserve are etymologically the same, from the Latin reservare, to keep back, i.e. to guard in the French sense.
Guarding is a syntax of a vigilance in truth, we are couriers through a life
which changes sign at every moment. This vacillation is set forth more
obviously, more thematically in Das Unheimliche (Heimlichkeit is also the German
name of what we have in mind as the genealogy of the properly
familiar). Our walking-working in Das Unheimliche, in a map of unknown (unheimlichen) routes attempts to recording differances
of rhythm. A
differential, and not an “alternating” rhythm, namely a Zauderrythmus (English: “vacillating”)
Zaudern is to
hesitate, certainly, but it is above all to temporize, to defer, to delay. Some
couriers, some letters, rush forward in order to reach the final aim as quickly
as possible. But, division of labor, another group comes back (revient) to the start of the same path (dieses
Weg zurück) ) in
order to go over the route and “so prolong the journey” (So die Dauer des
Weges zu verlängern).
Between the two groups, on the same map, a network coordinates, more or less
well, more or less regularly, communications, transports, locals and expresses,
switch points, relays, and correpondences. The map is always problematic: the
repressed drive “ungebändigt
immer vorwärts dringt”,
undisciplined, refractory, untamed, never permitting itself to be bound or
banded by any master, it always pushes forward.
(liberamente
da The Logic of Correspondence di Stohl Nori)
giovedì 28 giugno 2012
Banchetto 2
La prima cosa che si presentò alla vista di Sancio fu un vitello intero, infilzato in un olmo intero per spiedo; e nel fuoco su cui doveva arrostire ardeva una bella montagnola di legna, e sei pentole che stavano tutt’intorno al fuoco non erano state fatte davvero sullo stampo delle comuni pentole; perché erano sei mezze tinozze, e ciascuna poteva contenere tutta la carne d’una beccheria; contenevano e risucchiavano in sé interi montoni, senza parerlo, neanche fossero stati dei piccioncini; le lepri già scorticate e le galline che erano appese agli alberi in attesa d’esser sepolte nelle pentole non avevano numero; gli uccelletti e la cacciagione d’ogni genere erano infiniti, appesi agli alberi perché l’aria li mantenesse freschi . Sancio contò oltre sessanta otri di oltre venti fiaschi l’uno, e tutti pieni, come poi risultò di vini generosi; e c’erano cataste d’un pane bianchissimo come si vedono i mucchi di grano nell’aie; i formaggi, sovrapposti come mattoni a incastro, formavano una muraglia, e due caldaie d’olio più grandi di quelle di una tintoria servivano a friggere roba impastata che con due grandi pale toglievano di lì già fritta e la tuffavano in un’altra caldaia, vicina, dov’era già pronto il miele. I cuochi e le cuoche erano più di cinquanta, tutti puliti, svelti e contenti. Nel ventre aperto del vitello c’erano dodici teneri e piccoli porcellini di latte che, ricuciti di sopra, servivano a dargli sapore, a intenerirlo. Le spezie d’ogni sorta pareva che non fossero state comprate a libbre, ma a staia, ed erano tutte esposte all’aperto in una grande arca. Insomma tutta l’attrezzatura delle nozze era rustica ma così abbondante che avrebbe potuto dar da mangiare ad un esercito.
Don Chisciotte della Mancia, Miguel de Cervantes
Don Chisciotte della Mancia, Miguel de Cervantes
lunedì 18 giugno 2012
Verso la verità
Il nostro rapporto con la verità passa attraverso gli altri. O andiamo verso la verità con loro, o non è verso la verità che andiamo.
Merleau Ponty, Elogio della filosofia (1953)
domenica 3 giugno 2012
La partita
Si correva insieme lungo le fasce laterali, il pallone rimbalzava come una fragola nella macedonia, il Mauri era sempre al posto giusto nell'area di rigore, non lo muovevi neanche con un tir, e poi quella luce, all'improvviso, è per quello che hanno segnato, Erwitt e gli altri si sono guardati e han detto Non vale, quei due fari chi li aveva accesi, così, di colpo, puntati come due razzi sul portiere ...
giovedì 24 maggio 2012
Perché vola il tappeto?
Ma perché vola il tappeto? Ci viene insegnato che
nella lingua araba classica una radice comune lega tappeto e farfalla e
certo non soltanto per la fascinazione dei colori. Il tessere e l' annodare
alludono di per sé alle vicende ordite per gli uomini da invisibili mani. E si sa come il
vocabolo greco che indica l' attimo senza ritorno, da cogliere come un fiore miracoloso
kairos sia usato per definire un altro indefinibile: la momentanea, lampeggiante
fissura tra l' ordito e la trama in cui la spola penetra fulmineamente, come la lama mortale tra
i due pezzi di un' armatura. Ma perché vola il tappeto? Un libro pieno di sapienza,
che riferisce press' a poco tutto quanto la Persia classica e soprattutto la Persia
mistica hanno insegnato intorno ai fili che corrono tra cielo e terra, ci getta forse con
negligenza persino la chiavina d' oro che può dare accesso all' ultima stanza del tappeto:
questa piccola, ironica terra che può volare. Si allude in questo libro a una
ricomposizione spirituale dell' Eden, anzi addirittura di un mondo precedente all' Eden, dove la
pietra e la stella, la rosa e il cristallo, la fonte e lo spino, l' animale feroce e il
delicato si apparentano in una dimensione che le racchiude tutte, e si direbbe che la
quarta non sia la definitiva. Esso racconta di città smeraldine Jabalqua e
Jabarsa dalle mille porte dove sono realizzate all' infinito (proprio come in un tappeto persiano) le
differenti specie di immagini originarie formanti una gerarchia di gradi
diversificati dalla sottigliezza o la densità. Tali città fanno corona, se così si può dire, al Monte
Kaf, centro e insieme cerchio del mondo, del quale così spesso è fatto cenno nelle
Notti: cuore di quella inestricabile cosmogonia che è la Storia di Hasib el Karim o della
Regina dei Serpenti. Ancora, come il tappeto, la superficie di quelle città è
quadrata, indizio di perfezione e di totalità. Che il tappeto orientale voglia offrire uno
specchio della divina freschezza di un mondo senza colpa ce lo dicono, d' altra parte, i
quattro fiumi paradisiaci che nascono talvolta dalla nicchia d' orazione: così essi
sgorgano nei mosaici cristiani, mutati nelle fonti cristalline dei Vangeli, dalla
roccia su cui si erge l' Agnello, o traversano tragicamente il manto cosmico del vescovo
bizantino. I mistici cristiani leggevano nell' orto misterioso del Cantico un'
immagine del giardino dell' innocenza, dove l' anima non è impegnata in altra operazione che
sorvegliare dall' inizio della primavera la crescita dei fiori. Siano comunque
edeniche o precedenti all' Eden queste terre trasfigurate, queste terre in visione,
non vi perviene per gradi quell' intrepido viaggiatore, colui che si raccoglie in
orazione sul tappeto? Qui si trova il sentiero che conduce alla sorgente di vita.... E'
ragionevole che le meditazioni di tali uomini si concludano qualche volta in levitazioni, in
quei voli nei quali il corpo sembra scoccare dall' arco teso della mente rapita. Di
simili stati, così abituali nella storia della contemplazione occidentale, un san
Giuseppe da Copertino è forse la testimonianza massima. La danza contemplativa
di san Domenico, librato da terra sulla punta degli alluci, mani tese e
congiunte sopra la testa come una freccia ne offre un profilo ancora più grafico. I due enigmi si
scioglierebbero, allora, mutuamente e simultaneamente: il tappeto vola perché è terra spirituale,
i disegni del tappeto annunciano quella terra, ritrovata nel volo
spirituale.
Cristina Campo, Gli imperdonabili, ed. Adelphi, Milano, 1987
martedì 22 maggio 2012
Restano tre cose
Di tutto restano tre cose:
la certezza
che stiamo sempre iniziando,
la certezza
che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza
che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell'interruzione,
un nuovo cammino,
della caduta,
un passo di danza,
della paura,
una scala,
del sogno,
un ponte,
del bisogno,
un incontro.
Fernando Pessoa
domenica 20 maggio 2012
Il desiderio e la nuvola
Il desiderio, sola molla del mondo, il desiderio, solo rigore che l'uomo debba conoscere. Dove potrei meglio adorarlo, se non da dentro la nuvola? Le forme che viste da terra prendono le nuvole agli occhi dell'uomo non sono affatto fortuite; sono augurali. Se tutta una corrente della psicologia moderna tende ad evidenziare questo dato, è certo che Baudelaire l'ha presagito in una strofa del Voyage, dove l'ultimo verso fa eco in modo inquietante ai primi tre, caricandoli, insieme, di senso:
Les plus riches cités, les plus grands paysages
Jamais ne contenaient l'attrait mysterieux
De ceux que le hasard fait avec le nuages.
Et toujours le désir nous rendait soucieux
Le più ricche città, i più grandi paesaggi, non possedevano mai il fascino misterioso che il caso creava con le nuovole. E sempre il desiderio ci rendeva pensosi.
André Breton, L'amor fou, traduzione di Ferdinando Albertazzi, Einaudi, Torino, 1974
Les plus riches cités, les plus grands paysages
Jamais ne contenaient l'attrait mysterieux
De ceux que le hasard fait avec le nuages.
Et toujours le désir nous rendait soucieux
Le più ricche città, i più grandi paesaggi, non possedevano mai il fascino misterioso che il caso creava con le nuovole. E sempre il desiderio ci rendeva pensosi.
André Breton, L'amor fou, traduzione di Ferdinando Albertazzi, Einaudi, Torino, 1974
domenica 13 maggio 2012
La vera storia dei tappeti volanti
Di tappeti volanti si parla per la prima volta
in un'iscrizione rinvenuta a nei monti Elburz e nel trattato di astronomia di Ur Nanshè.
Di essi non è rimasta traccia, ma ad essi si riferisce la cronaca compilata
intorno all’dodicesimo secolo da Ali ibn Tahir, ambasciatore persiano in Siria.
La storia racconta che il vecchio Sharkàn, alchimista e maestro nella lettura del Talmud, stupì la regina di
Saba. Dopo l’incoronazione le
regalò un piccolo tappeto che poteva librarsi da terra fino all’altezza delle
orecchie di un cavallo. La regina rimproverò Sharkàn perché il popolo per
giorni non parlò di altro e mancò di onorarla come lei desiderava. L’anziano
talmudista chiese scusa e proseguì gli esperimenti volanti di nascosto. Alcune
antiche illustrazioni mostrano cieli stellati attraversati dalla figura di un
uomo seduto sopra un arazzo. Molti
anni dopo re Salomone nella stanza dei libri si accorse di un meraviglioso
tappeto. Era di seta verde, con ricami d’oro e d’argento, tempestato di
minuscoli zaffiri e turchesi, intrecciato con fili immersi nel rosso delle
cocciniglie raccolte nei giardini di Kashan. Le sue dimensioni erano cinque
volte quelle dei tappeti destinati al corredo dei Cavalieri del Sorriso.
Salomone si accomodò al centro e cominciò a scrivere il libro dei Proverbi,
quando a un tratto si trovò a volare sopra la città e poi più in alto delle
nuvole. Il tappeto
seguiva i suoi occhi, lo portava in l’alto se mirava al cielo, e in basso se
cercava le fontane luccicanti tra le case. Poteva
spostarsi ad una velocità superiore del vento. Tra i suoi viaggi al-‘Awtabi
ricorda quello fra Istakhr e Gerusalemme. Nella regione di Nizwa visitò un
palazzo abitato da un’aquila che gli disse di essere arrivata in quel luogo
ottocento anni prima; anche allora
il palazzo era disabitato ma in ottimo stato.
La cronaca di Tahir è purtroppo illeggibile in
alcune sue parti a causa del cattivo stato di conservazione del manoscritto. I
capitoli sulla tecnica di costruzione dei tappeti volanti sono frammentarie.
Nella traduzione effettuata a fine Ottocento dallo Zoteborg nel suo The
Flying Carpet, Myth or Truth
si legge:
mercoledì 2 maggio 2012
Il tappeto volante, tre incontri sulla scrittura e sulla trama
I segreti e la bellezza di una composizione non si comprendono al primo sguardo, il filo del discorso e quello di un tessuto si possono perdere, l’intreccio a volte può diventare un garbuglio. E i tappeti volanti? Esistono davvero e potrai salirci sopra. Nel libro The thousand and one nights, a cura di Edward William Lane (London 1865), si spiega anche come realizzarli. Se t’interessa volare e non perdere il filo del discorso, vieni ai nostri incontri, dove parleremo di tappeti e scrittura.
Giovedì 17 maggio
Shiraz, I fili del discorso
Giovedì 24 maggio
Tabriz, Il viaggio magico
Giovedì 31 maggio
Isfahan, Incroci di parole
Ci troveremo dalle 20.30 alle 22.30 nella Sala dei Pensieri, all’interno del negozio Kamal tappeti orientali in Corso Mazzini 58 a Conegliano (Tv). Nella prima parte dell’incontro saranno illustrate tecniche di composizione e tessitura, seguiranno letture e scritture.
Per info e iscrizioni: 3482526490 / 3479372731
domenica 22 aprile 2012
Veli da sposa e passioni rivoluzionarie
Tre donne di cultura araba, tre scrittrici, tre mondi, hanno parlato dei loro libri a Venezia nella tavola rotonda Sguardi di Donne del Mediterrano, durante la manifestazione Incroci di Civiltà. Cominciamo dall’ironia della farmacista egiziana Ghada Abdel Aal, che da qualche anno ha aperto un fortunatissimo e seguitissimo blog: http://wanna-b-a-bride.blogspot.com (Voglio sposarmi). Post dopo post ha raccontato i buffi incontri organizzati dalla famiglia per farle incontrare un ragazzo da sposare, per combinare un matrimonio da salotto. Alle sue avventure si sono aggiunte quelle delle amiche e al successo del blog è seguita la pubblicazione del libro per un importante editore arabo e poi le edizioni in altre lingue; in Italia è uscito con il titolo Che il velo sia da sposa (Epoché). Con garbo e simpatia ha raccontato in inglese che la gente in Occidente spesso fa confusione fra donne afgane e donne egiziane, le chiedono se non si senta oppressa, o se può guidare la macchina, e altre sciocchezze del genere. “Le donne egiziane – ha detto – non sono meno oppresse di quelle italiane, anche loro sono impegnate ad affermarsi in campo professionale e a combattere contro pregiudizi maschilisti.” Questo è un brano dal suo uomoristico blog: “Comunque io non ce l'ho con Haytam, perché so di averlo ferito la volta che ho rifiutato la sua proposta di matrimonio, nonostante il ragazzo sia molto chic (viene a prendere l'immondizia con indosso abiti Versace, i capelli a spazzola e una mano sempre in tasca) e nonostante sia un tipo facoltoso (ha una B.M.V., cioè una Brutta Macchina Vecchia).
Ma è che la vena liberale e proletaria che è in me cozza contro la mia vena borghese, sofista e imperialista (aprite un dizionario qualsiasi e traducete voi, per favore. Adesso non ho tempo per spiegarvi!) e alla fine mi sono vista costretta, seppur con dispiacere, a rifiutare la sua proposta e il ragazzo deve averla presa male. Probabilmente ho urtato la sua sensibilità. Ed è per questo che, ogni volta che veniva a prendere l'immondizia da noi e mi vedeva passare davanti alla porta, mi guardava, faceva un bel respiro profondo e gridava con quanto fiato aveva in gola:
- Monneeeeezzaaaaaaa!!!
Io naturalmente non l'ho mai presa sul personale. Proprio per niente. Sapete che ho il cuore tenero! Anzi, gli ho sempre augurato ogni bene, finché il Buon Dio non gli ha concesso la grazia di farlo fidanzare con la ragioniera Nermin.”
Alawiya Sobh, invece, ha una scrittura intensa e passionale. Vive a Beirut e dirige la rivista femminile Snobì diffusa in tutto il mondo arabo, un magazine che parla di bellezza, vita di coppia, sesso, mondanità, diritti delle donne. Il suo nome e passione, edito in Italia da Mondadori, è stato censurato nei paesi arabi: che una donna affronti temi come l’omosessualità, la sessualità, il tradimento, rappresenta senza dubbio un pericolo in società religiose basate sulla superiorità dell’uomo. Con voce affettuosa Alawiya ha letto in arabo alcuni brani del suo romanzo: “Quando ci abbracciavamo e i nostri corpi diventavano uno, avevo la sensazione che i miei fianchi, le miei mani, il mio collo, ogni parte del mio corpo fossero come le lettere dell’alfabeto arabo, che si curvano, si rigirano, si lamentano, si struggono, si crucciano pur di restare appiccicate, pur di penetrarsi a vicenda, e che il mio ventre, come la lettera nun, allargava le braccia per riceverlo.”
“Mia signora, dicono che la donna ha novantanove zone erogene, ma non le elencano. dicono che il pudore impedisce che le si nomini e le si renda note. (...) In ogni caso gli uomini amano le donne a prescindere dalle novantanove zone erogene, basta un’unghia del piede ad eccitarli.”
Piglio istrionico e capigliatura leonina, l’algerina Malika Mokkedem ha letto con grande trasporto in francese un brano inedito del suo ultimo romanzo La desiderance. È la storia di un amore tragico: lui muore nella speranza di attraversare il Mediterraneo, lei lo apprende da una telefonata della guardia costiera e si mette alla ricerca dei responsabili. Malika Mokkedem, dopo la laurea in medicina a Orano, emigrò in Francia a causa della sua opposizione al regime algerino. Il mare è al centro de La desiderance, come già di N’Zid. In una sua intervista dice: “Durante i miei primi diciassette anni di vita in Francia ho passato tutte le estati a navigare. Alla fine degli studi ho persino solcato il Mediterraneo per sei mesi di fila con il progetto di un viaggio attorno al mondo in barca a vela. Mollare gli ormeggi, staccarsi dal molo allontanando la barca con il piede, prendere il mare mi dava una vertiginosa sensazione di libertà, sommata ad un piacere atavico. Il Mediterraneo si offriva a me come un cuore che batte tra le due rive della mia sensibilità. Ed è a forza di frequentare il mare aperto che ho trovato il senso della parola infinito: l’infinito è la libertà.”
Al termine dell’incontro è però successa una cosa strana, è stato impossibile fotografare le tre scrittrici assieme, né, a pensarci bene hanno conversato fra di loro, nè al pubblico si è permesso di rivolgere loro delle domande. Ci si può trovare ad un incrocio e sorridere cortesemente ma incontrarsi, capirsi e parlarsi davvero è un’altra cosa e non è una questione di lingua o cultura ma di volontà.
foto: da sinistra Malika Mokkedem, Ghada Abdel Aal, Alawiya Sobh.
foto: da sinistra Malika Mokkedem, Ghada Abdel Aal, Alawiya Sobh.
mercoledì 18 aprile 2012
La confessione
C’erano libri che sovrastavano il rumore della vita e ti catturavano parlando solo delle cose più vere, Confessione era uno di questi libri. Tolstoj racconta la favola russa di un uomo che, inseguito da un mostro, si butta in un pozzo. Ma mentre sta cadendo vede sul fondo un drago che aspetta di divorarlo. In quell’istante l’uomo nota un ramo che sporge dal muro del pozzo e lo afferra, restandovi aggrappato. Così non cade nelle fauci del drago, né può essere mangiato dal mostro che incombe dall’alto, però ha un altro problema. Due topolini, uno nero e uno bianco, stanno rosicchiando il ramo. Presto il ramo si spezzerà facendolo precipitare. Meditando sull’inevitabile sorte che lo attende, l’uomo si accorge di un’altra cosa: dall’estremità del ramo a cui è appeso gocciola del miele, e lui tira fuori la lingua per leccarlo. Questa dice Tolstoj, è la difficile condizione umana: noi siamo l’uomo aggrappato al ramo. La morte ci aspetta. Non c’è scampo. E così ci distraiamo leccando le poche gocce di miele che ci vengono offerte.
Eugenides Jeffrey, La trama del matrimonio, traduzione di Katia Bagnoli, ed Mondadori
martedì 10 aprile 2012
Padri e figli
Mio caro figliolo, son trascorsi ormai quattro mesi senza che dai tuoi laconici scritti si possa dedurre che tu abbia compiuto il minimo passo avanti nella carriera o sia in procinto di compierlo. Sono ben lieto di riconoscere che nel corso di questi anni m’è stata concessa la soddisfazione di udir lodare da varie fonti autorevoli l’opera tua e pronosticare a te, conseguentemente, un promettente avvenire. Ma la tua innata tendenza, non trasmessa certamente da me, a fare di gran carriera i primi passi, quando un compito ti attira, ma a dimenticare ben presto ciò che devi a te stesso e a coloro che hanno riposto in te le loro speranze, e d’altra parte, il fatto di non poter ricavare dalle tue notizie la minima indicazione di un piano per la tua vita futura, mi riempie di grave affanno.
Non soltanto hai raggiunto un’età in cui gli altri uomini si sono già fatta una posizione ben salda, ma inoltre io posso morire da un giorno all’altro, e il patrimonio che lascerò in parti uguali a te e a tua sorella non sarà da disprezzarsi, nelle attuali circostanze, però non basterà ad assicurarti da solo quel posto in società che tu devi finalmente raggiungere con i tuoi mezzi. Mi preoccupa gravemente il pensiero che da quando ti sei laureato fai solo vaghi accenni a progetti che s’estendono ai più vari campi, e di cui tu probabilmente secondo la tua abitudine esageri assai la portata; e non ti riferisci mai alle soddisfazioni che ti darebbe una cattedra di insegnamento, né mi risulta che tu abbia preso contatti a tal scopo con qualche Università o con circoli competenti.
Robert Musil, L’uomo senza qualità, traduzione di Anita Rho, Einaudi, Milano,1972
sabato 7 aprile 2012
Mappe
(...)
I confini tra paesi sono appena visibili,
come se esitassero: essere o non essere?
Amo le mappe perché mentono
Perché non ammettono le verità aggressive
Perché con magnanimo e bonario humour
Mi dispiegano sul tavolo un mondo
Non di questo mondo
Wislawa Szymborska
I confini tra paesi sono appena visibili,
come se esitassero: essere o non essere?
Amo le mappe perché mentono
Perché non ammettono le verità aggressive
Perché con magnanimo e bonario humour
Mi dispiegano sul tavolo un mondo
Non di questo mondo
Wislawa Szymborska
domenica 1 aprile 2012
Eating heavenly
Mangiare divinamente, Eating heavenly, è un desiderio che abbiamo tutti, certo non facile da realizzare, è anche materia di studio riservata a chef pluristellati, quelli da guida Michelin, argomento per vademecum firmati Slow Food o Associazione Italiana Sommelier. Il titolo si presta a indicare diverse strade, tra le più inaspettate quella che riguarda riti e i simboli collegati al cibo in ambito siro-mesopotamico (III millennio avanti Cristo). Eating heavenly, progetto di ricerca che coinvolge gli atenei di Venezia, Udine, Torino, Napoli, che in un recente convegno hanno presentato i loro contributi, tracce di qualcosa che ci è familiare anche se pare lontano.
Massimo Maiocchi della Venice International University nel suo paper Il dolce sapore della morte: simbologia delle offerte rituali nella Mesopotamia protodinastica, ha preso le mosse da alcuni testi presargonici risalenti alla dinastia di Lagash (2500 avanti Cristo), 1600 testi dell’archivio della Casa della donna, fra cui gli elenchi di assegnazione di beni alimentari per un funerale; ai lamentatori funebri venivano inviati: formaggio, datteri, miele, burro chiarificato, uva passa, melograni, collane di fichi. Il corpo del cadavere, che si immaginava dovesse compiere un lungo viaggio doveva essere trattato con attenzione, in un testo si raccomanda: ”Non aspergerlo con olio buono preso da una giara, poiché (gli spiriti maligni) lo circonderanno a causa della sua fragranza.” Anche alla statua dedicata al defunto venivano offerti alimenti dolci. Un connubio che nei secoli non è venuto meno, se si pensa che ancora oggi in molte regioni italiane si preparano dei dolci per il giorno dei morti: le favette in veneto, le os de mort in Lombardia, il torrone dei morti a Napoli, la frutta di Martorana, i pupi di zucchero siciliani, le dita di apostolo, la colva pugliese, i fanfullicchi leccesi. Secondo Maiocchi, tra gli alimenti dolci, il miele occupa un posto di primo piano: citato in testi magici, erotici, elenchi di offerte funebri, secondo lo studioso ha una funzione liminale, è un alimento simbolo del passaggio tra vita e morte, un cibo che funge da soglia perché non è né liquido né solido (i defunti non mangiano pane né bevono). È prodotto dalle api che, come gli uccelli, sono animali volanti in contatto con dio, e dotati di qualità straordinarie: “L’ape riesce dove l’aquila non riesce”.
Un altro alimento che aveva un particolare valore rituale era la birra, un po’ diversa dalla Heineken del supermercato, che viene citata anche nel poema Lugalbanda nella grotta della montagna. Lugalbanda, terzo re di Uruk e padre dell’eroe sumero Gilgamesh che passando attraverso le montagne di Aratta sviene all’improvviso. Incapaci di rianimarlo i suoi compagni lo abbandonano in una caverna: “Essi prepararono per lui un riparo come un nido d’uccello. Datteri, fichi, e formaggi – alimenti dolci che un malato mangia volentieri – essi posero in cesti per datteri. Essi costruirono per lui una “casa” (...) Davanti alla tavola disposero birra da bere, mischiata con miele, e cibo...con burro chiarificato. I suoi fratelli e compagni, come se stessero scaricando una chiatta dopo la mietitura, disposero nella grotta della montagna, accanto alla sua testa, provvigioni versate in contenitori di cuoio e in otri di pelle. Essi (...) acqua dagli otri per l’acqua. Birra scura, birra kurunnu “chiara” di orzo, vino da bere che è piacevole al gusto – essi sparsero tutto ciò accanto alla sua testa nella grotta della montagna (...). Essi prepararono per lui incenso e resine, (...) e le appesero nella grotta della montagna presso la sua testa.”
In Banchetti e gestione delle risorse alimentari in alcuni archivi paleo-babilonesi, Simonetta Ponchia si è soffermata, tra l’altro, sul valore simbolico del banchetto, occasione per celebrare il sovrano, per creare vincoli e alleanze, consuetudine che conosce la sua apoteosi nel Rinascimento, memorabile il Banquet du Faisan ccon 48 portate che si tenne a Lille il 17 febbraio del 1454 con lo scopo di preparare una crociata per liberare Costantinopoli dai turchi.
Con Magici alimenti o alimenti del magico? Sabina Crippa ha invece trasportato la platea nella molteplicità della Naturalis historia di Plinio il Vecchio, in particolare tra le pagine del trentesimo volume che contiene una raccolta di bizzarre ricette come il falcone annegato nel latte o il pane di Giove (cervello di topo , cenere di donnola, milza d’asino).
Si è poi soffermata sulla grafofagia, rito per comunicare con gli dei che prevede di mangiare, bere o leccare lettere sacre; il rituale era praticato anche con un frammento di mummia posto sotto la lingua o con statuette di farina. “Il pasto virtuale con la divinità, lascia che io possa essere bocca a bocca in una conversazione con gli dei.”
Nel papiro magico di Parigi, composto da 3200 versi, tra le prescrizioni per entrare in contatto con Helios, è descritta la preparazione dello scarabeo: triturare miele e fiori di loto e gettare lo scarabeo nell’olio di rosa, e, al verso 789, si raccomanda: cogli la Kentritis, miele e mirra, e scrivi il nome sulla foglia che leccherai e poi getterai nell’olio di rosa. La Kentritis, secondo fonti diverse, cresce nella terra nera, l’attuale Maghreb, somiglia alla Verbena, è legata al culto di Mitra e, racconta Plinio, se si intinge nel suo succo un’ala di ibis le penne cadono al suolo. Va colta prima dell’alba, con il metallo o con mano nuda o velata.
Impossibile, comunque, riassumere in poche righe la ricchezza del convegno, si può solo suggerirla citando gli altri temi affrontati: Cerimonialità alimentare ad Ebla (Lucio Milano, Maria Vittoria Tonietti), Il banchetto nei testi mitologici ittiti (Annamaria Polvani), Il banchetto nell’Anatolia ittita (Stefano de Martino), Il banchetto nei testi letterari della Mesopotamia (Stefania Ermidoro), La cucina del dio e del re nell’alimentazione dell’impero assiro (Salvatore Gaspa , Una mela al giorno ... il ruolo del cibo nei testi medici di epoca neo-assira (Mario Fales), I topi sono un cibo divino! (Simonetta Graziani), Galateo e offerte alimentari nella Babilonia di età seleucide (Paola Corò), Il banchetto di Mitridate. Cerimoniali alla corte dei sovrani Arsacidi (Carlo Lippolis), L’istituto di mrzb nel vicino Oriente antico (Alfredo Criscuolo), Pasti e banchetti comunitari nell’Arabia antica (Riccardo Contini), I luoghi del banchetto nell’Arabia antica (Romolo Loreto).
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